Dedicata ai nonni..veri Padri della Patria

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Quando se ne va un nonno, se ne va un pezzo di storia e con esso una parte della nostra memoria..

Mai come in questa fase della nostra esistenza, nella quale avremmo bisogno tutti di affidarci a un “Padre della Patria” a cui aggrapparci per sperare in una rinascita, la perdita di chi ha vissuto all’epoca della seconda guerra mondiale è un vulnus a cui è necessario dare risposte che vanno al di là del dolore personale..

Un uomo, una comunità, un popolo che non ha radici non può nemmeno sperare di avere le ali per volare e librarsi nel cielo..e le nostre radici si trovano proprio lì dove vivono i nostri nonni…

..per questo penso che, chi ancora ha la fortuna di potersi interfacciare con i propri avi debba prendere in mano il telefono con l’unico intento di farsi una bella chiacchierata..così, per il semplice gusto di farsi raccontare com’era vivere all’epoca della loro gioventù…un tour nella storia vissuta senza bisogno di pagare il biglietto.

…domani saremo noi i nonni di qualcuno e oltre a raccontare ai nostri nipoti le esperienze vissute di prima mano, potremo raccontare loro di un’epoca che per molti sembra essere lontana e perduta come le guerre puniche e invece è storia di ieri se messa a confronto con le centinaia di migliaia di anni che segnano il percorso della nostra specie su questa terra…

Dimenticare significa ricominciare daccapo ogni volta, generazione dopo generazione, col rischio di ripercorrere errori fatali..è un pò come fare un dolce senza avere la ricetta…una catastrofe!

E i tedeschi in questo momento storico dell’essere umano ce lo stanno dimostrando, con tutte le distonie che questo comporta…ma non è questo il luogo delle polemiche..

Dicevo…perdiamoci nelle storie dei nostri nonni…le storie raccontate sono il bene più prezioso che l’essere umano ha da tramandare alle generazioni future. Esse, le storie, creano collante, quel tipo di legame che è altro rispetto agli idioti proclami nazionalistici che sentiamo vibrare a gran voce da anni oramai e che in questo momento si stanno intensificando, con il rischio di generare barriere molto pericolose!

La storia, la nostra storia, vissuta attraverso i racconti di chi c’era, crea quella comunione di intenti per la quale ogni essere umano percepisce nella pancia di appartenere a un unico popolo e che la propria storia è la storia del vicino di casa..del vicino di quartiere, del vicino di Provincia…del vicino di regione…e così via fino a ricomprendere tutti all’interno di un mondo che non ha divisioni se non confini stabiliti a priori dall’uomo.

Dedicata a te nonna..e a tutte le chiacchierate che mi sono perso!

A Lezione da Thoreau…Andai nei boschi..

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«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi)

Thoreau si sottopose ad una vera e propria prova di sopravvivenza, con l’unico intento di voler sperimentare l’unione tra l’artista e il mondo naturale, alla ricerca di quell’acme che si esplica nel concetto di uomo come unico artefice del proprio destino nel costante dominio di sensazioni ed emozioni..

Dall’esperienza di Thoreau se ne può ricavare un insegnamento da custodire gelosamente nelle tasche dei nostri jeans e da tirare fuori alla bisogna, in momenti normali, ma anche e soprattutto in momenti complessi come quello che stiamo vivendo:

c’è vita anche laddove non ci sono agi a dismisura e dove lo scandire delle ore è segnato da condizioni di estrema semplicità materiale.

Semplicità materiale che può essere considerata come povertà, se vista con le lenti di ingrandimento della società moderna; fonte invece di arricchimento culturale e mentale, alla luce di un’esperienza esistenziale come quella fatta da Thoreau, per il quale l’essenzialità dell’esperienza vissuta è indice di grande felicità e apprezzamento per quella miriade di piccole cose che circondano il nostro vivere quotidiano…sempre che ne siamo consapevoli!

C’è molta attualità in queste poche righe e dall’insegnamento che da esse se ne può ricavare…

Torneremo tutti alle nostre vite veloci e superficiali, sempre alla ricerca dell’ennesimo agio dentro cui ricercare l’effimero che per un secondo scambieremo per felicità, in una costante lotta all’innalzamento dell’asticella schiavi del vile “Dio denaro”…questo è certo…

Sarebbe bello tuttavia non dimenticare, una volta che tutto sto delirio sarà giunto al suo termine naturale, che c’è stato di che essere felici, piccoli momenti in cui il nostro cuore ha percepito quella pienezza che ci fa sentire vivi pur in una condizione di prigionia fisica che, non per forza di cose sarà stata anche prigionia mentale..

Leggere Walden significa calarsi in una serie di tematiche che, a dispetto del fatto che la prima pubblicazione del volume risale all’agosto del 1854, sono più attuali oggi di quanto non lo fossero 166 anni fa per chi scriveva.

Lascio a voi la palla, citando le tematiche quali spunti di riflessione per la vita a venire, per il tipo di mondo che intendiamo lasciare ai nostri figli, ammesso che un mondo, se continuiamo così, sia ancora a loro disposizione per molto tempo:

Stile di vita sostenibile

Attualità delle filosofie orientali

Rapporto paritario con l’ambiente che ci circonda

Critica alla società moderna e alle disuguaglianze sociali

Vivere consapevolmente

Perché l’amore..

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Le parole contano eccome..soprattutto quelle che hanno un filo diretto con le nostre emozioni..

È in momenti come questi, in cui la prigionia del corpo bussa alla porta della nostra anima chiedendo dazio, che DOBBIAMO dare libero sfogo alle parole, gridando, piangendo, ridendo..

“Non dire questo…!”

“Non fare quello…!”

Cheppalle di vita, facciamo bordello!

L’amore si fa senza pentimenti..

Si fiacca, scompare se chiudi i battenti..

Gridiamolo al mondo senza decoro,

Esso è l’unico nostro ristoro!

Direttamente dalla penna di Walt Whitman:

Dall’ondeggiante oceano, la folla

Dall’ondeggiante oceano, la folla, una goccia mi giunse gentile,

mormorando Io ti amo, presto morirò,

ho viaggiato così a lungo soltanto per guardarti, per toccarti, perché non potevo morire senza averti guardato,

perché temevo di perderti poi.

Ora ci siamo incontrati, ci siamo guardati, siamo salvi, ritorna in pace all’oceano, amore mio,

anch’io son goccia di quell’oceano amore mio, non siamo così divisi come sembra,

considera il grande globo, la coesione di tutto, l’immensa perfezione!

Il mare irresistibile ci deve separare, noi due,

ma se pure ci terrà lontano un’ora, non potrà dividerci per sempre.

Non essere impaziente, un attimo, sappi che io saluto l’aria, l’oceano, e la terra,

ogni giorno al tramonto. Per amor tuo, mio amore. (Walt Whitman, Foglie d’erba)

..un passo alla volta..

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Qualcuno una volta ha scritto:

“Ogni esperienza nella vita modifica l’immagine che abbiamo di noi stessi..”

Mi piacciono le profondità e le ampiezze che si aprono dietro questa frase: credo che esista per tutti una seconda, una terza e…una ennesima chance per cambiare, per migliorare e migliorarsi..sempre e comunque, finché ce n’è, finché abbiamo fiato.

La nostra identità non è assolutamente fissa…ci hanno fatto credere fin da piccoli che ciò che siamo è ciò che ci dovremo portare dietro per tutta la vita…ma credetemi non è così…

Quanti danni alla nostra autostima vengono generati da quella bastarda vocina interiore che recita centinaia di volte al giorno:

“Non ce la puoi fare!!

“Non ce la puoi fare!”

“Non ce la puoi fare!”

Sono i nostri comportamenti reiterati, le nostre abitudini quotidiane, ma ancora prima, i nostri pensieri e atteggiamenti che forgiano ciò che siamo e l’idea che abbiamo delle nostre persone…ecco perché é così difficile cambiare e così doloroso il cambiamento, perché cambiare significa abbandonare e lasciar andare un pezzo di noi, implica dire addio a tutta una serie di fotogrammi che messi in sequenza l’uno in fila all’altro hanno dato un senso all’album della nostra vita!

Gli eventi esterni, quelli violenti al punto da colpirci lasciandoci a terra senza forze, sono i momenti nei quali di solito, presi dall’urgenza e dall’inesorabilità del caso, siamo costretti a dare un nuovo corso alle nostre esistenze.

Il mondo è cambiato..non sarà più lo stesso..se non vogliamo soccombere dobbiamo cambiare anche noi..abbandonando le vecchie posizioni per ripartire con una nuova idea in testa di chi vogliamo essere…

..Un passo alla volta..

cammina uomo a piedi scalzi,

che la somma di piccole fatiche incrementali

produce cambiamenti epocali!

Lascia che lacrime grevi solchino il corpo!

Non trattenerle, perché l’acqua salata è fonte di vita!

E dove c’è movimento, anche se di dolore, c’è vita!

E quando anche l’ultima goccia di sudore

sarà versata sul suolo insanguinato,

volgendoti indietro capirai che quello era il tuo cammino,

nel bene e nel male!

E sentirai sulla pelle una gran voglia di vivere!

Noi siamo fatti per muoverci e cambiare

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Desidero anche oggi rimanere sul concetto di cambiamento a me tanto caro, concetto che, come pochi altri, disegna a pennello la nostra natura di esseri umani e lo voglio fare condividendo una poesia di Percy Bysshe Shelley dal titolo originale “The Cloud” scritto tra l’autunno/inverno del 1819 e l’inizio del 1820..esattamente 200 anni.

Nel poema ritornano costanti i temi e le immagini della “trasformazione” e della “metamorfosi”, un continuo alternarsi di nascita, morte e rinascita che trova il suo culmine nel verso del poema:

“Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire.”

Oggi siamo qui, domani siamo lì…liberiamoci da ogni genere di fardello e spingiamo in avanti i nostri corpi e le nostre menti lasciando che siano la vita e il caos a trasportarci senza bisogno di controllo alcuno..facciamo come la natura e i suoi elementi, abbandoniamo e abbandoniamoci nel rispetto delle nostre cangianti nature..

..la stasi crea inerzia e dove c’è inerzia c’è morte..noi siamo fatti per muoverci e cambiare, non certo per fermarci e trattenere..

Buona lettura a tutti…

La Nuvola

“Porto freschi acquazzoni per i fiori assetati dai corsi d’acqua e dai mari, e un’ombra lieve alle foglie avviluppate nei loro sogni meridiani. Dalle mie ali stillano le rugiade che svegliano i bocci a uno a uno, cullati in pace nel seno della madre, mentre lei danza intorno al sole.

Muovo con il flagello la grandine sferzante, e imbianco in basso le verdi pianure, e poi di nuovo mi dissolvo in pioggia, e rido, mentre passo tuonando. Setaccio laggiù la neve sui monti, e i grandi pini gemono atterriti, tutta la notte questo è il mio cuscino bianco, mentre dormo abbracciata alle raffiche.

Sublime sulle torri delle mie stanze celesti è assiso il lampo che mi fa da pilota, e sotto in una grotta è incatenato il tuono, che urlando lotta e si contorce, con moto lieve, sulla terra e sul mare, lui è il pilota che mi conduce, attratto dall’amore di quei geni che muovono nelle profondità violette del mare; sui ruscelli, le rocce, le colline, sulle pianure e i laghi, dovunque sogni, sotto montagne o fiumi, lo spirito che lui ama permane, mentre mi crogiolo nel riso azzurro del cielo e lui si dissolve in pioggia.

L’aurora sanguinante con occhi di meteora con le sue piume in fiamme distese, balza sul dorso del mio nembo in vela, quando la stella del mattino splende smorta, come sul dente di una vetta montana scossa e agitata da un terremoto, un’aquila scende e si riposa alla luce delle sue ali d’oro. E quando dal mare acceso il tramonto respira i suoi ardori di quiete e d’amore, e il manto rosso della sera cade dal fondo abisso in alto del cielo, io avvolta nelle ali sto nel mio nido aereo, ferma come una colomba che cova.

Quella ragazza sferica grave di bianco fuoco che i mortali chiamano luna, scivola baluginando sul mio vello disteso dai venti di mezzanotte e ovunque il passo dei suoi invisibili piedi – che solo gli angeli sanno udire – abbia sfrangiato il tessuto del mio tetto sottile, appaiono e spiano le stelle sul fondale. E rido nel vederle roteare e fuggire come uno sciame di api d’oro, e allargo lo strappo della tenda fatto dal vento finché i fiumi sereni, i laghi e i mari come lembi di cielo precipitati, sian lastricati di stelle e di luna. Cingo il trono del sole con una fascia incendiata e quello della luna con un filo di perle, e quando il turbine spiega il mio vessillo i vulcani son spenti e le stelle oscillano.

Da un capo all’altro gettata come un ponte, su un mare torrentizio, impermeabile al sole, resto sospesa, in alto, come un tetto, uniche sue colonne le montagne. L’arco trionfale che oltrepasso in marcia con l’uragano, il fuoco, la neve, con le forze dell’aria incatenate al carro, è l’arcobaleno dai colori infiniti, dove la sfera di fuoco intrecciava i suoi colori, e sotto la fresca terra sorrideva.

Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire. Perché dopo la pioggia, quando immacolata e nitida è la volta del cielo, e i venti e i raggi del sole coi loro convessi bagliori alzano la cupola azzurra dell’aria, io rido silenziosa a questo cenotafio, e come un bambino dal grembo o uno spettro dalla tomba esco dalla caverna della pioggia, e lo distruggo ancora.” (Percy Bysshe Shelley)

Il vento soffia sulle persiane a mezz’asta

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C’è un vento stamane che soffia diritto sulle persiane a mezz’asta di casa mia, divenuta prigione da alcune settimane.

Porta con sé la voglia di andare lontano con l’unico intento di lasciarsi trasportare senza pensare a una meta precisa, avendo nel cuore il desiderio di cambiare dal profondo per rinascere diverso…mai più lo stesso!

L’essere umano nasce per rigenerarsi, istante dopo istante e in questo assomiglia tanto al vento; mai uguale a se stesso…sfuggevole, etereo…senza forma.

La nostra specie ahimè va in controtendenza rispetto alla sua più innata natura. Cerca costantemente rifugio, desidera mettere radici e così facendo costringe l’anima dell’universo a morire dentro una maleodorante risacca stagnante.

Lasciamoci condurre di più dalla corrente, spirando lontano al volgere della fine di ogni giorno, per ritornare all’alba di un indomani, diversi, più forti e più maturi… permettiamo alle nostre esistenze di esprimersi partendo dal midollo..per spingersi lontano..

…apro le finestre e a pieni polmoni respiro l’odore di nuovo…siamo giunti alla fine credetemi di questa nostra prigionia mentale..pronti per spiccare il volo sulle ali delle nostre più umane debolezze, alla ricerca di uno scoglio dove vivere dall’alba al tramonto, per poi domani tornare a spirare per ricominciare…lo so, lo sento, è scritto in quella porzione di vento a me dedicata..quella che questa mattina sbatte inesorabile sulle mie persiane a mezz’asta…

Due spunti sull’attuale crisi derivati dal “Mito della Caverna” di Platone

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Questa mattina voglio spingermi con Voi ad analizzare un testo che ha rappresentato e rappresenta uno dei capisaldi della filosofia occidentale: sto parlando del cosiddetto “Mito della Caverna” di Platone.

Il mito è un racconto allegorico nel quale la caverna rappresenta il mondo sensibile dentro cui è immerso fino al collo l’essere umano, schiavo e prigioniero dell’ignoranza. Il prigioniero che si libera dalle catene e inizia un percorso verso la luce è da paragonare al filosofo che con gradualità si spinge nel cammino che conduce alla vera conoscenza, prima passando attraverso le sensazioni e le apparenze, poi abbandonandosi allo studio delle proporzioni e della matematica; infine giungendo a conoscere le idee stesse, le idee di BELLO, GIUSTO e BENE (il Sole). Il filosofo poi dovrà fare ritorno tra i vecchi compagni di prigionia (l’uomo comune) per annunciare la Verità e assumersi il dovere di governare la città con rettitudine, prendendosi cura del BENE COMUNE…

Due considerazioni in merito al riassunto di poco sopra e al testo tradotto che trovate sotto:

1) Saremo in grado dopo questa crisi sanitaria, economica di riconoscere che essa, la crisi è anche e soprattutto una crisi ideologica? Riusciremo cioè a capire che ciò per cui abbiamo vissuto finora non sono altro che le ombre del Vero BENE, dell’idea di GIUSTO, del concetto di BELLO?

2) Ci mettiamo di impegno per cambiare radicalmente questa classe politica che non ha fatto altro che pensare al proprio interesse negli ultimi 70 anni di storia Repubblicana?

Noi uniti, come lo siamo ora dalle celle super accessoriate delle nostre case, abbiamo dalla nostra il potere di cambiare le cose e far volgere lo sguardo verso il BELLO e il bene COMUNE della nostra nazione…riformando dalle fondamenta una classe politica che DOVREBBE PENSARE AL NOSTRO BENE in primis e poi al proprio…

Prendiamo questo male come un’opportunità di ricominciare, voltando completamente pagina…

UTOPIA mi dite? Beh forse avete ragione; vi ricordo solo che fino a due settimane fa sarebbe stato oltraggioso anche solo pensare che 60 milioni di italiani sarebbero stati incarcerati nelle loro case, depredati dei loro diritti fondamentali, lasciando ai militari il governo e il presidio delle nostre città…il pensiero è in grado di creare la realtà in cui siamo immersi…

Buona lettura..per chi ha voglia di sognare…

Repubblica, libro VII, 514

«Dopo tutto questo» dissi, «paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.»

«Vedo» disse.

«Vedi allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro stesso, oggetti d’ogni genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiate nei modi più vari; com’è naturale alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.»

«Strana immagine descrivi» disse, «e strani prigionieri.»

«Simili a noi» dissi io. «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di se stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?»

«E come potrebbero» disse, «se sono costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»

«E lo stesso non accadrà per gli oggetti che vengono fatti sfilare?»

«Sì.»

«Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?»

«Necessariamente.»

«E se la prigione avesse un’eco dalla parete verso cui sono rivolti, ogni volta che uno dei portatori parlasse, credi penserebbero che a parlare sia qualcos’altro se non l’ombra che passa?»

«Per Zeus, io no di certo» disse.

«Insomma questi prigionieri» dissi io «considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali.»

«È del tutto necessario» disse.

«Osserva ora» io dissi «che cosa rappresenterebbero per costoro lo scioglimento dai loro legami e la guarigione dalla loro follia, se per natura accadesse loro qualcosa di questo genere. Quando uno fosse sciolto e improvvisamente costretto ad alzarsi, a girare il collo, a camminare, ad alzare lo sguardo verso la luce, tutto questo facendo soffrirebbe e a causa del riverbero non potrebbe fissare gli occhi sugli oggetti di cui prima vedeva le ombre; che cosa credi risponderebbe, se qualcuno gli dicesse che prima vedeva semplici illusioni, e che ora, più vicino all’essere e rivolto verso oggetti dotati di maggiore esistenza, vede in modo più corretto, e se inoltre, mostrandogli ognuno degli oggetti che sfilano, gli chiedesse che cosa è, e lo costringesse a rispondere? non credi che sarebbe in difficoltà e riterrebbe che ciò che vedeva prima era più vero di quel che adesso gli si mostra?»

«Molto di più» disse.

«E se ancora lo si obbligasse a rivolgere lo sguardo verso la luce stessa, non proverebbe dolore agli occhi, e non si volgerebbe per fuggire verso ciò che può guardare, non penserebbe che questo è in realtà più chiaro di quanto gli viene mostrato?»

«Proprio così» disse. «E se poi» dissi io «lo si portasse via con la forza, su per la salita aspra e ripida, e non lo si lasciasse prima di averlo trascinato alla luce del sole, non soffrirebbe forse, non protesterebbe per essere così trascinato? ed una volta giunto alla luce, gli occhi abbagliati dal suo splendore, potrebbe vedere una sola delle cose che ora chiamiamo vere?»

«No di certo» disse, «almeno di primo acchito».

«Avrebbe dunque bisogno, penso, di assuefazione, per poter vedere le cose di quassù. Prima potrebbe osservare, più agevolmente, le ombre, poi le immagini riflesse nell’acqua degli uomini e delle altre cose, infine le cose stesse; di qui potrebbe passare all’osservazione dei corpi celesti e del cielo stesso durante la notte, volgendo lo sguardo alla luce degli astri e della luna con maggior facilità che, di giorno, al sole e alla sua luce.»

«E come no?»

«E finalmente, penso, potrebbe fissare non già le parvenze del sole riflesse nell’acqua o in luoghi estranei, bensì il sole stesso nella sua propria sede, e contemplarlo qual è.»

«Necessariamente» disse.

«E allora giungerebbe ormai, intorno al sole, alla conclusione che esso, oltre a provvedere alle stagioni e al corso degli anni, e a regolare ogni cosa nel mondo visibile, è anche in qualche modo la causa di tutto ciò che essi vedevano nella caverna.»

«È chiaro» disse «che a quel punto giungerebbe a queste conclusioni.»

«Ma allora, ricordando la sua precedente dimora e il sapere di laggiù e i suoi compagni di prigionia, non credi che sarebbe felice del proprio mutamento di condizione, e compiangerebbe gli altri?»

«Certo.»

«Quanto poi agli eventuali onori e lodi che i prigionieri si tributavano reciprocamente, quanto ai premi conferiti a chi scorgeva più acutamente le ombre che passavano, e meglio ricordava quali di solito venivano prime, quali ultime e quali contemporaneamente, e su questa base indovinava più efficacemente il futuro passaggio, pensi che egli sarebbe ancora desideroso di ottenerli e invidioso di quelli che ricevono onori e potere fra i prigionieri, o piuttosto, condividendo quel che dice Omero, preferirebbe di molto “esser bifolco, servire un padrone, un diseredato”, e sopportare qualsiasi prova pur di non opinare quelle cose e vivere quella vita?»

«Così» disse «credo anch’io: tutto accetterebbe di soffrire piuttosto che vivere in quel modo.»

«Rifletti ancora su questo» dissi io. «Se costui, ridisceso, si sedesse di nuovo al suo posto, non avrebbe forse gli occhi colmi di oscurità, venendo di colpo dal sole?»

«Certo» disse.

«Ma se dovesse di nuovo discernere quelle ombre e disputarne con quelli che son sempre rimasti in catene, mentre vede male perché i suoi occhi non si sono ancora assuefatti, ciò che richiederebbe un tempo non breve, non si renderebbe forse ridicolo, non si direbbe di lui che, salito quassù, ne è tornato con gli occhi rovinati, e dunque non val la pena neppure di tentare l’ascesa? e chi provasse a scioglierli e a guidarli verso l’alto, appena potessero afferrarlo e ucciderlo, non lo ucciderebbero?»

«Sicuramente» disse.

«Quest’immagine pertanto, caro Glaucone» io dissi, «va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea

del buono e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.»

«Sono d’accordo anch’io» disse, «almeno come mi è possibile.»

«Su, allora» dissi io: «convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine.»

«Verosimile, certo» disse.

Da Platone, Repubblica, a cura di M. Vegetti, Milano, Rizzoli, 2006, libro VII, 514a-517d, pp. 841-851.

La letteratura è la dimostrazione che la vita non basta!

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“E fu a quell’età… Venne la poesia a cercarmi. Non so, non so da dove uscì, da quale inverno o fiume. Non so come né quando, no, non erano voci, non erano parole, né silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, all’improvviso tra gli altri, tra fuochi violenti o mentre rincasavo solo, era lì senza volto e mi toccava. Io non sapevo che cosa dire, la mia bocca non sapeva chiamare per nome, i miei occhi erano ciechi, e qualcosa pulsava nella mia anima, febbre o ali perdute, e mi formai da solo, decifrando quella bruciatura, e scrissi il primo verso vago, vago, senza corpo, pura sciocchezza, pura saggezza di colui che nulla sa, e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, l’ombra trafitta, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’universo. E io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell’abisso, ruotai insieme alle stelle, il mio cuore si distese nel vento.” (PABLO NERUDA)

Cerco la poesia e l’arte sotto svariate forme perché, come ha scritto Antonio Tabucchi, “La letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta..

…Oltretutto, non saprei immaginarmi vita ampia e profonda se non nel solco di una iperbole fatta di parole e immagini che danno alito e spinta ad un mondo interiore che nulla a che fare ha con la ragione costretta a forza in vocaboli e rozze immagini che circolano ovunque…

…ecco perché amo i poeti alla Neruda, perchè non hanno paura di andare contro e spingersi oltre il significato dei singoli vocaboli, per dare voce a quel mondo immaginifico di emozioni e sentimenti che non c’entrano nulla con il costrutto logico-razionale che, ognuno di noi per sé e la società tutta, abbiamo contribuito a creare nella sedimentazione dei minuti sopra i minuti…

…non siamo altro che vuoti pneumatici seduti sull’orlo di un precipizio che si apre a picco su una sensazione di immenso su cui, per paura dell’ignoto, abbiamo appoggiato dei coperchi fatti di superficialità e di effimero…

La poesia, come tutta l’arte, è in tal senso l’unico grande viatico che ci permette di aprire una breccia su un mare che in superficie puzza di assurdo e che, nelle sue più ardenti profondità, racchiude il senso di una vita a cui razionalmente non possiamo dare un significato se non abbozzando alla meno peggio un tentativo di essere che altro non è se non una copia di mille altre copie…

…e quindi non resta che affidarci fiduciosi e impavidi, come scrive il grande poeta, al richiamo atavico di rime e di versi che attirandoci a sé, ci permettono di vivere le profondità sperdute delle nostre singole anime con forza e vigore, sentendo fin dentro al midollo gli alti e i bassi che ne sono alla radice, il tutto senza alcun compromesso, consapevoli che per l’arte non c’è nulla di giusto o sbagliato, l’importante che sia vera, vera come il sangue, le lacrime e il sudore, vera come l’amore, la gioia e la passione!

Volgiamo lo sguardo oltre le nostre paure

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Oggi voglio dedicare a chi mi segue e mi legge alcuni versi di Pablo Neruda e lo faccio perché spero non dimenticheremo mai, quando sarà passato questo momento di lutto del corpo e dell’anima, quanto la bellezza della vita stia racchiusa nel significato che ognuno di noi le attribuisce…per alcuni bella, per altri insipida, per taluni tragica, per altri mitica…finché un bel giorno non ti tolgono tutto e allora la stessa, la vita intendo, assume un significato nuovo…e istante dopo istante, il cuore comincia a riprender vigore colmandosi di gioia, di oro e di argento finché anche l’ossigeno profuma di evento.

Alziamo lo sguardo verso un cielo profondo, innalzando con esso spirito e ardore per quello che un tempo non aveva più odore..l’odore di pioggia, di vento e di sole avevano perso la loro prole.

Affrettiamoci, dai, che comincia il gran ballo! Guardiamo all’insù che è tutto più bello, con cuore pulsante non proviamo rancore per ciò che è stato e per ciò che sarà, perché quello che conta ce lo abbiamo già: è il momento presente, così ricco di magia, da rendere eterna la vita tua e anche la mia!

Buona lettura…soffermatevi su ogni parola, concedendole l’importanza che merita…

Ode a un cinema di paese

“Amore mio, andiamo al cinema del paesino. La notte trasparente gira come un molino muto, elaborando stelle. Tu ed io entriamo nel cinema del paese, pieno di bambini e profumo di mele. Le vecchie pellicole, sono sogni già consumati. Lo schermo ha ormai colore di pietra o piogge. La bella prigioniera del villano ha occhi di laguna e voce di cigno, corrono i più vertiginosi cavalli della terra. I cowboys bucano con i loro spari la luna pericolosa dell’Arizona. Con l’anima trepidante attraversiamo questi cicloni di violenza, la formidabile lotta degli spadaccini sulla torre, sicuri come vespe, la valanga piumata degli indiani che si aprono a ventaglio nella prateria. Molti dei bambini del paese si sono addormentati, affaticati dalla giornata in bottega, stanchi di fregare nelle cucine. Noi no, amore mio. Non perdiamoci nemmeno questo sogno: finché saremo vivi faremo nostra tutta la vita vera ma anche i sogni: tutti i sogni sogneremo.” (Pablo Neruda)

Abbiamo perso anche questo tramonto

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“Piena di te è la curva del silenzio” (Pablo Neruda)

Ho voglia di iniziare così questa mattina, con un pezzo di un grande della parola rimata e della poesia.

“Silenzio”: un termine tra i più bistrattati e incompresi nella nostra cultura, intrisa com’è di significato solo laddove esiste materia e suoi derivati; abituata a considerare il vuoto come mancanza di qualcosa..sempre alla ricerca di un “nulla” da riempire con qualcosa da fare e da dire…per la maggior parte di noi il silenzio è insapore, il silenzio è inodore, il silenzio è senza forma…

Il sapore del silenzio comincia a prendere forma in noi solo quando le sue grida si fanno sentire dal profondo e risalgono in superficie alla velocità della luce rimbalzando sulle pareti scosse della nostra anima ingrigita a causa della mancanza di qualcuno..e allora esso comincia a bussare alla nostra porta, noi dentro casa nudi, indifesi, impreparati perché incapaci di affrontarne le ampiezze e le profondità..

..e allora, nascosto nel buio di una inerzia beffarda, lancio nel vuoto queste mie parole…

…Per amore ho volutamente imboccato il sentiero più lungo e impervio del silenzio, lasciando andare per timore di qualcosa che non ho saputo gestire perchè più grande di me, perché fuori dalla mia comprensione, abbandonandomi a ciò che è stato per rispetto di te, perché ogni parola sarebbe stata di troppo…consapevole che…

…..“Abbiamo perso anche questo tramonto. Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano mentre la notte azzurra cadeva sul mondo. Ho visto dalla mia finestra la festa del ponente sui monti lontani. A volte, come una moneta mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.” (Pablo Neruda)

L’amore è quel soffio che cresce nello spazio tra le dita e le narici..

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Nella contrapposizione dei termini “vicino” e “lontano”, usati ovviamente nella loro accezione metaforica, si annida una delle illusioni più dolorose per l’essere umano.

Frasi tipo “stammi vicino..”, “ti sento vicino..” si riferiscono di solito a un tipo di vicinanza emotivo/sentimentale che non ha nulla a che vedere con la presenza fisica o meno dell’altra persona nella nostra vita…si può essere molto distanti pur essendo nella stessa stanza o molto vicini vivendo a miliardi di kilometri di distanza..

Lo stesso vale nel significato opposto per “sei lontano/distante..” o “ti sento distante…”

…fin qui tutto nella norma, nel breve periodo almeno!

I problemi cominciano a sorgere quando scendiamo sul terreno dell’immaginazione e della immedesimazione di noi stessi nella narrazione auto-generata dalle nostre menti e di ciò che noi chiamiamo vita. Dicevo poco sopra che nella contrapposizione tra i due termini si annida a mio avviso tutta la natura illusoria di ciò che siamo e del senso che diamo al concetto di “esistere”.

Provo in tal senso a impostare un ragionamento coi due neuroni stanchi che mi sono rimasti: è nota a tutti la proverbiale capacità del cervello di immaginare mondi, creare storie, condendole con una tal ridda di particolari e dettagli da poterci quasi vivere dentro una vita all’insegna dell’illusione. Pensate allo straordinario potere che ha il tessuto narrativo inserito in un romanzo; la lettura di un romanzo è anche e soprattutto immaginazione e con essa immedesimazione emotiva. Le aree del cervello che si attivano quando si vivono fatti e vicende in prima persona, sono esattamente le stesse di quando questi fatti e vicende sono semplicemente immaginati. Il nostro cervello è uno straordinario organo narrante, un incredibile pennello che dipinge sullo schermo delle nostre coscienze un flusso continuo di immagini più o meno forti a cui noi, nella sequenza infinita di scene una in fila all’altra, diamo il significato di VITA, la nostra vita.

Lo stesso vale se scendiamo sul terreno impervio dell’amore; non c’è niente come l’amore in grado di far partire il nostro cervello per la tangente dell’immaginazione, facendoci vivere e rivivere a occhi aperti migliaia e migliaia di fotogrammi e filmati di noi con l’altra persona che contribuiscono a far crescere quel senso di appagamento totale che solo l’amore è in grado di generare. Grazie all’immaginazione siamo in grado di riempire i buchi del vissuto rendendo appagante, totalizzante direi il sentimento che ne sta alla base. In tal senso poco importa se ciò che abbiamo provato sia da attribuire a eventi realmente accaduti o completamente immaginati. Quando si è innamorati si vive costantemente immersi in un senso di “completezza”, si prova la sensazione di bastare a se stessi, sempre e comunque. Infatti si parla molto spesso di “storia d’amore”, proprio per dare risalto e importanza al concetto di narrazione ..un meraviglioso susseguirsi di fotogrammi che, come un rigoglioso fiume dalle acque tiepide, ci conduce lentamente alla foce delle nostre più carnali essenze facendoci entrare dolcemente nelle acque di un mare calmo e tranquillo dentro cui sguazziamo, galleggiando come tante cipolle in un brodo primordiale.

Ahimè é nel rapporto tra termini quali “vicino” e “lontano” e la capacità immaginifica del nostro cervello, che alla lunga purtroppo si genera quel tipo di disincanto che porta alla lontananza sentimentale. Se non viene alimentata, l’immaginazione tende a scaricarsi come la batteria di un vecchio Nokia 3310.. e tutto il narrato emotivo si riduce ad una serie di meccaniche frasi, di mugugni direi, che perdono col tempo di fascino e ardore.

Ogni tanto bisogna permettere al nostro cervello di rigenerarsi e per farlo è necessario incontrarsi e viversi di persona pena il black out emotivo. Non si può cioè lasciare sempre e tutto sul piano intellettuale, ma bisogna avere il coraggio di prendere e uscire e andare incontro all’altro fisicamente. Non mi riferisco al coraggio di uscire adesso ovviamente ai tempi del coronavirus; quella è stupidità, non coraggio. Sto parlando di tempi normali! Se non ci si incontra mai, se cioè si vive in una condizione di continua lontananza fisica, alla lunga, pur in una situazione di estrema vicinanza emotiva, si perdono quelle armonie che garantiscono continuità alla azione narrante delle nostre menti. Il nostro cervello cioè perde di smalto e quella meravigliosa precisione di dettagli e accuratezza su cui agli inizi si era costruita l’immagine della vicinanza metaforica va a farsi fottere letteralmente.

E’ importante toccarsi, vedersi, stringersi, perdersi l’uno nelle braccia dell’altra…con tutta la fisicità che contraddistingue il nostro corpo!

E così come non credo ci sia nulla di più piacevole di quando ci si accinge a leggere un libro e, percependo la ruvidezza della carta sotto i nostri polpastrelli, permettiamo al profumo dei caratteri stampati di prendere vita inebriando le nostre narici, altrettanto vale per l’amore..

..credo che l’amore sia un soffio che cresce nello spazio che c’è tra le dita e le narici e per questo sia da ricercarsi in tutta quella serie di piccoli gesti fisici quotidiani che danno significato all’istante, pena l’evolversi di un devastante vuoto dilaniante a cui nel tempo attribuiamo il significato di “lontananza” sentimentale…

Ecco perché “lontano” e “vicino” sono due termini illusori…perché se ci si fa troppo distrarre dalle sensazioni di “vicinanza emotiva” iniziali…si finisce per perire di “lontananza fisica” sulla lunga distanza!

Quando potremo di nuovo amarci liberamente Signori, amiamoci tra le dita! Accorciamo le distanze, rischiamo per andarle incontro come se non ci dovesse più essere un domani..

Il Coronavirus e la ranocchia di Chomsky

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In questi giorni di straordinaria follia assistiamo alla escalation delle restrizioni a danno delle libertà personali..non passa giorno che non si senta qualche politico, governatore etc… gridare a pieni polmoni alla ricerca delle streghe del ventunesimo secolo…il famigerato popolo degli “asintomatici”. E allora vai, con dichiarazioni di voler fare tamponi a tappeto, chiudere ancora di più le case..murarle…cementarle come tanti loculi lasciando le persone dentro a morire di incertezza.

Badate bene che io sono d’accordo con le ordinanze restrittive che impongono il chiudersi dietro la porta di casa e di non uscire se non in casi di estrema necessità…è tutto corretto! Sono profondamente convinto che per sconfiggere questo male invisibile dobbiamo stare in casa; ma non è questo il punto di questo mio breve articolo.

Vorrei portarvi invece su un piano diverso, più cerebrale direi e precisamente quello dell’innalzamento incrementale (poco alla volta) delle restrizioni alle nostre libertà personali…e su questa base vorrei raccontarvi, penso lo conosciate in tanti, il “Principio della rana bollita” di Noam Chomsky. Vediamolo innanzitutto nella sua traduzione più o meno letterale:

Immaginate un pentolone pieno d’acqua fredda nel quale nuota tranquillamente una rana. Il fuoco è acceso sotto la pentola, l’acqua si riscalda pian piano. Presto diventa tiepida. La rana la trova piuttosto gradevole e continua a nuotare. La temperatura sale. Adesso l’acqua è calda. Un po’ più di quanto la rana non apprezzi. Si stanca un po’, tuttavia non si spaventa. L’acqua adesso è davvero troppo calda. La rana la trova molto sgradevole, ma si è indebolita, non ha la forza di reagire. Allora sopporta e non fa nulla. Intanto la temperatura sale ancora, fino al momento in cui la rana finisce – semplicemente – morta bollita.
Se la stessa rana fosse stata immersa direttamente nell’acqua a 50° avrebbe dato un forte colpo di zampa, sarebbe balzata subito fuori dal pentolone.”

Mi pare che la devastante e dilagante mania di protagonismo che impera in questi ultimi anni tra politici, governatori, giornalisti senza scrupoli e, in modo più o meno diffuso, tra tutti noi, pecore del rutilante mondo social, stia esprimendo tutto il peggio di sé con l’avvento del virus. In giro, a parte i flash mob, i crowd funding etc.etc..tutte iniziative meravigliose per carità..c’è un sacco di gente che, al grido di “bruciamo l’untore” sta in realtà pian piano liberando un desiderio fortissimo e dilagante di trovare un capro espiatorio contro cui scagliarsi. ”Datemi un simbolo di questa malattia contro cui io mi possa avventare!” Gridano a gran voce. Immaginatevi se si fosse scoperto che il coronavirus veniva dall’Africa; subito ci saremmo aggrappati alla superficiale associazione di idee tra il virus e le decine di migliaia di persone disperate che su un gommone della speranza attraversano il mediterraneo. Pensate a cosa si sarebbe scatenato nel mondo politico e sociale…pensate a che razza di caccia alle streghe nei confronti di persone provenienti dal sud del mondo si sarebbe aperta…e invece no, non siamo ancora riusciti a trovare qualcuno contro cui dirigere le nostre ire represse e più profonde..avevamo provato coi cinesi all’inizio ma poi abbiamo dovuto fare marcia indietro perché nel giro di un paio di giorni eravamo diventati noi i “cinesi d’Europa” e allora no, così non andava bene..ma lo troveranno credetemi il fantomatico capro espiatorio è solo questione di tempo..è sempre stato così nella storia che racconta i momenti bui dell’umana razza..nei momenti di enorme difficoltà le colpe non si cercano al proprio interno ma le si proietta all’esterno..

Ma torniamo a noi e scusate se ho divagato..la mania di protagonismo diventa materia devastante e molto pericolosa quando, in momenti come questi di crisi mondiale, il governo delle nostre vite corporali ma anche e soprattutto cerebrali viene lasciato nelle mani di gente che ha nel proprio DNA la voglia di emergere, di primeggiare, di sentirsi figo. E qui ritorno al parallelismo con il principio della povera ranocchia bollita…

Attenti perché, mattina dopo mattina, i vari signori della politica, ora che gli abbiamo permesso di venire a controllare dove stiamo andando e perché, potrebbero farci fare la fine della rana bollita…e non vorrei mai che una mattina ci svegliassimo e le barriere innalzate oggi contro le libertà del nostro corpo in movimento, venissero domani estese anche alla libertà di pensiero e di espressione…perchè allora forse, in base al principio di Chomsky, sarebbe troppo tardi saltare fuori dalla pentola e da lì il passo a portarci alla dittatura sarebbe breve.

Ecco..non vi nascondo che a me tutta sta polizia che ad ogni angolo, rotonda, strada..potenzialmente ti può fermare per verificare dove stai andando e soprattutto perché (e badate bene che stanno facendo il loro sacrosanto lavoro e li rispetto)..tutti questi signori con il manganello nascosto dietro la giacca e la cravatta, tutti sti finti gridi al principio dell’unità nazionale..un pò mi spaventano..e sapete perchè mi spaventano? Perchè non c’è niente di più finto di qualcosa che per dimostrare la propria verità, la propria (finta e strumentale) natura deve gridare la stessa al mondo…la verità non ha bisogno di farsi sentire, la verità è silenziosa…

..e allora vi confesso un desiderio che sento nel profondo: mi piacerebbe che tutti noi..pur nel sacrosanto rispetto dell’ordinanza, giustissima, di stare dietro le tende di casa nostra per salvare le vite nostre, dei nostri cari e di tutti i nostri concittadini, nei nostri cuori continuassimo a pensare con la nostra testa e a riflettere se ciò che ci stanno obbligando a fare, o meglio, a non fare, alzando l’asticella mattina dopo mattina dei divieti di movimento, rientri nella “normale amministrazione” di un momentaneo (si spera) stato di crisi nazionale e non sia invece, cosa ben più grave, da ricondurre alla voglia di primeggiare e di emergere per un proprio tornaconto personale di qualcuno che dietro al flagello si sta attrezzando per portare avanti un piano ben più ampio e diverso…e mi fermo qui…

..e concludo rifacendomi a una critica che mi è stata rivolta in modo superficiale da una persona che consideravo molto cara: questa persona in soldoni mi ha detto che io metto in discussione sempre tutto e tutti…me stesso e la mia vita in primis come a rimarcare che l’omologazione per principio sia la via giusta da percorrere.

Non ho saputo rispondere per giorni..perché ho preso seriamente ciò che questa persona mi ha detto..poi alla fine non ho risposto più perché credo che in alcune circostanze il silenzio sia sacrosanto…ma oggi, alla luce di quanto sta succedendo nel mondo mi sento di gridare:

“FINCHE’ CI SARÀ’ ARIA NEI MIEI POLMONI..FINCHE’ I MIEI OCCHI POTRANNO VEDERE..FINO ALL’ULTIMO GIORNO INSOMMA IO MI PRENDERÒ’ L’IMPEGNO DI METTERE IN DISCUSSIONE TUTTO E TUTTI A PARTIRE DA ME PERCHÉ’ QUESTO E’ CIÒ’ CHE HANNO FATTO I NOSTRI AVI RINUNCIANDO ALLA PROPRIA VITA PER PERMETTERCI DI VIVERE IN UN MONDO LIBERO!

…fosse questo l’ultimo respiro prima di morire…bollito dentro a una pentola di acqua troppo calda….

FACCIAMO UN FAVORE AI NOSTRI CERVELLI

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Facciamoci tutti un favore o almeno proviamoci in questo momento di pausa forzata: anche solo per pochi minuti al giorno proviamo a mettere in pausa il nostro cervello, a fermare quel costante, inesorabile flusso di pensieri, preoccupazioni, rabbia, timori, paure, ansie, aspettative disilluse, ricordi, rimpianti, rancori, giudizi, pregiudizi….and so on…Proviamo cioè a sederci e “stare” semplicemente nell’attimo…senza bisogno di dover dare a quell’attimo un significato particolare…con l’unico intento di esistere tra un respiro e il successivo…

Lo so, non è facile, soprattutto per chi come noi è stato abituato fin dall’infanzia a riempire i vuoti e i silenzi con qualcosa da “fare” o da “ascoltare”…per chi come tanti è stato cresciuto con l’idea che un cervello immobile e fermo sullo stato presente delle cose, sia un cervello finito…ma penso che uno spiraglio di luce in fondo al tunnel ci sia…in tal senso, credo che il primo passo per fermare il flusso incessante dei nostri pensieri sia quello di interrompere in modo brutale la catena di Sant’Antonio dell’idiozia di tutti i messaggi, video, foto, hashtag, vocali..and so on…che quotidianamente arrivano sui nostri smartphone di ultima generazione e che noi, prontamente come tante pecore in mezzo al gregge, coi nostri meravigliosi pollicioni opponibili inoltriamo, senza minimamente riflettere se siano fuffa o cose importanti, contribuendo così a far crescere la marea incessante e preoccupante delle stronzate mediatiche…

…credo esista un virus che è altrettanto o forse addirittura più pericoloso alla lunga di quello che sta invadendo i corpi di tanti malcapitati, in questo momento difficile per la nostra specie…mi riferisco al virus della sovrainformazione, quel morbo drammatico che spinge ogni essere umano a dire la sua in merito ad ogni argomento contribuendo ad alimentare la marea delle stronzate che circolano e che invadono inesorabilmente i nostri cervelli facendoci reagire di conseguenza…figuratevi come nel paese dei “siamo tutti CT della nazionale durante i mondiali di calcio” abbia preso piede questo virus della pecora e come si stia diffondendo in questo momento di riposo e di “nonsochecazzofaretuttoilgiornorinchiusotralequattromuradicasa”

…e allora penso che se vogliamo tutti fare un favore a noi stessi, dobbiamo interrompere questa catena mediatica e ogni volta che qualcuno cerca di ammorbarci con notizie fuffa non verificate solo per il gusto di condividere…fate come me che da qualche giorno a chi mi gira fuffa rispondo con un

#HAIROTTOILCAZZO

Probabilmente perderete un presunto amico, ma avrete, da un lato, contribuito a salvare il mondo dall’idiozia dilagante e, dall’altro, avrete fatto un favore al vostro cervello sovraeccitato…

Scorgo una luce tra le tenebre..

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Stiamo vivendo momenti bui, segregati in casa da un nemico invisibile che ci costringe, a causa di un susseguirsi melmoso di ore che si arrovellano l’una dentro l’altra, a riflettere sulla nostra condizione, su ciò che siamo, su ciò che eravamo e, punto dolente vista l’incertezza, su ciò che saremo.

Si perché abituati come eravamo a correre come tanti piccoli topini ciechi dentro una scatola, per far fronte a impegni più o meno imposti, avevamo perso il contatto con le nostre note più profonde e ora, di colpo, ci troviamo a guardare giù ed è buio..molto buio…e questo ci spaventa perché abbiamo la percezione, nonostante le tenebre, che l’altezza sia da brivido e sappiamo che sotto i nostri piedi si apre una voragine senza fine.. sono profondità buie e inarrivabili per gente come noi che pensava al viaggio come a qualcosa in cui è il corpo a muoversi mentre il cervello rimane fisso sulle proprie posizioni.

Di colpo ci rendiamo conto che tutto ciò che pensavamo di noi, l’idea di un “io” fissa, immutabile, stagnante direi, non ha nessun valore e le nostre certezze crollano. Tutte le nostre consapevolezze, i nostri riti, i movimenti, gli atteggiamenti i comportamenti e le conseguenti nevrosi..tutti i pregiudizi e preconcetti…non valgono un cazzo…

Non mi riferisco alle certezze materiali; quelle vanno e vengono come un temporale estivo. Parlo invece delle nostre sicurezze mentali, di tutta quella serie di appigli e falsi miti che ci eravamo costruiti per gridare a noi stessi e al mondo “io sono”…

…E poi ti capita d’improvviso di svegliarti nel cuore della notte e di pensare a quante volte hai detto “non posso farlo”, ostaggio di quel tuo io fasullo..a quante volte avresti voluto guardare negli occhi chi ti sta di fronte e dire: “sei meravigliosa..” senza paura delle conseguenze, con la semplicità e l’innocenza disarmanti di un bambino..a quante volte hai lasciato perdere perche quella non era una occasione che si addiceva a uno come te…a quante volte avresti voluto correre sotto casa sua e gridare “TI AMO” ma non l’hai fatto per paura del giudizio della gente..a quante volte avresti voluto lanciare un grido disperato di aiuto all’universo ma sei rimasto muto perché non eri dentro una chiesa…e credevi che farlo in mezzo a un prato qualunque non avrebbe avuto lo stesso valore…

Lasciare andare…lasciare che sia..significa semplicemente accettare e andare avanti..sempre e comunque..per poi ripartire cambiati, diversi e più forti di prima..significa piegarsi senza cedere, abbandonare senza spezzarsi…

Penso che tra le tante pene che sta portando alla popolazione umana questo nostro nemico invisibile, un aspetto positivo ci sia: ci sta invitando a riflettere sulla meccanicità della nostra vita, sul fardello che giorno dopo giorno, inconsapevolmente, abbiamo caricato sulle nostre spalle, imbrattando i nostri cuori con una serie di idioti “io devo”. Riflettere sul passato, rivolgendoci a un “ieri” che sembra lontanissimo ma in realtà è fatto di un cumulo di poche ore, significa abbandonarsi al lusso di potersi concedere un’altra possibilità, quella di decidere chi vogliamo diventare lasciando andare.

…inspira…espira…

…inspira…espira…

…inspira…espira…

…inspira…espira…

…È tutta lì la vita..racchiusa nell’attimo che si dischiude tra un respiro e l’altro..

Il secondo grande atteso thriller di Giacomo Manini

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Thriller di Giacomo Manini
Il Pentacolo di REBIS

Il nuovo, atteso thriller di Giacomo Manini dal titolo “La setta della Bilancia”, fra poche settimane sarà online; manca poco al ritorno del brivido e della suspence nascosta tra le righe di un racconto dai contorni terrificanti. Tornano le indagini della detective Maria Corsini, dopo la risoluzione del caso Panebianco nel libro “L’incertezza”; la detective sarà impegnata nella risoluzione di un complicato caso che vi terrà col fiato sospeso dal primo all’ultimo capitolo.

Luce/tenebre; sole/luna, uomo/donna; compasso/squadra. In questo nuovo thriller, Giacomo Manini ti porta all’interno del mondo dell’assassino, un mondo che si alimenta e trova la propria energia nell’alternarsi del contraddittorio, ammantandosi di mistero grazie al simbolismo ermetico in cui si forgia. Il REBIS diventa perciò il simbolo dell’entrata in un mondo che il killer ritiene perfetto e che viene messo in contrapposizione con il mondo degli esseri umani, marcio e corrotto.

Se sei amante di simbologia e adori i misteri che riguardano l’antico Egitto, questo nuovo thriller di Giacomo Manini è il libro che fa per te. Troverai in esso tutta una serie di curiosità e nozioni certificate inerenti la cultura e la religione del’antico Egitto, che potranno soddisfare la tua sete di conoscenza.

Nell’attesa dell’uscita del nuovo thriller dal titolo “La setta della Bilancia”, ti consiglio di leggere il mio primo libro giallo dal titolo “L’incertezza”, un romanzo psicologico nel quale verrai trasportato direttamente all’interno della mente dell’assassino e percepirai ciò che provava lui quando uccideva le proprie vittime. Una storia che si sviluppa su un arco temporale di trent’anni e prende corpo in varie città del Nord Italia, che riguarda le vicende di una famiglia dilaniata da un mistero terrificante.

Non ti resta dunque che acquistarlo online cliccando di seguito. Non te ne pentirai!

 

Sogno o realtà? Nuovo Libro

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Sogno o realtà? E se ciò che consideriamo reale, la nostra quotidianità Per intenderci, non fosse altro che un sogno e il mondo dei sogni fosse la nostra realtà? Che cosa cambierebbe, dite voi? Scopritelo leggendo il nuovo libro di Giacomo Manini, Immergendovi nelle vicende della vita di Sandro Buonaiuti, il personaggio principale di questa storia in apparenza banale ma dal finale a sorpresa.

Il nuovo libro di Giacomo Manini parla proprio di questo, precisamente di quello che l’autore definisce un “sogno sbagliato”. Si Perché capita a volte Di rimanere vittime di certi tipi di sogni che ci portano completamente fuori dalla realtà al punto da confondere la vita vera col sogno stesso.

Se avete voglia di leggerlo, cliccando sotto potete accedere alla relativa sezione per il download digitale o, se amate il profumo della carta stampata come me, potete ordinare la copia cartacea.

Il quarto libro di Giacomo Manini è online su Amazon

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Il quarto atteso romanzo di Giacomo Manini  è online su Amazon.it in versione epub e cartacea.

In questo romanzo ti imbarcherai in un viaggio con il protagonista tra sogno e realtà; un sogno sbagliato dentro cui il personaggio principale si è perso per più di 10 anni. Poi, improvviso, il riscatto, la rinascita inaspettata proprio quando la vita sembrava essere giunta al suo punto di non ritorno. Riscatto attraverso un amore che nasce come ultimo meraviglioso atto di una evoluzione sentimentale che è figlia di una perdita e si evolve attraverso emozioni forti quali la rabbia, l’odio e la passione. Anche chi, come Sandro Buonaiuti rimane vittima di un sogno sbagliato, può trovare dentro di sé le risorse giuste per nascere, nuovamente perché “la qualità dei nostri sogni è fonte di crescita o imbruttimento!”

Questo nuovo romanzo consacra Giacomo Manini tra i principali autori che descrivono i moti dell’animo umano nel panorama italiano.

When we were young

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L'uomo appoggiò le mani sulla tastiera..dopo anni di inattività era come se le sue dita si fossero ricongiunte alla sua anima...accarezzava il bordo dei tasti con cura e premura e il viso di lei gli ritornò alla mente squarciando la sua stabilità fatta di apparente equilibrio in due pezzi...una lacrima scese a solcargli il viso seguendo le tracce delle rughe che le tante battaglie avevano lasciato sul suo volto..occhi fissi sulla mezza bottiglia di Tullamore Dew appoggiata sul piano, l'altra metà giù a confondergli i pensieri, a riaccendere pezzi di ricordi raminghi che lo trascinavano sul bordo di una voragine che creava vertigini..
...erano lui e lei stesi sul pavimento di una stanza di hotel a fare l'amore...fuori le luci della baia creavano increspature tremolanti sulla superficie dell'acqua confondendo lo sguardo a perdita d'occhio..era il solito sogno dove una intera esistenza era compresa in un attimo, compressa come solo in sogno può accadere..una vita in un secondo...l'ultimo affaccio su brandelli di felicità che si schiantavano contro un orizzonte incerto.
...e poi di nuovo lui, solo nell'ampia stanza che dava su Piazza Maggiore, a pigiare come un pazzo sui tasti del vecchio Steinway & Sons...brividi a percorrergli la schiena e la voce, quella voce d'angelo che toccava note che solo un'anima che ha vissuto il dolore della perdita può sentire, come una notte d'inverno siberiano che raggela territori a profondità difficili da percepire altrimenti...e poi..poi immaginava di averla lì seduta al suo fianco...a accarezzargli le mani mentre era intento a comporre una canzone..e di colpo la sua anima uscì da quell'attimo di follia meravigliosa e le sue dita si misero a creare..e in lui crebbe forte un pensiero: "Ti rincontrerò alla fine dei miei sogni.."
...la canzone faceva pressapoco così..

Everybody loves the things you do
From the way you talk
To the way you move
Everybody here is watching you
‘Cause you feel like home
You’re like a dream come true
But if by chance you’re here alone
Can I have a moment
Before I go?
‘Cause I’ve been by myself all night long
Hoping you’re someone I used to know

You look like a movie
You sound like a song
My God, this reminds me
Of when we were young
Let me photograph you in this light
In case it is the last time
That we might be exactly like we were
Before we realized
We were sad of getting old
It made us restless
It was just like a movie
It was just like a song

(When We Were Young Brano di Adele)

Per poco coraggio di gridare ti voglio!

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Parole sprecate senza sostanza,

servono solo a crear sofferenza.

Il cervello è qualcosa di rara bellezza,

non basta dir tanto per averne certezza!

Se il dire a gran voce è solo apparenza,

l’azione che segue è una grande scemenza.

Eppure credevo di averti capita,

ma poi d’improvviso io ti ho perduta.

Un giorno sei su, l’altro sei giù…

..con te la vita è un gran tira e molla,

mi hai lasciato solo in mezzo alla folla.

Poi te ne esci con accuse pesanti,

sol per il gusto di sbatter sui denti,

che tu hai ragione ed io torto,

lasciandomi a terra col fiato corto.

Ma qui non importa chi vince o chi perde,

perché alla fine arriviamo tutti

portandoci dietro gli amari frutti,

di una vita perduta per via dell’orgoglio,

per poco coraggio di gridare “ti voglio!”

Da quassù a mezza via ..respirando a pieni polmoni…

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Se ti appoggi alla parete verticale, ai piedi di quel monolite di roccia e ghiaccio in mezzo ad una valle di rotture di coglioni e alzi sicura lo sguardo, proprio dove comincia la cengia che conduce il cammino oltre l’ignoto, sull’angolo sud est della montagna, noterai muoversi una piccola macchia colorata…

…sono io..sto salendo, sicuro, senza più alcuna paura del vuoto e delle tenebre…le paure sono soglie poste lì dalla vita apposta per essere superate…non appigli per giustificare un cammino fatto di rinunce e mezzi sogni..

…un movimento dopo l’altro, battito dopo battito…tra qualche dolore e tanti indolenzimenti, raggiungo quel limite oltre il quale non c’è più sguardo a rassicurare le tue incertezze..perché per ogni sguardo insicuro che gettavi nel giardino di casa mia, c’era il mio attendere invano dietro le finestre che qualcosa cambiasse…e mentre tu mi criticavi per le erbacce che crescevano tra le piante da frutto…non ti rendevi conto che quel disordine che ti ostinavi a cercare in me in realtà ce lo avevi tu fin dentro il midollo…

..le chiamano proiezioni mentali..io preferisco chiamarle incoerenze…quelle piccole falle mentali che rendono mediocri le persone…

…così fanno i mediocri…comprendono più o meno inconsciamente cosa non funziona nella loro vita e per codardia, si attaccano all’esistenza del prossimo gettandola nel fango, solo per il gusto di vivere un minuto di finto appagamento…e poi fanno su un sacco di casino creato a regola d’arte, intorbidiscono le acque..solo per il gusto di rimescolare le carte al fine di uscirne con la fedina penale dell’anima pulita…contenti loro!

..i mediocri sono quelli che “il bello e la felicità sono sempre e comunque altrove rispetto al qui e ora della loro vita..”

…purtroppo o per fortuna, la vita non è quella che dichiariamo che avremmo voluto vivere..non è una proiezione mentale verso qualcosa che non accadrà mai..

..la vita è là fuori..proprio là dove cominciano il pericolo e la fatica..là dove ci sono le nostre paure..

…sono a mezza via..molto affaticato ma sento scorrere dentro di me l’adrenalina che mi fa sentire vivo…e respiro, respiro a pieni polmoni e guardo giù…che meraviglia la valle da quassù, spennellata di rosa dalle prime luci dell’alba…

….e poi un pensiero: è tutto così semplice..lo è sempre stato..bastava solo rimboccarsi le maniche e lottare per ciò che si desidera..giorno dopo giorno, centimetro dopo centimetro..felici del sangue che ci scorre ancora dentro le vene, noncuranti di quello che avremmo dovuto sputare per realizzare i nostri sogni…

..ma dimenticavo…la mediocrità non contempla queste cose..anzi le classifica come “cazzate”…e sai che c’è? C’è che io adoro vivere in mezzo a quelle che tu chiami “cazzate”…da quassù…a mezza via…respirando a pieni polmoni …

..tu continua pure a nasconderti dietro le tue piccole certezze…lamentandoti di tanto in tanto che la tua vita così non va ma non facendo nulla per cambiarla..e nel frattempo..i secondi… TIC – TAC – TIC – TAC…passano inesorabili sfuggendoci di mano…

Un posticino meraviglioso tra le pareti del suo cuore..

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In un angolo nascosto tra le pareti del suo cuore, un tempo esisteva un posticino che lui aveva costruito apposta per lei..c’erano prati e boschi e fiori profumati che coprivano come fossero una pelle che protegge i muscoli e le ossa, una serie dì saliscendi e dolci declivi che si perdevano a vista d’occhio senza soluzione di continuità. C’era un che di magia e incanto ad accompagnare l’occhio e la mente fin laggiù dove, adagiati sull’erba finemente rasata, si potevano scorgere due morbidi cuscini.. li aveva appoggiati lui, proprio al centro di un’oasi di pace e tranquillità con l’unico, ambizioso intento di adagiarsi un giorno ad ascoltare insieme a lei i loro reciproci respiri muoversi all’unisono.

La vita, a quel tempo pensava, è una danza meravigliosa…e l’affinità la si trova laddove i piedi di lui si muovono armoniosamente tra quelli di lei..in un continuo girare e girare e girare…

Quel luogo non esiste più..al suo posto una colata di cemento a chiudere una falla che potrebbe essergli letale..

…difficile, pensa, non è chiudere fuori il mondo per difendersi..bensì permettere di nuovo che la danza ricominci…perché senza danza, armonia e affinità non esiste vita..ma solo un insieme arido e vuoto di parole, gesti, risa senza senso…

Su un muro di una vecchia casa diroccata..

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Su un muro di una vecchia casa diroccata, lasciata ai margini di una vita diritta e retta, ai margini di Dio e di ogni idiota volere comune, ho letto una frase che recitava pressappoco così; ” vorrei che per una volta fosse il sogno a seguire me..”…

Questa è la solita vecchia storia nella quale c’è un lui e una lei…di un lui che corre dietro a lei che non sa bene cosa vuole dalla vita, sebbene dichiari di amarlo come non ha mai amato.. e alla fine di questa lunga, tortuosa, snervante e afosa strada piena zeppa di curve che vanno e ritornano per rimanere sempre nello stesso punto, i due si perdono per sempre..si perdono perché le strade hanno un senso se conducono da un punto ad un altro..perché senza un inizio e una fine non sono altro che degli stronzissimi e insignificanti pezzi di asfalto senza un perché..e io, stronzissimo più di esse dichiaro che voglio fare come recita la scritta su quel muro..per una volta voglio sedermi e come nei film attendere che sia il sogno a seguire me e non viceversa..perché mi sono rotto i coglioni di correre e rincorrere..mi sono rotto di essere una insignificante striscia di asfalto…

E allora..col bicchiere mezzo pieno perché la metà che se n’è andata è già nello stomaco..brindo all’attesa, ai vecchi muri scrostati, a chi ha deciso di stare ai margini di tutta questa lordura che ci circonda sovrastandoci e devastandoci..

La vita è semplice!

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Questo è un elogio alla vita semplice e a chi ad essa si immola; al tempo stesso però, vuole essere una messa al bando delle complicazioni fatte e create a regola d’arte da chi si attacca come una zecca ai maroni della vita del prossimo ammorbandolo con complicazioni e preoccupazioni inutili con l’unica, inaccettabile motivazione di succhiare linfa vitale dalle vene del malcapitato per cercare di vivere una vita di apparente allegria.

La vita è semplice…!! E tu che la complichi inutilmente sei da caricare su un pedalò, una volta al largo sei da accompagnare gentilmente giù tra le acque agitate di un amaro e maleodorante oceano di inganni e manipolazioni per un dolce e soave bagnetto e nel frattempo fuggire..lasciandoti là in balia delle onde e di te stesso…

Tu, piccolo insignificante rompi coglioni, invece di guardare la terra ferma da quella posizione, dirigiti verso l’isola che non c’è del tuo essere complicato e sofisticato a comando..che noi qui abbiamo altro a cui pensare..

…e tra un sorriso e l’altro, una volta al giorno, ci volgeremo verso il sole che si abbandona all’orizzonte e dopo aver preso un lungo, memorabile respiro..ti lanceremo un eterno, liberatorio ed al tempo stesso evocativo “Vai a cagare!! Tu insieme a tutte la cazzate che hai sparato in questi anni…”

Amen

I muretti e le anime..

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Penso che sia capitato a tutti nella vita di lasciare per strada una persona a cui tenevamo tantissimo, per i motivi più diversi.

E credo che se vi guardate dentro e scavate a fondo fin giù negli inferi dell’anima, ci troverete un irrefrenabile desiderio di incontrare quella persona un giorno o l’altro, seduta su un muretto ad attendervi…così per caso…

…e sarà come se non fosse passato nemmeno un minuto da quando vi siete persi..

..perché certe anime si annusano e si riconoscono dall’odore…non è un fatto razionale..è semplicemente che deve andare così..perché quelle anime erano legate l’una all’altra ancora prima di conoscersi..

E allora vi verrà una gran voglia di togliervi le scarpe e appoggiare la pianta dei piedi sulla sabbia tiepida lasciandovi ogni cosa dietro e insieme passeggiare verso l’orizzonte mano nella mano…per l’eternità.

Un meraviglioso salto nell’ignoto…

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Un meraviglioso salto nell’ignoto..ecco ciò che siamo….quando riusciamo a disperdere tutte le nebbie dettate dal pensiero..

..quel meraviglioso salto nell’ignoto che ci fa ridere come scemi senza un motivo..

…che ci fa amare come bambini davanti alla bellezza allo stato puro…

…che ci fa dimenticare di ogni rancore, ogni rabbia, ogni avversità…come se al mondo non ci fosse alcun dolore…

…come se in questa vita non ci fosse né un domani a farci vacillare davanti all’ansia, né un ieri a farci provare e riprovare le emozioni legate a un attimo che sappiamo non tornerà mai più..

…ecco in quell’istante meraviglioso che sta tra un futuro incerto e un passato remoto, sta tutta la nostra meravigliosa essenza…

…e noi in bilico..a vacillare come piccoli fuscelli al vento…disperati perché non riusciamo a trovare un “perché?”..perché a tutta questa lordura che ci circonda..perché le cose devono andare come stanno andando..perché

..perché…

..perché..

..perché..

La peste, la rogna dell’umana razza!

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Viveva piantato con le lacrime addosso, all’ombra di un pino, lamentoso, a più non posso.

Ad ogni donzella che si appropinquava, la solita storia lui raccontava..

…quella di un fusto di belle speranze, idee geniali e tante baldanze…

…il verbo preferito il condizionale…”se io potessi sai che gran finale..!”

Ma appena il gran pino presso cui era ubicato, le fronde muoveva per il vento agitato,

Il capo chinava con gran tremore e al volere comune si allineava…

Di fusti codardi di questa fattura ne è piena la vita..oh che bruttura!!

Di salto in salto, di fiore in fiore, tante stronzate si divertono a dire…

..se per ogni parola gettata al vento, il mondo avesse un soldo d’argento..

..tutti i problemi delle poveri genti, risolti sarebbero senza più patimenti…

E allora ricordati di ben percepire, che se chi hai di fronte è bravo a parlare,

fuggire tu devi con gran vigore…

…che fusti del genere son la disgrazia, la peste, la rogna dell’umana razza!!

E d’improvviso…

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E d’improvviso ti rendi conto di quanto ti manchi..nelle piccole cose, nei gesti, quelli più futili..e in quel vuoto senza limiti..si fa spazio un’emozione, che si trasforma in desiderio, che diventa sogno..

…e allora comprendi che certe vite sono intrecciate, annodate per sempre..che lo vogliano o meno le rispettive volontà..

Nelle città di mare…

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Nelle città di mare, anche se rivolgi lo sguardo verso terra il cielo profuma di salsedine.

Una brezza gentile ti accarezza le spalle e ti sostiene donandoti forza e ristoro; è la stessa brezza che ha sostenuto i grandi navigatori di un tempo ..

..è grazie ad essa che comprendi che alla fine tutto andrà bene, o che forse sta già andando bene così com’è…sempre e comunque..

..nelle città di mare, volgendo lo sguardo oltre l’orizzonte..capisci che non è mai stata una questione di te contro tutti gli altri..

…capisci che c’è una sola ed unica verità: siamo tutti legati da un unico meraviglioso destino…che va oltre ciò che possiamo percepire…

…perché la fine non è altro che una curva oltre la quale si apre l’infinito

..e allora viva l’attimo…

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E se le nostre vite non fossero altro che un continuo, imperituro bivio?

Se, cioè, ad ogni istante esse si aprissero all’universo delle illimitate possibilità e infinite copie del nostro “io” di cui noi non abbiamo coscienza, stessero vivendo in infiniti universi paralleli?

Non avremmo forse noi trovato quel pezzo di idiota immortalità che andiamo rincorrendo quotidianamente nel deludente tentativo di aggrapparci come tante piccole scimmie imbecilli ad ogni secondo che passa imperterrito con la sua irriverente incorruttibilità?

Il problema a quanto sopra tuttavia è il non essere coscienti all’esperienza…

e allora….allora viva l’attimo…!!!…e tutte le sfumature che in esso si annidano…se, con tutta l’energia che abbiamo in corpo…gli concediamo l’onore di essere l’unico vero motore, l’unica vera guida delle nostre essenze…

…ridere…

…piangere…

…amare…

…odiare…

…urlare…

…ritornare…

…ripartire…

…deludere…

…esserci…esserci sempre…

..per un ultima volta…girarsi..salutare e proseguire…

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Amare..amare sempre..fino alla fine..e oltre..là dove solitamente le paure e i timori mi costringono a indietreggiare..a soccombere a dissimulare..

..forzandomi di proseguire…nonostante tutto…

…per lasciarti andare, per darti l’aria che ti serve a coprire e scoprire…

..in un lungo susseguirsi di tentativi ed errori…per giungere a capire..a capirti..sebbene lì probabilmente non ci sarà più spazio per me…

..e in questo ritrarsi, in questo doloroso, doveroso lasciar andare…sentire voglia di inchinarsi a ciò che è… in una resa che non è un’accusa ma un atto estremo di gentile amore..

…perché amore…amare…altro non è che lasciar andare..facendosi da parte, indietreggiando un pò…per guardarti da lì spiccare il volo…all’inizio incerto, ma poi, battito d’ali dopo battito d’ali, vederti andare su, sempre più su…

…e così, per un’ultima volta, girarsi, salutare e proseguire col cuore colmo di gioia e di dolore…

…col cuore colmo di me e di te…

Basterebbe un tuo abbraccio..

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Basterebbe un tuo abbraccio, a spazzare via la tristezza che si accumula negli angoli più nascosti di me in certe giornate..

…quando sembra di non avere altri appigli al di là di un conforto codardo che si annida nell’illusione di potercela fare..sempre e comunque..da soli..

Poi, d’improvviso, alzando gli occhi appena oltre la cortina di fumo di cui mi sono avvolto con le cazzate che mi vado raccontando di tanto in tanto…cadere e cadere e cadere e ancora, cadere…oltre l’infinito e di più ..ancora più giù, là dove i confini tra me e te si dissolvono e nulla più si fa solco perché nulla più ha a che fare coi concetti di tempo e di spazio..

..e finalmente quel mondo di sogni che avrei tanto voluto divenisse realtà prende il sopravvento spazzando via ogni dolore e, come d’incanto, ogni “voglio” diventa poesia e, subito dopo, c’è vita…

..vita..vita al mare..su un aereo, giù dietro a ponti e autostrade e ferrovie..in mezzo al nulla e al tutto..di giorno, di sera, ogni minuto e oltre fino alla più piccola, infinitesimale particella..all’infinito e a ritroso fino a capire che quel noi era scritto là in quell’angolo di periferia dell’esistenza da cui tutto ha avuto inizio e a cui tutto prima o poi ritorna…fottendosene apertamente di tutte le follie con cui la lurida, imbecille razionalità umana si permette di imbrattare il mondo…

Siamo tutt’uno e non esiste la Croce!

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Dietro quegli occhi ci vide le stelle,

Portavano al mondo liete novelle!

Tanto bastò per perdere il passo,

Sempre affrettato e affannato, a più non posso!

In un nano secondo comprese verace,

Che siamo tutt’uno e non esiste la Croce!

La volle incontrare laggiù in fondo al mare,

Nel regno del Sogno dove non esistono ore,

Ma solo dipinti, colori e magie:

Io ti dono le tue e tu donami le mie!

Solo una è la nostra promessa: facciamo del Bene,

E non andiamo a Messa!

Volgiamo lo sguardo alle povere genti,

E offriamo noi stessi mai più esitanti!

Il mondo è una palla quasi in tempesta,

Fermiamoci un attimo, organizziamo una festa!

Tutto è più semplice e terra terra,

La complicazione sostiene la guerra!

Noi siamo quelli che gridano “Pace”,

In un sol coro, sotto un’unica Luce!

Amiamoci sempre, gridando a gran voce

“Siamo tutt’uno e non esiste la Croce!”

Nella mente del serial killer…

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Un viaggio all’interno della complessa psicologia del serial killer, un andirivieni di colpi di scena e ripensamenti.

Ogni vita è un percorso; quella dell’assassino porta dalle tenebre alla luce, per ritornare alle tenebre nei momenti di follia omicida. Come risultato: i sensi di colpa lasciano il posto a una piacevole sensazione. L’assassino ha finalmente trovato la propria natura, la propria “normalità”, pur all’interno di una mente deviata.

L’incertezza il thriller psicologico di Giacomo Manini, ti porta per mano in un viaggio ai confini dell’umana follia, laddove i concetti di “normalità” e “devianza” si fanno nebulosi.

Parti con me per questo viaggio; la tua vita non sarà più come prima

Oramai è troppo tardi..non abbiamo più fiato!

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Nei giorni di festa, ogni gesto si spreca,

carne alla griglia, una scampagnata!

Muoviamoci in coro a testa rivolta,

che è meglio seguire che dare la svolta.

Ci hanno fregato, son stati maestri,

con belle parole e pomposi pretesti!

Accorrete copiosi la giostra riparte,

ancora un giro e poi chi lo sa, forse la morte!

Bendateci gli occhi, fermate il brusio,

questa è la fiera dell’orrido oblio!

Son tutti in colonna, neri, arrabbiati,

Qualcun si domanda: “Dov’è che ci siamo perduti?”

La testa ci scoppia, non abbiamo più appigli,

Siam alla fiera dei lunghi sbadigli!

Là in fondo si ode come un flebil ronzio,

Il richiamo d’amore del nostro vero Io.

Ci sprona, ci ammalia, ci tende un agguato,

Ma oramai è troppo tardi, non abbiamo più fiato!

E allora su via che si riparte,

A testa bassa fino alla morte!

Cos’è l’arte…?

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Voglio augurare Buona Pasqua a tutti coloro che, come me, amano l’espressione artistica in ogni sua forma, citando una frase estratta dal libro “Story….” di Robert Mckee:

“Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento. “Piccolo”, in questo caso, significa conoscibile.”

Dunque Buona Pasqua a tutti, di cuore!

Fanculo!!! …io scelgo la vita al continuo perire..

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Nell’acqua si specchia e si vede invecchiare,

gli ha chiesto del tempo per poter più capire..

..ma qui non si tratta di andar nel profondo,

per aver confidenza con le cose di mondo…

La vera questione è oramai cosa trita,

manca la voglia di fare fatica!

Perché solo chi ama con cuore ed ingegno,

percepisce delizia pur nel grande impegno!

Siam quel che siamo, non possiam farci niente,

ma nel tira e molla mi sento un gran deficiente!

I coglioni mi girano come un mulinello;

è meglio se penso al bel ritornello!

La vita è una giostra di gran tira e molla,

vince soltanto chi sta tra la folla!

Un’ora mi ami, quell’altra non sai…

..e allora fanculo, tornatene dai tuoi..

Fanculo al tuo andare e al tuo divenire,

io scelgo la vita al continuo perire!

Ho visto un uomo..

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Ho visto un uomo,

guardava un bambino.

Con l’occhio ammirava e la testa vagava.

Sognava di mondi e di terre lontane,

di pace, d’amore e di luoghi senza ore.

Si è perso nel giorno che si accumula al giorno,

sommerso di fango, senza mai più ritorno!

Eppure là in basso, sepolta e tradita,

lui sente gridare la sua anima muta.

Deluso e ammaliato da improvvide promesse,

si è lasciato perire dentro inutili certezze!

Ma questo è il momento di riprendersi la vita,

la sente nel cuore e più in là, fra le dita!

Al di là delle nubi sta la via maestra,

si annida gioiosa, morbosa, rapita,

in quel piccolo ometto lui l’ha ritrovata!

Ma una lacrima sorda, lo riporta all’ovile,

qui non è il caso di farsi rapire!

Il ritmo incessante dell’eterno ubbidire,

lo conduce nel limbo di un inverno perire!

È durata un secondo la sua ribellione,

ma dentro quell’attimo ci ha trovato passione.

E alla fine ha capito e ora lo sa:

la vita non è fatta di bla bla bla!

Ma di sguardi profondi, oltre l’apparire,

là dove l’ometto gli ha insegnato l’amore!

Tra il SEMPRE e il MAI…

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Tra il SEMPRE e il MAI c’era spazio assai.

Ma per il quieto vivere del giorno,

tu mi hai levato di torno.

Mattone dopo mattone si costruisce un’unione,

provando a capire per poi costruire.

È stato più semplice lasciarmi andare,

andando a braccetto col comun volere.

Ma chi dichiara amore, coraggio e passione,

tanta virtù deve possedere.

Pena la fine di ogni rispetto,

riempiendo la vita di inutili “Ho detto! Ho detto!”

Avevamo tutto e alla fine niente,

e io lì come un deficiente,

contando le ore, i giorni, gli anni

dentro un abisso fatto di affanni.

Ora siam qui a dirci “Sarebbe stato..

se solo più tempo avessimo avuto!”

Ma la questione diversa è assai,

lottare bisognava tra il SEMPRE e il MAI!

Amare è lottare

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Amare si può solo all’ombra del coraggio,

tutto il resto puzza di oltraggio!

Codardi del mondo, potenti della terra

voi pensate al denaro e alla vil guerra.

Che per l’amore fedele, fiero e sincero,

serve forza, fiducia e passione del Vero.

Amanti e poeti del globo rissoso,

urlate di pancia col cuor generoso.

Buttatelo avanti senza mai indietreggiare,

che in vita si crepa di paura e timore.

Le genti han bisogno di Spe per qualcosa,

che di pane e formaggio, in tavola, ce n’è a iosa.

Su allora accorrete, gridanti e gioiosi,

Amor e Coraggio oggi si fan sposi!

Non serve alcun dono di materia e cartone,

ma una sana fiducia e tanta partecipazione .

Un amore perduto…

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Avea negli occhi un sentore sfumato

di un amore lontano, atterrito, svanito.

In ogni suo sguardo affacciato sul mondo

c’erano tracce di dolore fecondo.

Pareva un nonnulla a gettar l’occhio in superficie,

ma sotto la buccia..una voragine vorace

che in ogni occasione, mondana o interiore,

creava sol guai nel profondo del cuore.

Da essa sgorgavano ricordi mai spenti

di notti d’estate e di abbracci bollenti.

Nel pensiero affannoso era lì al suo fianco,

Che meraviglia! Un tempo lei era stata il suo vanto!

Percepiva i suoi gemiti e i suoi baci financo!

E la mano gentile lentamente scendea

e in ruvide carezze si prodigava,

finché nel culmine di un posticcio piacere

ripiombava nel sonno di un eterno mai dire.

L’amor trattenuto

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Viveva nell’ombra, tra le pieghe del cuore,

Pensava: che bello! Qui è tutto un gran ardire!

Di istanti fugaci eran fatte le ore,

Amante del bello, del vivo, del vero,

All’oscuro di tutto l’amor sapea tenere.

Finché un bel giorno, svegliatosi avvezzo,

Dell’istante di vita ebbe ribrezzo,

E di quel che fu un tempo l’amor spensierato,

Rimase soltanto una nuvola di fiato.