Oltre il ciglio dei miei pensieri

Oltre il ciglio dei miei pensieri…

…là dove le onde della mia fantasia solleticano giorni stanchi…

…ti percepisco come fossi emanazione di un desiderio in discesa…

..e poi crollo in un sonno profondo…

…mani nelle mani…

…occhi negli occhi…

Deve essere da queste parti che ci hanno riservato una parte di paradiso…

…sarà per quel tuo profumo…

…sarà per quegli occhi che nei miei si fondono in infinite, meravigliose incertezze…

…sarà perché tu, quando sei poco oltre lo sguardo che affonda sul cuscino…

…allatti quel latente, continuo, fetente disordine interiore…

…ed è subito pace…

..e ci fu il tempo..

…e ci fu il tempo, con il suo fluire…

…e noi nel mezzo…a lasciar che fosse…

…ebbri di vita come se non dovesse mai finire…

…fotogrammi di un respiro appesi alle tue labbra carnose…voluttuose…

…la vita in un attimo…e tutto il resto fuori..

Tu, là…stupenda…

…nella penombra di una stanza in riva a un mare incerto e poi…

…poi sete e lunghe attese e mani nelle mani…

…lunghi sospiri…

…e noi…che ci cerchiamo ancora…

…come fosse ieri…anzi più di ieri…

…come se non ci fosse più un domani…

…non svegliarmi domattina..

…lasciami tra le braccia spinose della notte..

…nell’attesa che la salsedine che si nasconde tra le pieghe di una leggera brezza marina…

…porti via con se anche l’ultimo istante di questa folle meravigliosa corsa..

So don’t go to bed…

Sheridan Smith in “Are you Just sleeping” canta…

So don’t go to bed
‘Cause I am not ready, to say goodnight yet

…credo che per Costituzione dovrebbero inserire l’obbligo di dirsi “Buonanotte…” solo dopo essersi assicurati che chi ci sta vicino è pronto per essere accolto tra le braccia di morfeo…

….attendere…aspettare…farlo per l’altro…

…si perché ogni notte sancisce una fine…parziale finché volete…ma comunque una fine…e la fine va celebrata..come e più dell’inizio…

…la notte è un mistero..lo è sempre stato…da che l’uomo è…appunto ‘uomo’… dalla notte dei tempi, dal momento in cui i nostri antenati, guardandosi negli occhi dopo essersi eretti sulle gambe abbandonando il mondo animale, hanno dichiarato ‘io sono’…

…tuttavia da quel momento quel ‘io sono’ è stato via via usato per attestare una differenza dall’altro e…anno dopo anno…abbiamo smesso di ascoltarci…di guardare il prossimo negli occhi per pescare nel profondo e dal profondo trovare quell’unità che ci rende meravigliosi…tutti…dal primo all’ ultimo…UNITI…

…quell’unità che si fonda sul “noi siamo” e non certo sul “io sono”….

La canzone di Sheridan Smith recita poi..

…”You bring the music and
I’ll bring the songs and we’ll sing them
‘Cause we’re the real stars
No one knows who we are
But we’ll show them
”…

E voglio chiudere con queste parole…perché credo che per costruire qualcosa…una casa, una nazione…un mondo migliore da lasciare in eredità…ci sia bisogno del contributo di tutti…e….

… se tu porti la musica io ci metto le parole e alla fine ne uscirà un pezzo meraviglioso…

…è tutto qua…tutto il resto sono solo imbecilli condizionate sovrastrutture mentali…

so please, don’t go to bed ‘cause I’m not ready to say goodnight yet

...I’ll do the same for you tomorrow…

Una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario

La vita è una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario…

…un volo rasoterra tra il sogno e l’eterno…

…il bello è spingersi oltre il limite con l’immaginazione, con l’unico fine di prendere qualche spunto da incastrare in pezzi di vita bastarda quaggiù…

Come gli alberi…radici ben piantate nella terra e foglie e rami proiettati verso la luce, verso il cielo più profondo…

…ecco perché quando non si è più in grado di volare insieme…meglio lasciare la presa che ostinarsi…

….perché c’è qualcosa di più doloroso che perdersi..

…ed è rischiare di diventare l’angolo di buio della vita di qualcun altro…

Siate la luce per chi vi sta accanto e lasciatelo andare quando capite che quella luce si sta spegnendo….lo vedrete risollevarsi da terra dispiegando le ali come farfalla verso i colori dell’arcobaleno…

Parte conclusiva – Ritorno all’ovile

Di seguito le precedenti puntate: Parte 1 Toccare il fondo Parte 2 – Vita di coppia a quattro Parte 3 – Scegliere di essere diversi Parte 4 Una scelta che vale una vita Parte 5 L’incontro Parte 6 Il duplice malinteso Parte 7 L’indizio Parte 8 L’anima gemella Parte 9 È giunta l’ora Parte 10 Incontri che cambiano la vita È il 25 dicembre 2017: la tavola è ricca di vari tipi di cibarie, tutte abbondantemente ricolme di grassi e calorie. Le persone sedute a tavola sono immerse in una felicità che va al di là della convivialità del momento: oltre a vari parenti e qualche amico che sono soliti unirsi ai festeggiamenti in casa di Franca e Tonino, ci sono anche altre due persone che sono giunte inaspettate in quella casa da molto lontano la sera prima: Anna e Paola. Paola, da quando il fratello Gianni era scomparso, non aveva più festeggiato il Natale in famiglia perché erano troppi i ricordi di loro da piccoli durante il periodo delle festività e tanto il dolore che essi continuavano a provocare se stimolati. Le due amiche erano arrivate a Bologna il giorno prima dal Messico dopo 14 ore di volo e tre di treno. All’aeroporto Malpensa, Anna e Paola si erano guardate negli occhi e come se stessero leggendo un copione di cui conoscevano le battute a memoria avevano recitato all’unisono: “Io senza di te non vado da nessuna parte.” E così avevano deciso di proseguire per Bologna col treno. Quel ritorno a casa di Paola per Natale aveva diversi significati più o meno espliciti: il primo e il più importante di tutti era che Paola voleva presentare ufficialmente in famiglia la sua compagna. I genitori erano da molti anni al corrente del fatto che la figlia era omosessuale e questo non aveva mai creato grandi problemi a quella famiglia che faceva dell’apertura di mente la propria spina dorsale: addirittura era la madre che in diverse occasioni aveva chiesto a Paola informazioni sulla sua vita sentimentale, preoccupata di non avere mai visto a fianco della figlia qualcuno che non si potesse annoverare tra la cerchia di amici. Ma lei non aveva mai sentito il bisogno di coinvolgere i famigliari nella sua vita privata perché nessuna delle persone con cui era stata in passato era degna di nota. Ma Anna era Anna e soprattutto, conoscendo i suoi genitori, Paola sapeva che avrebbe donato loro una felicità immensa alla notizia che quella che un tempo era stata quasi una seconda figlia per loro, ora era diventata la sua compagna ufficiale. Dal canto suo Anna aveva una voglia viscerale di rivedere Franca e Tonino: quando era piccola, li considerava come due genitori aggiunti, anzi, in più di un’occasione aveva sentito più affetto per loro che verso i genitori veri. C’era poi un altro motivo che aveva spinto Paola a voler ritornare all’ovile: voleva mettere i genitori a conoscenza del fatto che Gianni era vivo, sebbene l’esito di quella loro sortita a Zihuatanejo non fosse stato positivo.  Fino a quel momento non aveva voluto coinvolgerli, tenendo segreto il motivo di quel suo girovagare per due continenti, per non generare in loro delle false aspettative in merito ad un evento che aveva più probabilità di insuccesso che di riuscita; non voleva che ripiombassero in quella melmosa forma di apatia che li aveva colpiti dopo che Gianni era scomparso e di lui non si erano più trovate tracce. Il viaggio a Zihuatanejo non era proprio andato come si aspettavano: avevano sperato una volta giunte in Messico, di essere arrivate alla fine di quella sorta di caccia al tesoro davanti a cui le aveva messe Pietro, ma nulla di concreto era emerso da quel girovagare. Erano atterrate all’aeroporto di Ixtapa dopo un volo con scalo a Città del Messico proveniente da Madrid e in taxi si erano recate direttamente all’indirizzo indicato sulla cartolina che aveva consegnato loro il proprietario del Bi-bi Restaurant un paio di giorni prima. Gianni abitava in un condominio moderno sito sul lungomare di Zihuatanejo: all’entrata, il portiere aveva informato le due donne che lui e l’amico grande e grosso che stava con lui da un paio d’anni, era qualche mese che non si vedevano e in quel frangente aveva consegnato loro una cartolina. Anna e Paola si erano sedute sui tre scalini proprio fuori dall’entrata del condominio alquanto sconsolate, ma comunque curiose di capire se quel gioco avrebbe prima o poi avuto una fine. Si erano per un attimo guardate negli occhi e in quello sguardo avevano trovato la reciproca consapevolezza di voler andare fino in fondo perché ne sarebbe valsa comunque la pena. Sul retro della cartolina una citazione: la calligrafia era, ancora una volta, quella di Pietro: ‘Ho attraversato mari, ho lasciato dietro di me città, ho seguito le sorgenti dei fiumi e mi sono immerso nelle foreste. Non ho mai potuto tornare indietro, esattamente come un disco non può girare al contrario. E tutto ciò a cosa mi stava conducendo? A questo preciso istante.’                                                                        Jean-Paul Sartre Sul fronte della cartolina, una foto di Enrico Fermi, il famoso scienziato premio Nobel italiano. Il pranzo di Natale in casa dei genitori di Paola si è appena concluso: Anna per la prima volta dopo tanti anni si sente parte di una famiglia che l’abbraccia fisicamente e emotivamente con attenzioni piccole e grandi che le fanno un gran bene all’anima. Guarda Paola alla sua sinistra: sta ascoltando il padre che racconta ad amici e parenti la stessa storia sentita decine di volte in quelle rimpatriate, quella di lui che una domenica si era fermato in autostrada a fare benzina ed era ripartito dimenticandosi la moglie in autogrill. Anna scorge nello sguardo di Paola una nota di ammirazione per quel genitore che in modo morbido e intellettualmente onesto non ha mai giocato a indossare una maschera coi figli, perché non gli è mai interessato fare la comparsa nel teatro degli imbecilli. Se ripensa alla propria vita, non pensa più di aver commesso degli errori in passato, ma quei momenti che un tempo lei aveva voluto dimenticare perché facevano troppo male, ora li percepisce come semplici tappe di un viaggio che l’ha portata lì, a casa dei genitori di Paola e sente che quella è la miglior cosa che le potesse capitare. Ripensa alla citazione che Pietro ha lasciato sulla cartolina: ‘è vero,’ riflette, ‘tornare indietro non è possibile; bisogna solo avere fiducia nel fatto che per quanto contorto possa essere il viaggio, alla fine ogni cosa andrà per il verso giusto.’ Si sente felice, appagata, realizzata eppure se ci pensa, è la prima volta, nella sua vita da adulta, che non sa cosa le succederà domani, ma poco importa perché tutto ciò che conta è ‘questo preciso istante’ e tutti i singoli ‘precisi istanti’ che verranno. Mette la mano su quella di Paola e la stringe con delicatezza: l’amica si gira e la guarda dritta negli occhi. “Andiamo a farci un giro? Ti va?” “Si, ho voglia di rivedere i luoghi che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi.” Paola si fa prestare la macchina dalla madre e insieme ad Anna cominciano un tour per i luoghi che un tempo erano solite frequentare insieme agli altri due componenti del gruppo di amici: sembrano due pellegrine intente a fermarsi nei luoghi di culto sulla via del cammino di Santiago. Mentre con la macchina passano da un posto all’altro, si divertono a ricordare gli eventi più o meno importanti che hanno vissuto in quei posti: in alcuni momenti ridono come pazze, in altri si commuovono. Anna non ha nostalgia, anzi rivive quei momenti nella memoria con grande serenità d’animo perché è consapevole che ciascuno di quelli ha rappresentato una tappa fondamentale che l’ha condotta lì dov’è ora, in quel preciso istante. Tra un ricordo e l’altro, la macchina giunge in prossimità del liceo che avevano frequentato i 4 amici: Paola sta imboccando la strada che porta sul retro dell’istituto Enrico Fermi. Sono ferme al semaforo pedonale a 200 metri circa dalla scuola, quando Anna, voltando la testa verso destra rimane come folgorata da un’immagine. “Accosta Paola! Accosta!” La voce è carica d’urgenza e di stupore. “Cos’hai visto Anna un fantasma?” Le domanda Paola e mentre parla, gira anche lei la testa verso destra rimanendo di stucco. A una ottantina di metri, nella parte del parco più lontana dalla strada, un uomo seduto su una panchina: ha l’aria serena e rilassata. Anna e Paola scendono dall’auto e con passo deciso e un po’ concitato si dirigono verso l’uomo. Quando le due donne sono a una quarantina di metri, lui si gira, le fissa e sorride. Anna comincia a correre e quando è a un paio di metri da Pietro fa un balzo e gli salta letteralmente al collo. Piange per lo stupore, la felicità, il rammarico per quello che successe tanti anni prima e il desiderio di vivere per sempre vicino a quel pezzo fondamentale della sua vita. Pietro la scosta dolcemente da sé prendendola con entrambe le mani da sotto le ascelle, non certo perché lo infastidisca riabbracciare sua sorella dopo due decenni, piuttosto perché ha bisogno di guardarla negli occhi. Lo sguardo dei due fratelli si incrocia e in un istante ritrovano l’armonia perduta anni prima. Nel frattempo ai due si è aggiunta anche Paola che avvolge Pietro, per quello che riesce, vista la mole, cingendolo con le braccia attorno all’enorme vita. “Che senso ha avuto Pietro farci girovagare per mezzo mondo?” Paola sta stringendo con forza le braccia attorno a Pietro, come se avesse paura di perderlo di nuovo. “Ha avuto il senso di una vita Paola! Se io avessi provato a contattarvi direttamente chiedendovi di incontrarci, la banalità di quel mio gesto vi avrebbe portato a interpretare quel momento con gli occhi carichi di passato e probabilmente senza nessuna aspettativa per il futuro. Io invece volevo ardentemente generare il pathos che solo l’attesa di qualcosa è in grado di stuzzicare: nel viaggio che avete intrapreso seguendo gli indizi, avete dato nuova luce al nostro passato insieme, perché eravate cariche delle aspettative per qualcosa che sarebbe potuto accadere nel futuro: il nostro incontro, senza avere al contempo la matematica certezza che esso si sarebbe verificato. È la magia di quell’incertezza rispetto a ciò che potrebbe accadere, a generare la forza della vita e se ci riflettete per un attimo, la nostra separazione tanti anni fa, al di là dei motivi estemporanei che l’hanno generata, è stata causata da un solo elemento: tutti quattro, per un motivo o per un altro, non riuscivamo più a sognare un futuro insieme.” Pietro smette di parlare: ha finito quel suo lungo sermone e per un attimo Paola sorride al pensiero che per quanto sia cambiato nell’aspetto e anche nei comportamenti di base, in fondo rimane sempre quel Pietro di 20 anni prima: il mentore e la mente pensante del gruppo. Su quel pensiero fugace che avvolge la mente di Paola, si innesta la percezione di un suono: proviene dalla sinistra rispetto a dove si trovano ora i tre amici. Da dietro un muretto che separa il parco da un’area gioco attrezzata per i bambini, i 3 sentono la voce di una bambina: “Papà vieni, torniamo dalla zio Pietro!” Anna e Paola si scostano di poco da Pietro, a sentire quella voce e i contenuti che essa sta veicolando. Si girano entrambe verso il cancelletto che collega l’area giochi al parco e in quel frangente una bambina sbuca da dietro il muretto: avrà si e no 6 anni ed è vestita con abiti sgargianti, dagli abbinamenti di colore azzardati. Dietro la bambina uno spilungone quasi cinquantenne con folti capelli sale e pepe sparati in aria da chili di gel: è intento a guardare le foglie cadute sull’erba, assorto come un tempo tra le sue mille indecisioni: alza lo sguardo e appena incrocia quello di Paola e Anna, si blocca sbalordito. Attimi di attesa congelano i quattro amici di un tempo ognuno sulle loro posizioni. Sembra si stiano studiando per capire quale sarà la prossima mossa e soprattutto chi la farà per primo e in quell’attimo di attesa che pare durare un eternità, la bambina corre dal padre, lo prende per mano e strattonandolo con una forza che sembra non poter appartenere a un corpicino così fragile, lo tira fino a riuscire a prendere, con l’altra sua manina, le dita di Anna. Quel collegamento che si crea tra i due amici di vecchia data attraverso la bambina, racchiude in sé una energia dirompente: è come se il passato e il futuro si stessero fondendo lì, il giorno di Natale dell’anno 2017, 20 anni dopo la loro violenta separazione. Anna si accuccia piegando le ginocchia fino a incrociare lo sguardo della bambina; con fare gentile le scosta con l’indice della mano destra una ciocca di capelli neri come la pece che le è caduto da sotto il berretto di lana col pompon. “Ciao bella bambina” una lacrima striscia lentamente sulla sua guancia sinistra; “come ti chiami?” La voce di Anna è dolce, cerca il più possibile di far percepire alla piccola quanto il suo cuore sia pieno di gioia per quel momento inaspettato. “Mi chiamo Anna” la voce sottile della bambina lascia le due donne impietrite. In quel nome che Gianni e Marisol hanno dato a loro figlia, si racchiude il senso degli ultimi 20 anni di separazione dei quattro amici. “Queste sono Paola e Anna, le tue zie!” La voce di Gianni arriva alle corde della coscienza di Anna generandole dentro una piacevole eco di sentimenti; non ricordava più quanto le piacesse quella voce che fin da ragazzo si appoggiava così tanto sui toni bassi. Si rialza e di colpo Gianni è lì davanti a lei, a poco meno di mezzo metro, come quel pomeriggio di tantissimi anni prima seduti ai tavolini del vicino bar da Iole quando, tra mille emozioni contrastanti e tanta paura di rovinare tutto, si erano scambiati il secondo loro bacio, quello che aveva sancito l’inizio della loro relazione. Si guardano intensamente e in quello sguardo entrambi percepiscono tutte le sofferenze su cui hanno costruito la loro vita. Sono due viaggiatori che dopo aver fatto un pezzo di strada insieme, si sono spinti ai confini di due mondi completamente all’opposto: non hanno bisogno di raccontarsi nulla perché tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in quell’attimo carico del loro passato e di tante aspettative per un futuro che è proprio lì in mezzo a loro: la piccola Anna, il più importante progetto di vita a cui un essere umano possa sperare di prendere parte nel proprio cammino. Pietro e Paola si avvicinano ai due amici: tutti quattro si prendono le mani a formare un cerchio, la piccola Anna in mezzo. Quel cerchio fatto di braccia e di corpi è l’atto che suggella di nuovo l’unione dei 4 cavalieri della tavola rotonda. Lì nel mezzo c’è il loro presente e il loro futuro: sentono il desiderio di proteggere Anna  e farla crescere nel migliore dei modi e in quel frangente a tutti quattro contemporaneamente viene un pensiero: ‘nulla nella vita è sprecato e per quante difficoltà una persona debba superare, ne vale sempre e comunque la pena.’ Si abbassano insieme all’altezza del volto della bambina e avvolgendola coi loro sguardi di un amore che non ha confini, si rivolgono a lei: “Sempre insieme, qualunque cosa succeda?” “Sempre insieme” risponde la piccola Anna tra consapevolezza e inconsapevolezza.

FINE

Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 9 È giunta l’ora

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Gianni sta camminando sul lungomare di Zihuatanejo alle 5 di un pomeriggio di fine maggio del 2015: il sole in quel periodo dell’anno rimane alto fino a tarda sera e il calore che emana gli dona una sensazione di appagamento momentaneo. Si guarda a destra e sinistra spaesato, come se non conoscesse nulla dei dintorni: eppure sono 4 anni che sta vivendo lì giorno dopo giorno. E pensare, riflette, che lo stesso lungomare lo aveva accolto 15 anni prima, quando, sceso dal bus proveniente dal Chiapas, si era spogliato e buttato dritto dentro l’oceano con nient’altro in testa se non la consapevolezza di essere al posto giusto nel momento giusto, senza necessità di rispondere ad alcun perché. Ora che quel luogo lo conosce come le sue tasche, si ritrova su quello stesso lungomare con una serie di perché a cui sa attribuire una risposta precisa, ma nessuna di quelle gli basta a riempire di significato la vita.

Ha passato gli ultimi tre mesi a girovagare nel nulla con il pensiero stando fermo col corpo, quasi immobile e questo non è affatto positivo e lui lo sa bene. Quindici anni prima era già caduto nelle trappole insidiose che gli aveva teso la sua mente e se non fosse stato per nonna Alfonsina all’epoca, probabilmente, pensa, sarebbe morto di depressione o sarebbe finito male, molto male.

Avrebbe voglia di partire ma questa volta è tutto diverso e non può farlo a cuor leggero come aveva fatto un tempo. E poi è consapevole che le cose cambiano e ripetersi, nella vita, non è certo l’elemento che gli può far fare un balzo in avanti.

Gli ultimi 6 anni sono volati e non sa se quello sia un bene o un male: da un lato, significa che tutto è stato talmente bello da non ricordare di avere avuto nemmeno un minuto di noia vicino a lei; ma, dall’altro, gli sembra che quegli anni siano passati a velocità così elevata da non essergli rimasto appiccicato nulla alle dita. Vorrebbe che il ricordo di Marisol gli giungesse spontaneo da chissà dove per fargli compagnia, come fosse un bel film da guardare comodo sul divano quando più ne ha bisogno. Si concentra, di solito la sera steso sul letto, per cercare di far riemergere i ricordi in modo forzoso, facendoli scorrere sul telo bianco della coscienza. Gli sembra a volte che l’idea di lei gli sfugga dalle mani e per timore di dimenticarsi di ciò che ha rappresentato per lui, costringe la propria mente a contorti e impegnativi voli pindarici per tenere vivi i minimi particolari di momenti importanti della loro storia. Ma più lui si sforza di voler riportare a galla i ricordi, più gli sembra che l’immagine di Marisol sbiadisca; più lui stringe le meningi come fossero limoni da spremere e far uscire qualcosa che somigli anche solo in parte alla loro vita passata, più le tracce della loro storia d’amore si disperdono, come foglie secche trasportate da un freddo vento d’autunno e lui cade in basso, sempre più in basso.

Aveva dovuto dire addio per sempre a Marisol il 25 febbraio del 2015: dopo una breve e fulminante malattia se n’era andata e lui, a tutto quello non era minimamente preparato e quella impreparazione la sentiva bruciare dentro sotto forma di domanda che si ripeteva con regolarità quasi maniacale: ‘Perché è successo proprio a lei?’

Si erano ritrovati quella mattina di 6 anni prima sul muretto di fronte al suo locale, a Maspalomas, e non si erano più lasciati. Avevano fatto avanti e indietro tra Gran Canaria e Messico per un po’, quando il lavoro di Gianni lo permetteva, finché la vita li aveva portati a decidere che Zihuatanejo fosse il posto dove volevano vivere. E così, aveva venduto il Bi-bi Italian restaurant e nella primavera del 2011 si era definitivamente trasferito in Messico. Dopo alcuni mesi di ovvio e necessario ambientamento, una sera, camminando a piedi nudi in riva al mare mano nella mano a Marisol, la brezza fresca proveniente dall’oceano gli aveva portato in dono la consapevolezza di sentirsi a casa, lì con lei, in quel luogo di cui fino a 15 anni prima non avrebbe nemmeno saputo scrivere e pronunciare il nome. Per tutti gli anni a venire passati vicino a lei, non aveva avuto più alcun bisogno di farsi domande perché qualunque cosa succedesse vicino a Marisol, quella era la risposta che gli serviva per essere felice.

Il sole di maggio inoltrato è alto nel cielo e da qualche giorno, ogni pomeriggio, si costringe a spingersi fino alla fine della baia di sabbia bianca, ai confini del comune di Ixtapa, cercando di cogliere dei segnali dall’ambiente che gli diano la forza per cambiare rotta, di nuovo, come già era successo tre volte negli ultimi 15 anni. Ha capito da tempo che la sua mente funziona meglio col movimento del corpo, come se le gambe che si muovono generassero la giusta dose d’energia per far girare nel modo corretto i pensieri. Ritiene che i pensieri siano come l’acqua: se non c’è movimento ristagnano fino a marcire. Ecco perché quel pomeriggio ha deciso di spingersi oltre il confine della baia: vuole sfidare sé stesso e mettere in circolo i suoi neuroni, per cercare di andare oltre quelle sue abitudini idiote che si è auto imposto da qualche mese a questa parte. Uscire anche solo di poco dalla gabbia che la sua mente gli ha costruito intorno, gli costa tanta fatica quanta spostare a mani nude un elefante.

Un passo dietro l’altro perso nei suoi pensieri girovaghi e si ritrova sul viale principale di Ixtapa: si sente meglio rispetto a quando era partito da casa circa un’ora prima. Percepisce in fondo all’anima che gli ha fatto bene sfidare le proprie debolezze e cambiare aria quel pomeriggio, sebbene quello che sta facendo non si possa annoverare tra i concetti di cambiamento radicale nella vita di una persona. Gira la testa a destra e sinistra intanto che cammina lungo il viale, per non perdersi nemmeno un attimo di quel momento di positività improvvisa, come se volesse assorbire in modo avido, tutti gli istanti di vita che si susseguono e d’un tratto si blocca: il suo sguardo ha percepito qualcosa che gli ha riportato alla mente dei fatti e legati a quei fatti una persona. Gli sembra una vita che non ripensa a lui: c’era stato un tempo in cui sembravano fratelli gemelli da tanto erano in sintonia, quasi in simbiosi l’uno con l’altro. Attraversa la strada, stando attento a non farsi investire dalle auto che a quell’ora del pomeriggio cominciano a muoversi frenetiche su e giù per il viale e si avvicina al bar che poco prima ha colpito i suoi sensi a tal punto da bloccarlo all’istante. È un locale raccolto, costituito da una piccola casa di mattoni giallo e arancio, con qualche tavolino all’aperto e un po’ di ombrelloni col logo della ‘Motta’ sparsi qua e là per riparare gli avventori dal sole cocente. Poco distante un parco giochi contribuisce a rendere il contesto molto gioioso grazie alle urla e agli schiamazzi dei bambini spensierati. Sul fianco del locale, in alto, attaccata al muro, l’insegna: Bar Iole. Gianni si siede: il nome su quell’insegna gli riporta alla memoria i pomeriggi passati con Pietro nel bar che aveva lo stesso nome di quello dove è seduto ora, dietro al liceo scientifico Enrico Fermi a Bologna. C’era stato un tempo in cui lui e Pietro si erano voluti veramente bene, un bene fatto di fiducia e reciproco rispetto eppure, se ci pensa, non se lo erano mai dichiarati. Quel fatto, visto dalla sua prospettiva attuale, gli sembra uno spreco di vita: viene preso da un’ansia che gli corrode le budella al pensiero che Pietro potesse non aver capito all’epoca che lui gli voleva un bene dell’anima, un bene fraterno. Sente il bisogno di contattarlo, di parlargli, di dirgli che ha bisogno di lui, che senza di lui, soprattutto ora nella situazione in cui si trova, non può vivere. Pensa che, se non fosse capitato ciò che è capitato tre mesi prima, probabilmente non gli sarebbe mai venuto in mente Pietro, o chi lo sa. Tutto era già scritto: era già scritto da qualche parte che prima o poi gli sarebbe ritornato in mente quel periodo meraviglioso passato con Pietro e che la morte di Marisol avrebbe scatenato una serie di eventi che lo avrebbero condotto lì seduto a quel tavolino del Bar Iole a Ixtapa. E quell’evento tragico a cui fino a poco tempo fa non riusciva a dare una spiegazione, se allarga un po’ gli orizzonti, ora ha più senso. Si asciuga le lacrime con il dorso delle dita e per la prima volta dopo mesi, sente allentarsi la pressione che percepiva all’altezza del petto: sta capendo che la vita scorre inesorabilmente in circolo, come una macina che spreme le olive, e se ha in serbo per qualcuno di riportarlo al punto di partenza, prima o poi ce lo riconduce. Il segreto è non provare nemmeno per un attimo a mettersi in mezzo per cercare di fermarla o anche di poco deviarne il movimento, perché si rischia di rimanerci stritolati sotto. È consapevole che tutte le volte che la sua mente è andata in tilt, è stato quando ha cercato di mettersi in mezzo per provare a cambiare alcune situazioni che non gli piacevano: e più cercava di controllarne l’esito, più esse gli sfuggivano di mano. Si alza, ha bisogno di correre a casa, di aprire il pc e di mettersi in contatto con Pietro attraverso amicizie comuni su Facebook, ha bisogno di lui nella sua vita, di nuovo come era stato un tempo. Pietro è sempre stato il suo elemento equilibratore: lui si era sempre potuto permettere di essere se stesso, con le sue insicurezze e i suoi alti e bassi, perché a fianco c’era sempre stato Pietro a cui appoggiarsi.

Si mette a correre, come anni prima gli aveva insegnato Alan Pembleton, l’americano miliardario a fianco del quale aveva conosciuto Marisol su quel trenino in mezzo alle nuvole sulla cordigliera delle Ande. “Run Giani run!” Gli ripeteva Alan durante quel pomeriggio, facendosi grosse, grasse risate ogni volta che pronunciava quelle parole, “and not to chase something, but to keep up with the beat of your heart!” E il suo cuore ora sta battendo all’impazzata ma non perché ha accelerato ancora il passo, bensì perché Pietro è di nuovo entrato nella sua vita e da lì Gianni non vuole più che se ne vada.

Parte 8 L’anima gemella

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

 

L’aria proveniente dall’oceano Atlantico gli rinfresca il viso: sta rientrando dalla consueta corsa mattutina e comincia a sentire un lieve dolore al tallone d’Achille destro per via dell’eccessivo sforzo dovuto ai troppi chilometri percorsi. Ha preso l’abitudine di correre giornalmente la mattina da una decina d’anni circa: quell’esercizio fisico è il componente segreto che dà il giusto ritmo all’inizio della sua giornata. In lontananza intravede il faro che svetta alto e imponente a fare da guardia a quel tratto di costa che si apre su una delle più maestose meraviglie della Terra: le dune di Maspalomas. La vista dell’insegna del suo ristorante gli dà la giusta carica per colmare gli ultimi 800 metri che mancano al completamento del percorso che si è imposto di coprire. Lo aveva iniziato alla corsa un Americano di nome Alan Pembleton che aveva conosciuto sulla rampa C-14 della ferrovia Belgrano quasi 10 anni prima: era la fine del 1999. La ferrovia collega la città di Salta a quella di Puna attraverso un percorso che si snoda per 217 chilometri fatto di gallerie, ponti e viadotti. Gianni era approdato nella zona della Provincia di Salta, al confine con il Cile sulla Cordigliera delle Ande, dopo aver girovagato senza meta per circa sei mesi alla ricerca di un modo qualunque di uscire dalle sabbie mobili mentali nelle quali si trovava dopo la rottura definitiva con gli altri 3 componenti dei gruppo dei ‘quattro cavalieri della tavola rotonda’. Dopo gli eventi successi quel pomeriggio al ricevimento di matrimonio nella villa a Ravenna, per Gianni si erano susseguiti un paio di anni bui, durante i quali aveva lasciato l’università e si era rinchiuso completamente nella parte più grigia della sua esistenza. Non aveva più proferito parola con Paola, la sorella, sebbene lei avesse tentato varie volte di affrontare l’argomento: ad ogni tentativo, lui si defilava respingendola con un laconico e schietto: “no grazie!”. Tutto quello che un tempo era stato Gianni, quel ragazzone dinoccolato di un metro e novanta, magro e dai capelli neri come la pece sparati per aria da chili di gel, dopo la separazione violenta dei quattro si era come sciolto negli acidi del rancore e della rabbia. Quella sua particolare e tenera caratteristica che lo spingeva ad essere sempre indeciso sui fatti quotidiani della vita, si era accentuata a tal punto da farlo avvitare completamente su sé stesso: non era più in grado di vivere una vita normale. L’unica persona con cui aveva continuato a intrattenere rapporti era la sua bisnonna Alfonsina, la nonna materna, una signora quasi novantenne, energica, tenace e piena di voglia di vivere. Durante la guerra, Alfonsina era stata membro della brigata partigiana ‘Maiella’, quella che nelle prime ore della mattina del 21 aprile 1945 era entrata senza colpo ferire a Bologna insieme alle unità del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a e dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore. La voglia di combattere le ingiustizie che aveva contraddistinto lo stile di vita di Alfonsina durante la guerra, aveva caratterizzato l’atteggiamento della stessa anche a guerra finita: non c’era giorno che lei non trovasse il modo per difendere sé stessa o qualcuno vicino a lei per un torto subito o un diritto inalienabile violato o negato. E sebbene le energie non glielo permettessero più come un tempo, comunque anche alla soglia dei novant’anni, nonna Alfonsina continuava a mantenere vivo quello spirito combattivo con cui andava incontro alla vita a cuore aperto. Se qualcuno le pestava i piedi o ledeva anche solo minimamente i suoi diritti, Alfonsina, nonostante oramai il suo corpo fosse ricurvo dal peso degli anni, si difendeva con un vigore e una forza tali da far tremare anche il più trucido dei nemici. Un pomeriggio di aprile del 1999, Gianni, uscito da casa dei suoi genitori come sempre senza una meta prestabilita, aveva sentito più del solito la necessità di recarsi dalla nonna per scambiare qualche battuta grazie alla quale tirarsi un po’ su il morale. Era intento a gestire il botta e risposta con Alfonsina in merito ai commenti che quest’ultima faceva sulla caratura dei politici moderni, che lei considerava delle mezze calzette rispetto ai politici di quando era giovane, quando d’un tratto aveva sentito la voce della donna cambiare completamente discorso, senza nessun motivo apparente: “Se vai avanti così, la tua vita è finita ragazzo mio! Lasciatelo dire da una persona che ne ha passate tante e che da giovane ha visto la morte in faccia più di una volta. All’epoca, durante la seconda guerra mondiale, quando eravamo sfollati in campagna da alcuni parenti che ci ospitavano a causa dei bombardamenti che si erano susseguiti per ben due anni dal 1943 al 1945, ricordo che avevo passato dei momenti di paura folle. La stessa sensazione di paura folle l’avevo percepita in certe notti passate all’addiaccio durante il periodo della liberazione con la banda di partigiani. Se ripenso oggi a quella sensazione di paura che avevo provato durante quelle notti al freddo, sono sempre più convinta che quei momenti siano stati quanto di più vivo io abbia mai vissuto caro mio.” “Che cosa c’entra tutto questo con me nonna? Non riesco a capire dove tu voglia arrivare!” Gianni aveva cercato di defilarsi da quel discorso iniziato con un lungo preambolo, non tanto perché la prolissità della nonna lo annoiasse, quanto perché aveva timore del prologo di quel racconto. Ma per quanto lui fosse stato risoluto nel cercare di fermare Alfonsina, lei era stata più tenace nel continuare a tenerlo incollato a ciò che gli stava per dire. “Ti voglio dire una cosa Gianni: molti anni dopo la fine della guerra, un pomeriggio trovarono la mia amica d’infanzia morta suicida: si era impiccata con la cinghia dei pantaloni del marito appendendosi ai tubi dello scarico dell’acqua che passavano nel vano dei garage dove abitava. Avevamo condiviso l’infanzia, l’adolescenza e una parte della vita da adulte, sempre insieme. Quel pomeriggio, dopo il ritrovamento del corpo, il marito aveva trovato un biglietto che la mia amica aveva scritto prima di compiere quel gesto estremo: il biglietto era rivolto a me.” La nonna aveva indicato un cofanetto sulla credenza della sala da pranzo: “Apri quella piccola scatola di legno Gianni, ti prego!” La sua voce si era fatta sottile, con un impercettibile graffio alla fine di ogni parola. Dentro il cofanetto un biglietto con sopra scritto: “Per la mia Alfonsina” Cara Alfonsina, a volte la vita ci pone di fronte a delle sfide che ci sembrano insormontabili: noi insieme abbiamo superato decine di quelle sfide durante la guerra, rischiando varie volte di morire. In più di un’occasione, durante quei periodi , avevo sperato che tutto finisse al più presto. Ora, dopo anni che tutto è finito, ti posso dire che c’è una cosa molto peggiore del dover affrontare quotidianamente il rischio di morire: ed è  quello di vivere una vita così piatta e prevedibile da sentirsi già morti; non sentire più nelle vene la vita che scorre ti fa smettere di avere voglia di vivere. Tutto negli ultimi tempi è diventato così prevedibile, da non lasciare più spazio al bello  di vivere che un tempo si racchiudeva nell’incertezza di non sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. Trovo tutto questo un oltraggio alla vita al punto da fare un gesto che so tu non approverai mai.                                                      Con affetto Gianni aveva appena finito di leggere quella lettera e aveva il volto rigato dalle lacrime. “Rileggo quella lettera da 35 anni, dal giorno della sua morte, ogni sacrosanta mattina! E da 35 anni ogni mattina mi sveglio e so che, se voglio onorare quello che la mia amica ha rappresentato per me, devo darmi da fare per far sembrare questa mia vita il più avventurosa e stimolante possibile, perché di una cosa la mia amica aveva ragione: di inerzia si muore!” La nonna aveva smesso di parlare e si era appoggiata allo schienale della poltrona dove era solita sedere la sera davanti la TV e aveva per un attimo lasciato che i ricordi prendessero il sopravvento su quella strana conversazione. “Cosa devo fare nonna? Cosa devo fare?” Aveva ripetuto Gianni in lacrime, disperato. “Da due anni a questa parte non riesco più a capire da dove ricominciare e l’unico modo che ho trovato di vivere è quello di ripetere quotidianamente pochi, codardi comportamenti.” “Ma quello che stai facendo tu, ragazzo mio, non è vivere, ma sopravvivere; è il più grande insulto alla vita che un essere umano possa fare!” La nonna, con fare stanco, quasi avesse dovuto affrontare una fatica immane per il suo corpo carico di anni, si era alzata dalla poltrona e con una lentezza che non le apparteneva, era andata in camera da letto e dopo qualche secondo era tornata: stringeva tra le mani un foglio che aveva porto al nipote. “Tieni, consideralo il mio regalo per ricominciare a vivere.” “Che cos’è nonna?” Le aveva chiesto il nipote senza nemmeno leggere il contenuto di quel foglio. “Ho aperto un conto corrente, intestato a te: vattene Gianni! Ricomincia a vivere, non importa dove e non importa come, ma sfrutta le incertezze che derivano dal viaggiare senza una meta, per ritrovare il solco dentro cui ricostruire una vita!” E con quella frase la nonna si era di nuovo adagiata sulla poltrona: aveva bisogno di riprendere il filo dei suoi ricordi. Gianni era uscito dall’appartamento della nonna stanco come se avesse combattuto 15 round contro il campione del mondo dei pesi massimi. In ascensore aveva dato uno sguardo al foglio che la nonna gli aveva lasciato: sul foglio, l’estratto conto riportava 100 milioni di lire. Era rimasto tutta notte a fissare il soffitto senza minimamente appigliarsi a uno dei milioni di pensieri che si erano susseguiti nella sua testa e verso le 5 del mattino aveva aperto l’armadio, preso fuori il vecchio zaino che era solito usare quando con Pietro si facevano le loro escursioni sulle dolomiti e riempitolo di maglie, mutande, due paia di scarpe da ginnastica, qualche calzino e poco altro, si era vestito e senza nemmeno lavarsi denti e faccia era uscito da quella vita con un unico obiettivo in testa: raggiungere l’aeroporto Marconi per prendere il primo biglietto per chissà dove. Quello era stato l’inizio del suo girovagare per il Sudamerica che dopo 6 mesi lo aveva portato su quel treno, meglio conosciuto come ‘Tren de las Nubes’, il Treno delle Nuvole, per le altezze a cui viaggia. Alla stazione ingegnere Maury, a 2.358 metri sul livello del mare, era salita a bordo del treno una coppia: lui milionario americano di New York, 55 anni, tale Alan Pembleton e lei 22, di un paese sulla costa messicana a 240 chilometri a Nord-Ovest di Acapulco, dal nome esotico e molto difficile da pronunciare: Zihuatanejo. Gianni era rimasto colpito dalla bellezza che quella ragazza portava con una spontaneità quasi disarmante; si erano messi a parlare tutti 3 alternando l’inglese, che Gianni parlava in modo quasi perfetto grazie a diversi periodi di studio passati in Inghilterra, allo spagnolo che biascicava in modo cialtrone condendolo a volte con qualche parola inconsapevole di dialetto bolognese. Marisol, questo era il nome della ragazza, accennava un piccolo e rispettoso sorriso ogni volta che lui vomitava qualche castroneria in simil spagnolo; e più lei sorrideva, più Gianni trovava un senso alla vita. Giunti a Puerta de Tastil i tre erano scesi in cerca di un alloggio; quella sera a cena, grazie anche all’effetto generato dai numerosi bicchieri di tequila che si erano bevuti, i tre avevano gettato i loro cuori sul tavolo raccontandosi le vicissitudini delle loro più o meno fortunate vite passate. Quando era giunto il suo turno, Gianni non era stato in grado di tirare fuori granché e non tanto perché si vergognasse o fosse restio a raccontare cose che lo riguardavano, quanto perché tutto il rancore e la rabbia che aveva provato nei confronti della sorella e dei due amici fino a qualche tempo prima, erano di colpo svaniti. Era come se, chilometro dopo chilometro, in quei mesi passati all’avventura senza una meta certa e precisa, lui avesse metabolizzato quanto successo, trovandogli la giusta collocazione nello spazio e nel tempo e su quella avesse fatto forza per costruirsi un’altra esistenza e il nuovo Gianni fosse sbocciato, inaspettatamente, proprio quella sera, davanti a due sconosciuti: un americano pieno di soldi e lei, Marisol. Non sentiva più la necessità di sentirsi offeso e tradito, perché quei sentimenti lo avevano tenuto inchiodato a terra, mentre lui ora aveva voglia di volare e aver conosciuto Marisol era stato l’elemento che di colpo gli aveva fatto spuntare le ali. La mattina seguente quel trio improvvisato aveva preso strade diverse e prima di congedarsi Marisol gli aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo. Lui per qualche mese ancora aveva girovagato per l’America del sud: cominciava a prenderci gusto verso quel tipo di vita, non tanto per la mancanza di responsabilità che essa si portava dietro, quanto per le continue sfide quotidiane in essa contenute. Non c’era giorno in cui Gianni non dovesse affrontare una prova, grande o piccola che fosse; e più prove affrontava, più la ragion d’essere della sua vita si irrobustiva e lui giorno dopo giorno trovava gioia e felicità semplicemente per il fatto di potersi confrontare con la vita a muso duro, senza più paure. Un pomeriggio, si trovava a San Juan Chamula, nello stato del Chiapas in Messico: stava visitando la chiesa dove si celebrano i famosi riti di sincretismo religioso, quando gli si era avvicinata una donna che gli aveva chiesto se era interessato a una guida che gli spiegasse la storia della chiesa e dei dintorni. Gianni aveva accettato e alla fine di quel breve giro guidato, la donna si era congedata dicendogli il suo nome: si chiamava Marisol. A udire quel nome Gianni aveva ricordato lo sguardo della ragazza in quel tragitto a 4.000 metri d’altezza dentro il treno delle nuvole. Si era messo a rovistare nello zaino alla ricerca del biglietto con l’indirizzo; in quei mesi era come se avesse congelato le emozioni provate alla presenza di Marisol perché aveva ancora bisogno di stare solo con sé stesso.  Non l’aveva dimenticata; l’aveva solo messa in un cassetto della memoria in attesa di qualcosa di non ben definito. Ma in quel frangente, proprio lì fuori da quella chiesa caotica, aveva sentito il desiderio di perdersi ancora per un pò dentro i suoi occhi neri e grandi come perle rare. Aveva viaggiato in pullman per 21 ore: la fermata dove era sceso era adiacente alla spiaggia e Gianni, sebbene fossero le 10 di sera e non conoscesse nulla del luogo, avevo tolto le scarpe e a piedi nudi era andato fino in riva al mare. La sensazione di fresco dell’acqua che gli avvolgeva le dita dei piedi e della brezza marina che gli carezzava il viso, lo avevano per un istante reso orgoglioso di ciò che era diventato: in quell’istante di sollievo generato da quei due elementi della natura, l’aria e l’acqua, lui aveva percepito che era racchiusa l’essenza di tutto ciò per cui valeva la pena vivere e poco importava se il giorno dopo avesse scoperto che Marisol si era sposata col miliardario americano; lui era consapevole che da quel momento in poi sarebbe sopravvissuto ad ogni notizia, buona o cattiva che fosse. E in quel frangente si era messo a gridare come un folle: “GRAZIE NONNA ALFONSINAAAA! GRAZIEEE!” Lacrime di gioia scendevano copiose dai suoi occhi intanto che si toglieva la t-shirt, i jeans e gli slip. Si era quindi gettato nell’oceano lasciandosi trasportare dalla corrente nella posizione del morto. Aveva la sensazione che quello fosse il suo bagno ristoratore dopo una giornata di lungo e duro lavoro: ora era venuto il suo turno per riposare. Aveva dormito in spiaggia quella notte e la mattina seguente, dopo essersi lavato approfittando abusivamente della doccia all’aperto di un ristorante con vista mare, si era messo alla ricerca della casa di Marisol. I mesi successivi a quella mattina erano passati all’insegna della scoperta dell’amore vero. Il cuore di Gianni aveva finalmente trovato il luogo dove potersi ristorare senza bisogno di cercare per forza un perché alle cose e questo a lui piaceva tantissimo: più passavano le settimane più le cose tra lui e Marisol andavano per il meglio. Una mattina come tante però, si era svegliato e aveva sentito che nel cuore stava ricominciando a montare quella pesantezza che lo aveva gettato a terra prima di partire per quella sua avventura. Marisol era perfetta, il luogo nel quale vivevano era paradisiaco e coi soldi che la nonna gli aveva messo sul conto per un pò non avrebbero avuto problemi economici: ma nel profondo sentiva che doveva aggiungere un pezzo a quella sua vita. Anni prima, quando ancora stava con Anna, le aveva chiesto di seguirlo alle Canarie: voleva aprirsi un locale sulla spiaggia, perché quello era sempre stato il suo sogno, fin da quando si era recato in vacanza da piccolo, coi genitori, in quei luoghi. Per un pò aveva provato a far finta di niente ma poi gli erano tornate alla mente le parole della nonna: “di inerzia si muore.” Era l’estate dell’anno 2000. E così, solo come era arrivato, con lo zaino in spalla, solo se ne era andato: Marisol non era pronta a lasciare la famiglia e oltretutto sentiva che quello era il progetto di Gianni e non il loro progetto. E con grande rammarico di entrambi si erano lasciati, come spesso accade, facendosi mille promesse di un futuro ricongiungimento; e poi, più nulla per lunghissimo tempo. Sono passati 9 anni da quell’addio sofferto: sta ritornando dalla sua consueta corsa mattutina e arrivando nei pressi del suo ristorante si ferma di colpo: sul muretto antistante il locale è seduta una donna, capelli neri, di una bellezza da perdercisi dentro. Lui la riconosce perché ce l’ha dentro dal giorno che si sono conosciuti su quel treno in mezzo alle nuvole andine: è lei, Marisol. Per qualche istante la guarda, come se fosse parte di uno dei tanti sogni a occhi aperti che lui nel tempo ha fatto su di lei. “Finalmente sei arrivata!” Le parla come se si fossero lasciati il mese prima e non fosse invece passato quasi un decennio. Per alcuni minuti non si raccontano nulla: lasciano che i loro due sguardi si fondano per il tempo che serve a ricongiungere le loro due anime. Sembrano due alieni che comunicano col pensiero, da tanto sono immobili e sospesi nel tempo. “Mi ci sono voluti 9 lunghi anni per capire il motivo per cui mi hai abbandonata: poi, una mattina ho incontrato un prete matto di strada e gli ho raccontato la nostra breve ma intensa storia e lui mi ha detto che doveva andare così perché le nostre due anime non erano ancora pronte a sacrificarsi. Ora so nel profondo che la mia anima è pronta a viverti accanto per sempre, se tu lo vuoi ancora, qualunque cosa succeda. Sono qui per te e non voglio più andare da nessuna parte, se non insieme a te!” Quelle erano state le parole che avevano definitamente posto la parola fine a quella sottile inquietudine che aveva contraddistinto gli ultimi dieci anni della vita di Gianni.

The Groove of life

My daughter’s dance recital

Dance…dance my little girl…dance on the waves created by the wind of moment after moment…

…life is all about finding your own right rhythm…

…and even if these are your first steps…

…I feel you’re on the right groove…

…your unique groove of life…

Parte 7 L’indizio

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Anna e Paola hanno appena parcheggiato sul viale che conduce al lungomare pieno di negozi, la Renault Clio presa a noleggio qualche ora prima all’aeroporto Gando a Gran Canaria. La giornata è soleggiata e la temperatura è gradevole grazie anche all’influsso di una leggera brezza tiepida proveniente dall’Africa. Durante il volo entrambe erano state assenti e assorte e solo a tratti si erano scambiate qualche battuta per cercare di riordinare una serie di pensieri che sembravano provenire da due cervelli che lavoravano all’unisono, quasi le due donne fossero in perfetta sintonia cerebrale e reciprocamente sentissero vibrare nei dettagli quei pensieri che le loro due menti  stavano elaborando ognuna nella quiete del proprio silenzio. L’argomento principale di quella loro conversazione sgranata era quanto successo il pomeriggio precedente: dopo aver lasciato il bar dove si erano incontrate, in Piazza San Babila a Milano, le due donne si erano recate in taxi a casa di Anna. Durante il tragitto si erano messe a discutere di ciò che avrebbero potuto trovare una volta giunte a casa di Anna. “Che cosa ti aspetti di trovare a casa tua Anna che sia ricollegabile alla scomparsa di Gianni?” La domanda di Paola nascondeva una aspettativa quasi morbosa che qualunque cosa avessero trovato a casa dell’amica avrebbe potuto condurle in qualche modo dal fratello scomparso. “Non so se tu sai Paola, che a seguito dell’incendio ha appiccato alla fine del 1996 in azienda da nostro padre, Pietro l’anno successivo venne incriminato e condannato a scontare una pena di 5 anni.” “Si avevo letto qualcosa in merito, ma non me la sono sentita di chiamarti dopo quello che…” Anna aveva interrotto l’amica che stava cercando di giustificare quella sua mancanza per non essersi interessata all’arresto di Pietro. “No fermati Paola; non devi affatto giustificarti. Noi della famiglia abbiamo fatto ben di peggio nei confronti di Pietro: io è come se lo avessi dimenticato e cancellato completamente dalla mia vita. Mio padre addirittura si è spinto molto oltre: ha corrotto un giudice affinché deliberasse in merito all’esclusione di Pietro dall’asse ereditario e gli fosse riconosciuta solo la quota di 1/6 che spetta per legge per la cosiddetta legittima. Quindi come vedi non hai nulla da giustificarti in questa vicenda. Ma il punto in questione in questo frangente non è ciò che era successo a Pietro, bensì quello che successe alcuni anni dopo. Un sabato pomeriggio di qualche anno fa, credo 2 anni fa se non ricordo male, ero in casa stesa sul divano a cercare di riprendermi da una delle mie nottate selvagge, quando la cameriera irrompe nella sala dicendomi che c’è una persona che ha chiesto di me alla porta: io non avevo alcuna voglia di alzarmi a causa di un mal di testa pazzesco e avevo risposto bruscamente che non volevo vedere nessuno. L’uomo tuttavia aveva insistito pesantemente, dicendo tra le altre cose alla cameriera che voleva vedermi per una questione di vitale importanza. A quel punto, svogliata e quasi contrariata da quella insistenza per interposta persona, mi ero alzata alla meno peggio e come se fossi menomata da ambo gli arti, avevo percorso lo spazio che divideva la sala dalla porta di entrata. Non avevo capito immediatamente chi fosse, a distanza, ma man mano che mi avvicinavo, lo avevo riconosciuto dallo sguardo.” Anna si era fermata un secondo come per riordinare i pensieri: in realtà era per riprendere fiato e tenere a freno le emozioni che provava al ricordo di quell’incontro; due lacrime parallele, grosse come i goccioloni di un temporale di mezza estate, stavano scendendo da entrambe le guance. “Era lui Paola, mio fratello, colui che io avevo completamente gettato nel cestino della spazzatura anni prima, dimenticando ciò che aveva rappresentato per me in passato. Erano tanti anni che non lo vedevo ed era molto cambiato: sebbene lo sguardo fosse rimasto lo stesso, potevo scorgere in lui una vena di nostalgia, come se fosse rimasto inchiodato a qualcosa che non esisteva più. Per almeno un minuto siamo rimasti fermi immobili a guardarci negli occhi: io con indosso un pigiama e una vestaglia che costavano più di tutti i pasti che in 5 anni lui aveva consumato in carcere, e lui vestito di stracci della Caritas. Eravamo due facce di una stessa medaglia: la medaglia di due vite perdute, la mia e la sua a prescindere da ciò che l’aspetto esteriore poteva mascherare!” “E poi che è successo Anna?” L’amica era impaziente nella speranza che il racconto di Anna potesse in qualche modo ricondurre a Gianni. “Pietro aveva rotto quel silenzio tra di noi e con tono umile e sincero mi aveva chiesto se potevo prestargli mille euro perché doveva  comperare un biglietto aereo per raggiungere Gianni, sottolineando che era per una questione di vitale importanza. Io all’epoca, ero talmente sballata che mi ero imbestialita a quella richiesta; concentrata com’ero su me stessa non riuscivo ad accettare che mio fratello, dopo tutto quello che aveva combinato alla nostra famiglia, si presentasse in casa mia dopo anni che non si faceva vivo e mi chiedesse dei soldi, sebbene quei soldi servissero per raggiungere Gianni in qualche parte del mondo.” Le due lacrime di poco prima si erano trasformate in un pianto dirompente; Anna aveva avvolto il proprio viso con entrambe le mani e stava scuotendo la testa a destra e a sinistra, disperata. “Ti rendi conto Paola di quanto sono stata gretta e meschina! Ero talmente presa da me e dalla mia vita che non vedevo il dolore che stavo provocando: per ogni cosa che succedeva ero indotta a pensare che la colpa fosse sempre e comunque degli altri e che io non avessi alcuna responsabilità sui fatti!” “Dopo averlo fatto attendere sulla porta di casa come per fargli pesare la distanza esistente tra i nostri due mondi, ero corsa nello studio al piano superiore e avevo prelevato dalla cassaforte mille euro in contanti e scesa di nuovo al piano di sotto gli avevo gettato per terra i soldi, come fosse un accattone che ti vuoi levare dalla coscienza. Lui con umiltà si era chinato, aveva raccolto i soldi e se ne era andato per sempre dalla mia vita.” “E tu Anna non avevi chiesto nulla a Pietro in merito al luogo dov’era diretto?” La voce di Paola era lievemente contrariata alla notizia che Anna un paio di anni prima avrebbe potuto venire a conoscenza del luogo dove Gianni aveva deciso di stabilirsi per sempre ma aveva soprasseduto con totale indifferenza. “No Paola; ti ho detto che all’epoca ero sballata completamente!” “Ma non capisco cosa c’entri la storia che mi stai raccontando con il fatto che ora ci stiamo recando in tutta fretta a casa tua Anna?” “Spero di poter rispondere a questa tua domanda fra poco Paola.” E intanto che Anna rispondeva all’amica, il taxi aveva raggiunto la casa: Paola era scesa subito dietro di lei dall’auto e aveva dovuto accelerare il passo per starle dietro. L’amica sembrava come impazzita dalla necessità di comprendere. In casa, Anna aveva cominciato a rovistare in tutti i cassetti che trovava a portata di mano, svuotandoli completamente del contenuto e buttando tutto in terra, sotto lo sguardo attonito e riverente delle due collaboratrici domestiche e di Paola che se ne stava in disparte per non caricare ansia su ansia. “Dove cazzo l’ho messa!” Ripeteva tra sé. “Cosa stai cercando Anna? Se mi coinvolgi in questa tua ricerca folle, forse ti posso aiutare.” “Sto cercando una cartolina Paola, una cazzo di cartolina!” Nella voce di Anna c’era tutta la disperazione di chi sa che su quella cartolina avrebbe potuto trovare un indizio importante ma ha il dubbio di averla gettata via. “Fermati un attimo Anna, respira ti prego! Se continui a cercare come una matta senza adottare un criterio, non fai altro che aggiungere stress all’agitazione e questo di certo non aiuta nella ricerca. Rifletti un secondo: ritorna con la mente al giorno in cui l’hai ricevuta.” L’incursione verbale di Paola in quella corsa impazzita di Anna, aveva avuto l’effetto di calmarla, almeno momentaneamente; si era lasciata andare sull’ampio divano posto al centro della sala per cercare di riordinare le idee guardando il soffitto. “Mi è stata recapitata due anni fa, qualche settimana dopo che Pietro era venuto a casa: ero appena tornata dal lavoro e come spesso capitava, mi ero seduta in cucina a leggere la posta e tra le varie lettere e bollette da pagare mi ero ritrovata tra le mani la cartolina. In un primo momento non ci avevo dato peso più di tanto e l’avevo lasciata sull’isola posta al centro della cucina. La mattina successiva, mentre ero intenta a fare colazione, avevo buttato l’occhio al soggetto ritratto nella cartolina: era una foto delle dune di Maspalomas a Gran Canaria!” Alla parola ‘Maspalomas’ a Paola si erano illuminati gli occhi: il suo cervello aveva associato quel nome alla vacanza che i quattro amici avevano fatto insieme 25 anni prima. “Ma cosa c’era scritto Anna sul retro della cartolina?” Paola non si era resa conto che quella domanda l’aveva posta a nessuno: infatti Anna era sparita dalla cucina. Dopo qualche istante l’aveva vista sbucare dalla porta con in mano qualcosa. “Eureka! L’ho trovata finalmente: era dentro una scatola di vecchi ricordi dove ero solita mettere biglietti e lettere che Gianni e io ci scrivevamo quando eravamo fidanzati. Non ricordavo proprio di averla messa lì.” “Cosa c’è scritto Anna?” “Tieni…” Ricevuta la cartolina da Anna, Paola l’aveva girata e sul retro aveva letto:

La felicità si nasconde nei dettagli

Al posto della firma, una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Le due donne si erano guardate perplesse: “Che cavolo significa questa frase?” Si era domandata Paola con occhio bovino. “Riconosci la scrittura Anna?” Paola aveva passato la cartolina all’amica: sembrava una patata bollente che nessuna delle due era in grado di tenere in mano per più di qualche secondo da quanto continuavano a rimpallarsela da una all’altra. “E’ inconfondibilmente la scrittura di Pietro, non ho dubbi.” “Cosa è indicato sul timbro postale?” “12 novembre 2015: circa lo stesso periodo, settimana più, settimana meno, in cui Pietro si era recato qui a casa mia chiedendomi i 1.000 euro.” Intanto che parlava, Anna aveva girato la cartolina sul fronte: erano ritratte le famose dune naturali di sabbia desertica, dalla parte dove svetta imponente e maestoso il faro dell’isola. Paola si era avvicinata alla cartolina che Anna teneva tra le mani e, strizzando gli occhi, si era messa a scrutare centimetro per centimetro, alla ricerca di qualche indizio. Dopo qualche minuto aveva sollevato la testa e si era lasciata andare in un sospiro di rassegnazione. “Non vedo nulla Anna che possa minimamente ricondurre a Gianni.” Lo sguardo di Paola, da euforico e pieno di aspettative di poco prima si era come smorzato di colpo. “Nemmeno io Paola. E poi non capisco perché tutto questo mistero. Se Pietro aveva voglia di farmi sapere dove si trovava, poteva semplicemente scrivermi che era lì e che aveva voglia di vedermi.” “Saresti stata pronta Anna, all’epoca, a ricevere da tuo fratello una frase come quella che hai appena citato? Sii sincera! Dopo tutto quello che mi hai raccontato che gli avevi vomitato addosso quando era venuto a chiederti i soldi?” Anna a quella duplice domanda retorica dell’amica non aveva risposto, ma il suo sguardo si era perso nel vuoto tra un po’ ricordi e un vagone di rammarichi. “Sai quanto Pietro è sempre stato un maestro dell’arte maieutica; ti ricordi quanto era in grado, semplicemente ponendo le domande nel modo giusto e al momento giusto, di tirare fuori le verità nascoste che ognuno di noi, immaturi adolescenti all’epoca, non sapevamo nemmeno di avere dentro.” “E mentre quando eravamo ragazzi, esercitava questa sua passione con le parole, io credo che con questa cartolina lui abbia giocato benevolmente con te: solo quando fossi stata pronta dentro il tuo cuore a ricongiungerti con lui, se mai lo fossi stata, avresti messo l’energia necessaria per risolvere questo piccolo enigma.” Alla chiusura di quel breve monologo di Paola,  come se fosse stata colta da un fulmine a ciel sereno che le aveva squartato il cervello, Anna aveva strappato di mano la cartolina a Paola ed era corsa in fondo all’ampia cucina, nell’angolo dove era posizionata la madia di fine ottocento: aveva aperto un cassetto e a colpo sicuro aveva estratto una piccola lente di ingrandimento che era solita usare quando doveva leggere le clausole di qualche contratto, sempre scritte con caratteri da lillipuziano. “Cazzo Paola, vieni a vedere: ho trovato qualcosa!” La voce di Anna era un misto di eccitazione e incredulità. “Guarda lì:” le aveva detto porgendole la lente. “Non vedo nulla Anna.” “Osserva l’insegna di quel ristorante situato a fianco del faro; che cosa leggi?” Paola aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco quella scritta dai caratteri infinitesimali. “Bi-bi restaurant…” aveva letto con fare incerto e di colpo la voce le era calata di tono e intensità, diventando quasi un soffio d’alito dall’incredulità. “Bi-bi era il soprannome con cui Gianni era solito chiamarti nel periodo in cui eravate fidanzati e questa non può certo essere una coincidenza!” “È quello che penso io amica mia!” Le aveva risposto Anna con esultanza. “La felicità si annida nei dettagli Paola! La felicità si annida nei dettagli cazzo!” Per alcuni minuti sospesi nel nulla, le due amiche erano rimaste fuse in un abbraccio che assomigliava a un groviglio di corpi, tanto era carico di tensione e aspettative e avevano pianto ininterrottamente lacrime di felicità. Appena ripresesi da quel lungo abbraccio, Anna si era subito messa al PC per prenotare il primo volo per Gran Canaria. Ora sono lì, dentro quella utilitaria, in attesa di trovare il coraggio di scendere e andare incontro al loro destino. Nessuna delle due sa come si comporterà alla vista di Gianni e, sperano entrambe, di Pietro: alternano momenti di eccitazione data dal pensiero di ritrovarsi in quel luogo tutti insieme, di nuovo, dopo 25 anni, a fasi di dubbi e timori che le vecchie ferite e i rancori per cui si erano separati tanti anni prima, siano talmente incrostati attorno ai loro schemi mentali, da non permettere più a nessuno dei quattro di trovare la strada per un ricongiungimento. Percorrono il viale che divide la zona in cui hanno parcheggiato dal lungo mare che porta al faro, quasi trattenendo il respiro. Paola ha tentato più volte, ma invano, di prendere la mano di Anna, non tanto perché abbia voglia di fare la fidanzatina, ma per trovare il coraggio di affrontare qualcosa di cui non riesce minimamente ad immaginarne l’esito. Ma Anna non vuole essere distratta da nulla, nemmeno da un contatto con Paola: ha bisogno di concentrazione e anche solo pensare di tenere la mano all’amica la distrae da quel momento che ha per lei tutta l’aria della solennità. Si fermano a una cinquantina di metri dal ristorante: l’insegna, come indicato sulla cartolina che Paola aveva riposto nel suo zaino quasi fosse una reliquia rara e preziosa, indica ancora: ‘Bi-bi Italian restaurant’. Le due amiche si guardano: ora è Anna a cercare le mani di Paola; le sente umidicce a causa dell’agitazione. “Sempre insieme? Qualunque cosa succeda?” Ha bisogno di essere rassicurata che comunque vadano le cose, loro non si separeranno più. Ha paura di essere risucchiata di nuovo nella vecchia vita e Paola in tal senso è il suo biglietto di sola andata per un futuro diverso. “Sempre insieme! Promesso!” Le risponde l’amica con voce morbida e rassicurante guardandola fissa negli occhi. Le labbra di Anna si avvicinano a quelle di Paola a sfiorarle impercettibilmente. “Ti amo e ti ho sempre amata Paola! Ora lo so, come so che sto respirando, nel modo più semplice e diretto che conosca, e questo  basta a rendermi felice!” Quello slancio improvviso di Anna riempie il cuore di gioia dell’amica che con tono gentile, spostando lo sguardo impercettibilmente verso l’oceano spennellato d’argento dai raggi del sole, risponde: “Lo sapevo che ne sarebbe valsa la pena aspettarti per tutti questi anni.” Riprendono il cammino con gli stessi dubbi e perplessità di prima, ma con una certezza e un sollievo nel cuore: comunque andranno le cose, d’ora in poi gli oneri saranno divisi per due e questo ne allevierà le pene. “Buongiorno: siete aperti?” Anna butta lì quella domanda quasi fosse una dei milioni di turisti che ogni anno si recano in quel luogo per prendere il sole e non certo per cercare due amici perduti da una vita. “Si accomodatevi, siamo sempre aperti da queste parti.” Risponde con accento calabrese leggermente ritmato da una impercettibile cadenza spagnola, un signore sulla cinquantina, basso, tarchiato e pelato, con baffi neri lucenti. Anna e Paola rimangono interdette per un attimo: entrambe pensavano di trovare Gianni a muoversi tra i tavoli di quel ristorante, ma quello davanti a loro tutto è fuorché il fratello di Paola. Paola si munisce di coraggio e intanto che Anna occupa un tavolino  vicino all’entrata, va incontro a quell’uomo e con timidezza domanda: “Conosce per caso un certo Gianni Anselmi?” Vorrebbe fuggire: ha paura di sentirsi rispondere che da quelle parti non hanno mai sentito nessuno con quel nome. “Certo che lo conosco!” Risponde con fare amichevole e spontaneo l’uomo nel modo tipico che gli italiani all’estero hanno quando ritrovano altri connazionali. A quella risposta Anna, che stava ascoltando la conversazione quasi in disparte seduta al tavolo, si alza e si avvicina repentina ai due. “Sono stato il suo cameriere per anni in questo locale prima che  mi vendesse la baracca.” “Come ‘vendesse la baracca’?” “Si, ha venduto per seguire l’amore; sono oramai 6 anni che mi ha ceduto il locale. Negli ultimi periodi, prima di vendere, era più là che qua e poi ha deciso di trasferirsi definitivamente.” “Trasferirsi dove?” “In Messico.” Paola alla parola Messico ha come un sussulto, quasi una scossa elettrica che le infonde energia: si mette a rovistare nello zaino finché non trova la cartolina. “Non lo avevamo notato prima Anna;” si rivolge all’amica indicando il francobollo della cartolina che tiene tra le mani: “Questa cartolina non è stata affrancata da qui, ma dal Messico…” “Questo significa che Pietro e Gianni sono insieme!” Anna conclude la frase che Paola aveva lasciato in sospeso con una vena di euforia. Pensa per un attimo al fatto che anche se non riuscissero a incontrarsi più tutti quattro, la vita avrebbe comunque riequilibrato gli eventi nel modo corretto: lei e Paola insieme senza più nessuna barriera a tenerle lontane e Gianni e Pietro di nuovo a condividere la vita sostenendosi a vicenda come avevano fatto da ragazzi. I pensieri di Anna si dileguano al suono della voce del proprietario del locale: “L’ultima volta che l’ho visto è stato 2 fa, non ricordo di preciso l’anno: forse luglio o agosto del 2015, giù di lì.” L’uomo ha voglia di parlare: forse il ricordo del tempo passato con Gianni lì in quel ristorante gli genera piacere o forse semplicemente perché, in fondo, sente per quelle due donne lo stesso affetto che prova per lui. “Era solo e aveva fretta: mi ha salutato in modo superficiale e poi se n’è andato quasi avesse timore che io gli chiedessi informazioni sulla nuova vita. Non era più lo stesso Gianni che avevo conosciuto io: lo sguardo non era più quello di un tempo; avevo notato una vena di tristezza che lo condizionava.” Intanto che parla si reca in cucina e dopo qualche istante esce con una cartolina tra le mani. “Ecco, tenete;” porge la cartolina alle due donne; “da quello che posso capire, ne avete più bisogno voi di quanto non serva a me.” Anna gira la cartolina sul retro:

Gianni Anselmi

Paseos de la Reforma, 30

Zihuatanejo, Messico

Niente altro che l’indirizzo e una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Sul fronte della cartolina, una spiaggia di sabbia bianchissima, alcuni ombrelloni, e in lontananza un pò di hotel, sparsi qua e là. “Mi è stata recapita un paio di anni fa, a fine 2015 circa…” L’uomo lascia in sospeso la frase: ora è assorto nei suoi pensieri che  dopo poco vengono interrotti dalla voce di Anna: “Ma è la calligrafia di Pietro!” Anna abbassa le braccia, la cartolina ben stretta nella mano destra, lo sguardo rivolto impercettibilmente in alto a sinistra: sta riflettendo. “E’ come se ci stesse lasciando degli indizi Paola, con l’intento di spingerci ad andare nei luoghi dove ha vissuto Gianni.” “Ora sono io a non capire Anna;” Paola ha lo sguardo perso nel vuoto. “E’ come se Pietro abbia lasciato delle tracce dietro di sé nella speranza che un giorno ci decidessimo a iniziare questa sorta di caccia al tesoro in giro per il mondo.” “Si ma perché Anna? E anche se fosse, in questo caso quale dovrebbe essere il tesoro che dobbiamo cercare?” “Non lo so Paola, proprio non lo so ma più ci addentriamo in questa storia, più cresce in me il desiderio di andare avanti, di capire cosa ci sta sotto a questa vicenda.” Anna si siede, mette entrambi i gomiti su un tavolino a ridosso della cassa e appoggia il mento su entrambe le mani: è solita farlo fin da bambina quando si fa prendere da un sogno che la porta lontano. In questo caso il sogno riguarda lei e i suoi amici, i quattro cavalieri della tavola rotonda. La voce di Paola la riporta al presente da quel viaggio onirico in una dimensione che sa di vago. “Prendi il PC portatile Anna: cerchiamo il modo più diretto per recarci in questo posto dal nome impronunciabile! Anche io, più mi addentro in questa storia, più sento il bisogno di capire e soprattutto di riabbracciare mio fratello.”

Parte 6 Il duplice malinteso

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Anna è seduta sul sedile posteriore dell’auto in un pomeriggio inoltrato di Maggio, a fianco a lei Paola; Gianni e Pietro occupano i sedili anteriori, Gianni è alla guida.

Hanno lasciato Bologna da circa quaranta minuti e dal momento in cui sono saliti in auto nessuno ha proferito parola; l’aria è pesante e quella spensieratezza che aveva unito i quattro un tempo, ora è solo un debole ricordo. Ognuno è assorto nei propri pensieri, buona parte dei quali riguardano qualcuno degli altri tre; covano sotto la cenere una serie di rancori incrociati che non aspettano altro che una scintilla per esplodere. Sono come quattro mine vaganti pronte a brillare al minimo tremore dell’ambiente circostante.

Anna sta riflettendo e scandagliando le relazioni che ha con gli altri tre componenti del gruppo: non prova nessuna forma di nostalgia per quanto avevano e quanto hanno perso, ma solo una asettica curiosità di capire quale fosse il collante che li ha tenuti così uniti per poco meno di vent’anni. In alcuni momenti ha pure provato a sforzarsi di rimettere insieme i pezzi sparsi della loro storia che sente non appartenerle più, ma appena si è trovata davanti, a turno, uno dei tre amici, quella buona volontà di provare a ricucire qualcosa, si è annegata nel mare dei rancori e  dei sensi di colpa.

Lei stessa, se si guarda dentro non è più quella di qualche mese prima: sono cambiate tante cose e la vicenda con Claudio Zanetti, il consulente con cui aveva avuto quella serata di trasgressione totale, ha definitivamente sancito la fine di ciò che Anna era stata in passato. Nei giorni successivi a quella vicenda, aveva attraversato dei momenti di totale confusione: non si riconosceva più e non aveva ancora capito che piega avrebbe preso la sua vita in futuro. Pian piano che i giorni passavano, quel senso di smarrimento e vuoto interiore, aveva lasciato il posto a un indurimento generale del suo modo di affrontare la vita e trattare gli altri. È diventata molto più impaziente verso le situazioni di indolenza e indecisione delle persone che si trova innanzi, Gianni in primis e quando qualcosa non va come lei desidera, si fa prendere da scatti di rabbia che la trasformano emotivamente e fisicamente. Anche i lineamenti si sono induriti, probabilmente anche a causa di un dimagrimento notevole che l’ha coinvolta negli ultimi mesi. Questo cambio importante nella vita di Anna è dovuto anche all’uso della cocaina: dopo la serata passata con Zanetti infatti, ha iniziato a farne uso con sempre più frequenza e questo contribuisce a far emergere il suo lato aggressivo e poco disponibile. Oramai sente che la strada imboccata è a senso unico: non può più tornare indietro ma solo spingere l’acceleratore a fondo guardando avanti.

Osserva il paesaggio fuori dal finestrino perdere nitidezza di contorni con l’aumentare della velocità dell’auto e ripensa a quella mattina, qualche mese prima, quando si è dovuta recare in ospedale per il raschiamento che avrebbe posto la parola fine su quella gravidanza inaspettata e indesiderata. Per un momento, dopo aver saputo di essere rimasta incinta, aveva pensato di tenere il bambino: in fondo, si era detta tra sé, quante ragazze madri ci sono a questo mondo che crescono i figli senza avere vicino la componente maschile? Ma poi quel pensiero aveva lasciato il posto ai timori di perdere ciò che aveva e ciò che in futuro avrebbe potuto diventare immolandosi completamente alle richieste del padre/padrone. Era più forte di lei: sentiva il desiderio di fare soldi, diventare ricca e potente come e più di quanto non lo fosse il padre e stava capendo che sarebbe stata disposta a tutto pur di non perdere quella occasione. Il denaro e il mondo che stava attorno ad esso erano gli unici aspetti per cui lei era disposta a fare sacrifici e scendere a compromessi; tutto il resto poteva essere cestinato. Questi erano stati i pensieri che l’avevano spinta ad abortire quella mattina, dopo alcuni giorni passati nell’angoscia dell’indecisione.

C’era poi un altro aspetto che prendeva i pensieri di Anna quel pomeriggio dentro l’auto che li stava conducendo a Ravenna al matrimonio di un amico comune: da quella mattina che aveva aperto il proprio cuore al fratello Pietro raccontandogli tutto quello che era successo con Zanetti, lo odiava. Lo odiava in primis perché la reazione che lui aveva avuto al racconto di quella sua serata sfrenata, pensava fosse la causa delle decisioni che lei aveva preso nelle settimane successive. Al fratello gli addossava la responsabilità per essersi fatta prendere completamente dalla droga. Lo colpevolizzava inoltre di averle fatto prendere la decisione di abortire e lo detestava perché di fronte a una sorella che gli aveva aperto il cuore con onestà, lui si era più preoccupato per Gianni e per il gruppo di amici. Anna pensava che sarebbe bastato che Pietro l’avesse stretta in un abbraccio infinito quella mattina, rassicurandola che tutto sarebbe andato bene, per farle riacquistare fiducia in sé stessa e forse tutto quello che era stato, avrebbe ripreso vigore.

Sentiva rancore anche nei confronti degli altri due amici e verso sé stessa: quello che c’era stato tra di loro in passato aveva deformato tutte le sue percezioni in fatto di scelte prese e da prendere. Quell’aborto, ora seduta lì in quella macchina con tre persone a cui era stata legata in modo fraterno e che ora non riconosceva più come tali, era anche e soprattutto la conseguenza di un senso di colpa che la corrodeva dentro in silenzio: da subito aveva considerato quanto successo con Zanetti un atto di tradimento verso gli amici più che verso il fidanzato e quel senso di colpa l’aveva spinta ad abortire per evitare che il gruppo dei quattro si sfaldasse.

Era una vita che ognuno dei componenti dentro a quel gruppo prendevano decisioni più o meno importanti facendosi guidare solo ed esclusivamente dal timore che l’amicizia si sarebbe potuta rompere. E questo aveva condizionato enormemente la la loro vita.

L’unica che in apparenza sembrava non essersi fatta traviare dal preservare il gruppo di amici era Paola che, con quella sua calma proverbiale e quell’equilibrio che sembrava avere radici orientali, non aveva mai rinunciato a se stessa.

Comunque questa forma di vita in comune con gli altri tre, Anna non la sopporta più: ha bisogno di prendere le decisioni pensando solo ed esclusivamente a sé stessa e poco importa se queste hanno degli influssi negativi sul gruppo; in poche parole, ha bisogno di riappropriarsi della propria vita.

E poi c’è Gianni: con lui le cose non andavano più come un tempo da mesi e ora, guardandolo lì intento a guidare, con quei suoi modi un po’ goffi e indecisi di affrontare ogni cosa, non comprende più quale sia stato l’elemento principale che l’aveva attratta di lui. L’unica certezza che ha, è che non lo ama più: nelle ultime settimane lui, com’era ovvio che fosse, aveva tentato più volte di fare l’amore, ma lei si era sempre negata. Di quella forma di sesso da fidanzati non le interessava più nulla: quel suo lato aggressivo da dominatrice sentiva appartenerlee percepiva che quella era la sua porta di accesso alla vita di domani. 

Infine Paola: le cose si complicano un po’ quando pensa a lei. In realtà è consapevole che entrambe, lei e l’amica, hanno lasciato in sospeso un argomento dopo quel pomeriggio di qualche anno prima alle Canarie, ma quello è un aspetto della sua vita che lei proprio non sa come affrontare e soprattutto, visto il desiderio che ha di entrare in certi ambienti che profumano di soldi e di potere, svelare la propria omosessualità, potrebbe essere deleterio per il suo futuro. È vero, è un atto di codardia, ma è espresso per raggiungere un obiettivo più importante. Ora, nella sua vita, non c’è spazio per una relazione, oltretutto un amore lesbico che nascerebbe all’insegna delle complicazioni e del dover dare spiegazioni a tutti, in prima battuta a suo padre.

Ha bisogno di semplificarsi la vita: non vuole avere inutili pesi e rotture di scatole. Paola è lì; la percepisce come qualcosa di sospeso nel tempo, quasi l’avesse congelata per tirarla fuori dal congelatore se un domani ne avrà bisogno. Di lei si fida ciecamente e soprattutto la stima e la rispetta per aver taciuto quanto successo tra loro due e non averle mai fatto pressioni di nessun genere, nonostante capisca che per lei non deve essere stato facile e per questo la rispetta e la stima ancora di più. Non vuole assolutamente riconoscere a sé stessa che le vuole bene, perché aprirsi a quel tipo di sentimenti nei suoi confronti, significherebbe aprire una breccia su una voragine dentro cui potrebbe perdersi facilmente.

Si gira a guardare l’amica seduta di fianco a lei; è incredibile quanto sia in grado di essere serena e felice in ogni situazione, anche in un’occasione come quella, nella quale la tensione fra i quattro è talmente densa da potersi tagliare con un coltello.

In realtà Paola è comunque molto rammaricata nell’animo: è brava ad incassare e nel tempo a farsene una ragione, ma la vicenda con Anna le ha fatto passare non poche notti insonni. Non prova rancore verso l’amica: ci è passata anche lei per quel tipo di indecisioni che riguardano la propria natura sessuale e sa che possono rappresentare degli scogli insormontabili, soprattutto quando si ha un padre come quello di Anna e una madre completamente alla mercé di un despota che vuole sempre prevaricare su tutto e tutti. È difficile affrancarsi da quel tipo di situazioni, oltretutto quando lo stesso padre è colui che ti può aprire le porte di un’arena fatta di soldi e potere. All’inizio aveva provato un misto di rabbia e invidia nei confronti di Gianni ma poi, col passare del tempo, il bene fraterno che prova e quella sua aria da eterno bambino, avevano sciolto ogni forma di rancore nei suoi confronti e ora, anzi, soffriva pure a vedere il fratello starci male per quel cambio di comportamenti molto marcato che Anna sta dimostrando nei suoi confronti. Tutto sommato Paola ora sente che la sua vita sta prendendo la piega giusta, sebbene non sia la piega che lei avrebbe desiderato, ma è consapevole che bisogna lasciare andare le cose come devono andare.

Nella parte anteriore dell’auto le cose per i due maschietti sul fronte pensieri negativi e rancori non vanno molto meglio.

Gianni è praticamente uno zombie da quando ha percepito che Anna è uscita dalla sua sfera di influenza. Continua a pensare e ripensare dove e quando ha fatto qualche passo falso che li ha condotti su quel binario morto della loro relazione; non riesce proprio a uscire da quell’impasse di pensieri. Le ha chiesto più volte di dirgli tranquillamente se nella sua vita c’è un’altra persona, ma lei continua a negare e a fargli presente, non senza qualche insulto di mezzo, che il motivo della loro crisi è dovuta ad altro che però non si è mai degnata di specificare. Gianni tra le altre cose non può più nemmeno contare sulla spalla amica e fidata dell’amico Pietro: quando in passato le cose con qualche ragazza per lui non si erano messe bene, Pietro gli era a fianco a dispensare consigli con aria decisa e maestra. Ma è qualche mese che, quando Gianni prova anche solo ad accennare ai problemi che ha con Anna, Pietro si defila completamente dal discorso e in alcune occasioni è pure scappato pur di non affrontare l’argomento. Gianni non capisce quel comportamento dell’amico: è vero che Pietro è fratello di Anna e potrebbe non avere voglia di immischiarsi, ma considerando l’affiatamento che c’era fra di loro un tempo, gli sembra un comportamento comunque molto strano e alquanto eccessivo nei suoi confronti. Tra le altre cose, mentre un tempo il loro rapporto era sempre stato all’insegna della presa in giro e della spensieratezza e loro su quello avevano tessuto le fila di un’amicizia spontanea e spassosa, ora a Gianni sembra di parlare con un bacchettone settantenne da tanto pomposo e viscoso è il modo di colloquiare dell’amico. Non ha più voglia di stare allo scherzo e in alcune occasioni Gianni ha cercato pure una scusa per evitare di doverlo sopportare oltremodo tanto è pesante nei suoi modi di esprimersi.

I pensieri di Pietro, a fianco, sul sedile del passeggero, sembrano viaggiare all’unisono con quelli di Gianni: l’argomento infatti è lo stesso e cioè Anna. Mentre Gianni è completamente in balia dei suoi pensieri perché non riesce a capire quella ritrosia della ragazza, Pietro lo è perché sa fin troppo di quello che ha combinato la sorella ultimamente e questo gli genera un senso di colpa micidiale nei confronti dell’amico fraterno. È talmente combattuto tra tenere la parte alla sorella non svelando quanto lei gli ha detto mesi prima da un lato e, dall’altro, cedere al bene che sente nei confronti dell’amico, raccontandogli ogni cosa, che preferisce quasi non frequentare più Gianni per evitare di stare male ogni volta. E questo aspetto gli sta provocando un dolore all’anima insopportabile perché conosce l’amico e sa che proprio ora avrebbe bisogno di averlo accanto.

Nei confronti di Anna invece prova un odio smisurato: non la considera quasi più sua sorella e ogni volta che lei apre bocca, lui interviene intromettendosi con modi rudi e volgari giusto per il piacere di farla arrabbiare. Ad averlo così infastidito di Anna non è stato ciò che ha fatto, bensì il fatto che lei ha generato tutto quel casino per legare l’asino dove vuole il padrone e il padrone in quel caso è il padre. L’odio che provava e prova per il padre ora lo ha esteso anche alla sorella che a lui sembra sempre più simile, nei modi di fare e pure nelle fattezze, a quel gerarca nazista del genitore.

È vero, come gli ha rinfacciato Anna mesi prima durante quella conversazione, lui ha combinato un gran casino quel giorno di qualche mese prima appiccando l’incendio doloso in azienda dal padre, ma per quel casino sta pagando quello che deve pagare e non si è di certo venduto ai soldi del genitore per comodità. 

I pensieri di Pietro inoltre sono molto confusi per via della probabile condanna che di lì a poco vedrà pendere sulla sua testa: ha parlato ultimamente con il suo avvocato il quale gli ha riferito di prepararsi al peggio, visto anche la reazione inaspettata avuta dal padre a quel suo gesto idiota di qualche mese prima.

“Parcheggia lì Gianni, sul prato, anche se dobbiamo fare due passi a piedi non fa nulla!”

L’auto coi quattro a bordo è giunta al luogo dove si svolgerà il matrimonio.

“Per te non farà nulla! Noi abbiamo i tacchi e camminare sull’erba non è per niente facile!” Anna risponde al fratello con un tono così sgarbato che Paola impercettibilmente le tocca un braccio come per trattenere quella sua irruenza. In quel frangente Anna guarda l’amica con fare truce: sembra che non voglia essere contraddetta da nessuno; è come se avesse un fuoco dentro che arde e la fa scattare per ogni piccola cosa.

“Va bene calmatevi voi due!“ Risponde Gianni facendo il pacificatore, “ora vi accompagno con la macchina fino davanti all’entrata e poi, se non trovo posto, vengo a parcheggiare qui.”

Il matrimonio si tiene nel parco di una delle ville più antiche del territorio ravennate, una residenza con 400 anni di storia alle spalle, completamente immersa nel verde, che affittano per festeggiare matrimoni di lusso.

Gianni ha lasciato i tre amici davanti alla porta di ingresso ed è andato a parcheggiare l’auto poco distante; quando entra all’interno del parco della villa, rimane sorpreso dal fatto che nessuno degli amici si sia fermato ad aspettarlo. Ancora scocciato da quella mancanza di rispetto nei suoi confronti, scorge Pietro poco distante sulla destra dell’entrata, vicino al tavolo degli aperitivi: è intento a parlare con una ragazza. È tipico suo pensa: appena arriva in un luogo che non conosce, deve marchiare il territorio come fosse un cagnolino che fa la pipì sugli alberi tutt’intorno. Ha bisogno di generare più contatti sociali possibili, meglio se con esponenti del sesso femminile.

Gianni si avvicina al tavolo degli aperitivi e si mette proprio dietro la ragazza con cui Pietro si sta intrattenendo e siccome questa, sebbene lui le stia appiccicato al sedere come fosse un francobollo, non vuole capire che se ne deve andare perché ha un’urgente bisogno di parlare con l’amico, le spara in faccia un:

“Senti, ci sono un milione di ragazzi alla festa, molto più carini del mio amico qui, credo tu meriti di meglio!” E con la mano la sposta letteralmente di lato; ha urgente bisogno di parlare con Pietro.

“Non sei stato carino con Sonia.” Lo rimprovera Pietro a voce alta.

“Ma che cazzo me ne frega di quella lì; ora tu mi dici che cazzo hai con me da qualche mese a questa parte!” Gianni è concitato e quello stato d’animo si percepisce nell’urgenza e nella trivialità che mette in ogni parola.

Nel frattempo è pure arrivata Paola.

“Ohh ma sei impazzito? Ti sei mangiato un fungo allucinogeno nel tragitto dal parcheggio a qui?” Pietro vuole cercare di far finta che tutto sia come un tempo e che quelle siano solo fantasie distorte di Gianni, ma un leggero tremore nella sua voce dimostra quanto lui ci stia male per quello che sta tenendo dentro.

“Che succede ragazzi? Qual è il problema adesso? Una volta voi due eravate inseparabili e ora sembra che veniate da due pianeti diversi da quanto uno è estraneo all’altro.” Paola prova a inserirsi nel discorso per fare da paciere.

“Tu Paola devi stare fuori da certe faccende che ci riguardano, hai capito?” Le risponde scorbutico Gianni.

“Ah sì, se la metti così Gianni hai proprio ragione me ne devo stare fuori da certe situazioni!”

La nonchalance di Paola in alcuni frangenti è micidiale per quanto riesce a mantenere la calma in situazioni nella quali altri reagirebbero bruscamente.

I due vedono Paola allontanarsi con passo leggero e Gianni torna alla carica con ancora più energia in corpo di prima:

“Pietro non prendermi per il culo: ti conosco da troppo tempo per non percepire che c’è qualcosa che non va con me!”

Gianni sta mettendo l’amico all’angolo; questa volta ha deciso di andare fino in fondo a costo di rimetterci l’amicizia, ma deve capire che cosa sta succedendo a loro quattro e a Pietro in particolare.

“Non te la devi prendere con me Gianni, prenditela con la tua ragazza va bene?” Pietro sta alzando la voce, lui che ha sempre fatto della arte retorica recitata con fare gentile la spina dorsale del suo modo di essere, ora sta perdendo le staffe.

“Che cosa c’entra ora Anna? Stai parlando a vanvera tu, ora?”

“Niente affatto Gianni, non sto parlando a vanvera, ma non ho nemmeno voglia di parlare con te di una cosa che riguarda voi due, tu e Anna! Non mi puoi costringere a parlare se non voglio farlo.”

Questa inaspettata risposta di Pietro, con tono grave e alquanto alterato, fa innervosire ancora di più Gianni:

“Che cazzo significa che non vuoi raccontarmi cos’è successo? Noi ci siamo sempre raccontati tutto Pietro, tutto!”

Gianni è concitato e in parte disperato perché lentamente sente la sua vita andare in frantumi: prima la fidanzata e amica da una vita; ora anche il suo amico fraterno.

“Che cosa ti ho fatto dimmi, per meritarmi la tua freddezza, soprattutto in un momento così complesso della mia vita?”

Quelle parole attivano le emozioni di Pietro al punto che, non sapendo più come uscire da quella situazione insopportabile, scappa più veloce che può da quella morsa verbale dentro la quale lo aveva stretto Gianni, lasciando l’amico immobile, lì in mezzo a decine di persone di cui conoscerà il 10%, con un bicchiere di prosecco in mano e la mandibola inferiore crollata come fosse un bracco che ha appena visto una allodola nel prato adiacente.

Dopo qualche istante di totale annebbiamento mentale, si riprende, appoggia il bicchiere ancora pieno sul tavolo e si mette alla ricerca frenetica di Anna: interroga tutti quelli che incontra e che conoscono entrambi, per sapere se l’hanno vista. Sembra un toro dentro l’arena, da tanto il suo incedere è concitato e furibondo; gli occhi sono fuori dalle orbite e sta assumendo un andatura rude e sgraziata tanto gli grava sul petto la necessità di sapere cosa sia successo alla fidanzata. Si alternano nella sua testa un milione di pensieri, tutti di natura negativa, che contribuiscono a far montare in lui un misto di ansia, paura e rabbia esplosivi.

Gli invitati che incontra lo guardano quasi fosse pazzo e probabilmente in quel frangente una vena di follia momentanea si è insinuata fra i suoi pensieri sani: non sta più rispondendo di sé, sente i battiti del cuore accelerare per ogni persona che incontra che non sa dirgli dove si trovi Anna.

Si sta recando verso la villa per cercare tracce di lei all’interno, quando si sente tirare per la giacca da dietro: si gira in modo così concitato che Paola pensa le voglia sferrare un pugno sul viso.

“Fermati fratello, fermati! Ti prego!”

Paola pensa che tutta quella folle corsa di Gianni, sia dovuta al fatto che Pietro, messo a conoscenza dalla sorella Anna in merito a quanto successo tra loro due quel pomeriggio nella stanza alle Canarie, gli abbia raccontato ogni cosa pervaso dai sensi di colpa.

“Fermati, ti prego! Posso spiegarti ogni cosa Gianni!”

Oramai il malinteso ha preso forza e da lì non si può più tornare indietro.

“Spiegarmi cosa Paola, spiegarmi cosa ? Cazzo!”

Gianni è sempre più agitato al pensiero che anche Paola sappia tutto e l’unico pirla a non essere al corrente di una cosa che lo riguarda è  proprio lui.

“E’ nato tutto per caso quel pomeriggio di cinque anni fa quando ci recammo alle Canarie.”

Gianni è in totale stato di confusione e le parole della sorella non stanno contribuendo certo a fare chiarezza.

“Vieni al dunque Paola!” Urla: la gente lì attorno lo osserva con fare incuriosito.

“Quello che è successo non è stato un semplice incontro di sesso, ma dietro c’era e c’è un sentimento profondo.”

Gli occhi di Gianni si sgranano: sta cominciando a capire qualcosa di quella storia intricata ma è talmente incredulo da essere quasi inebetito.

“Ma sentimento di cosa verso chi Paola? Cosa cazzo mi stai raccontando?”

In quel frangente Paola capisce che sono entrambi vittima di un malinteso e che Pietro non aveva raccontato nulla in merito alla storia che avevano avuto lei e Anna anni prima, ma oramai è troppo tardi, da lì si può solo avanzare.

“Gianni, io e Anna 5 anni fa abbiamo fatto sesso in quella quadrupla alle Canarie, intanto che tu e Pietro eravate in spiaggia!”

Paola ha vomitato quelle poche parole di getto, come se la velocità con cui le ha espresse facesse diminuire agli occhi di Gianni la gravità di quella confessione. Il fratello è immobile, a pochi passi da Paola, braccia penzolanti lungo il corpo: sembra un palloncino che si sta sgonfiando, man mano che la consapevolezza prende il controllo delle sue emozioni. Si lascia cadere in ginocchio sotto gli sguardi sempre più incuriositi dei presenti, alcuni dei quali si avvicinano per sincerarsi che stia bene. Paola gli si avvicina e piangendo gli prende la testa fra le braccia; lui non contraccambia l’abbraccio, le braccia ferme immobili lungo i fianchi quasi a fare da seconda pelle al corpo inginocchiato.

“Scusami tanto fratello mio, scusami tanto per quello che ho combinato!”

Lacrime amare scendono copiose rigandole il viso e inumidendo i capelli di Gianni che sembra ad ogni istante che passa sempre meno presente.

“Gianni parlami, dimmi qualcosa ti prego!”

Anche Paola adesso sta alzando la voce: è disperata, come se di colpo si rendesse conto del male che ha provocato a quel fratello con cui ha sempre condiviso ogni cosa, come se fossero dello stesso sesso. Fin da bambina, sebbene fosse due anni più piccola di Gianni, aveva sentito dentro un desiderio spontaneo di proteggerlo e di amarlo quasi fosse delicato e fragile come ceramica e ora era lì avvolta nel suo dolore per essere stata la causa della distruzione di tre rapporti contemporaneamente: quello tra loro due, quello tra  lui e Anna e infine la causa della distruzione dell’amicizia di tutti quattro.

“Da te non me lo sarei mai aspettato, non me lo sarei mai aspettato!” Le parla con un filo di voce: tutta l’energia che si sentiva in corpo fino a pochi minuti prima è evaporata. Le orecchie gli fischiano, tutto sembra girare vorticosamente intorno al suo corpo; a sprazzi gli sembra pure di non ricordare nemmeno dove si trovi. Scosta la sorella da sé con le ultime forze che gli sono rimaste in corpo.

“Mi fai schifo! Ma non per quello che sei veramente, ma per come ti comporti, tu con quell’aria da finto maestro zen, sei la peggiore di tutti noi, la peggiore!”

Si rialza e con passo incerto da zombie si dirige all’interno della villa in cerca dei bagni lasciando Paola lì in mezzo agli sguardi incuriositi dei presenti. Ha bisogno di sciacquarsi la faccia con l’acqua fredda. Non è nemmeno più tanto sicuro di voler incontrare Anna; non saprebbe come affrontarla e cosa dirle. Ha solo voglia di bagnarsi la faccia e fuggire via da quel palazzo che gli mette l’ansia, tanto è rimasto fermo all’epoca in cui lo hanno costruito. Per un attimo si sente come gli affreschi settecenteschi sui muri di quella villa imponente: anche lui e gli altri tre sono rimasti indietro a 18 anni prima quando si conobbero in quel villaggio turistico in Sardegna. Per certi versi è come se la loro storia non li abbia fatti evolvere verso la maturità. È come se fossero tutti rimasti al loro stato di bambini per una raggelante paura di cambiare: qualunque forma di cambiamento, anche il più infinitesimale, avrebbe potuto compromettere la loro amicizia e su quella minaccia che si erano auto imposti, tutti quattro avevano costruito una vita fatta di insane dipendenze reciproche.

Entra nel bagno e corre ai lavandini: gli sembra di soffocare e spera che la sensazione di fresco dell’acqua gli dia un po’ di sollievo. Si toglie la giacca e la appende al soffione asciugamani e si arrotola strette le maniche della camicia: con gesti ampi e voluttuosi comincia a gettarsi manate d’acqua sulla faccia, bagnandosi al contempo anche i pantaloni e la camicia.

“Mi spiace non avertelo detto prima Gianni, ma sono stato combattuto! Non dimenticarti che lei è sempre e comunque mia sorella ed io ero in mezzo tra due tipi di amore diversi: l’amore fraterno e il bene che io voglio a te amico mio.”

Gianni sente la voce di Pietro che gli arriva alle orecchie da dietro le spalle; probabilmente era talmente concitato entrando nella toilette, da non essersi reso conto che l’amico era lì.

“Certi tipi di relazioni quali quelle che noi inconsapevolmente abbiamo creato con la nostra amicizia alla lunga possono risultare malsane Gianni e infatti siamo arrivati al dunque: quello che abbiamo sempre cercato di scongiurare, la separazione del nostro gruppo di amici forte e coeso, si sta avverando oggi, nel luogo sbagliato e con modalità inaspettate. Ma credimi, venire a sapere dalla bocca della propria sorella, che fra le altre cose è la fidanzata del tuo migliore amico, che ha avuto un’avventura extraconiugale con uno sconosciuto più grande di lei di 20 anni, sotto l’effetto della cocaina e per di più a causa di quella storia di sesso lurido e marcio lei è rimasta incinta, non è una notizia semplice da affrontare per chi come me si è trovato in mezzo.”

Pietro fa una pausa e in quel frangente vede Gianni voltarsi: sembra una statua di gesso, immobile, è bagnato come fosse appena uscito in camicia e pantaloni da una vasca di acqua fredda, e dallo sguardo capisce di averlo perso per sempre.

Per Gianni è veramente troppo: in un pomeriggio, a distanza di nemmeno mezz’ora è venuto a conoscenza che Anna se l’è fatta con sua sorella anni prima e che ha avuto una storia di sesso e droga con uno di cui è rimasta pure incinta qualche settimana prima. Senza dire nulla all’amico, esce per sempre dalla sua vita sancendo definitivamente la fine di quell’alleanza malsana con quelle tre persone a cui aveva affidato la propria vita e a cui tanti anni prima avevano dato il nome di ‘quattro cavalieri della tavola rotonda.’

 

 

 

The Lesson of life

Usually at school we study first and then take a test; we know what test is about and when the test is taking place; we know how to prepare ouselves in advance.

But in real life this works quite differently; the rules of the game are suddenly reversed; in real life we take the test first, and then we learn the lesson.

Life can hit you with extremely difficult test, but the greater the test, the more valuable the lesson.

Parte 5 L’incontro

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Il boeing 757 della Air One aveva iniziato le procedure di discesa verso l’aeroporto  Gando a Gran Canaria. Gianni non aveva tenuto la bocca chiusa nemmeno per un minuto dei 240 circa della durata del volo.

“Gianni stiamo atterrando, te ne stai zitto almeno per questi cinque minuti che mancano a toccare terra?”

“Pietro sai che ho una paura fottuta di volare e devo scaricare la tensione in qualche modo.”

Le mani di Gianni erano inchiodate ai braccioli dei seggiolini, rigido sulla schiena.

“Tu non stai scaricando tensione Gianni, stai scaricando le nostre batterie!” Lo aveva rimproverato la sorella Paola con occhio bovino.

“Tu mi ami comunque è vero Bi-bi? Anche se ho paura di volare e su un aereo divento insopportabile?” Gianni aveva girato impercettibilmente la testa verso Anna mentre le poneva quella domanda che all’epoca entrambi davano per retorica.

“Io ti amo e ti amerei anche se dovessimo vivere su un aereo per il resto dei nostri giorni amore!”

Erano all’inizio della loro storia d’amore: stavano insieme da un paio di anni e vivevano di armonie comuni e frasi raccolte da storie di altri, lette sui libri o sentite nei film, che riadattavano alla meglio: ogni cosa diventava il pretesto giusto per rimarcare a sé stessi e al mondo quanto fosse stupendo e meraviglioso il loro amore.

“Mamma mia, mi sta venendo il vomito a sentire queste smancerie!” Si era inserita Paola in quella conversazione tra fidanzatini, facendo finta di mettersi due dita in gola come per vomitare.

“Sei solo invidiosa Paola del nostro meraviglioso amore.” Aveva ribattuto Anna calcando apposta sull’enfasi di quella frase sperando che l’amica stesse al gioco: le piaceva stuzzicarla con infantili giochetti verbali.

“Sicuramente Anna, la mia è tutta invidia: io non ho mai desiderato altro che un rapporto mieloso al punto da farmi venire il diabete!”

La vita privata di Paola era sempre stata un mistero per i tre amici: non si era mai pronunciata in merito alla sua vita sentimentale. Era sempre stata molto schiva anche quando le sue amiche e compagne di classe si raccontavano l’un l’altra le loro più o meno importanti storielle d’amore e mascherava divinamente questa ritrosia con una proverbiale capacità di stare sempre e comunque sopra le righe in ogni cosa. Sembrava quasi non avesse alcun desiderio di scoprire l’altro sesso, nessuna curiosità di confrontarsi, anche solo per il gusto di capire. Quando qualcuno dei 3 amici la prendeva in giro in merito alle questioni di cuore, lei era molto abile a incassare con nonchalance e a deviare facendo ripartire il discorso su altri binari.

“Ti farebbe un gran bene Paola, credi a me!” Aveva replicato Gianni sempre più rigido sulle spalle e con lo sguardo attento a percepire ogni tipo di rumore più o meno sinistro del velivolo.

“Va bene dottore, ci penserò!” Aveva chiuso in modo scherzoso Paola.

“Avete finito di scassare le palle voi tre? Sono 4 ore che non state zitti un secondo!”

Era arrivata la replica secca di Pietro che aveva sancito la fine di quella gioviale conversazione.

Dopo un trasferimento in macchina durato circa un’ora, erano giunti al villaggio turistico dove avevano deciso di trascorrere una settimana: era l’estate del 1990.

“Io voglio subito correre in spiaggia per sentire com’è l’acqua.” Gianni era ansioso di decretare ufficialmente l’inizio di quella vacanza e voleva farlo nel migliore dei modi, facendo un tuffo poderoso nelle acque fredde dell’oceano Atlantico.

“Io ti seguo a ruota Gianni!” Aveva replicato l’amico Pietro e entrambi in meno di dieci minuti erano già usciti, pantaloncini da mare indosso e telo sotto il braccio, lasciando le due ragazze sole nella quadrupla affacciata sulle dune di Maspalomas a disfare i bagagli.

“Ci pensi mai Anna come sarebbe stata la vita di tutti noi se non ci fossimo incontrati tanti anni fa nel villaggio turistico in Sardegna con le nostre rispettive famiglie?”

“Sarebbe stata una vita Paola, come tante, come le nostre quattro proprio qui e ora in questo frangente; in fondo ognuno di noi ama pensare che le proprie esperienze siano qualcosa di unico e speciale rispetto a quelle degli altri, ma credo che su questa terra ci siano milioni di mondi diversi che sono lì pronti per essere adottati da qualcuno e tutti sono ugualmente eccezionali se osservati dal punto di vista dei protagonisti di quelle storie.”

“Che risposta del cazzo Anna! Mi sembri un filosofo, di quelli che parlano mezz’ora senza esprimere nulla. La mia non era una domanda buttata lì a caso: ora che vi conosco e so come siamo insieme, non potrei pensare a nessun altro tipo di vita; tutto qua, voleva suonare come un complimento alla nostra amicizia posto sotto forma di domanda retorica!”

“E nemmeno la mia Paola voleva essere una risposta buttata lì a caso: ero molto seria in quello che stavo esprimendo poco fa. Volevo solo dire che se non ci fossimo conosciuti, non saremmo stati nemmeno assillati dal dubbio che hai espresso tu poc’anzi e la vita che adesso staremmo vivendo ci sembrerebbe comunque la nostra migliore vita.”

Anna era intenta a spalmarsi la crema solare, in topless davanti allo specchio del bagno, quando aveva percepito la presenza di Paola dietro di lei: non le dava alcun problema farsi vedere nuda dall’amica che considerava quasi una sorella, visto quanto erano state a contatto fin da bambine e trovava normale che entrambe entrassero e uscissero dal bagno quando una delle due era dentro.

Ma queste considerazioni alquanto neutre in merito alla condivisione di uno spazio molto intimo quale una toilette, erano di colpo crollate quando le mani dell’amica si erano adagiate morbidamente sulle sue spalle e avevano cominciato a massaggiarle con fare gentile. Percepiva nel profondo che in quel massaggio c’era molto di più di una coccola amichevole: altre volte era successo che Paola le prendesse le mani e gliele accarezzasse, oppure la abbracciasse stringendola forte a sé e trasferendole tutto il bene che le voleva, ma Anna in quei gesti non aveva mai percepito niente di più che un meraviglioso atto d’amore tra amiche.

Ma in quel frangente l’amica stava mettendo nei suoi gesti una carica di erotismo che provocava a Anna delle sensazioni contrastanti. Di certo c’era una cosa: a lei non dispiaceva affatto quello che Paola le stava praticando sulla schiena, al punto che percepiva una serie di brividi ravvicinati e continui che dai reni si propagavano come piccole vibranti contrazioni fino agli inguini.

Più le mani di Paola si muovevano sulla schiena di Anna disegnando ampi cerchi con grande maestria, più Anna si lasciava andare perdendo totalmente il controllo di sé.

Paola sapeva molto bene, in quanto donna, dove mettere le mani per far provare piacere all’amica; bastava solo mettersi in contatto con la parte più emozionale di sé stessa e fare ad Anna quello che avrebbe voluto che Anna facesse col suo corpo.

Anna d’altro canto, stava scoprendo un piacere del tutto nuovo, dettato da regole completamente femminili e questo in parte la sconvolgeva: l’amica in quel massaggio si concentrava sui centri di piacere periferici del  suo corpo, prendendosi cura, con le sue mani, di zone che Anna non avrebbe mai pensato potessero essere minimamente erogene, ma che le provocavano delle emozioni molto intense.

Non aveva mai provato nulla di simile nelle esperienze avute in precedenza con gli esponenti del sesso maschile, Gianni compreso. Tutti i suoi partner in passato erano sempre stati così concentrati su sé stessi e sull’unico obiettivo che vedevano innanzi, la penetrazione, da dimenticare che davanti si ritrovavano un essere che comunicava in modo globale con anima, corpo e cuore e non solo con ciò che aveva in mezzo alle gambe.

In quel vortice di pensieri, emozioni e piaceri, Anna si era voltata dolcemente e aveva appoggiato le sue labbra su quelle di Paola: ora sentiva le mani dell’amica che le massaggiavano dolcemente i capezzoli che si stavano inturgidendo ad ogni impercettibile sfioro dei  polpastrelli dell’amica.

“Perché Paola tutto questo?”

“Anna lasciati andare completamente al piacere del momento, evitando che il cervello vada alla ricerca costante di un perché.”

“Mi stai dicendo che quello che stiamo facendo adesso non ha un senso Paola?” La sua voce si stava abbassando di tono man mano che la sensazione di piacere le si insinuava tra le cosce; aveva buttato la testa all’indietro intanto che Paola le baciava il collo.

“Ne ha eccome di senso Anna.” La voce di Paola era sospirata, segno che ciò che stava facendo sul corpo dell’amica stava provocando una sensazione di intenso piacere anche a lei.

“Probabilmente però non il senso che il tuo cervello razionale vorrebbe appioppargli, tutto qua!”

“Si hai ragione; mi sto facendo troppe paranoie. L’unica cosa che so ora è che quello che stiamo facendo mi piace un casino!”

“Fatti guardare!”

Le aveva detto Paola con fare gentile e occhi vibranti. Le aveva lentamente sfilato le mutandine, facendosi guidare dall’istinto di donna, con movimenti calmi e ampi e si era leggermente scostata da lei per ammirare quella bellezza ancora acerba.

“Il tuo corpo è così docile al tocco, che mi viene male al cuore a pensare che venga anche solo sfiorato da rudi mani maschili.”

Anna aveva leggermente unito le ginocchia una contro l’altra e aveva d’istinto portato le mani verso il pube: si sentiva un pò in imbarazzo, non tanto per quello che stava succedendo tra di loro, bensì per il fatto che nessuno mai le aveva chiesto di farsi ammirare nuda come fosse un bel quadro appeso al muro. Anna per la prima volta si stava conoscendo veramente, stava assumendo consapevolezza della sua vera natura ed era come se si fosse aperto un varco tra due mondi dentro cui lei aveva guardato scorgendo sprazzi di infinito. Questa era la sensazione provata dopo che era riuscita a rilassarsi al punto da lasciarsi andare completamente tra le braccia dell’amica: una sensazione di saltare dentro uno spazio infinito che l’aveva fatta scoppiare in un orgasmo multiplo quasi catapultandola in un’altra dimensione, tanto era stato intenso e inaspettato.

Si erano amate per un’ora, quel pomeriggio di 25 anni prima, amate come nessuna delle due avrebbe mai pensato potesse accadere fra due donne. A parte le domande iniziali di Anna, poi non si erano dette più nulla in quell’ora di piacere: si erano talmente entrate dentro le rispettive anime che ogni tentativo di spiegare e dare un senso con le parole, sarebbe stato limitativo e fuorviante.

E poi, come era iniziata, quella cosa a cui nessuna delle due aveva voluto dare un nome, era finita e tutto era ripartito come se nulla fosse successo, come se quell’incontro fosse stato un momento meraviglioso dell’esistenza di entrambe sospeso completamente nel tempo.

Anna è seduta ad un tavolino di un bar di Piazza San Babila e sta aspettando che Paola da un momento all’altro entri dalla porta di ingresso. Il pensiero di quanto successo quel pomeriggio di 25 anni prima le accarezza dolcemente le interiora: le era capitato altre volte in passato di ripensare alla dolcezza di quegli istanti vissuti con l’amica, ma mai con l’intensità con cui i ricordi stanno ritornandole alla mente proprio lì dentro a quel bar; tutto colpa, o merito, dipende dai punti di vista pensa, di quell’incontro avuto con Paola qualche sera prima. Sente i battiti del cuore accelerare come se l’amica fosse ancora alle sue spalle a accarezzare le zone erogene della sua schiena, con gesti intensi e calibrati.

È molto confusa a causa della velocità con cui tutto si è sviluppato dopo l’incontro casuale avuto con Paola alla festa in casa sua. Si sente schiacciata tra due vite, quella passata e quella presente e di nessuna delle due sa al momento cosa farsene per costruirsi un futuro. Prima di prendere il coraggio di telefonare all’amica, ci ha dovuto pensare per un po’: sono stati giorni durante i quali è stata molto combattuta, ma poi ha prevalso il desiderio di dare risposta ad una serie di domande a cui lei negli ultimi 20 anni non ha dato seguito facendo finta che andasse bene così.

Il suo presente oramai è compromesso: non ha alcun rimpianto in merito a quanto successo qualche giorno prima in azienda col padre, anzi se tornasse indietro, avrebbe dato sfogo a quell’atto di ribellione molto prima nel tempo. Se ci riflette bene, anche se suo padre le chiedesse in ginocchio di tornare lei rifiuterebbe: non per orgoglio, anzi, quel sentimento è l’ultimo ad appartenerle, bensì perché quella sua crisi non è certo nata per un capriccio, ma sono anni che cova sotto la cenere e l’incontro con Paola è solo stato un innesco, per quante emozioni quell’innesco abbia generato.

Anna ha in questo momento solo una certezza: non vuole più ritornare al tipo di vita che conduceva fino a qualche giorno prima e non certo per una questione morale o perché si vergogni. Semplicemente quella vita non le trasferisce più quelle emozioni che le dava un tempo. Ora sente il bisogno di andare molto più a fondo  negli eventi della sua vita, lasciando che i moti insurrezionali che accadono in superficie facciano il loro corso senza interferire con essi; ha bisogno di cercare i propri valori fondamentali per cominciare a vivere in funzione di essi, lasciando al contempo che la vita faccia il suo corso senza più intercedere costantemente per cercare di controllarla.

Da qualche sera le tornano spesso alla mente i battibecchi avuti con Gianni due decenni prima: Gianni era sempre stato il re dell’incertezza e oggi che ci pensa, a distanza di tempo, sta cominciando a comprendere che quella che lei viveva come una forma estrema di debolezza dell’amico e allora fidanzato, in realtà esprimeva una grande forza interiore, la forza di lasciarsi guidare tipica di chi sa che comunque vadano le cose ha un porto sicuro in cui approdare per metter in salvo la sua imbarcazione e quel porto sicuro sono i propri principi fondamentali.

Vede entrare l’amica dalla porta d’ingresso del bar: le mani le cominciano a sudare all’istante. Avrebbe bisogno di una boccata di aria fresca o di un secchio di acqua gelida giù per la schiena. Le fa un timido cenno con la mano, quasi avesse ancora in serbo una impercettibile vena di incertezza in merito a quell’incontro.

“Ciao ragazzaccia!” Le fa Paola con un accenno di sorriso.

Anna la trova bella e interessante con quei suoi capelli rossi e ricci e quell’accenno di lentiggini a colorarle la parte superiore del naso: le viene da pensare che non aveva mai fatto caso con una tale lucidità ai particolari dell’amica. Quel pensiero spontaneo in merito alle fattezze di Paola, dalle tonalità erotico/sentimentali, le fa abbassare timidamente lo sguardo: le fa strano pensare a un complimento rivolto ad una ragazza, oltretutto una persona che è stata parte fondamentale della sua esistenza per i 18 anni della sua vita passata.

“Eh lo so, sono stata una ragazzaccia negli ultimi due decenni, ma sai com’è avevo bisogno di capire…”

Anna lascia apposta quella frase in sospeso: ha bisogno di mettere tra lei e l’amica un buon dialogo che stemperi la sensazione di freddo data dalla distanza che si è insinuata tra loro due in tutti quegli anni; per quanto affiatamento ci sia stato tra di loro in passato, sembrano comunque due pugili al primo round di quindici; si studiano per comprendere se i vecchi schemi relazionali possono ancora tenere e funzionare.

“Lo so Anna, l’ho sempre capito fin da quando eravamo adolescenti che su questo aspetto tu ed io eravamo completamente all’opposto.” Anche Paola sta giocando con la vaghezza delle parole per lasciare il tempo all’amica di riordinare la confusione di pensieri che percepisce guardandola fissa dentro quegli occhi verdi e sgranati.

“Spiegati meglio Paola;”

“Io in virtù dell’educazione datami dai miei genitori, ho sempre lasciato i miei sentimenti fare capolino alla porta della mia coscienza, dandogli la possibilità di esprimersi senza bisogno di reprimerli. Tu invece hai ricacciato quello che sei e provi nei meandri del tuo subconscio, lasciandoti prendere da comportamenti estremi e autolesionisti pur di evitare di arrenderti all’evidenza.”

“E qual è l’evidenza Paola? Che sono lesbica e non l’ho mai ammesso a me stessa?”

Anna ha lo sguardo smarrito: tutto ciò che le ha appena detto l’amica lo percepisce vero sul piano teorico ma non le è ancora entrata dentro l’idea che a lei piacciano le donne. Vede la mano di Paola avvicinarsi al suo viso: i polpastrelli della mano destra le accarezzano lievemente una tempia. Sebbene Anna ricordi nei dettagli il pomeriggio di tanti anni prima alle Canarie, riprovare le emozioni che nascono dall’essere toccata a quel modo le crea un sussulto che la fa impercettibilmente tremare e in quel fremito leggero percepisce che la risposta ai suoi dubbi è nel non cercare risposta alcuna, lasciando semplicemente che sia come deve essere.

Sente un gran desiderio di accarezzare a sua volta il volto di Paola: è una carezza quasi rubata a quella parte di sé che per anni ha fatto da sentinella a quella sua essenza, vigilando che essa non fuoriuscisse.

“Sono felice Anna tu mi abbia accarezzato a quel modo, qui in mezzo a tanta gente!”

“Era solo una carezza Paola niente più.”

“Si ma se rifletti, è la prima volta che decidi di fare qualcosa in modo spontaneo senza pensare alle conseguenze e questo per me è meraviglioso!”

“Lo è anche per me Paola! È come se un peso che avevo da una vita sulla coscienza, di colpo si fosse sciolto al sole di un consapevole atto di coraggio! È incredibile Paola quanto noi esseri umani siamo spesso a tanto così dalla felicità e per mancanza di forza interiore ci rinunciamo!”

Anna vede l’amica sorridere, di quei sorrisi che provocano felicità all’anima.

“Sapevo fin dall’inizio che con te la battaglia sarebbe stata molto lunga e dura da combattere e che le probabilità di vittoria erano  molto risicate: hai sempre avuto bisogno di trovare un perché per ogni evento che incespicava nella tua vita, con cui poter giustificare ai tuoi stessi occhi la reazione che avresti avuto all’evento stesso. Quanto successo tra noi venticinque anni fa quel pomeriggio in hotel era talmente fuori dai tuoi schemi mentali che hai deciso di porci una pietra sopra andando avanti facendo finta di niente, sebbene dalle tue reazioni quel giorno sono sicura ti sia rimasto dentro qualcosa.”

“E per te Paola cos’ha rappresentato quel pomeriggio?”

“Solo una cosa: mi ha confermato quanto ti amavo!”

Adorava quella sicurezza di Paola; le invidiava quella capacità che aveva di non girare intorno alle parole, di andare dritta al punto. Lei che non era mai stata in grado di essere così diretta con le persone, aveva sopperito a quella mancanza con grandi sfoggi di arroganza e aggressività.

Anna sistema entrambi i gomiti sul piano del tavolino, mento appoggiato sul palmo della mano destra: guarda l’amica con fare dispiaciuto.

“Che succede Anna?”

“Pensavo solo a quanto sarà stata dura vedere me e Gianni insieme in tutti quegli anni. Perché non mi hai mai detto nulla Paola?”

“Perché dopo che ci eravamo amate quel pomeriggio, avevo capito che se ti avessi chiesto di uscire allo scoperto, ti avrei persa per sempre e soprattutto quello sarebbe stato l’evento che avrebbe per sempre diviso i quattro cavalieri della tavola rotonda.”

“Alla fine Paola ci siamo divisi comunque noi quattro, per altri motivi ma lo abbiamo fatto!”

Sulle due amiche cala un silenzio legato ai ricordi e per alcuni minuti ognuna guarda nel vuoto assorta nei propri pensieri.

“Eravamo proprio un portento insieme Anna!”

“Si lo eravamo..” una vena di tristezza colora la voce di Anna rendendola quasi un soffio: un nodo le si aggroviglia alla gola e le crea problemi al respiro; sta piangendo. Paola le asciuga le lacrime con l’indice della mano destra e le sfiora impercettibilmente le labbra con le sue.

“Come sta Gianni?”

Quella domanda secca, gettata sul tavolo in un momento inaspettato della conversazione, raggela Paola che abbassa impercettibilmente lo sguardo per sfuggire per un attimo alla realtà dei fatti.

“Sarebbe già tanto sapere che sta da qualche parte Anna?

“Cosa intendi Paola? Non dirmi che gli è successo qualcosa, ti prego non dirmelo,  non lo sopporterei!” Anna stringe la mano di Paola; è chiaramente agitata, quasi intimorita all’idea che a Gianni sia capitato qualcosa o addirittura che non ci sia più.

“Qualche anno dopo che avevamo litigato, un giorno è partito per il Sudamerica e da quel momento non abbiamo più avuto notizie di lui. L’ho cercato in lungo e in largo per le terre e per i mari di mezzo mondo ma niente da fare.”

“Hai provato a Maspalomas? Ti ricordi che all’epoca diceva che avrebbe voluto aprirsi un ristorante alle Canarie?”

“Si, ci sono tornata un paio di volte ma nulla! Poi, dopo qualche anno i miei genitori ed io abbiamo smesso di cercare. Oramai sono quindici anni che non ho più notizie di lui.”

Il volto di Anna, da cupo e preoccupato che era, si trasforma all’istante in speranzoso.

“Paola dobbiamo pagare, svelta usciamo di qua!”

“Ma che ti succede Anna? Dove dobbiamo andare?” “Ti spiego quando saliamo in taxi, forse so dove si trova Gianni?”

Dedicata a mia figlia…

….Sai..sentire il tuo respiro che lento si abbandona tra le braccia della notte…è un pò come ascoltare il tuo primo vagito…quel meraviglioso grido liberatorio con cui per la prima volta hai dichiarato al mondo ‘Io esisto..

‘Esisti eccome’..esisti talmente tanto che mi incanto ad ascoltarti mentre dormi…mi trasferisce un senso di pace…è liberatorio e rassicurante…

…dovremmo essere noi genitori a infondervi sicurezza lungo il percorso…e invece…è sufficiente prendersi un attimo per ascoltarvi e tutto diventa più chiaro…

..ciò che esternamente cerchiamo di trasferirvi…fa già parte del vostro patrimonio cosmico, laggiù in fondo al vostro cuore…quel patrimonio che vi lega al Tutto per via della vostra purezza, del vostro candore…

…attraverso di te percepisco l’importanza di dare il meglio di me per tentare, nel mio piccolo, di fare la differenza non solo per te ma per l’intera umanità…

Val di Fassa

Il ruminare…del cervello..

‘Sembravi così intelligente visto da lontano!”…

….intonò la mucca…

poi si girò…e noncurante tornò al suo ruminare…lasciando me con un altro ruminare..ben più pericoloso…

…quello di cervello…

Fatti penetrare…Vita!

Lago di Carezza

…fammi andare giù…

…fammi scorgere cosa c’è sul fondo della mia quotidiana lotta…

fatti penetrare….Vita!…

…non ti ritrarre…non può essere che meraviglioso l’amore tra un folle che cerca e non trova e la tua incosciente certezza!…

..sei giovane..sempre giovane! E noi condannati alla morte del corpo, mentre tu lì… ci ammali con movenze slabbrate e appena ci avviciniamo…di colpo ti ritrai…ci attrai e tosto di abbandoni…

Lo sai che t’amo?…t’amo fin da quella prima volta..la nostra prima volta…sì lo so sono un inguaribile sfigato…

avvolgimi con le tue ampie cosce, allora!…

…i tuoi seni ricolmi di respiri fecondi sbattuti sulla faccia rugosa della mia inconsapevolezza, sono come miele al peperoncino che scivola lentamente giù per i declivi escoriati della mia anima inquieta…

…non so se crederti…o provare a portarti a letto…per un ultima fatale volta…

..fermati, ti prego!…solo per questa notte..

…mi coglierai di sorpresa, tra le pieghe delle mie più luride fantasie, in un amplesso a quattro con te, la luna e la Terra…

…tanto domani chi si ricorderà più che siamo stati qui…a cercare di lenire le nostre rispettive ferite con un pò di sesso fugace…

…ubriachi come eravamo di immagini riflesse a cui noi abbiamo sempre erroneamente dato il nome di esistenza!

Mi guardi e sorridi…

Fiore di bosco…mi guardi e sorridi…

…ti apri alla vita ignaro del ‘poi’ …

…ed io mi ti accosto e provo a fermare l’andare e venire di ogni pensier…

…i petali aperti rivolti all’insù…sembri guardarmi con occhietti vispi come di chi tutto già sa….

Così com’è…

Raggiunta la vetta…sfiniti i polmoni…appagate le mie più intime necessità dell’anima…

…ho lasciato i pensieri vagare tra spazi infiniti e lì ho finalmente capito…

…che nulla c’è da capire…

…ma tutto è solo da vivere…così com’è…

…finché ce n’è…

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Se desideri leggere le precedenti puntate le puoi trovare qui di seguito:

Secondo racconto a puntate dal titolo :”Il Coraggio”

Episodio 3

Anna parcheggia l’Audi A8 nei posti riservati ai dirigenti di fronte all’entrata del palazzo di vetro sito nella zona sud di Milano. L’umidità generata dalla nebbia di inizio dicembre si cristallizza attorno ad ogni cosa a causa del freddo intenso e questo contribuisce a raggelare la sua anima, già fortemente provata dal crollo avuto nel bagno di casa sua la notte prima. Non riesce ancora a capacitarsi come sia stato possibile che un incontro in cui lei e Paola si sono scambiate solo poche frasi la sera precedente, possa aver generato emozioni tali da innescare una ricca e variopinta serie di comportamenti all’insegna dell’insicurezza. Se riflette bene però non è stato il tempo che si sono dedicate ad aver fatto la differenza in quel frangente, bensì è stata l’intensità con cui si sono sfiorate, guardate e cercate con l’anima, che ha creato in Anna una lacerazione tale da provocare quella brusca sterzata nella sua vita.

Anna ricorda, con un accenno di sorriso a rilassarle momentaneamente il viso, che Paola fra i quattro amici è sempre stata quella con la maggiore stabilità emotiva: anche quando avevano una quindicina d’anni, a lei è sempre sembrato di avere vicino un guru tibetano per quanto era in grado di trovare l’aspetto positivo e la quadra in ogni cosa. Sembrava che non ci fosse mai nulla che la scalfisse e al contempo riusciva ad avere una dolcezza, una morbidezza d’animo e di comportamenti che la sconvolgevano. Vorrebbe che lei fosse lì al suo fianco seduta sul sedile del passeggero.

Non si sente a suo agio in tutta quella fragilità, lei che da vent’anni a questa parte ha vestito i panni dell’indefessa manager in carriera pronta a calpestare tutto e tutti per un euro in più di fatturato. Pensa che in fondo è stato più semplice vivere così, mettendosi un vestito che non le apparteneva: è vero che ha abbandonato la parte più sincera di sé stessa, ma al contempo, questa perdita, le ha donato la tranquillità di non doversi più dare delle risposte continue. E in quell’istante le torna alla mente uno scambio di battute avuto vent’anni prima con Gianni:

“Tu Gianni, con quella continua necessità di conferme, hai lasciato alla parte di me più matura e sicura l’incombenza di muoversi nella quotidianità, mentre tu te la godevi in panciolle tra le pieghe delle tue incertezze!”

“Forse hai ragione Bi-bi, io vivo tra mille incertezze esteriori: è il mio modo di essere; non lo faccio per indolenza o per mancanza di coraggio. Semplicemente innanzi a una decisione da prendere preferisco barcollare da una scelta all’altra finché non sento che è venuto il momento di imboccare una strada invece di un’altra. All’inizio non mi sento di escludere una scelta a priori, sulla base dell’esperienza passata o di qualche pregiudizio. E poi sai molto bene che mentre sono un eterno indeciso negli aspetti quotidiani della vita, ho sempre avuto la barra del timone dritta e ferma sulle cose che contano veramente. I valori e i sentimenti verso tutto e tutti; quelli sono fissi da quando io ricordo che esista vita. Tu invece, dimostri questa apparente stabilità esteriore perché hai una paura fottuta di guardarti dentro e ammettere che il mondo che qualcun altro ha costruito per te, per quanto sia fatto d’oro, ti fa letteralmente cagare!”

Una lacrima scende morbida sui lineamenti di Anna scavati da un uso smodato della cocaina al ricordo di quell’ultimo dialogo avuto vent’anni prima con lui.

“Non ti permettere di parlare così di mio padre! Io non mi sono mai rivolta in quel modo riferendomi ai tuoi genitori!”

“Tu puoi dire ciò che desideri rivolta ai miei genitori: sai che sono io il primo ad essere ipercritico nei loro confronti! Qui non si tratta di cosa dire o non dire; qui si tratta di prendere in mano la propria vita e a me sembra che tu, più cresci e più sei schiava di un certo modo di apparire. Il punto è che se non ci si affranca dal passato, si rimane imbrigliati in una serie di rapporti viscosi che non ci fanno andare avanti!”

“Perché sarei succube di mio padre secondo te?”

“Diciamo che ti stai facendo allettare da un certo tipo di vita e stai abbandonando di conseguenza quello che è il nucleo dei tuoi valori, ciò in cui credi veramente.”

“Ah beh certo se aspetto di vedere cosa combinerai tu nella vita stiamo messi bene! Con quel tuo permeante idealismo con cui cerchi di condire ogni cosa che fai e dici, anche la più banale; guarda che con gli ideali non si campa caro mio!”

“Ma ti senti Bi-bi come stai parlando? Te ne rendi almeno un pò conto? Mi basterebbe sapere che sei consapevole di questo tuo cambiamento interiore!”

“Io non sto cambiando Gianni, sto solo crescendo; sei tu che sei il solito bambinone rimasto fermo a quando eravamo adolescenti!”

“Solo perché mi sto godendo ogni momento senza avere grandi idee in testa non significa che sia uno smidollato! E poi sai qual è il mio progetto di vita Anna e tu, se ben ricordi, ne saresti il fulcro!”

“Ah beh se vuoi sostenere che mollare tutto sia un progetto di vita, ti faccio i miei complimenti; hai veramente capito tutto dalla vita!”

Ricorda quella frase pronunciata da lei come se fosse uscita dalla sue labbra un secondo prima e non due decenni addietro; percepisce ancora dentro quanto essa avesse completamente spento la scintilla che di solito Gianni aveva negli occhi, quella stessa scintilla che anni prima l’aveva fatta innamorare di lui. Quella frase era stata la fine del loro rapporto, ora ne è certa, sebbene fossero andati avanti ancora qualche mese, tra molti bassi e pochi alti. E poi era successo il fattaccio che aveva portato alla separazione non solo di loro due ma addirittura dei quattro amici ‘i cavalieri della tavola rotonda’.

Quei ricordi le stanno facendo male: a causa di essi sta uscendo dal seminato. Non vuole continuare su questa falsa riga; deve assolutamente rimpossessarsi di quelle poche, solide certezze che l’hanno fatta andare avanti negli ultimi 20 anni.  Ma per un certo verso è come se una parte di lei, sebbene siano ricordi che le fanno dolore, non riesca a farne a meno. Sente un bisogno atavico di nuotarci dentro perché quello è il suo passato, quei ricordi sono tutto ciò che le rimane della sua vita, tutto ciò che le rimane della vera lei.

Scende dall’auto e si dirige in ufficio affrettando il passo: è in ritardo di un quarto d’ora abbondante e lei arriva sempre in anticipo, perché il capo deve essere sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Quell’energia motoria che ha messo nelle gambe, per un attimo le ridona la finta stabilità sulla quale aveva costruito la sua vita da adulta: si sente meglio dopo aver varcato la porta di entrata e Francesco, il custode alla reception, contribuisce a dare forza a quel momentaneo senso di energia con quel modo sempre molto aulico che ha nel dirle “Buongiorno Dottoressa!” Quello, pensa, fa parte del mondo che suo padre le ha costruito intorno, quel mondo che, fresca di laurea, l’aveva così affascinata da abbandonarcisi dentro. Ricorda che quando ancora frequentava l’università, mancavano pochi esami alla tesi, nei pomeriggi in cui non aveva voglia di studiare si recava in azienda dal padre e si faceva letteralmente ammaliare dalla percezione di comodità insita nella consapevolezza di essere la figlia del capo. Percepiva quello come un mondo semplice in cui vivere, un mondo in cui tutte le strade erano asfaltate; non  doveva far altro che mettersi in macchina e spingere l’acceleratore senza mai frenare, investendo qualunque ostacolo avesse incontrato sul percorso, fossero stati anche esseri umani. ‘Quanta gente’, riflette, ‘ho calpestato in questi due decenni; tutte quelle povere vittime e le relative famiglie che ho fatto cadere umiliandole solo per il gusto di sapere che ero io ad avere il potere.’ Non c’era altro, solo quello: il desiderio di sapere che da lei dipendevano i futuri di quelle povere vittime che di volta in volta si trovava di fronte. E lo stesso scialbo copione lo aveva traslato nella sua vita privata: tutti quegli incontri casuali con uomini di cui non conosceva nemmeno il nome, nascondevano in fondo un grande disprezzo per la vita, la sua vita. Quello era il mondo dentro cui, fino al giorno prima, aveva trovato le poche certezze che le servivano per vivere.

L’ascensore sale veloce verso il quattordicesimo piano del palazzo, quello riservato ai top manager dell’azienda: sente qualche goccia di sudore scenderle dalle ascelle giù sui fianchi a inumidire la camicetta che indossa sotto un tailleur gessato giacca e pantaloni di Armani. Guarda con agitazione l’orologio d’oro al polso sinistro; è in notevole ritardo per la riunione. Oltretutto in quel tipo di riunioni ci vogliono le palle e lei questa mattina le palle proprio non le ha. In altre occasioni sarebbe andata in bagno e si sarebbe tirata due righe di coca che nel giro di poco l’avrebbero resa tesa e aggressiva al punto giusto da affrontare il direttore vendite e i suoi quattro scagnozzi. Ma se pensa a tutta la merda che si è infilata su per il naso negli ultimi anni le viene quasi il vomito: deve appoggiarsi con una mano ad una delle pareti dell’ascensore per non cadere in terra. La droga era il suo biglietto di uscita per la porta di servizio da quel mondo effimero nel quale era entrata dalla porta principale: quando era sballata di cocaina si sentiva potente perché si dimenticava di quel peso che le dannava l’anima e che lei regolarmente ricacciava nell’oblio delle sue viscere facendo finta di niente. Oggi la droga proprio no e non perché si sia fatta qualche promessa di voler cambiare o intraprendere una nuova vita, bensì perché sente di essere  talmente in mezzo ad un fiume da non avere più la certezza se voler nuotare per stare a galla o lasciarsi andare per annegare: tutto a causa di quell’incontro con l’amica del giorno prima!.

Di colpo, si apre la porta dell’ascensore, e tutti i suoi pensieri si liquefanno alla vista del padre: ha la faccia di bronzo e la guarda come si potrebbe guardare il peggior nemico e non certo una figlia.

“Dove cazzo sei stata!” Sbraita apposta per far capire chi ha il bastone del comando in azienda.

“Che cazzo ti ho detto il primo giorno che sei entrata qui vent’anni fa?” Si è fermato ad attendere che lei risponda: da sempre, fin da quando lei e il fratello Pietro erano piccoli, lui utilizzava quella tecnica; l’interrogatorio. Faceva domande in modo aggressivo e arrogante e poi attendeva la risposta che quasi sempre era sbagliata e su quella calava l’asso di bastoni. Lui voleva e doveva sempre vincere con tutti, figlia in primis.

“Allora? Hai lasciato il cervello sul comodino per caso questa mattina?”

Lei stringe i pugni, abbassa lo sguardo come quando, bambina, lui la rimproverava per aver preso un sette in matematica. Per un attimo le passano per il cervello una serie di pensieri violenti e assassini: sente di odiarlo, un odio profondo per averla trattata a quel modo; ma più di tutti lo odia per averla ingannata, irretita. Se fosse stato un altro padre, pensa, a quest’ora lei avrebbe una famiglia con figli al seguito e starebbe pensando a come addobbare casa per il Natale imminente. E invece per il padre è sempre stata quello che lui non ha potuto trovare in Pietro, il fratello che tanti anni prima con un gesto immaturo pieno di rabbia e disprezzo aveva completamente deciso di tagliare i ponti con la famiglia d’origine e con quel tipo di vita. E così il padre si era concentrato su di lei, l’unica alternativa che gli era rimasta; aveva cominciato a trattarla come fosse il maschio primogenito da addomesticare come un pitbull pronto a scattare ai suoi ordini. Il padre domandava, lei rispondeva con una efficienza quasi teutonica: e quando si sentiva stanca e depressa, per non deludere le aspettative di quel genitore gerarca, sniffava un po’ di coca e via, pronta per ripartire sempre sull’attenti.

Lui è al corrente dei suoi vizietti ma non gli importa perché considera Anna come una delle macchine che ha negli stabilimenti produttivi in Thailandia: la macchina deve essere efficiente al limite della perfezione, deve funzionare h24 e se per funzionare ha bisogno di qualche tiro di coca chissenefrega delle conseguenze.

“Mi hai detto che un capo deve sempre essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e tante altre cose simili a questa.” Finalmente trova il modo di rispondergli, ma il tono di quella risposta contiene molta più verità dei contenuti verbali: è un misto tra remissività e rabbia repressa; voglia di fuggire e desiderio di fargliela pagare; necessità di vomitargli in faccia tutto ciò che pensa di lui e speranza di vederlo morire. Ma si trattiene, tanto è forte in lei quel senso di rispetto patriarcale.

Vede le teste delle persone affacciarsi in modo timido da dietro gli stipiti delle porte degli uffici che si aprono sul lungo corridoio che finisce dentro la sala riunioni: percepisce dagli sguardi, che tutti sperano che dallo scontro tra il generale e il colonnello, sgorghi sangue che li lasci entrambi senza vita a terra. ‘Questo,’ pensa, ‘è ciò che abbiamo seminato attorno a noi tu ed io caro il mio papà: odio!’

Là in fondo, nella sala riunioni, tutti sono seduti in attesa che arrivi lei e naturalmente stanno guardando quella scenetta divertente. Pensa che è giusto che lei paghi per tutti i torti fatti ai suoi dipendenti sebbene lo avesse fatto per compiacere suo padre: ma è adulta e deve assolutamente assumersi la responsabilità di quanto detto e fatto negli anni. Le torna ancora in mente la discussione avuta vent’anni prima con Gianni: aveva ragione lui, ha sempre avuto ragione lui; ora sente dentro che avrebbe dovuto ribellarsi a quel sistema che la teneva agganciata al passato!… e, come se qualcuno le avesse acceso d’improvviso una lampadina a illuminarle a giorno l’anima, sente un forte desiderio di abbracciare Gianni e di stringerlo con tutta sé stessa. Con una nota di disperazione pensa in quale stanza buia e disordinata della sua mente lo aveva ricacciato per tutti quegli anni.

“Ti ricordi quando partimmo per le Canarie?”

Ancora ricordi da quel pomeriggio di vent’anni prima a innestarsi in quei secondi di silenzio in cui il padre sta attendendo di ritrovare la macchina da guerra che ha costruito nella figlia.

“Che cazzo c’entrano adesso le Canarie!” Ricorda come fosse presente, che quella domanda di Gianni in merito alla vacanza alle Canarie l’aveva infastidita.

“Tu eri quella che si era portata via uno zainetto per una vacanza di una settimana! Te lo ricordi o no Bi-bi? Ti ricordi che Paola rideva del fatto che avevi con te solo un costume e un paio di slip che regolarmente ogni sera lavavi e stendevi?”

“E allora che cazzo c’entra questo con quanto ci siamo detti finora? E poi smettila di chiamarmi Bi-bi!”

Quello era il soprannome che lui le aveva dato qualche tempo dopo che si erano messi insieme semplicemente perché a lui lei ricordava vagamente Brigitte Bardot.

“C’entra perché quella Anna di qualche anno fa non ha nulla a che vedere con la Anna di adesso; tu hai ragione che nella vita si cambia ma non si può soprassedere ai nostri valori fondamentali: quelli sono e quelli rimangono bene o male per l’intera nostra esistenza. Tu invece stai pensando nel tuo profondo di abbandonare i tuoi valori per un po’ di effimero denaro e dimmi se sbaglio?”

Ricorda che quella frase l’aveva mandata su tutte le furie al punto che lo aveva cominciato ad insultare e lui se n’era andato.

Ritorna al presente sollecitata dalle movenze impazienti del padre che pretende delle risposte: a guardarlo bene oggi, le fa quasi pena, per quel suo essere sempre arrogante in ogni situazione, a casa come in azienda; l’arroganza è il suo marchio di fabbrica al punto che fa sfoggio della stessa con onore. Quella stessa arroganza l’ha trasferita, come se fosse un nuovo codice binario da inserire nel software comportamentale della figlia, anche ad Anna.

“Vieni un attimo nel mio ufficio! E voi tornatevene subito a lavorare branco di cialtroni!”

Il padre tira Anna per un braccio all’interno dell’ufficio chiudendosi la porta alle spalle e riportandola al presente.

“Ti rendi conto di che figura abbiamo fatto là fuori! Quelli ora stanno godendo come dei ricci per averci visto litigare!”

“Hai fatto tutto tu papà! Io ero solo in ritardo di un quarto d’ora, ma, ripeto, hai fatto tutto tu!”

Quella semplice risposta che denota un desiderio di Anna di ristabilire un equilibrio, sebbene in modo sommesso e quasi timido, viene vissuta dal padre come un atto deliberato di ammutinamento.

“No cara mia sei stata tu a provocarmi con questo tuo comportamento insubordinato! E non ti permettere mai più di contraddirmi perché io ti disintegro: faccio una telefonata e in quattro secondi sei fuori dall’azienda, dal consiglio di amministrazione e ti puoi dimenticare i tuoi vizietti da puttana! Quattro secondi ci metto!”

“Ora, rimedia a tutto sto casino che hai combinato: va in bagno a sistemarti che sembri una mezza matta e falli neri: stiamo perdendo il 2% sul progressivo anno su anno. Questo è inammissibile! Voglio la testa del direttore commerciale se entro la fine dell’anno non mi fa vedere di avere invertito la rotta drasticamente; sono stato chiaro?”

In altri frangenti Anna avrebbe risposto immediatamente con un ’sì’ come se fosse un dalmata che pende dalle labbra del padrone; in quel caso, quasi volutamente, si gira ed esce da quell’ufficio che sa di lercio senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Si chiude dentro il bagno riservato alla direzione e si appoggia con entrambi i palmi delle mani al piano del lavandino guardando la sua immagine riflessa nello specchio:

“Dove sei finita Anna? Dove sei finita Anna? Dove sei finita?”

Ripete a voce alta, quasi fosse un mantra, questa domanda intanto che gira impercettibilmente la testa a destra e sinistra.  Le sembra di avere un grande muro bianco davanti e dietro il vuoto: si sente completamente perduta senza più un passato a cui appoggiarsi e un futuro certo verso cui tendere. La mano, in modo automatico, entra nella borsa alla ricerca del cofanetto d’avorio intarsiato dentro cui tiene la dose che le serve per la giornata: non può affrontare quella riunione in questo stato e per di più senza un aiutino, pensa. È vero che le fa schifo pensare di assumere ancora cocaina ma le fa ancora più schifo affrontare da lucida quel tipo di situazioni, quindi dei due, sceglie il male minore. Deve cercare di navigare a vista, un passo alla volta.

Esce dal bagno, occhi pallati, capelli sparati in aria e leggermente inumiditi. Si dirige verso la sala riunioni a passo lento, con una serie di pensieri in testa da fargliela quasi scoppiare: non sa come iniziare, non sa cosa dire e soprattutto perché lo deve dire. Passa davanti alla porta  chiusa dell’ufficio del padre padrone e lo sente sbraitare qualcosa a qualcuno al telefono: a sentirlo da lì, dietro la porta, le sembra di rivivere un film al buio.

Ritiene non abbia senso che una di 45 anni, in virtù del fatto che le hanno appiccicato sul petto la targhetta di direttore generale,  entri nella sala riunioni e dica a una persona di 65, il direttore vendite, che tra le altre cose le sta pure simpatico, che se non inverte la rotta entro un mese può fare le valigie.

Ha quasi colmato la distanza che separa il bagno dalla sala riunioni; vede le facce dei presenti che da rilassate di poco prima si stanno indurendo e incupendo man mano che lei si si avvicina: tutto perché sta per entrare lei, Anna Gentiloni, la mangiatrice di uomini, nella vita professionale così come nella vita privata.

“Buongiorno a tutti!” È un buon esordio pensa e chi ben comincia è a metà dell’opera.

“E’ inutile che ci giriamo intorno ragazzi: quest’anno le cose non stanno andando come preventivato!”

Mentre parla, all’orizzonte dei suoi pensieri si comincia a delineare una istantanea: lei che prende una strada diversa, perché a qualunque età, riflette in modo soddisfatto, siamo sempre in tempo a invertire la rotta dei nostri atteggiamenti mentali e quindi, a invertire la rotta della nostra vita.

“Lorenzo!” si rivolge al direttore vendite, Lorenzo Pagliai, con un tono gentile ed equilibrato, nonostante la dopamina rilasciata dal suo corpo a causa della cocaina, spinga per renderla aggressiva: ma lei resiste, vuole farlo, deve farlo, per sé e per gli altri. In quel flash di poco fa ha capito che sta racchiusa una vita, la sua vita futura. O cambia adesso o è finita, per sempre.

“ho bisogno che in base alla tua esperienza ci fai capire quali sono le variabili in gioco che stanno determinando le nostre difficoltà quest’anno.”

Intanto che pronuncia l’ultima parola si è girata verso il direttore vendite che siede alla sua destra e lo sta guardando fisso negli occhi: vede l’incredulità sul suo volto. In 10 anni che lavorano a stretto contatto, non l’ha mai sentita chiedergli un consiglio o un parere in merito al suo lavoro. La loro relazione è sempre e solo stata all’insegna del ‘tu devi fare, altrimenti ne pagherai le conseguenze.’

“Beh, Anna, se devo essere sincero..” È incerto nella conversazione perché crede che dietro quel cambiamento repertino e improvviso del direttore ci sia un trucchetto fatto apposta per ingannarlo e Anna lo sta capendo e pensa a quanto è stata una merda in tutti quegli anni: ora però, riflette, non è il momento di piangere sul latte versato, ma quello di prendere in mano la propria vita e con coraggio cambiare completamente.

“Lorenzo, prima che tu prosegua voglio dirti una cosa e voglio dirla a tutti voi:” si rivolge al resto dei dirigenti riuniti all’interno di quella stanza:

“sono stata la persona peggiore che si possa incontrare durante una vita in questi ultimi anni e non ci sono parole per descrivere quanto mi dispiaccia ciò che vi ho fatto passare qui dentro e, suppongo, a casa con le vostre famiglie! Realmente ho bisogno di voi in questo momento!”

Gli sguardi dei presenti sono attoniti: lei percepisce una energia dentro che le dà vigore e le infonde un desiderio di esprimersi con tutta sé stessa, tirando fuori le mille sfumature del suo carattere, perché lei era così, era gioiosa, era leggera, era spensierata, era quella a cui bastava uno spazzolino, un paio di mutande e un dentifricio dentro uno zaino e via a girare il mondo insieme ai suoi tre anmici di sempre: lei era tutto quello e negli ultimi 20 anni si è trasformata in una grigia, puzzolente fotocopia di qualcun altro.

“Scusatemi ma ora proprio devo chiudere una situazione!”

Esce dalla porta della sala riunioni e di corsa si dirige verso l’ufficio del padre: senza nemmeno bussare entra come se volesse buttare giù il muro. Si sente libera di esprimersi e questo la porta a non sentire più quel carico di rabbia costante che le pesa sullo stomaco da una vita.

“Tu, brutta merda!” Si rivolge al padre con tono calmo e sicuro: non ha bisogno di urlare; sa che chi urla esprime debolezza e colui che ha davanti è un debole, un debole che ha avuto bisogno per tutta la vita di contornarsi di persone deboli che lo facessero sentire forte. Il padre è praticamente immobilizzato da quella calma interiore della figlia: percepisce di avere perso completamente il governo su di lei.

“Ti rendi conto che voragine di sentimenti hai creato attorno a te? E per cosa? Dimmi per quale motivo hai fatto tutto ciò?”

Il padre è bianco in volto, gli tremano le mani e Anna pensa che in altre occasioni ha dovuto affrontare scontri verbali ben peggiori nei quali si era ribellato con una aggressività da mettere paura; ma in quella occasione la sua determinazione lo ha praticamente inchiodato alla sua sedia.

“Allora, hai lasciato il cervello sul comodino brutto stronzo? Sto aspettando una risposta a una domanda molto semplice mi pare!” Lo sta incalzando e utilizza la tecnica che da sempre utilizzava lui con tutti: sente di aver in pugno quella conversazione. E siccome il padre non riesce a parlare, continua lei, scavando sempre più a fondo: vuole arrivare al nocciolo della questione:

“Il bello di questa vita è la varietà e tu invece sei un uomo monocorde e monocolore e credi che tutto ciò che ti riguarda sia ciò che deve riguardare anche il mondo che ti circonda: ma siamo tutti diversi! È questo il bello della vita!”

Lo guarda fisso negli occhi: per la prima volta è lui a non reggere quella conversazione e ad abbassare lo sguardo e questo le dà ancora più forza.

“Come ci si sente ad essere costantemente incalzati? Dimmi un pò, che sensazione dà doversi, in ogni situazione, giustificare? Chi sei tu, Dio per poterti permettere di far sentire le persone delle merde?”

Si stupisce di sé e di quanto riesca a mantenere la calma: se fino a un’ora prima le sembrava di non avere più appigli a cui aggrapparsi per proseguire, ora sente di potercela fare, percepisce che può e anzi deve ricominciare e quello è un ottimo inizio. Glielo aveva detto anche Gianni moltissimi anni prima:

‘se non ti affranchi dal tuo passato come potrai mai pensare di costruirti un futuro sulla base dei tuoi valori, di ciò in cui credi veramente?”

Sente di non avere più niente da dire in quell’azienda e che non ha più nulla da dire in quella vita che non sente più sua, anzi, che non è mai stata sua.

Senza nemmeno lasciare che il padre riorganizzi i propri pensieri per controbattere a quella incursione, lascia le chiavi dell’Audi A8 sulla scrivania in mogano, si gira e se ne va. Si dirige a passo deciso verso l’ascensore e nell’attesa che arrivi, lo sente da dietro sbraitare: ha recuperato la sua solita aggressività banale e scontata:

“Tu lurida puttana! Sei finita senza di me e senza questa azienda; non vali un cazzo e non hai mai contato un cazzo qui dentro!” Senza nemmeno voltarsi, solleva il braccio, dito medio alzato ben rivolto al padre che le sta alle spalle e con passo morbido e deciso entra nell’ascensore uscendo per sempre da quella vita.

Il Manifesto di ognuno di noi

Tutti noi dovremmo avere un manifesto che ci riguarda…una sorta di personale carta dei valori…che attesti chi siamo nel profondo e perché facciamo ciò che facciamo…

…che sancisca cioè ciò che per ognuno di noi vale la pena di essere vissuto e le rispettive ‘regole’ che abbiamo sedimentato nel corso degli anni per confermare a noi stessi che stiamo vivendo secondo quei valori fondamentali…

Vivere lo so è un po’ meno ‘’meccanico’ di ciò che sto descrivendo, ma decisamente più complicato a volte. Nella maggior parte dei casi compiamo scelte con il “pilota automatico” innestato, e dunque è bene fermarsi e domandare a noi stessi se ciò che siamo diventati è proprio ciò che pensavamo di diventare e soprattutto se ciò che stiamo facendo corrisponde a ciò a cui crediamo nel profondo…

…non è mai troppo tardi per cambiare…diceva qualcuno…soprattutto in ambito di crescita personale…aggiungo io…

Vale la pena dedicarsi una mezz’ora e provare a stilare una classifica dei dieci valori fondamentali

….una volta fatto ciò, proviamo a metterli in ordine di priorità, dal primo all’ultimo…

…facciamola sedimentare questa lista…lasciamola lì, ritorniamoci su il giorno successivo…rivediamola..domandiamoci se ciò che abbiamo scritto, nero su bianco, corrisponde a ciò che siamo o magari non è altro che un nostro desiderio irrealizzato…oppure ahimè una proiezione di qualcun altro che ci vuole esattamente così…

Dopodiché, per ognuno di quei valori fondamentali, poniamoci la seguente domanda:

Che cosa deve accadere affinché io….?

Esempio: se al primo posto ho messo il valore della ‘coerenza’ mi domanderò:

Che cosa deve accadere affinché in ogni cosa che faccio io risulti coerente?

Provateci…può risultare, all’inizio, un esercizio noioso che non porta a nulla…ma vi assicuro che scoprirete un sacco di cose interessanti che vi riguardano…e vi aiuterà in ogni scelta più o meno importante della vostra vita…

Perché ad ogni bivio è molto più importante essere guidati dal

che persona voglio essere?”…

piuttosto che da un più triviale e banale

che cosa voglio ottenere?

E vedrete che in base a questa personale carta dei vostri valori interiori, risulterà molto più facile dire… ‘’ o ‘no’ alle vicende della vita..

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Se desideri leggere il primo episodio del racconto ‘Il Coraggio‘, lo trovi di seguito:

Primo capitolo de “Il Coraggio”

Episodio 2

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari. Lo affascina da sempre la flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. A Pietro quel modo di essere dell’amico piace una cifra: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire dentro un gran desiderio di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.

“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”

“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”

“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”

Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di potersi spingere un po’ oltre senza provocare motti di offesa nell’altro.

“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.

“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro.

Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.

Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv; le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.

“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”

Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.

“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!”.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”

Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.

“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”

Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.

“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”

Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di respingerlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.

“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto….”

Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che solo lì l’amico troverà la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”

“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”

Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.

“Non lo so, sono confuso, ok..?”

Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada.

“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”

Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.

Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:

“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”

“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”

“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.

“E va bene, verrò a farti da balia!”

Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e quel banale tocco aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.

Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.

“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia….”

“E qual è sentiamo?”

“Mi domando se ciò che ho provato io, lo abbia provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”

Getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio.

“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”

“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a tua sorella per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. E in questo frangente, il Bar da Iole è un po’ come la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’é in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:

“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”

“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”

La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”

“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia.

“Scusa non volevo essere scortese, Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.

“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”

La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni;

“Stavamo parlando di te!” la risposta di Pietro arriva laconica e secca all’orecchio Gianni, lasciandolo quasi inebetito.

“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.

Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.

Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:

“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”

Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.

Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda.

Ma d’improvviso, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:

“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi…”, si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso,  e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.

“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”

Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco del momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei ‘4 cavalieri della tavola rotonda’.

A domani, col terzo episodio

***Buona giornata***

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

Perché altro posto non c’è…

Pacengo 22 giugno 2020

Odio parlare di me… parlami di te…

…parlami di come ami…parlami di come brami…

…parlami dei tuoi sogni…parlami dei tuoi regni…

…parlami di come ridi…parlami di come gridi…

…sono venuto per rispettare…

…sono venuto per amare…

…sono venuto per stare in silenzio…

…per fare il pane…per nutrire le rane…

…sono venuto per te…per i tuoi occhi…

…per i tuoi tocchi…

…tic…toc…tocchi…toc…tic…

…sono venuto da te…proprio da te…

…perché altro posto non c’è…

…uniamoci in un amplesso…troviamo il nesso…

…andiamo in basso…facciamo sesso…

…arriviamo all’osso…

…spogliamoci di ciò che siamo…

…di ciò che abbiamo…

…doniamo…doniamoci…amiamoci…

Tutto finisce da dove era cominciato – ultima puntata

L’auto varca l’entrata principale del cimitero di Columbus e imbocca l’ampio e lungo viale alberato posto innanzi al cancello d’entrata. A destra e sinistra del viale si ergono due maestose collinette dal manto erboso pettinato con cura, sulle quali spiccano tante piccole lapidi color bianco cangiante: a vederle da lontano sembrano due enormi mammelle avvolte in un reggiseno verde a pois bianchi.

Una sensazione avvolgente di tranquillità prende possesso di Khamisi seduto davanti, sul posto del passeggero.

“Fermati qui Christian, ti prego!”

Claretta, seduta dietro, si sporge in avanti infilando la testa tra i due sedili anteriori per scrutare gli occhi di Khamisi e cercare di interpretare i suoi pensieri.

Dopo l’incontro avvenuto sul traguardo a Helsinki di qualche settimana prima, la vita dei 3, di Khamisi, Christian e Claretta aveva assunto dei connotati dai contorni incerti.

Ricostruire qualcosa, ammesso e non concesso che il termine ‘ricostruzione’ fosse quello giusto, non era per nulla facile: le loro tre vite avevano preso strade molto differenti negli ultimi anni, i cui ritmi non combaciavano in nulla.

Inoltre, dopo la confessione di Christian in merito all’omicidio del cugino Michele di tanti anni prima, Khamisi si era chiuso in un silenzio che preoccupava entrambi. Claretta non voleva invadere i suoi spazi e quindi si accontentava di quei silenzi a cui cercava di dare un senso fissandolo negli occhi per minuti, quando poteva, alla ricerca di una risposta che probabilmente nemmeno Khamisi conosceva.

Christian accosta l’auto in una rientranza del viale del cimitero: Khamisi scende dalla vettura e come se fosse appena rientrato in casa dopo una giornata di lavoro stancante, si appoggia all’auto con la mano sinistra e si toglie le scarpe, lanciandole noncurante sul manto erboso poco distante.

Claretta lo osserva allontanarsi di qualche metro dal bordo della macchina mentre è intento a guardarsi i piedi che affondano fino quasi a scomparire avvolti da un soffice manto erboso. Muove le dita all’insù e intanto respira a pieni polmoni: è come se avesse bisogno di un contatto fisico con la natura che lo circonda per ricaricare le batterie e dopo un eterno minuto di riflessione si volta verso l’ex compagna e il figlio e accenna loro un sorriso che profuma di felicità.

Claretta scende dall’auto e così fa anche Christian e entrambi si dirigono verso quell’uomo che a guardarlo lì in mezzo all’erba a piedi scalzi avvolto nella solennità del luogo, ai due sembra la statua di un grande e valoroso eroe del passato.

Gli si buttano entrambi al collo, cingendolo forte con le braccia e, come se Khamisi dovesse una spiegazione a quei due membri della sua famiglia avvinghiati al suo tronco, comincia a parlare:

“Non c’è bisogno di dire nulla, non ce n’è mai stato bisogno: ognuno di noi ha fatto quello che pensava fosse giusto fare in quel momento. Al di là delle colpe e dei torti subiti, quello che importa è che ci siamo ritrovati, dentro e fuori e oggi siamo qua ad abbracciarci con la serenità d’animo che contraddistingue coloro che hanno avuto il coraggio di raccontarsi la verità. Il concetto di colpa non ha alcun significato se ‘amore e perdono’ sono le parole che sostengono e danno forza alla relazione tra le persone.” Si ferma, non sente bisogno di dire altro; di più sarebbe troppo e Claretta e Christian comprendono che il silenzio in quel caso è il miglior modo di concordare con quanto appena detto da Khamisi.

Dopo essere stati abbracciati per un po’, l’uomo si scosta dai due e voltandosi comincia a correre nella direzione che il custode all’entrata del cimitero gli aveva detto di seguire per giungere fino al blocco ‘D’, lapide 23.

C’è una leggera e costante brezza quella mattina, che lo sorregge dandogli forza come è sempre stato durante tutta la sua vita. Khamisi pensa che è meraviglioso correre spinto dalle forze della natura: il manto erboso sotto i piedi a infondergli stabilità, come fosse una quercia secolare con le radici ben salde al terreno; e l’aria tra i capelli, a donargli la consapevolezza che oltre alla stabilità, la sua vita è stata portata avanti all’insegna dell’energia e del movimento, sempre e comunque, senza mai fermarsi.

Con quella meravigliosa consapevolezza tra le viscere, giunge nei pressi della tomba dove è sepolto Oscar Fever, allenatore e padre putativo che lo ha reso uomo. Avvicinandosi alla lapide strizza gli occhi di quel tanto che gli serve per leggere da lontano l’iscrizione affissa a caratteri cubitali sotto le date di nascita e di morte e in quell’istante il sorriso tipico di chi è consapevole di avere chiuso un cerchio importante nella propria vita, gli illumina il viso invadendogli l’anima. Sulla lapide una scritta, che proviene dal suo passato lontano ma che contiene tutto ciò che gli serve per vivere alla grande il presente e il futuro, finché ce ne sarà:

“Qualunque cosa succeda, non fermarti mai”

***FINE***

Helsinki – Parte 10

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

L’incredibile avventura che lo ha visto protagonista negli ultimi due mesi, comincia a pesare sulle gambe di quel sessantacinquenne di origini Bantu. La vecchia rottura del tendine d’Achille provocata da quel colpo fatale con la mazza da baseball di quarant’anni prima si fa sentire di tanto in tanto sebbene in modo impercettibile, come fosse un eco lontana in un antro sconfinato, ma Khamisi non si lascia intimorire da quel dolorino che tiene a bada con una forza di volontà che non ha paragoni. Oltretutto la causa per cui ogni cosa ha avuto inizio è troppo importante per farsi abbattere da un dolore fisico di quel genere e vuole portare a termine quel compito per onorare l’impegno che si è preso col don rispettando i tempi prestabiliti. Da qualche settimana poi c’è un altro aspetto di quella vicenda che a Khamisi sta molto a cuore: non deludere i milioni di fan che da un po’ lo stanno seguendo e sostenendo sul blog creato apposta per quell’avventura dall’abile e amabile Mario Fazzi.

Khamisi aveva ricominciato ad allenarsi qualche settimana dopo essere uscito dal carcere e ogni cosa era nata in modo del tutto casuale. Una mattina come tante, si era svegliato di soprassalto intorno alle 5, come gli capitava praticamente ogni giorno e senza alcuna motivazione apparente a parte una impercettibile e frizzante energia alle gambe, invece di rimanere nel letto per un’ora come faceva di solito a rimirare le ombre disegnate sul soffitto, si era alzato quasi subito e senza nemmeno lavarsi la faccia aveva indossato un paio di Converse coi buchi e, uscito dalla cascina, si era messo a correre. 

All’inizio le sue articolazioni avevano gridato vendetta, indolenzite dal quel letargo di quasi vent’anni a cui la galera le aveva forzosamente costrette: per ogni falcata che Khamisi faceva tentando di spingere in avanti il proprio corpo, mentalmente i suoi pensieri lo spingevano indietro, tanta era la fatica che l’uomo percepiva su tutto il corpo. Poi, dal terzo chilometro in avanti, qualcosa dentro di lui aveva cominciato a cambiare: Khamisi aveva sentito pian piano disciogliersi nelle prime gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, tutte le inerzie che fino a quel momento gli avevano intimato di desistere, quasi fossero un’aspirina in mezzo bicchiere di acqua minerale. 

Mattina dopo mattina era riuscito a percorrere qualche chilometro in più e alla fine della prima settimana aveva colmato i 10 chilometri con una disinvoltura incoraggiante, seppure ancora tra mille perplessità mentali e qualche dolore articolare. 

Al di là della distanza fisica percorsa, che comunque lo rendeva fiero di sé, la cosa che gli trasferiva maggiore soddisfazione era percepire che per ogni chilometro in più che lui percorreva sulle gambe, prendeva forza e vigore quella incoraggiante fiducia in se stesso che lo aveva accompagnato per i primi 45 anni della sua vita e che di colpo, una sera, si era perduta nei meandri dell’odio e del rancore verso quei due bastardi senza lode dei fratelli Sartor e di Claretta. 

La corsa lo stava riportando dentro quel solco fatto di perseveranza e fiducia di sé dentro il quale aveva ottenuto così tanti successi nella prima parte della sua vita.

L’aria fresca dell’estate finlandese gli infonde la giusta dose di positività che gli serve a coprire gli ultimi 20 chilometri che lo dividono dal traguardo situato a Kaivopuisto, il parco in riva al mare che si estende nella parte meridionale di Helsinki. 

La solitudine iniziale che aveva accompagnato l’atleta nelle prime settimane, ha lasciato il posto, durante le ultime tappe di quello strano giro d’Europa iniziato quasi 60 giorni prima, a una moltitudine di persone che, percorso dopo percorso, si vanno ad aggiungere ai supporter del corridore keniano. Più l’impresa che lo sta vedendo protagonista prende forza conquistando follower sul web, più cresce il numero di fan che lo seguono fisicamente per parti del percorso o addirittura per l’intera durata delle singole tappe, informandosi sui dettagli delle stesse direttamente online sul blog di Khamisi che Mario, ex manager della finanza caduto in disgrazia e appassionato di computer, si premura di curare con dovizia di particolari.

“55 maratone in 55 giorni Khamisi, pari a 2.300 chilometri che dividono Bologna da Helsinki e uno sponsor che crede nel progetto e il gioco è fatto!”

Il ricordo di quell’impresa titanica cominciata quasi per caso gli permette di affrontare le fatiche mentali di quell’ultima tappa. 

Insieme a Mario Fazzi, che come Khamisi da qualche mese era entrato a far parte degli ospiti fissi della comunità del don dopo essere caduto in disgrazia a causa di uno dei crack finanziari più clamorosi che avevano coinvolto una banca famosa del Veneto, un pomeriggio di 3 mesi prima si erano seduti all’ombra dei peschi piantati sul retro della cascina con un unico obiettivo in testa: mettere a punto il piano di salvataggio di Osiride, la creatura nata 25 anni prima a opera di quel prete istrionico da tutti conosciuto come ‘il don’.

“E perché qualche sponsor dovrebbe essere interessato a un vecchio  di colore di 65 anni che decide di distruggersi i talloni in una corsa di 2.300 chilometri tra Bologna e Helsinki?”

 Khamisi era completamente avulso dalle logiche che contribuivano a rendere virale un evento sul web, ma non lo era Mario che in quel frangente lo aveva guardato con due occhietti intelligenti e vispi, incorniciati da un paio di occhialini tondi alla John Lennon e gli aveva risposto:

“Perché l’avventura che affronterà quel vecchio di 65 anni, farà guadagnare allo sponsor un sacco di soldi attraverso il blog che  curerò io, debitamente messo a punto per seguire, tappa dopo tappa, questa sorta di giro d’Europa di corsa.”

“E a noi cosa ce ne viene in tasca Mario e soprattutto perché Helsinki e non un’altra città a caso?” 

Khamisi proprio non voleva capire e Mario, con la pazienza di un frate certosino, per l’ennesima volta aveva cercato di spiegargli quali sarebbero stati gli estremi dell’accordo che lui avrebbe proposto al manager di quell’azienda di integratori sportivi finlandese che conosceva da anni e che gli doveva un favore grande come una casa per cui non avrebbe potuto dire di no.

“Helsinki, perché l’azienda di integratori è finlandese; e  tu, perché immagina solo il clamore che susciterebbe sapere che una vecchia gloria della maratona, due volte oro olimpico, pluripremiato campione mondiale, a 65 anni decide di correre una maratona al giorno per 55 lunghi giorni di seguito: 2.300 chilometri di corsa in 55 giorni! Pensa che casino mediatico si creerebbe dietro questa impresa titanica!” 

Khamisi aveva lo sguardo allucinato: più Mario entrava nei dettagli di quel piano, più lui non riusciva a comprendere dove volesse arrivare.

“E immagina per un attimo Khamisi, che tutti gli appassionati sportivi del mondo accedano al blog di questo ex maratoneta per seguirne le tappe: milioni di accessi alla settimana Khamisi, milioni!” 

La voce di Mario si era dolcemente appoggiata sui toni bassi, per rimarcare l’importanza di ciò che aveva appena detto e il suo sguardo, alla parola ‘milioni’, si era perso nel vuoto al ricordo dei soldi che gli erano passati tra le mani per un certo periodo della sua vita.

“E pensa se su quel blog l’azienda sponsor finlandese inserisse un semplice, banalissimo banner pubblicitario che rimanda al loro shop online: immagina le tonnellate di euro che entrerebbero nelle casse di quell’azienda. E tutto grazie alle sole tue gambe Khamisi!” 

La strategia di Mario, spiegata in quel modo così semplice che anche un bambino di prima elementare avrebbe compreso, cominciava ad essere un po’ più chiara anche nella testa di Khamisi. 

Ma Mario non aveva ancora calato l’asso di bastoni che avrebbe sancito definitivamente l’inizio di quella folle avventura, l’ennesima nella vita frastagliata di Khamisi.

“E quando quei milioni di persone verranno a sapere che abbiamo messo in piedi tutto sto casino mediatico/sportivo per salvare le finanze di una piccola onlus di nome Osiride gestita da un prete visionario e fuori dagli schemi che ha dedicato la propria vita a salvare le famiglie dalla povertà e non a baciare il culo a qualche alto prelato del Vaticano, immagina l’effetto moltiplicatore che avrà tutto ciò sulla tua avventura!”

Quella conversazione tra Khamisi e Mario Fazzi di quel pomeriggio era stata preceduta da un incontro avvenuto qualche giorno prima tra i due e il don nella sala mensa di Osiride.

“Ragazzi è finita!” Queste erano state le parole con cui aveva esordito il don quella sera davanti a un Mario e un Khamisi attoniti per quello che il prete si stava accingendo a raccontare, rosso in viso e con la cenere negli occhi.

“Mi hanno decimato i finanziamenti provenienti dallo stato sti bastardi; senza quelli sono finito, non potrò mantenere la baracca!” Intanto che pronunciava quelle parole aveva alzato il dito indice in aria e lo aveva mosso varie volte a formare un po’ di cerchi immaginari.

“Non possono farlo don..” Aveva replicato Khamisi con fare ingenuo a quella notizia che aveva la veemenza di un cazzotto in pieno volto.

“Oh certo che possono farlo caro mio! Stiamo parlando dei politici; loro possono fare tutto!” Aveva replicato il don, non senza una vena di sarcasmo e con il dolore dipinto nelle pupille.

Mario ascoltava i due, quasi stesse osservando una coppia di alieni parlare lì davanti a lui una lingua sconosciuta e più i due uomini parlavano più i suoi occhi si sgranavano. 

Mario Fazzi era originario del Polesine ed era cresciuto in una famiglia di una povertà annichilente. L’odore della povertà Mario Fazzi se l’era tenuto appiccicato addosso per tutta la vita, anche quando il lavoro lo aveva portato a guadagnare montagne di soldi. Si era fatto da solo e odiava farsi aiutare da qualcuno e ogni volta che nella sua esistenza aveva sentito parlare di aiuti di stato o sovvenzioni, lui si era girato dall’altra parte e aveva pedalato più forte che poteva per dimostrare che ce l’avrebbe potuta fare solo con la forza delle proprie gambe. Considerava gli aiuti di stato degli espedienti, niente altro che alibi che mettevano dei freni alla conquista dell’eccellenza. Grazie alla sua forza di volontà e alla sua perspicacia, Mario era arrivato molto in alto, più in alto di tutti e da lassù era caduto più in basso di chiunque altro, perché cadendo non aveva fatto come tanti che erano andati in cerca di un appiglio viscido che sapeva di compromesso a cui aggrapparsi con l’unico scopo di salvarsi le terga. Lui non voleva essere aiutato da nessuno, tantomeno da qualche lestofante con le mani in pasta nella politica. Sentire i due uomini, il don e Khamisi, parlare di finanziamenti e aiuti di stato gli faceva venire l’orticaria.

“Ma in questi anni hai aiutato migliaia di famiglie povere Pietro!”

Il don, a quell’ennesima ingenuità di Khamisi, aveva sbuffato impercettibilmente; “Khamisi ti rendi conto che non viviamo a Disneyland ma in una delle nazioni più corrotte della terra? I finanziamenti che arrivano dalla politica vengono stanziati solo ed esclusivamente per far crescere il prestigio dei politici che per sostenere una causa devono sempre e comunque trovarci un interesse personale. Quando la causa stessa non serve più a far crescere il loro potere, l’abbandonano come se nulla fosse! 

Pare ci sia a capo della commissione preposta al rilascio dei fondi alle onlus, un certo onorevole Candiazzo che non so per quale motivo sta facendo carte false per bloccare i finanziamenti destinati a Osiride, manco qualcuno dei nostri gli avesse pestato un callo!” 

In realtà Candiazzo era venuto a conoscenza, grazie alla rete di scagnozzi di cui si contornava per tenere in piedi i suoi loschi affari da politicante spregiudicato, che il padre di quel medico che lo aveva pubblicamente denigrato in trasmissione qualche settimana prima, stava collaborando con il don nella comunità di Osiride e per una questione di mera vendetta personale stava bloccando i fondi che erano già stati stanziati in precedenza per la onlus del don.

Mario stava facendo la scarpetta per non lasciare nel piatto neanche un piccolo rimasuglio di sugo, quando con occhio sgranato aveva interrotto la conversazione tra i due:

“Signori ma perché continuate a sbattere contro le pareti della scatola che vi siete costruita intorno, lamentandovi al tempo stesso di essere in gabbia?”

“Che cazzo dici Mario? C’erano dei funghi allucinogeni nel sugo della pasta?” 

Il don aveva replicato a quella incursione di Mario con quella frase da osteria di periferia. Diventava scurrile quando la posta in gioco si alzava e se qualcuno gli faceva notare la trivialità del suo linguaggio lui replicava: “per caso uno dei dieci comandamenti vieta ai preti di dire le parolacce?”.

“Dico solo che ci sono decine di sistemi per evitare di farsi prendere per il collo o per il culo, decidi tu don quale delle due espressioni ti piace di più, da qualche politico corrotto.”

“Uhh abbiamo l’economista Keynes tra le nostre fila Khamisi e non lo sapevamo!” Il don aveva schernito Mario ridendoci su.

“Datemi qualche giorno e vi faccio vedere io chi è Keynes!” 

Mario aveva preso quella frase come una sfida personale e dopo essersi pulito la bocca con un tovagliolo di carta talmente ruvida da sembrare una lametta di un rasoio, si era alzato e aveva lasciato Khamisi e il don da soli al tavolo, nella solitudine della loro incomprensione.

Quello era stato l’antefatto che aveva condotto Mario e Khamisi sotto un pesco quel pomeriggio a discutere del salvataggio di Osiride. 

“10 centesimi per ogni visitatore che clicca sul banner dell’azienda di integratori inserito sul tuo blog Khamisi e abbiamo risolto i problemi di Osiride, e indirettamente anche i nostri, per sempre; più ovviamente i diritti per lo sfruttamento della tua immagine. Per non parlare poi di quello che si scatenerà quando le altre aziende che gravitano attorno al mondo degli sportivi, verranno a conoscenza che la bolla creata attorno a questo circo mediatico si sta ingigantendo a dismisura: faranno carte false amico mio pur di accaparrarsi uno spazio pubblicitario. Tutto qui Khamisi: semplice come respirare!” 

Con queste parole Mario si era congedato da Khamisi quel pomeriggio, lasciandolo solo con i suoi pensieri.

Alla fine l’ex mararoneta aveva convenuto tra sé che, per quanto l’impresa fosse titanica, doveva provarci e lo doveva al don e alle centinaia di famiglie che quotidianamente aiutava con la sua associazione.

Grazie a quei pensieri Khamisi ha tenuto a bada la fatica dell’ultima tappa e ora si trova a 4 chilometri dalla fine di quel suo lungo viaggio iniziato 55 giorni prima in una afosa giornata di Giugno in Piazza Maggiore, a Bologna. 

Ricorda ancora l’emozione provata di sentirsi contornato da un nugolo di persone, una trentina non di più, compresi Mario, il don e un operatore di una TV locale, che lo incitavano per sostenerlo in quella impresa che nessuno pensava, lui per primo, sarebbe mai riuscito a portare a termine. 

55 lunghi giorni attraverso 7 nazioni: Austria, repubblica ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e il nugolo di 30 persone che quella mattina a Bologna lo avevano sostenuto in quella sua folle corsa, ora, a un paio di migliaia di metri dal traguardo finale, sono diventati quasi 4 milioni di follower sparsi in tutto il mondo sui diversi social e diverse migliaia di uomini, donne e bambini che in diretta, lì sul lungo mare di Helsinki lo stanno sostenendo, toccando e incitando, proprio a lui, quel keniano alto e magro di origine Bantu, che da un posto sperduto in mezzo all’africa aveva percorso, in 65 anni di vita, decine di migliaia di chilometri sulle proprie gambe e dentro al proprio cuore grazie ad una sola e unica cosa: lo spirito di sacrificio e il desiderio di superare gli alti e bassi della vita con tenacia, sempre a testa alta grazie ai principi fondamentali che suo padre gli aveva scolpito a caratteri cubitali sulle pareti del cuore.

Finalmente entra nel parco di Kaivopuisto e si appresta a percorrere l’ultimo chilometro: potrebbe anche non muovere le gambe da tanta folla gli si è assiepata attorno che lo spinge e lo incita. 

Vede i cartelloni pubblicitari ai bordi delle strade: sono decine gli sponsor oramai che si sono aggiunti al primo, la Runtorade, l’azienda di integratori sportivi finlandese che mesi prima Mario aveva convinto con quella sua proverbiale parlantina da commerciale navigato, a saltare a bordo di una impresa a cui nessuno all’inizio aveva veramente creduto e di cui avevano accettato la sfida solo perché dovevano un favore personale al Dr. Mario Fazzi, che tra le altre cose sapeva delle cose troppo compromettenti sul team di manager che gestivano la filiale italiana.

Alla vista del mare Khamisi si ferma per un attimo e con lui le migliaia di fan che gli sono dietro: per un attimo anche il tempo sembra fermarsi al cospetto di quella specie di guerriero della vita di origine Bantu. 

La folla è in attesa di capire cosa passi per la testa del keniano che in quell’istante si toglie le scarpe; Khamisi ha bisogno di sentire la fatica direttamente sotto la pianta dei piedi. Chiude a fessura gli occhi e respirando la salsedine proveniente dal mare a pieni polmoni, riprende la sua corsa a piedi nudi, spingendo come un folle sulle gambe, ancora più di quanto avesse fatto in precedenza. 

Il traguardo è a poche centinaia di metri, gli ultimi, dopodiché ancora una volta, pensa, come era stato anni prima per ognuna delle sue imprese, i riflettori si spegneranno dietro di lui e di quella vittoria non rimarranno che alcuni meravigliosi ricordi che col passare del tempo, se non li potrà condividere con qualcuno di caro, andranno a riempire la soffitta impolverata della sua anima. 

Questo è l’ultimo delle migliaia di pensieri e ricordi che hanno accompagnato Khamisi per i passati 55 giorni, quello con cui taglia il traguardo e per un’ultima volta, prima di accasciarsi a terra esausto, si volta verso destra a rimirare il mare e in quel momento i suoi occhi incrociano quelli di lei e lì poco distante quelli di lui, Claretta e Christian. I loro rispettivi sguardi si fondono a distanza in un abbraccio infinito e in quel momento Khamisi risente nel cuore vibrare forte la voce di Oscar Fever di tanti anni prima: 

Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero? Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.

Domani l’ultima puntata…

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

L’arte è ‘essere’…non ‘tentare di piacere’…

Non amo l’arte ricercata, affettata…

…l’arte che si dispiega per un cosiddetto e maledetto ‘pubblico target’…

…l’arte è di pancia e nella pancia…l’arte è un venire a galla…spontaneo…come spontanei sono certi motti dell’anima che la sottendono…che la sospingono…che…

L’arte è abbandono…è libertà…è espressione genuina…senza veli emotivi…

L’arte è…follia…

L’arte è in tutto e per tutto…sempre e comunque ‘contro’…

L’arte è ‘essere’…non ‘tentare di piacere’…

La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Facciamoci un altro Scotch Carlos…

Hai notato Calaca che la quantità di sessantenni che muoiono al giorno d’oggi è notevolmente aumentata rispetto a un tempo?

Dicevi così anche dieci anni fa di quelli di 50 Carlos…

…e quindi Calaca?

…e quindi…facciamoci un altro Scotch Carlos…

…e poi dimenticherò Calaca?…

…no Carlos, non dimenticherai…

…ma almeno te ne andrai ridendo…

https://www.amazon.it/dp/B00CD3AD2W/ref=cm_sw_r_cp_awdb_c_pFA7Eb7ARPVS3

Pagare per un reato non commesso – Parte 8

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

L’aereo di Christian è in ritardo di un paio di ore rispetto all’orario previsto di atterraggio all’aeroporto di Entebbe in Uganda.

Durante il volo da Roma la sua testa non ha fatto altro che rimbalzare tra i pensieri relativi alla settimana appena conclusasi e i ricordi legati alla sua infanzia.

Da qualche tempo sente una nostalgia intensa di suo padre che, dall’età di 12 anni in poi, ha rifiutato come si rifiuta un corpo estraneo, lo stesso rifiuto che lui, osservandosi allo specchio, provava verso se stesso all’epoca.

Fino ai 20 anni non aveva più permesso a Khamisi di ficcare il naso nella sua vita e poi la confessione di Claretta di quella sera, aveva di colpo cambiato i suoi atteggiamenti verso di lui.

Avrebbe voglia di averlo al suo fianco, lì su quell’aereo a 12.000 metri d’altezza; vorrebbe guardarlo negli occhi per chiedergli semplicemente scusa, per tutto quello che gli ha fatto passare, per essere stato un figlio così ingrato, per aver denigrato la sua cultura e il colore della loro pelle, ma è consapevole che la vita non può essere riavvolta come si fa con il nastro di una videocassetta; non si possono rivivere i momenti passati modificandoli a proprio piacimento per rimediare agli errori fatti.

Chiama la hostess e si fa servire un whisky: il superalcolico scende lentamente bruciandogli leggermente la gola e poi giù per l’esofago fino a infiammargli le budella. Ha bisogno di farsi invadere la testa dai fumi onirici che solo l’alcool è in grado di provocargli.

Dopo lo show che ha fatto in diretta nazionale la settimana prima davanti a 5 milioni di telespettatori all’insegna del ‘mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa dicendo quello che penso’, la vita di Christian è stata completamente rivoluzionata da due aspetti: il primo, che si è beccato una querela da parte dell’onorevole Candiazzo per averlo pubblicamente offeso in diretta; e il secondo, che è stato convocato d’urgenza alla sede di Londra dell’associazione umanitaria, per una riunione durante la quale i membri del consiglio di amministrazione gli hanno comunicato, senza troppi giri di parole, che di persone come lui non sanno che farsene e che nel giro di 20 giorni dovrà lasciare l’Uganda dove da anni ha fatto base operativa per i suoi spostamenti nell’Africa Subsahariana.

Non è preoccupato per la sua carriera: le proposte stanno fioccando, soprattutto da quando sui blog e social di mezza Europa un gruppo di follower e sostenitori delle organizzazioni umanitarie lo ha eretto a sua insaputa a paladino della difesa di un sistema non corrotto di raccolta fondi.

È un’altra la preoccupazione che si fa gioco della sua testa provocandogli fastidiosi mal di stomaco: ed è quella sua costante incapacità di gestire la rabbia.

Non è in fondo molto cambiato da quando era adolescente: all’epoca era instabile emotivamente e insicuro a causa di quel corpo dentro cui si sentiva un ospite indesiderato e dava sfogo ad eccessi di rabbia inconsulta per ogni piccolo evento che destabilizzava la propria quotidianità. Oggi, sotto la superficie di un’apparente stabilità caratteriale, si nasconde lo stesso identico ragazzo di 25 anni prima, pronto a scattare e surriscaldarsi appena qualcosa non gli va a genio; nulla in tal senso è cambiato.

Non c’è dubbio, pensa, che se lui fosse stato al posto dei suoi capi, avrebbe reagito alla stessa maniera alla vista di quel loro collaboratore che in diretta tv si era comportato malamente al punto da mettere in cattiva luce l’associazione. Se ripensa ora alla figura fatta durante quella trasmissione, si sente un perfetto idiota: sarebbe stato sufficiente farsi prendere dalla corrente e galleggiarci in mezzo e nel giro di un paio di ore i giochi sarebbero finiti, lasciando tutti contenti nei loro ruoli più o meni importanti.

Si è comportato in modo scorretto ed è sacrosanto che sia stato cacciato fuori malamente. Ritiene che quel licenziamento con diffamazione, insieme alla querela sporta dall’onorevole Candiazzo, siano solo una piccola parte delle pene che gli spetterebbe pagare per quella sua vita vissuta all’insegna della reazione agli eventi senza riflessione alcuna. Il mondo, riflette intanto che la hostess gli serve un altro whisky, va avanti anche senza bisogno di supereroi del cazzo come lui.

Un irrefrenabile impulso alle gambe lo mette in stato di agitazione: avrebbe bisogno di muoversi. Deve trovare un diversivo che lo distragga, perché l’alcool non sta avendo gli effetti desiderati; si alza e si gira verso il fondo dell’aereo, fa qualche passo ma poi si risiede. Il concetto di passeggiata su un aereo è abbastanza ridicolo pensa. Si siede di nuovo al suo posto; si mette le cuffie e prova a guardare un film ma dopo qualche minuto i pensieri di prima ricominciano a muoversi sulla superficie della sua coscienza, creandogli sudori e forti disagi. Con tutto se stesso sta cercando di tenere a bada l’irrazionalità dei movimenti del proprio corpo ma invano e in quel frangente gira lievemente la testa verso il passeggero seduto a fianco: gli cade l’occhio sul titolo della prima pagina di cronaca scritto a caratteri cubitali:

Trovato il colpevole dell’omicidio della Garbatella: è lo zio!

Gli ritorna alla mente, come fosse successo il giorno prima, il titolo comparso su ‘Il Resto del Carlino’ del 12 agosto 1996.

Trovato il corpo senza vita di un ragazzo nelle campagne della bassa: gli inquirenti indagano sullo zio, ex campione di maratona due volte oro olimpico statunitense/keniano

Quel giorno gli è rimasto impresso nella testa quasi fosse la sua seconda data di nascita o di morte, dipende da quale punto di vista la si osserva. I fatti accaduti in quel periodo infatti, hanno segnato la morte del vecchio Christian e contemporaneamente la nascita di una persona nuova, caratterizzata da un diverso paradigma mentale, almeno in apparenza.

Dopo il litigio profondo avvenuto tra Claretta e Khamisi quella sera, quest’ultimo aveva deciso di andare a vivere temporaneamente in ufficio, in attesa di trovare una sistemazione più consona.

Da qualche settimana si era lasciato andare oltremodo alla bottiglia, fatto per lui del tutto nuovo non avendo in vita sua mai toccato una goccia di alcool. Gli stessi suoi collaboratori erano profondamente preoccupati a vederlo in una condizione del genere, lui che aveva fatto della rettitudine di comportamenti la propria guida di vita in un’esistenza condotta all’insegna del dare sempre il meglio di se. Alcune mattine lo avevano addirittura trovato in ufficio con la barba incolta, ancora avvolto nei fumi dell’alcool notturni e in un paio di occasioni si era presentato davanti a clienti importanti in condizioni abbastanza imbarazzanti. Era entrato in un vortice di pensieri negativi che gli creavano una devastante voragine che credeva di poter colmare con litri di vodka.

Solo di una cosa Khamisi era certo e risoluto: non voleva più avere nulla a che fare con Claretta, la quale dal canto suo aveva tentato vari riavvicinamenti nelle settimane successive al litigio e ogni volta si era vista rifiutare con sempre maggiore risolutezza. Più passava il tempo, più lui sentiva di essere stato tradito come non si sarebbe mai aspettato da una persona a cui aveva dedicato anima e corpo per metà della propria esistenza. Si sentiva inoltre usato e privato di una parte fondamentale della propria vita ai danni di quella famiglia Sartor che Claretta aveva a parole sempre rinnegato, ma che nei fatti, posta davanti al bivio tra difendere lui o i membri sgangherati di quel nucleo compatto, aveva propeso per i secondi.

Christian invece, dopo quanto aveva udito uscire quella sera dalla bocca della madre, aveva cambiato repentinamente opinione sul padre: lo considerava la vittima di una famiglia bastarda che lui odiava profondamente e tutta la rabbia provata verso di lui era di colpo scemata.

Provava pena e dolore per il padre e questi due sentimenti insieme scavavano a fondo portando in superficie un senso di colpa dalle tonalità dilaganti: era consapevole di essere stato un pessimo esempio di figlio e alla luce del tradimento di cui era stato vittima il padre, Christian all’epoca stava cominciando a rivalutare anche il sistema educativo che aveva adottato con lui fin da piccolo, fatto di non violenza e di dialogo. Non c’era stata volta in cui il padre, anche di fronte a suoi comportamenti eccessivi, non si fosse preso l’impegno di spiegargli senza mai alzare il tono di voce e con la calma proverbiale di un monaco tibetano, cosa significasse vivere seguendo certi valori.

Avrebbe avuto voglia di rimediare e cercare per quanto possibile di ricostruire un rapporto con lui: quel pensiero lo spingeva a volte fin sotto l’ufficio e, vedendo l’auto del padre parcheggiata nei posti riservati alla direzione, era tentato di salire con l’unico scopo di buttargli le braccia al collo, ma poi il timore che Khamisi avesse potuto rifiutare quell’approccio spontaneo, lo facevano ritornare sui suoi passi. Stava quindi fermo immobile per delle mezze ore a fissare le finestre là in alto al terzo piano, nella speranza che Khamisi da dentro si affacciasse e gli facesse cenno di salire.

E più si avvitava nelle indecisioni e nei dubbi in merito a come riportare il sereno nei rapporti tra lui e il padre, più gli saliva dentro un istinto rabbioso e feroce di vendetta nei confronti della madre. Aveva completamente sostituito l’odio che provava per il padre facendolo convergere completamente sulla figura di Claretta; ma mentre l’odio verso Khamisi era qualcosa di totalmente irrazionale, verso la madre era un sentimento ragionato, che stava pian piano prendendo possesso dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti, sostenuti da una serie di emozioni forti e dirompenti che lo spingevano a mettere in atto una strategia vendicativa ben precisa e mirata.

Dopo aver passato qualche giorno a riflettere in merito al da farsi, un pomeriggio che si trovava in camera sua, steso sul letto a contemplare il soffitto, gli era venuta una illuminazione: aveva preso l’elenco telefonico e aveva cercato l’indirizzo di casa Sartor, la famiglia di uno dei due fratelli della madre.

Il pomeriggio successivo, si era recato in corriera a Budrio, il paese dove abitava lo zio con la famiglia e aveva girovagato per una buona mezz’ora finché non aveva trovato la villetta dove abitava la famiglia Sartor. Era rimasto appostato dietro una grossa quercia che si ergeva maestosa proprio di fronte a quella casa fino a tarda sera, tanto da rischiare di perdere l’ultima corriera utile per ritornare in città.

Per i successivi sette giorni, si era recato in quel luogo, attrezzandosi addirittura con zaino, bibite e panini, stando ben attento a non farsi beccare: non aveva un’idea ben precisa di cosa avrebbe potuto ricavare da quei suoi appostamenti in stile detective americano, ma sentiva che più stava nei paraggi della villetta di suo zio, più in lui cresceva la consapevolezza di voler fare del male a qualcuno di quella famiglia, poco importava a chi.

La cosa più giusta da fare, aveva pensato Christian, sarebbe stata quella di farla pagare direttamente al fratello di Claretta, per vendicare tutto il dolore che costui aveva causato al padre, ma a considerare la stazza dell’uomo, aveva convenuto fra sé che sarebbe stato meglio indirizzare i suoi comportamenti vendicativi verso qualcuno maggiormente alla sua portata fisica. E per questo la sua scelta era ricaduta su un ragazzino gracile e dall’andatura incerta che Christian aveva presunto fosse Michele, il cugino che non aveva mai conosciuto di persona per espressa volontà della madre. L’intento di Christian non era colpire lui in prima persona ovviamente, ma attraverso di lui provocare un dolore forte e un danno allo zio. “Il fine giustifica i mezzi Christian” andava ripetendosi per farsi coraggio, man mano che la strategia vendicativa si impossessava di lui.

Individuata la figura verso cui indirizzare la propria azione, nei giorni successivi Christian aveva cominciato a pedinare il ragazzo: dove andava il cugino, a debita distanza, appostato da qualche parte c’era lui. Voleva individuare quale fosse il luogo migliore per poter agire senza essere visto da nessuno.

L’idea che gli era venuta, sebbene non l’avesse ancora studiata nei dettagli e potesse sembrare alquanto bislacca a prima vista, era quella di seguire il cugino in una delle tante strade di campagna che si aprivano ramificandosi dietro la casa dove abitava coi genitori, caricarlo con le buone o con le cattive sull’auto, portarlo in aperta campagna e lì menarlo a dovere per poi buttarlo in qualche fosso non prima di avergli appeso al collo un cartello con scritto:

mio padre è un bastardo figlio di puttana e va in giro ad ammazzare di botte le persone facendola franca ‘quasi’ sempre.

Aveva bisogno di una macchina e di un luogo appartato dove potesse passare inosservato il rapimento del cugino.

Per quanto riguardava l’auto, gli era venuta un’idea: quando suo padre era andato via di casa si era portato con sé qualche effetto personale ma aveva per lo più lasciato lì ogni cosa e tra questi oggetti c’erano pure le doppie chiavi dell’auto.

Nei suoi appostamenti serali sotto l’ufficio del padre, Christian aveva notato che il genitore dopo le 20 di solito non usciva dall’ufficio; quello era l’orario migliore per prendere l’auto all’insaputa del padre, correre al paese dove abitava lo zio, mettere in atto il suo piano per poi riportare la vettura dove l’aveva trovata, il tutto ovviamente stando molto attento a non farsi beccare.

Il cugino, ogni sera intorno alle 9 usciva dalla villetta e con la bicicletta copriva i 3 chilometri che lo separavano dalla piazza principale del paese per raggiungere i suoi amici. Quello era il momento ideale per colpire: Christian aveva potuto constatare che una parte del tragitto era completamente in aperta campagna e la strada non era per nulla trafficata dopo un certo orario.

La mattina del 10 agosto si era svegliato di soprassalto alle 5: aveva interpretato quello come il segnale che era giunta l’ora. Appena quell’idea gli era entrata nelle vene, le mani avevano cominciato a sudare copiosamente. Sebbene fosse un irruente e un irascibile per natura, quel suo atteggiamento non era mai sfociato in atti di violenza deliberata. Anzi lui era molto bravo a scatenarsi verbalmente, ma quando percepiva che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega nei fatti, si defilava come un topino di campagna, impaurito e intimorito. Non aveva idea di come il suo corpo avrebbe reagito una volta che si fosse trovato di fronte quel ragazzino mingherlino. Se pensava però a suo zio e all’odio che provava per lui, allora le pupille si facevano piccole come pallini da caccia e istantaneamente tutti i dubbi evaporavano sotto gli effetti di un feroce e focalizzato desiderio di vendetta.

La giornata era scivolata verso la fine a grande velocità tra un ripensamento e l’altro, finché non erano giunte le 19,15, ora in cui il suo piano avrebbe dovuto prendere il via. E così era stato: dopo essersi guardato allo specchio per alcuni minuti, per trovare il coraggio necessario ad affrontare quell’esperienza dai contorni incerti, Christian era uscito di casa, non prima di aver infilato nello zaino Invicta che usava per i libri dell’università, il cartello con la scritta che avrebbe appeso al collo del malcapitato cugino, un passamontagna, una tela cerata, un coltello da cucina che la madre era solita utilizzare per tagliare la carne e un paio di guanti di lattice usa e getta. Non voleva lasciare impronte né dentro la macchina del padre né tantomeno sul coltello che pensava di portare con sé semplicemente per intimidire il cugino. In cuor suo non aveva la minima idea di come maneggiare quell’arnese con una lama da 20 centimetri e sperava proprio che lì dove l’aveva messo rimanesse e che non ci fosse nemmeno la necessità di estrarlo.

Alle 19,50, dopo essere sceso alla fermata adiacente l’ufficio del padre, si era appostato poco distante: con suo grande rammarico aveva constatato che l’auto di Khamisi non era parcheggiata al solito posto. Un gesto di rabbia lo aveva colto all’improvviso: aveva calciato violentemente un muretto situato lì a fianco provocandosi una dolorosa fitta alle dita dei piedi. Quel dolore si sommava all’agitazione del momento: il primo degli imprevisti in quel piano slabbrato e dalla messa a punto sommaria, gli stava facendo perdere la calma che gli sarebbe servita nelle ore successive al fine di evitare spiacevoli errori.

Stava cercando di tenere a bada se stesso, quando aveva sentito il rumore di un’auto giungere dalla strada principale e dopo pochi istanti aveva notato che era quella del padre.

Il genitore era sceso dall’auto in evidente stato di ubriachezza: barcollava al punto da non reggersi quasi in piedi da tanto aveva bevuto. Vedere suo padre in quello stato, aveva generato in Christian due sentimenti contrastanti: da un lato era sollevato dal fatto che in quella condizione non si sarebbe certo reso conto che l’auto non era in parcheggio; ‘per l’ora in cui lui fosse stato di ritorno, il padre era probabilmente bello che addormentato’ pensava Christian intanto che si infilava i guanti di lattice.

D’altro canto, vederlo ridotto in quelle condizioni, aveva rinforzato il sentimento di odio nei confronti della famiglia Sartor: ‘se il padre, che era sempre stato una persona equilibrata e che non aveva mai in vita sua toccato una goccia di alcool, si era ridotto così a causa della confessione che 20 giorni prima gli aveva fatto Claretta, allora la vendetta che lui aveva messo in piedi era la cosa corretta da fare.’ Questi pensieri gli avevano dato la giusta carica per procedere attraverso i vari step del piano che aveva pressappoco disegnati in testa.

Aveva atteso qualche minuto per dare il tempo al padre di salire in ufficio e quindi, estratte le seconde chiavi dell’auto dalle tasche dei jeans, si era mosso, zoppicando a causa del dolore alle dita dei piedi, fino alla vettura.

Era arrivato nei pressi della villetta alle 20,50 e si era appostato a una cinquantina di metri dal cancello di uscita, un po’ defilato dal bordo della strada per non dare nell’occhio.

Aveva quindi steso accuratamente la tela cerata nel bagagliaio dell’auto, stando attento a non lasciarne scoperto nemmeno un centimetro, per evitare che macchie di sangue o altri indizi compromettenti rimanessero dentro l’auto.

Alle 21 esatte il cugino era uscito, come ogni sera, con la sua bicicletta: l’adrenalina aveva iniziato a pompare nelle vene di Christian e un impercettibile tremore alle gambe lo aveva scosso al punto che per un attimo aveva pensato di abbandonare, ma ripensare a Khamisi riverso a terra, massacrato di botte dal padre di quel ragazzo che era appena uscito con la bici, gli aveva ridonato la carica necessaria per andare avanti. Si era infilato il passamontagna e si era accodato a debita distanza al cugino. Michele dal canto suo pedalava guardandosi intorno con aria spensierata, del tutto ignaro di quello che sarebbe capitato di lì a qualche istante.

Avanti 500 metri, Christian poteva scorgere il rettilineo dove aveva deciso di far scattare il piano di rapimento; aveva quindi accelerato quel tanto che bastava per avvicinarsi a meno di una ventina di metri dalla bicicletta. A quel punto il cugino, sentendo il rumore di un’auto a ridosso della ruota posteriore della sua bici, si era voltato facendo segno al conducente di passare. Christian aveva accelerato e appena superato il ragazzo gli aveva tagliato la strada facendolo andare a sbattere contro la portiera destra dell’auto; Michele era rimasto in piedi per miracolo.

“Che cazzo fai?” Il suo petto sembrava una fisarmonica da tanto era agitato e in affanno.

In quel frangente Christian aveva estratto il coltello dallo zaino che teneva sul sedile passeggero e sceso dall’auto aveva fatto il giro attorno alla stessa, trovandosi a meno di due metri dal cugino, coltello alla mano.

“Sali in macchina senza fare storie!” Anche Christian era in forte stato di agitazione; le mani sudavano non solo per la concitazione del momento ma anche perché il lattice non faceva traspirare a dovere la pelle, considerando i 30 gradi umidi della serata estiva.

“Su, sali ti ho detto!” Christian parlava a voce alta, segno che non aveva perfettamente il controllo della situazione: sentiva le gocce di sudore che dal cuoio capelluto inzuppavano il passamontagna attraverso i capelli, e lentamente scendevano dal collo fino alla t-shirt.

“Che cazzo vuoi da me! Hai sbagliato persona cazzo! Io non so chi sei!” Michele urlava e si guardava intorno per capire quale spazio di fuga potesse avere al fine di liberarsi da quella aggressione inaspettata. Era talmente docile e mansueto di carattere, che trovarsi di fronte ad una situazione di quel tipo, messa in atto da un folle col passamontagna calato sul volto e pure con un coltello tra le mani, lo aveva completamente mandato in confusione mentale.

“Sali in macchina ti ho detto!” Aveva ripetuto Christian avvicinandosi a meno di un metro dal cugino brandendo il coltello con gesti maldestri.

Vedendosela brutta Michele aveva mollato la bicicletta spingendola violentemente contro Christian e voltandosi di scatto, aveva saltato il fosso e si era messo a correre in mezzo ai campi.

Quello era il secondo imprevisto della serata; le cose, pensava Christian, non dovevano andare così, proprio non dovevano andare così. Quella mossa del cugino lo aveva spiazzato al punto da immobilizzarlo per qualche istante; doveva agire in fretta altrimenti la distanza tra i due sarebbe stata incolmabile.

Aveva quindi stretto ben forte il coltello nella mano e si era messo all’inseguimento del cugino correndo più forte che poteva. Poco più avanti Michele, voltandosi e vedendo che l’uomo lo stava rincorrendo a una trentina di metri col coltello in mano, aveva accelerato il passo perdendo al contempo il coordinamento e l’aderenza al terreno e questo lo aveva fatto cadere a terra. Era in lacrime, piangeva in modo disperato: “lasciami in pace…non so chi tu sia! Io non ho fatto male a nessuno!”

Intanto che urlava, aveva alzato le mani a protezione della parte superiore del corpo: a vederlo così, sembrava una tartaruga schienata. Era congelato dalla sua stessa paura, quando Christian gli era piombato addosso con tutto il suo peso, immobilizzandolo a terra. Dalla concitazione il coltello gli era sfuggito di mano ed era caduto a pochi centimetri dal corpo di Michele.

Aveva cominciato a menarlo sul viso con entrambe le mani; erano pugni inesperti dati con gesti scoordinati, che comunque provocavano un dolore inaspettato al cugino che tentava invano di liberarsi dalla morsa.

“Non ti ribellare! Dovete pagare, tu e la tua famiglia, brutto bastardo del cazzo!”

Gridava senza minimamente preoccuparsi se qualcuno avesse potuto sentirlo nei dintorni e in quel frangente il cugino gli aveva sferrato una ginocchiata nei testicoli.

“Ahiaaa” Christian si era accasciato di lato mentre con la coda dell’occhio aveva scorto Michele rialzarsi in modo maldestro e ricominciare a correre per quello che poteva, visto lo stordimento provocato dai colpi presi sul viso.

Doveva reagire: le cose stavano andando nel peggiore dei modi. Se prima il cugino era solo un mezzo per arrivare a un fine e cioè lo zio, ora Michele, nella testa di Christian, era diventato fine a se stesso. Quel pensiero gli aveva pompato nelle vene la giusta dose di adrenalina: si era rialzato con un’agilità imprevista e ripreso in mano il coltello, si era rimesso all’inseguimento del cugino. Le gambe erano spinte da una forza inaspettata: la sua corsa era poderosa, sebbene avesse dolore alle dita del piede e i testicoli fossero in fiamme. A infondere quella forza agli arti inferiori, era un deleterio mix di odio e desiderio di vendetta che ora dallo zio si era totalmente trasferito al cugino.

Michele, poco più avanti, era in evidente stato di affanno e non correva più con quella lucidità iniziale. Questo fatto aveva infuso fiducia in Christian e quella fiducia si era trasformata in matematica certezza di potercela fare quando poco dopo il cugino era caduto di nuovo, esausto. Si era rannicchiato sul fianco destro e stava lì fermo immobile, quasi fosse in attesa che quell’uomo mascherato gli piombasse addosso e facesse con quel coltello ciò che doveva fare. Quella resa totale da parte di Michele, aveva generato in Christian una sensazione di disprezzo tale che quando gli si era avventato sopra era talmente accecato da dimenticarsi che tra le mani aveva il coltello.

Aveva sentito il cugino urlare dal dolore: era un urlo acuto, che sapeva di morte.

In un primo momento, a cavalcioni sulle ginocchia di Michele, non aveva compreso cosa avesse portato lo stesso ad urlare in quel modo; ma poi, abbassando lo sguardo di poco, aveva notato il manico del coltello spuntare dal fianco del ragazzo. Gli aveva conficcato i 20 centimetri della lama all’altezza del rene sinistro.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” Gli erano uscite di bocca alcune imprecazioni alla vista di ciò che aveva combinato. Si era quindi staccato dal corpo di Michele e accasciatosi li a fianco era rimasto fermo in quella posizione per almeno un minuto, con il cugino che si lamentava sommessamente.

La luce di agosto stava cominciando a scemare verso un buio che per quanto ancora incerto, rendeva comunque i contorni sfocati e indecisi, come sfocati e indecisi erano i pensieri che vorticavano nella testa di Christian alla velocità della luce.

“Aiutami, ti prego! Aiutami!” La voce flebile del cugino lo aveva riportato per un attimo alla realtà dei fatti. Oramai doveva andare fino in fondo; fermarsi a metà avrebbe voluto dire compromettere ogni cosa e sebbene solo ora cominciasse a rendersi conto nel profondo del casino che aveva combinato, di una cosa era certo: non voleva assolutamente andare in galera per il resto dei suoi giorni. Lui aveva fatto tutto per vendicare suo padre e quel gesto era la giusta ricompensa per il dolore che lo zio aveva provocato a Khamisi, pensava.

Doveva recuperare la giusta lucidità mentale per farla franca: rapidamente aveva ripercorso a ritroso col pensiero gli ultimi minuti di quella concitata situazione per fare mente locale in merito a eventuali tracce lasciate qua e là e non gli pareva di aver perduto nulla sul terreno.

Aveva quindi sollevato il busto e da quella posizione, appoggiando per terra entrambe le mani e facendosi forza sui polsi doloranti a causa delle percosse di poco prima date al ragazzo, si era alzato in piedi e giratosi verso il cugino poco distante si era chinato su di lui estraendo il coltello. Dalle labbra semi aperte di Michele era fuoriuscita una boccata di alito moribondo, quasi fosse una camera d’aria di uno pneumatico forato.

Christian si stava rendendo conto che di lì a poco, se lo avessero scoperto, lui sarebbe stato condannato per omicidio, vista la condizione disperata in cui versava il ragazzo. Ma oramai doveva spingersi fino alla fine: lui voleva a tutti i costi farla franca e quindi, lasciando il corpo del ragazzo a morire lentamente su quel terreno inumidito dalla guazza estiva, aveva ripercorso a ritroso la distanza che lo divideva dall’auto messa di traverso sulla strada, correndo concitatamente.

Giunto nei pressi della vettura, aveva buttato la bicicletta scassata di Michele nel fosso adiacente e dopo aver tolto la cerata dal bagagliaio, l’aveva posizionata sul sedile di guida per evitare che i suoi indumenti, qualora fossero stati sporchi di sangue, lasciassero tracce sospette sulla tappezzeria dell’auto del padre. E poi, dopo essersi tolto il passamontagna e avvolto il coltello dentro lo stesso, aveva infilato il fagotto dentro lo zaino posto sul sedile passeggero e invertito il senso di marcia era ripartito con guida nervosa e distratta.

Mentre guidava aveva acceso la luce di cortesia per controllarsi gli indumenti: così a prima vista gli sembravano puliti e quella scoperta gli aveva trasferito una profonda sensazione di contentezza. In quello stato di euforia non si era reso conto che con la ruota destra era andato fuori dalla carreggiata di quel tanto che era stato sufficiente a spingere l’auto fuori strada, facendola sprofondare di lato nel fosso.

Per una ventina di interminabili secondi Christian era rimasto immobile, mani ben salde sul volante, quasi fosse svenuto a causa del forte e inaspettato impatto. Poi di colpo si era ripreso, e in un istante di lucidità aveva compreso l’entità del disastro appena combinato. Con fare concitato aveva girato la testa verso destra e una volta accertatosi di aver riposto nello zaino tutti gli oggetti compromettenti, era uscito dall’auto togliendo in tutta fretta la tela cerata dal sedile del guidatore, riponendola nello zaino.

Il buio era penetrante e se da un lato favoriva la fuga, dall’altro ne rendeva difficoltoso l’incedere in una zona che non conosceva. Aveva quindi risalito l’argine del fosso e zaino in spalla si era diretto velocemente verso le luci delle prime case che vedeva in lontananza. Aveva un unico obiettivo in testa: ritornare a casa cercando per quello che poteva, di lasciarsi alle spalle quella vicenda dai contorni drammatici.

Il segnale di ‘allacciare le cinture’ riporta Christian alla realtà: erano anni che non ripensava nei dettagli a quanto successo quella sera e quei ricordi lo hanno definitivamente messo ko.

Uccidere un ragazzo che non c’entrava nulla con la vicenda che aveva portato al pestaggio di Khamisi e lasciare che la colpa ricadesse sul padre, erano due fatti concatenati di una gravità spaventosa e la cosa ancora più spaventosa era che sembrava che se ne stesse rendendo conto fino in fondo solo ora.

Non che in passato non avesse pensato a ciò che era successo quella sera ma per anni era stato talmente avvolto nelle nebbie del senso di vendetta nei confronti della famiglia Sartor, che per molto tempo aveva considerato quella come una giusta punizione.

Rimaneva ovviamente in sospeso da 20 anni sul conto della sua anima quello che aveva combinato al padre: era riuscito anni addietro ad archiviare alla meno peggio quel fatto, consapevole che la resa dei conti con Khamisi sarebbe arrivata prima o poi.

D’improvviso sente un impellente bisogno di scendere dall’aereo, si attacca con le mani ai braccioli, quasi volesse staccarli dal resto del seggiolino, gira la testa a destra e sinistra in modo concitato come se cercasse una via di fuga nei dintorni che gli permetta di scendere a terra prima degli altri passeggeri.

“Tutto bene?” La hostess, intenta a verificare che i passeggeri abbiano la cintura allacciata, si accorge che Christian è in evidente stato di confusione e gli lancia quella domanda con fare inquisitorio e preoccupato.

“Si si tutto bene; fra quanto saremo a terra?” La voce è impastata, come se si fosse risvegliato da poco da un lungo letargo.

“E’ questione di minuti..” risponde perplessa la ragazza, segno che la faccia di Christian non è tra le più confortanti ma a lui non interessa cosa stia pensando la hostess; l’unica cosa che conta ora è trovare il modo, per quanto possibile, di recuperare gli ultimi 20 anni di vita perduti.

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

Perdonarsi equivale a perdonare – Parte 7

Se desideri leggere i precedenti 6 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Il taxi si ferma davanti a una dignitosa casetta in stile vittoriano sita un po’ fuori città. La bandiera americana, piantata sul prato del giardino in leggera pendenza è a mezz’asta, in segno di rispetto per il lutto che ha coinvolto la persona che abita in quel luogo.

Con mani tremolanti Claretta lascia 30 dollari al tassista: il tremore è dovuto in parte al motivo per cui si trova in quel luogo, ma anche alla concitazione per il viaggio inaspettato che ha appena affrontato. 

Tutto era cominciato 22 ore prima: Claretta era concentrata davanti al PC nel suo ufficio al settimo piano dell’ospedale Maggiore di Bologna, seduta in modo rigido sulle spalle e inarcato sulla schiena, avambracci ben appoggiati sulla scrivania sempre ricolma di carte e cartelline adagiate in modo sparso e confuso. 

Erano giorni in cui il disordine mentale generato a seguito di quella ridicola scenetta fatta davanti ai suoi collaboratori e ai due carabinieri, nel tentativo rivelatosi comunque fortunato di disinnescare il rapimento dell’infermiera da parte di quella donna in preda al panico, si stava prendendo gioco di lei e di tutto quello che le capitava sotto mano, creando caos nei dintorni della sua quotidianità. In quel disordine mentale si insinuava sinistra una serie di ricordi intrecciati che prendevano possesso delle sue budella in modi barbari e grotteschi. Il tema principale di quell’andirivieni di pensieri agitati era Khamisi, che da un po’ di giorni era ritornato alla ribalta della sua mente. 

C’era stato un tempo in cui lo aveva amato fin dentro le viscere, ma il solo ricordo di ciò che aveva combinato per bieca vendetta ai danni del figlio di suo fratello quella sera di 20 anni prima, le creava ancora brividi intensi lungo tutta la colonna vertebrale. Non gli aveva mai perdonato quel fatto e per questo, da quando la sentenza del tribunale di Bologna aveva appiccicato sulla schiena di Khamisi una condanna per omicidio a 20 anni di galera, lei aveva posto la parola ‘fine’ su quell’uomo e su tutto quello che tra di loro c’era stato negli anni precedenti. 

Capitava spesso che si domandasse dove fosse finito l’amore profondo che provava per Khamisi un tempo: ‘possibile,’ pensava, ‘che fosse bastato un singolo evento, per quanto grave questo fosse stato, per fare evaporare completamente quel sentimento profondo che lei aveva provato per venti lunghi anni?’ Era svanito come certe nebbie mattutine nelle giornate di primavera inoltrata, che un minuto prima si avvolgono in modo ostinato e persistente attorno alle cose e poi di colpo si dileguano nel nulla. 

Nei primi periodi, dopo i fatti accaduti in quell’agosto del 1996, era stata la rabbia che provava nei confronti di Khamisi a controbilanciare e acquietare l’amore che lei aveva provato per lui. Dopo qualche anno, quel sentimento di rabbia che aveva coperto ogni emozione, aveva lasciato il posto a un neutro fastidio che pian piano si era dileguato cedendo il posto a un  ‘nulla’ che la faceva da padrone tra le viscere di Claretta. Khamisi da quel momento in poi era diventato parte del suo passato; nel bene e nel male era riuscita a metterci una pietra sopra.

La suoneria del cellulare l’aveva fatta rinsavire di colpo da quei suoi pensieri a ritroso. Aveva risposto con voce impastata senza guardare il display:

“Pronto, chi parla?”

“Clareta!” Dall’altra parte una voce di donna che parlava inglese con un tipico accento degli Stati Uniti del sud aveva pronunciato il suo nome. Claretta aveva associato immediatamente a quella voce la figura di Jennifer, la moglie di Oscar Fever, l’allenatore di Khamisi. 

Le due donne si erano tenute in contatto di tanto in tanto sia telefonicamente, sia attraverso lunghe e accorate lettere e sebbene da qualche anno quella relazione a distanza si fosse ridotta per frequenza, l’intensità era rimasta quella di un tempo: si volevano veramente bene anche se non si erano mai frequentate assiduamente.

“Yes, it’s me; how are you?” Claretta aveva iniettato nel microfono del telefono quella domanda con fare un po’ incerto, come se avesse percepito dalla voce della donna che qualcosa non andava.

“Oscar is dead!” Per alcuni secondi che le erano sembrati secoli, il silenzio aveva preso il sopravvento. Claretta aveva abbassato la testa e aveva pianto, in modo dignitoso e dimesso. 

In pochi istanti le si erano riproposti, come fossero gli avanzi mal digeriti della cena del giorno prima, una serie di ricordi che riguardavano un pezzo di giovinezza vissuta con Khamisi: le era tornato in mente quel ragazzo timido e maldestro con le parole, che aveva abbandonato una carriera folgorante per stare con lei e aveva ricordato il pestaggio causato dai due fratelli e tutto quello che c’era stato dopo di bello e di brutto tra di loro. 

I ricordi avevano trasformato il pianto dignitoso e dimesso di poco prima in una dirompente disperazione; lacrime copiose avevano irrigato le sue guance fermando la propria corsa sul piano della scrivania in vetro.

“Jennifer, I’m coming!” ‘Sto arrivando’ era l’unica cosa che era riuscita a dire a quella donna, senza chiederle nulla di più. 

Di colpo, la morte di Fever l’aveva portata in un’altra dimensione della propria esistenza, fatta di punti di vista completamente nuovi, sostenuti da schemi mentali a cui non era più abituata. Per un attimo Claretta aveva di nuovo sentito la presenza di Khamisi in fondo all’anima. Era stato solo per un istante, ma quell’istante aveva dato di nuovo forza e vigore a un sentimento a cui lei non sapeva e soprattutto non voleva attribuire un nome e tantomeno un significato. L’unica cosa che si era permessa di ricordare a se stessa era stata che un tempo, vicino a Khamisi aveva portato avanti la propria esistenza senza bisogno di graffiare la vita e le persone che la circondavano come invece era successo in seguito; era un modo di esprimersi costellato di migliaia di tonalità piacevoli da percepire dentro le viscere e da condividere col mondo. Khamisi era un uomo di animo morbido e quella morbidezza le aveva permesso di costruire vicino a lui una vita fatta di migliaia di sfumature, senza paura di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Era uscita di corsa dall’ospedale, diretta all’aeroporto senza nemmeno pensare che avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva tanto oramai Oscar ‘was dead’, ma quella corsa folle verso l’aeroporto non era certo per andare incontro a Oscar Fever, bensì per cercare di recuperare i pezzi perduti del proprio passato. Le era sembrato che velocizzare i ritmi avesse potuto invertire il corso degli eventi in una sorta di macchina spazio/temporale attivata con la  sola forza delle gambe. 

Fortunatamente, giunta alla biglietteria dell’aeroporto era riuscita a trovare le coincidenze giuste per permetterle di arrivare a New York e prendere il primo volo della mattina successiva per Columbus in Ohio.

Ora è lì, a Columbus, ai piedi di quella piccola collinetta sgonfia alla cui estremità è situata la casa di Oscar e Jennifer, senza alcuna valigia, tanta confusione in testa e numerose perplessità. 

Pensa a quanto è strano il cervello che gioca a carte coperte con l’anima delle persone per un terzo della vita e poi un pomeriggio qualunque si diverte a scoprirle di colpo, lasciandole in balia di sentimenti di difficile interpretazione e gestione, forti e contrastanti. ‘Perché,’ si domanda intanto che osserva la cura con cui hanno rasato il prato che contorna la villetta, ‘appena ha saputo della morte di uno dei pochi pezzi di passato che lei e Khamisi avevano in comune, si è precipitata in tutta fretta e in modo irrazionale a Columbus, quasi fosse un quartiere della città in cui vive e non una metropoli dall’altra parte del mondo?’ 

È consapevole che Oscar per Khamisi era stato come e forse più di un padre e per questo ha sentito il dovere, alla notizia della sua morte, di recarsi in quel posto. 

Ma c’è di più: lei sente il bisogno di annusare ciò che stava alla base del rapporto fra i due uomini, prima che il profumo di Oscar svanisca dalle cose  dentro quella casa e di lui rimanga solo un dolce ricordo lontano; è come se, immergendosi nei ricordi della vita di Fever, Claretta sperasse di recuperare gli anni persi vicino a Khamisi.

È persa nei suoi pensieri al punto da non rendersi conto che Jennifer è sulla porta di casa che le fa segno di accomodarsi. L’ultima volta che si erano viste era stato 22 anni prima e il cambiamento fisico che Claretta nota sulla donna a cinquanta metri di distanza, fa emergere in lei la consapevolezza di quanto tempo sia passato e soprattutto di quanta vita sia rimasta appesa a quella sera che Khamisi aveva deciso di uscire di casa per sempre. 

La vista di Jennifer trasferisce a Claretta un po’ di consapevolezza: quella casa e Jennifer sono l’unica chance che ha di concedersi il lusso per un po’ di parlare del passato di Khamisi e indirettamente del suo, traslando i ricordi sul presente. Ha bisogno di far finta per un attimo che nulla si sia interrotto, come se gli ultimi 20 anni lei e Khamisi li avessero passati insieme e fossero invecchiati l’uno a fianco dell’altra senza soluzione di continuità.

Le due donne si prendono in un lungo abbraccio, senza proferire alcuna parola. Dopo un interminabile minuto durante il quale i loro corpi sembrano diventati una cosa sola e le rispettive lacrime hanno inumidito gli indumenti all’altezza delle spalle, Jennifer fa accomodare Claretta all’interno della casa. 

Ciò che stupisce Claretta entrando in quella casa, è il silenzio che le invade le orecchie  in modo brutale, quasi fosse il più assordante dei rumori. Non che si aspettasse di trovare una rock band che suona a tutto volume all’interno. Quell’assenza totale di rumore assomiglia tantissimo ai silenzi dell’anima nella quale lei ha vissuto negli ultimi 20 anni e sa di morte. Di colpo le lacrime si impossessano del suo volto e in quell’istante si rende conto che lei e Jennifer, dopo essersi abbracciate sulla porta di casa poco prima, non si sono scambiate alcuna parola, quasi fossero mute. 

La parete della sala di fronte all’entrata è tappezzata di foto di Jennifer e Oscar ritratti durante la loro lunga vita insieme: 55 anni senza soluzione di continuità sono lì appesi, quasi fosse la mostra fotografica di due star di Hollywood ritratte in numerosi istanti della loro vita vissuta insieme. A Claretta quella parete ricorda un fiume il cui flusso continuo porta l’esistenza a valle: è sempre stata convinta che non avere buchi di continuità sia l’unico modo per stare insieme a una persona per tutta una vita, e quella parete piena di foto ne è la conferma. Il segreto, pensa Claretta, è sacrificarsi perseverando e combattendo quotidianamente senza mai mollare: muoversi come un ballerino di salsa in mezzo agli alti e bassi dell’esistenza di coppia per trovare un senso alle follie dell’altro, sempre e comunque. Perdere continuità per una coppia, è come per un auto perdere aderenza sull’asfalto: le conseguenze di una singola sbandata potrebbero essere deleterie e appena due persone decidono di dividersi anche solo per un po’, pensa Claretta, le follie dell’altro, viste da lontano, diventano insopportabili. 

Così è accaduto a lei nei confronti di Khamisi: non ha più voluto ascoltare ciò che quell’uomo a cui aveva dedicato 20 anni della sua vita avrebbe avuto da raccontarle, ammesso e non concesso che lui avesse qualcosa da dirle. E quel suo rifiuto a prescindere, ha creato un vuoto incolmabile la cui conseguenza è stata una serie di silenzi micidiali dentro la sua anima che lei ha cercato di riempire alla meno peggio. 

Intanto che riflette si muove a ridosso della parete per osservare le foto con cura: Jennifer le sta a fianco, in silenzio. 

Verso il centro di quella parete, Claretta viene attratta da una foto in bianco e nero: in essa è ritratto un meraviglioso paesaggio marino. Sulla parte destra della foto, leggermente defilato rispetto al paesaggio marino, nota un piccolo dettaglio sfocato: si avvicina col viso al muro di quel tanto che basta per capire che quel dettaglio sfocato in realtà è un ragazzo di colore che corre.

“It is the only picture of Khamisi that he wanted to keep hanging on the wall; the only one! That picture shows the first meeting between Oscar and Khamisi in Kenya 55 years ago; they did not know each other yet.” 

Era la foto che Oscar aveva scattato quel pomeriggio di 55 anni prima quando si era avventurato per le spiagge di Watamu con la macchina fotografica, con l’intento di fotografare le meraviglie del paesaggio incontaminato e d’un tratto era rimasto folgorato ‘dall’Eterno’ come aveva dichiarato a quel giornale anni dopo: quell’eterno che correva era Khamisi.

“I remember that at the beginning when Oscar had returned home with Khamisi, I was a little jealous of the relationship that ran between the two.” 

Lo sguardo di Jennifer si perde per un istante nel vuoto al ricordo di quegli anni; sono ricordi ancora carichi di emozioni al punto da sembrare che tutto si sia svolto il giorno prima e non 50 anni indietro nel tempo.

“But then after a few months, I realized that what bound Oscar and Khamisi went beyond the race: they were two kindred souls who had found themselves in that glimpse of life and the marathon was simply the common thread. Oscar had met the son I could not give him; and so after a while it had been for me!”

Oscar e Jennifer avevano trovato in Khamisi il figlio che non avevano potuto avere. 

Ora è Jennifer a piangere, con dignità e rispetto per quel marito morto da qualche giorno e per quella meravigliosa avventura che è stata la loro vita e di cui Khamisi per un decennio ne è stato parte fondamentale.

“Claretta, we left him; we left him alone to his destiny, and this is something that I will never forgive myself!”

Quelle parole di Jennifer suonano come un’accusa pesante che Claretta si sente caricata come un macigno da due tonnellate sulla propria coscienza e che in un primo momento rifiuta totalmente:

“Maybe you’re right Claretta but don’t forget that Khamisi killed my nephew in a barbaric and premeditated way, a 16 years old helpless and innocent boy!”

“Yes, but each of us has an extraordinary characteristic as human beings: the ability to forgive!” 

Quella frase lanciata lì da Jennifer in modo schietto e diretto è come un getto d’acqua ghiacciata sulla schiena di Claretta che in quel frangente comincia a percepire dal profondo una maleodorante verità che sale su fino alla superficie della sua coscienza: elaborare la complessa architettura del perdono nei confronti di Khamisi, per lei avrebbe significato intraprendere un viaggio dentro la sua anima alla ricerca del perdono di sé stessa in primis e quel viaggio lei non aveva mai avuto la forza di cominciarlo.

La cosa più difficile da accettare per Claretta non è stata che Khamisi avesse ucciso il figlio di suo fratello per vendetta, bensì che a scatenare tutto quell’odio in lui fosse stato il segreto che lei aveva tenuto a covare sotto la cenere per 20 anni. 

‘Claretta we left him alone..’ la voce di Jennifer di poco prima, ora rimbomba nella testa della donna con significati dalle tonalità del tutto nuove.

‘Perdonare equivale a perdonarsi!’, questo è il pensiero con cui Claretta comprende che deve rientrare in Italia al più presto.

 

Se desideri leggere i precedenti 6 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

E noi nel mezzo ad annaspare

Cose…sparse..sul piano inclinato di un ricordo che graffia le budella…

A volte…chi è andato…torna a noi attraverso una bava di luce che ruba la scena allo sguardo, spuntando incerta da dietro una finestra semichiusa..a volte è un oggetto lasciato distratto a impolverarsi su uno scaffale remoto di un angolo buio della casa a trasformarsi in nostalgia …e si fa strada tra i momenti passati a ricordarci che prima di ora ci fu qualcosa…e quel qualcosa è pieno zeppo di istanti…occhi negli occhi..mani che si toccano…vite che si intrecciano a caso.. sebbene poi nulla è per caso…fissi, immobili, come tanti iceberg gocciolanti lungo la nostra incerta rotta… sfuocati…

Un cane…piccolo…io più piccolo…lacrime agli occhi…disperazione e poi finalmente il calore di un abbraccio..percepire sicurezza..conforto…profumo..di nonno…

A volte le persone le ricordiamo controverse..ma forse a guardarle da certe distanze che solo il presente che osserva il passato può generare..si comprende che a essere controversa è stata la vita che ha girato attorno alle stesse…e allora va bene tutto…basta che si faccia sentire…perché senza “sentire” non c’è vivere…dobbiamo farcene una ragione…

È proprio tutto qui e ora…vissuto, ricordi, sogni…e noi nel mezzo ad annaspare, cercando di conferire un significato alla vita…

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Siamo quel che siamo

Uomo-donna —> famiglia

Uomo-donna-bambino —> famiglia

Uomo-uomo —> famiglia

Donna-donna —> famiglia

Uomo/donna-amici (quelli veri) —> famiglia

Uomo/donna-cane/gatto/pesce rosso/etc.. —> famiglia

E tutto il resto? Se hanno voglia di divertirsi, amare senza giudicare e non chiedere nulla in cambio sono ‘famiglia’, sennò che si fottano

Tra il nostro inizio e la nostra fine…una enorme quantità di secondi…attimi nei quali possiamo veramente decidere di fare la differenza…nelle nostre vite…e in quelle degli altri…attimi dentro cui spesso a condurci sono i giudizi degli altri e non ciò che siamo nel profondo…

Siamo quel che siamo…e a prescindere da ciò che siamo…se siamo…rispettando tutto e tutti, allora rendiamo onore a quella enorme famiglia di cui facciamo parte…al di là dei legami di sangue..di ciò che impongono i dogmi…di ciò che dice la gente…

…e nessuno ci può dire dall’esterno che il nostro essere nel mondo è ‘sbagliato‘…perché a quel punto ad essere ‘sbagliati’ sono loro…

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Stai a casa tua – Parte 4

“If you want I can drive you home…”

Giovanni è tra i pochi che sanno parlare un discreto inglese da quelle parti. È da qualche settimana che si stanno allenando insieme sulla pista di atletica adiacente all’ippodromo di Bologna. Si è creato un legame molto forte fin dai primi giorni tra Khamisi e quel ragazzo di qualche anno più giovane di lui. Giovanni pende dalle sue labbra: non gli sembra vero che la stella mondiale della maratona si stia allenando proprio dove si allena lui. Gli sta sempre attaccato alle calcagna per chiedergli consigli e farsi raccontare cosa si prova a vincere due medaglie d’oro, l’ultima delle quali, quella di Montreal di qualche mese prima, battendo pure il record del mondo. A Khamisi piace fare da mentore a quel ragazzo e in quella nuova veste si sente orgoglioso di sé, perché percepisce che il perimetro dentro il quale si muoveva fino a qualche settimana prima era una sorta di gabbia che si era costruito attorno per il timore di vivere al di fuori dei confini della maratona.

“No thanks Giovanni, I prefer taking a walk: I want to take a breath of fresh air in order to clear my mind.”

Quella frase fa sorridere il ragazzo che replica senza cattiveria:

“You’re amazing! We trained for almost four hours this afternoon and while I don’t even have the strength to put on my socks, you still want to walk; that’s why I will never become a champion!”

Si fa una grassa risata su quella sua affermazione che in apparenza mette a nudo un proprio limite ; il ragazzo è genuino e spontaneo e questo a Khamisi piace molto. Pensa che quello è il tipo di spontaneità che il suo mentore Fever deve aver riscontrato nei suoi occhi la prima volta che si incontrarono, una decina di anni prima sulla spiaggia di Watamu.

Osservandosi riflesso in quel ragazzo capisce di essere cambiato e non gli sembra di averlo fatto in meglio: percepisce che vincere due medaglie d’oro alle olimpiadi non significa per forza di cose distinguersi se non esclusivamente sul piano atletico. Quella maschera che indossava fino a qualche settimana prima non lo soddisfa più: ora sente di voler fare la differenza aiutando gli altri a crescere e migliorarsi.

Non è stato facile decidere di trasferirsi a Bologna per un periodo, abbandonando la vecchia routine in Ohio, il proprio allenatore e una vita che, grazie ai successi ottenuti negli ultimi anni, cominciava ad avere una parvenza di agiatezza; ma posto di fronte alla scelta tra due priorità, la corsa o seguire l’amore, ha preferito scegliere la seconda, sebbene la decisione sia stata sofferta. Ma proprio ora, dentro quello spogliatoio ingiallito da due file di luci bislacche, con la muffa sui muri delle docce e quell’odore di umidità che sa di povero, sente che la strada intrapresa è quella giusta, non solo per ciò che prova verso Claretta, ma anche e soprattutto per sé stesso. Li sente di poter ricominciare, dal basso, come era stato una decina di anni prima.

E deve ringraziare Fever che qualche settimana prima si era rivelato per quello che ha sempre percepito fosse: un uomo con una integrità di valori tale da rinunciare a un tornaconto di immagine e di natura economica per il bene di qualcun altro. Se non ci fosse stato Fever, pensa, probabilmente sarebbe ancora lì a riflettere quale delle due strade scegliere. La voce del suo allenatore gli rimbomba ancora nelle orecchie mentre sta rimettendo gli indumenti sudati dentro la borsa.

Qualche settimana prima, un pomeriggio si era recato nel suo ufficio alla Ohio State University, per confrontarsi con lui in merito alla indecisione se prendersi o meno un periodo sabbatico. Ricorda ancora che aveva così tanta paura in corpo che era rimasto fermo immobile davanti alla porta chiusa del suo ufficio per alcuni minuti, quasi fosse una statua di gesso e per ben due volte aveva deciso di rinunciare, ripercorrendo a ritroso il lungo corridoio e le scale che dall’entrata dell’edificio conducevano all’ufficio del suo allenatore per poi, in entrambi i casi, ritornare sui suoi passi e fermarsi di nuovo davanti a quell’uscio chiuso, quasi fosse un pastore tedesco preposto alla difesa personale dell’uomo dentro quella stanza. 

“Ciao Khamisi: che fai qui oggi? Avevo detto di prenderti il pomeriggio di riposo!”

Fever lo stava rimproverando con tono paterno: aveva compreso che se non era lui a imporre a Khamisi delle pause precise e strutturate in momenti specifici della giornata, il forte senso di responsabilità che il ragazzo si sentiva caricato sulle spalle, non gli permetteva di capire quando fosse giunto il momento di fermarsi. Sembrava una macchina senza fine che non aveva bisogno di niente altro che di un pò di benzina per farla correre in modo continuativo.

“Devo parlarti Oscar..” la faccia era seria, come se avesse appena ricevuto una notizia drammatica; era fermo in piedi, le braccia distese immobili lungo il corpo, in attesa che Fever gli desse il permesso di proseguire a parlare.

“Che c’è ragazzo che non va? Da quando abbiamo ripreso gli allenamenti un paio di settimane fa, noto che non sei più concentrato come prima.”

Ed effettivamente era così: dopo quella mattina a Montreal quando lui e Claretta si erano raccontati un po’ di cose che riguardavano le loro rispettive vite, alcune delle quali molto intime, i due avevano deciso di prendersi un mese abbondante per girare gli Stati Uniti insieme. Durante quel viaggio senza una meta prestabilita, quella affinità che entrambi avevano sentito dentro nei primi minuti di conoscenza, si era trasformata in un sentimento molto intenso che avvolgeva i loro corpi e le loro menti.

Verso fine settembre però, i doveri avevano richiamato entrambi all’ovile e Claretta era dovuta ripartire per Bologna dove frequentava il secondo anno di medicina. Da quel momento la vita dei due era diventata quasi un inferno fatto di telefonate brevi, tante lettere e un dolore debilitante per quella lontananza che li imbrigliava in un’apatia fuorviante.

Dal canto suo Khamisi aveva ripreso gli allenamenti ma la concentrazione che lo contraddistingueva in allenamento e in gara fino a qualche mese prima, sembrava averlo abbandonato e mentre un tempo tutto veniva con estrema naturalezza, ora sentiva pesantemente le fatiche sfiancanti a cui lo sottoponevano Fever e il team di preparatori atletici e medici che la federazione statunitense aveva messo loro a disposizione dopo il primo dei due successi olimpici. Le cose non andavano più come un tempo e Khamisi alternava momenti in cui pensava di chiudere quella relazione impossibile vista la distanza fisica e anche culturale, a fasi in cui odiava sé stesso per quella sua costante incapacità di aprire i propri orizzonti mentali abbandonandosi alla vita senza troppi pensieri e ragionamenti.

Si trovava di fronte al primo grande dilemma della sua esistenza: l’amore per una ragazza o quello per la corsa e quella mattina si era recato da Fever sperando che lui avesse la soluzione pronta in tasca da porgergli su un vassoio d’argento.

“Mister, mi sembra di non riuscire più a trovare uno scopo in quello che faccio: ho la testa altrove e mi pesa fare tutto ciò che fino a un po’ di tempo fa consideravo la mia vita.”

Fever lo stava lasciando parlare, in religioso silenzio: oramai lo conosceva da anni e sapeva che Khamisi per dire una cosa a volte si perdeva in giri infiniti.

“Vorrei poter riportare le lancette dell’orologio al giorno in cui ho vinto l’oro a Montreal e da lì ripartire, prendendo una direzione completamente diversa.”

Fever sapeva qual era l’argomento che generava conflitto interiore in Khamisi: il ragazzo infatti, gli aveva presentato Claretta al ritorno da quella loro vacanza, come un buon figlio fa col proprio padre, portando a casa la fidanzata ufficiale. In quella occasione Fever e la moglie si erano dimostrati così gentili nei confronti dei due, che Khamisi era rimasto quasi stupito, conoscendo i modi duri e poco propensi ad esternare emozioni del suo allenatore.

“E che direzione vorresti prendere ragazzo?” Fever non poteva sostituirsi a Khamisi in quella decisione, doveva tenere duro e lasciare che fosse lui a uscire allo scoperto prendendosi le proprie responsabilità. Sebbene dentro di sé si dispiaceva perché avrebbe voluto aiutarlo, quel bivio era una parte troppo importante della vita dell’atleta per potersi sostituire a lui: in quel caso non si stava discutendo di migliorare la performance di gara, ma si parlava di vita.

“Non so che fare Oscar, veramente non so che fare..” Aveva abbassato lo sguardo, in segno di resa.

“Dentro di te Khamisi una decisione l’hai già presa: è solo che non vuoi ammetterlo a te stesso, ma tu sai qual è la cosa giusta da fare in questo momento, credimi. Non siamo eterni Khamisi, non siamo eterni…” Aveva lasciato quella frase in sospeso e per un istante aveva liberato la propria mente a vagare nel nulla; “tutto quello che tu oggi vivi come una forte energia data dall’adrenalina in corpo che ti spinge a eccellere, i riflettori, la fama, le onorificenze, un domani, se deciderai di non salire sul primo aereo diretto in Italia, ti sembrerà solo un enorme ammasso di paccottiglia con cui riempirai la soffitta buia e polverosa di casa tua.”

“Non sei arrabbiato con me?” Il ragazzo aveva bisogno del benestare del proprio allenatore; voleva la sua benedizione. In fin dei conti, se ci pensava bene, al mondo non aveva altri che lui: aveva lasciato il proprio villaggio dieci anni prima e da quel momento non aveva più avuto alcuna notizia dei suoi parenti e dell’amato padre. Per questo motivo, aveva bisogno che Fever gli dicesse che le cose tra di loro stavano andando bene e sarebbero andate comunque bene, qualunque strada lui avesse deciso di intraprendere.

“Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero?” Khamisi aveva notato una scintilla ricolma di passione nello sguardo assorto di Fever che in quel momento aveva sorriso; era un sorriso di pancia, pieno di mille, meravigliose sfumature e Khamisi le percepiva tutte, come fossero sue. “Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.”

Fever si ferma per un attimo: desidera che ciò che ha appena detto e ciò che sta per dire vengano recepiti dal ragazzo come elementi importanti del suo discorso. “La vita Khamisi non ha alcun senso se non la puoi condividere con le persone che ami, proprio nessun senso…” aveva ripetuto abbassando impercettibilmente la voce. “Io non credo tu ti sia mai fermato a riflettere per cercare di dare un senso a ciò che fai; tu corri per scappare da qualcosa e non per andare incontro a qualcosa e questo alla lunga può essere devastante.”

In effetti se ci rifletteva a fondo, lui era quello che tanti anni prima aveva preso alla lettera la frase del padre ‘qualunque cosa succeda ragazzo, non fermarti mai,’ ma quella frase su cui aveva costruito la propria esistenza fino ad allora, non bastava più per dare un senso a una vita, ammesso e non concesso che fosse mai bastata.

Khamisi non aveva mai notato, in 10 anni che si conoscevano, quel lato del suo allenatore così intenso e emotivo e questo fatto lo aveva nei primi istanti di quella conversazione un po’ destabilizzato: per tutto il tempo che avevano vissuto a stretto contatto, lui non aveva solo appreso consigli, tecniche e suggerimenti legati alla corsa dal proprio allenatore, ma quest’ultimo gli aveva trasferito anche un modello comportamentale fatto di disciplina, rigore e tanta passione per il sacrificio che copriva l’intero arco della sua giornata, dentro e fuori dalle sessioni di allenamento. Questa rigida struttura mentale, Khamisi l’aveva fatta propria al punto che era diventata la colonna vertebrale delle sue giornate, quella attraverso cui dava senso alla propria vita. Se lui avesse dovuto raccontare sé stesso ad un estraneo, si sarebbe descritto come una persona metodica, determinata e con un grande senso del dovere verso quella che solo in apparenza poteva sembrare come la dedizione ad uno sport come un altro, ma che in realtà celava una profondità di significati a cui lo stesso Khamisi faceva fatica a dare una interpretazione puntuale. Il rigore che stava dietro la disciplina della corsa era il modello di vita a cui si era ispirato Khamisi da dieci anni a questa parte: se avesse tolto di mezzo quello, avrebbe perduto ogni forma di appiglio per galleggiare e andare avanti. In quel modello comportamentale non c’era mai stato uno spazio dedicato al ‘lasciarsi andare’ ed era per questo motivo che lui si sentiva a disagio a trovarsi di fronte un Fever che metteva a nudo, senza filtri, le proprie emozioni.

“Abbiamo fatto grandi cose insieme Khamisi, cose che ad altri non riuscirebbero in tre vite e io sono orgoglioso e fiero di aver lavorato con te in questi anni e sono orgoglioso e fiero di quello che sei diventato, come uomo in primis e poi come atleta. Spero di poter fare ancora tante cose insieme a te ma credimi, te lo dico senza rammarico e senza alcun rimpianto, se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice di questa terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me.”

Fever si era fermato un attimo: aveva bisogno di riprendere fiato. Ciò che stava uscendo dalla sua bocca quel pomeriggio, seguiva delle dinamiche bizzarre che sembravano sfuggire al dominio del proprio cervello razionale: era come se il contenuto di quello che stava dicendo vivesse di vita propria. Se qualche giorno prima fosse andato in studio un giornalista per un intervista e gli avesse chiesto di raccontargli gli impegni suoi e del maratoneta per i successivi quattro anni, avrebbe sciorinato una quantità di date e appuntamenti sportivi da far rabbrividire anche il più organizzato dei manager. Ma quel pomeriggio a parlare non era il Fever allenatore tutto d’un pezzo la cui unica missione nella vita era portare all’eccellenza gli atleti che seguiva, bensì il Fever padre di quel figlio che lui e la moglie avevano tanto desiderato ma che una natura ingrata non gli aveva concesso; e quel padre desiderava ardentemente il meglio per Khamisi, che in quel momento non vedeva come un mero strumento per fare soldi e ottenere gloria personale, bensì come un ragazzo che aveva profondamente bisogno di fare le proprie esperienze e costruirsi una vita a tutto tondo.

“Quel giorno al tuo villaggio dieci anni fa ho fatto una promessa a tuo padre che mi aveva appena detto con fare duro che mi sarei dovuto impegnare per meritarmi te: l’impegno che ci ho messo per farti arrivare dove sei arrivato è stato il mio modo di tenere fede a quella promessa. Ora però, se devo essere onesto fino in fondo, devo lasciarti andare, perché preferisco rischiare di perderti sapendoti felice che tenerti legato a me per avido interesse, vedendoti morire dentro lentamente.”

Quelli sono i pensieri che si sta portando dietro intanto che esce dagli spogliatoi della pista di atletica della polisportiva Arcoveggio di Bologna, borsa sulle spalle. Sono 5 settimane che è lontano dalla sua vecchia vita e se ci riflette non gli manca neanche un po’; anche quando pensa a Fever, sebbene avrebbe voglia di vederlo e abbracciarlo, subito dopo però sente dentro una contentezza mai provata prima: si sente libero di decidere, pensare e addirittura essere ciò che vuole, senza programmi predefiniti.

Ha un’unica intenzione in testa questa sera: coprire camminando, sebbene faccia parecchio freddo e sia una sera in cui la nebbia la fa da padrona, i 5 chilometri che lo dividono dall’appartamento che si è preso in affitto nel centro della città. Tutto il resto, i pensieri, i sensi di colpa verso il cugino, cosa succederà domani, ora è in grado di chiuderli in un angolino buio del proprio cervello e lasciare che la vita faccia il proprio corso.

Questa sera non vedrà Claretta, perché lei fra due giorni ha un esame molto importante e ha bisogno di tempo per ripassare. Va bene così; anche lui ha bisogno dei propri spazi e sebbene senta di amarla profondamente percepisce dentro anche la necessità di conoscere nuove persone, fare amicizie nuove, integrarsi; ha bisogno di vivere.

Esce dalla cancellata arrugginita della polisportiva e si dirige di buon passo verso casa e in un attimo di vita sospeso nel tempo prova un senso di felicità, non per qualcosa in particolare ma perché si sente bene a prescindere e questa sensazione, pensa, è fantastica. Si sente libero, ha voglia di annusare la vita a pieni polmoni: più di tutto gli dona felicità il pensiero di non sapere cosa farà e soprattutto, chi sarà domani. Fino al giorno prima non si era mai posto il problema di chi fosse: lui correva e la corsa era la sua vita e non gli era mai passato per l’anticamera del cervello di pensare che esistessero milioni di altri mondi fantastici là fuori pronti ad accoglierlo se solo lo avesse desiderato. Questa sera invece, d’improvviso, sente di essere pronto per segnare in modo marcato e deciso il proprio futuro e di farlo in modo nuovo. Questo solco indelebile si poggia su un’unica e sola certezza: non porsi più alcun problema per il domani. Sa che non sarà facile per il tipo di carattere che ha e soprattutto per l’educazione rigida impostagli dal padre ma quello è ciò che desidera nel profondo ed è ciò per cui si impegnerà mettendoci tutto sé stesso.

Una macchina inchioda in modo violento alle sue spalle: gli sportelli si aprono e d’improvviso, nel tempo che gli ci vuole per voltarsi e capire cosa stia accadendo, un oggetto lo colpisce violentemente al fianco sinistro, seguito da un rumore sordo e in quell’istante un dolore lancinante gli toglie il respiro: a colpirlo è sicuro sia stato un bastone o qualcosa di simile. Cade a terra in modo rovinoso, la borsa vola a un paio di metri dal suo corpo; fa fatica a respirare, tanto è forte il dolore che lo sta invadendo senza ritegno. In testa un migliaio di pensieri che vorticano a velocità folle, ma nessuna idea di chi o cosa possa averlo colpito: pensa a chi nei giorni e settimane passate possa aver pestato i piedi al punto da generare una reazione di quel tipo, ma non gli viene in mente nulla. Sono tutti pensieri che viaggiano alla velocità della luce e in quel frangente vede con la coda dell’occhio un oggetto che non riesce bene a distinguere a causa della concitazione del momento; l’oggetto gli colpisce con una violenza inaudita la faccia tra il naso e l’occhio sinistro aprendogli una ferita di dieci centimetri da cui comincia a sgorgare sangue come fosse una fontana e lasciandolo a terra in stato di semi incoscienza. Sente in modo ovattato e mellifluo, a causa di quello stato di mezzo svenimento in cui si trova, una serie di calci e pugni e bastonate in varie parti del corpo. Percepisce che l’occhio colpito dall’oggetto di prima è gonfio e tumefatto, come fosse una palla da tennis di spugna inzuppata di olio. Il sangue che gli cola dal naso gli entra in bocca invadendogli il palato con quel tipico sapore ferroso. Si gira di lato e vomita, un po’ per la paura, un po’ per i colpi che ha ricevuto all’altezza dello stomaco.

Al suo orecchio arrivano delle voci che sembrano provenire da lontano ma è quasi sicuro che siano lì a due passi da lui:

“Negro di merda! Devi stare a casa tua e non venire a rompere i coglioni nel nostro paese hai capito?” Un altro calcio all’altezza delle costole a sfondargli la parte destra del bacino e poi una serie infinita di altri pugni, e calci e imprecazioni. Khamisi cerca di difendersi invano, di coprirsi il volto, di proteggersi le gambe ma sono in due e hanno pure una mazza da baseball per ciascuno e quei tentativi sono oltremodo vani.

“Te la faccio vedere io la maratona, brutto bastardo schifoso: io ti ammazzo. Devi scopare quelli della tua razza hai capito brutto bastardo!”

“Basta dai, ora andiamo che potrebbero vederci!” Incita sottovoce la seconda persona; “così lo ammazzi; ora gli abbiamo dato la lezione che si merita!”

Khamisi è riverso a terra in un bagno di sangue, i rumori dal mondo circostante gli arrivano ovattati: i suoi sensi percepiscono gli eventi che colpiscono il suo corpo in modo quasi distaccato: non ha nemmeno più la forza di muoversi né di lamentarsi.

Prima di risalire in macchina uno dei due gli sferra con la mazza da baseball un ultimo micidiale colpo sul tendine d’Achille che sotto la forza di quel fendente si frantuma come fosse di cristallo e subito dopo i due risalgono in macchina e sgommando se ne vanno. In quegli ultimi secondi di coscienza e semi lucidità sente ancora la voce calda di Fever a accompagnarlo in quel suo lungo viaggio: ‘se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice della terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me….’ e poi il nulla più totale si impossessa di lui.

Se vuoi leggere i primi 3 episodi, di seguito trovi i link:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

 

Ridi…

Qualcuno mi ha chiesto qual è la metafora con cui interpreto la mia vita: ci ho dovuto pensare un pò…le domande importanti richiedono tempo, come ogni cosa importante a sto mondo peraltro…

Poi sono arrivato alla conclusione che per me la vita è una lunga, liberatoria risata..di quelle che ti rigenerano l’anima riempiendo al contempo il cuore di una leggiadra voglia di vivere senza per forza doverci trovare un perché

Le persone che ridono sono come dei ballerini leggiadri che danzano sulle note di una melodia suadente…

…a proposito di “ridere”, vi lascio con questa poesia di Charles Bukowski

Lancia il dado

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo
Altrimenti, non cominciare mai.

Se hai intenzione di tentare, fallo fino in fondo
Ciò potrebbe significare perdere fidanzate,
mogli, parenti, impieghi
e forse la tua mente.

Fallo fino in fondo.

Potrebbe significare non mangiare per 3 o 4 giorni.
Potrebbe significare gelare su una panchina del parco.
Potrebbe significare prigione, potrebbe significare derisione, scherno, isolamento.

L’isolamento è il regalo, le altre sono una prova della tua resistenza, di quanto tu realmente voglia farlo.

E lo farai a dispetto dell’emarginazione e delle peggiori diseguaglianze. E ciò sarà migliore di qualsiasi altra cosa tu possa immaginare.

Se hai intenzione di tentare,
fallo fino in fondo.
Non esiste sensazione altrettanto bella.
Sarai solo con gli Dei.
E le notti arderanno tra le fiamme

Fallo, fallo, fallo.
FALLO!

Fino in fondo,
fino in fondo

Cavalcherai la vita fino alla risata perfetta
È l’unica battaglia giusta che esista. (
Charles Bukowski)

Uganda mia amata – Parte 3

Il taxi è appena ripartito dopo aver lasciato Christian Mutai davanti alla sede degli studi televisivi della capitale. Si sente a disagio ad entrare in quegli ambienti fatti di effimero e di modi di comunicare in politichese che non gli sono affini, lui che è abituato a ben altri contesti dove si fa della concretezza il filo conduttore di ogni giornata, perché per ogni cosa, da dove proviene, è sempre una questione di vita o di morte.

Gli era capitato altre due volte di essere invitato ad uno di quei talk show dove il presentatore, come un abile ammaestratore di leoni, tiene a bada le diverse voci contrastanti degli ospiti presenti, i cui palinsesti lui stesso ha contribuito a generare per mantenere alta l’attenzione del telespettatore.

Un po’ di sangue in scena deve sempre sgorgare caro Mutai!” Così gli aveva detto Paoloni, il presentatore impomatato e con tanto pelo sullo stomaco, l’ultima volta che era stato invitato proprio lì in quegli studi televisivi: “perchè se non sgorga un po’ di sangue durante la trasmissione l’audience cala, capisce?”….. aveva proseguito con quel suo ghigno stantio mentre veniva inseguito da una truccatrice che, con gesti veloci e capaci, cancellava ogni traccia di rughe dal contorno occhi.

Se non sgorga un po’ di sangue in studio l’audience cala…’ aveva riflettuto spesso Christian in merito a quella frase. Erano anni che viveva in contesti di guerra e lavorava come medico per associazioni umanitarie di mezzo mondo e del sangue vero ne aveva visto sgorgare a fiumi. In quella frase ridicola, che nascondeva appena sotto la superficie delle parole, una malsana e superficiale inconsapevolezza in merito a cosa significasse davvero lo sgorgare del sangue, ci aveva percepito un atavico e imbecille desiderio dell’uomo di porsi su posizioni di contrasto, sempre e comunque.

Christian torna nel Belpaese di rado; principalmente quando l’associazione umanitaria di cui è un dirigente operativo sul campo da qualche anno, gli impone di presenziare a quelle trasmissioni al solo fine di raccogliere fondi per la causa.

Quando viene è sempre e solo per una toccata e fuga: ogni volta che torna, il rumore di fondo che proviene dall’arena degli strilloni e degli imbonitori di corte è sempre più forte e fastidioso. Quegli studi di cui ha appena varcato la soglia, sono una delle casse di risonanza principali di quel modo urlante e battagliero di condurre la vita e Christian si sente completamente a disagio in quell’ambiente.

Vede venirgli incontro Ester, con fare baldanzoso e tracotante: è l’assistente tutto fare del presentatore, Paoloni. Saltella in modo sgraziato, brandendo nella mano destra, che tiene alzata come una scimitarra pronta a ferire, alcuni fogli che contengono il copione di quanto da lì a qualche ora andrà in scena. E gli torna in mente quella frase ridicola: ‘se non sgorga un po’ di sangue l’audience cala…’ e sa che dovrà recitare la sua parte questa sera. Si sente una scimmia dentro un circo fatto da imbecilli, messo in piedi perché altri imbecilli possano dare un senso alla propria esistenza; ‘Panem et circensem’ pensa, intanto che un rigurgito acido gli infiamma lo sterno.

“Dottor Mutai buon pomeriggio, come sta?” La donnetta tuttofare gli pone quella domanda anch’essa parte di un copione e intanto che lui cerca una risposta pronta all’uso, lei sta già guardando altrove perché la sua giornata è impostata in modo rigido, rigoroso e schedulato e quella domanda è posta proprio lì nel punto preciso indicato dal copione e poco importa la risposta. Christian lo sa, ne è convinto perché oramai lo conosce, che è Paoloni in persona a tessere le fila di quel circo mediatico: lui è uno metodico, quasi maniaco della perfezione e tutto deve essere portato a termine nel migliore dei modi. Oggi lui, come quell’assistente saltellante dai modi di fare slabbrati e volgari, è la sua scimmia e come tale deve comportarsi.

“Mi segua dottore: intanto le lascio i fogli con le domande che Paoloni le sottoporrà in trasmissione e un suggerimento di risposte che lei dovrebbe essere così gentile di seguire.” Eccola lì la frase che aspettava: tutto è costruito a regola d’arte e anche le risposte devono seguire un preciso palinsesto per dare la sensazione a chi segue la trasmissione da casa, che la condotta si giochi sul filo del rasoio tra una mediocre e noiosa decenza e un feroce combattimento verbale. ‘Che cosa c’entra tutto questo’, pensa, ‘con il campo profughi ugandese dove presto il mio servizio come medico da molti anni? Dove si può collocare un Paoloni o migliaia di altre comparse come lui, che utilizzano termini a sproposito, che si impomatano e imbellettano, con quella parte di mondo da cui provengo e di cui oramai mi sento parte integrante?’ L’Africa è un continente ostile pensa, ma quando ti entra nelle vene è come la droga, non ne puoi più fare a meno e lui si sente un drogato rispetto a quella terra che per metà, da parte di padre, ha nel sangue.

Opera da una decina d’anni come medico nel campo profughi del distretto di Arua in Uganda e da tre è diventato il direttore delle operazioni nell’africa sub sahariana per l’associazione di cui è membro. In quel campo vede arrivare ogni giorno in media 3.000 profughi, soprattutto donne e bambini, in fuga dal Sud Sudan in cerca di acqua, cure sanitarie, aiuti di ogni genere: in una parola in cerca di un po’ di vita sotto forma di speranza.

In quel frangente gli torna in mente una frase che gli ripeteva suo padre quando era piccolo, in quella lingua sonora appartenuta a suo nonno, con l’intento di mantenere intatta la tradizione: “katika kila hali daima jaribu kupata maoni yako juu ya ukweli na kamwe kufuata kundi la kondoo!”, “in ogni situazione cerca sempre di farti una tua opinione in merito ai fatti e mai seguire il gregge di pecore!”

Se dovesse seguire alla lettera quella frase, pensa, lui dovrebbe prendere il palinsesto che l’assistente di Paoloni gli ha appena messo tra le mani poco prima e cestinarla: ma di coerenza nella sua vita ne è rimasta ben poca, ammesso e non concesso che ne abbia mai avuta. Ricorda che nei primi anni di esercizio della professione medica era tutto diverso: era spinto da un idealismo di fondo che dava un senso profondo alle sue giornate; oggi è tutto diverso, tutto cambiato, lui in primis.

“Mi segua di qua la prego: la conduco nel suo camerino per il trucco!” Interrompe i suoi pensieri Ester.

“Chi sono gli altri ospiti questa sera?” Christian azzarda quella domanda, e subito dopo se ne pente: ha paura della risposta che non tarda ad arrivare:

“l’onorevole Candiazzo; Paola Gruber, la famosa attrice; lo psicologo dell’infanzia Bertier e naturalmente Diego Picotti, il famoso critico televisivo!”

Quel ‘naturalmente’ riferito a Diego Picotti lo fa sussultare: l’ultima volta che era stato in trasmissione, Diego Picotti lo aveva fatto imbestialire al punto che dalla regia avevano dovuto mandare uno spot pubblicitario non programmato per permettere ai due, lui e Picotti, di riprendersi e riappacificarsi alla meno peggio dietro le quinte. Quello, pensa, è un tuttologo saccente che mette il naso in ogni cosa con la presunzione di saperne più dei diretti interlocutori. Le altre persone appena citate dall’assistente, solo in apparenza sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, in realtà sono intrecciate e amalgamate da Paoloni a regola d’arte come fosse un barman che mixa i vari ingredienti per ricavarne un cocktail micidiale. È da quel cocktail, fatto di tiri incrociati verbali e finti battibecchi idioti, che lui spreme un mezzo punto percentuale di audience in più.

Christian questo pomeriggio è schifato da tutta quella finzione: è vero, come gli dice sempre Pontavice, il medico parigino a capo dell’associazione, che alla fine ciò che conta è che entrino nelle casse dell’associazione più fondi possibile, ma trova tutto ciò comunque ridicolo.

È consapevole di essersi perso per strada negli ultimi anni: tutta quella politica di cui si è circondato per compiacere coloro che stanno sopra di lui. Si sente un soldato alla mercé di un gruppo di manigoldi che per ogni euro che entra nelle casse dell’associazione per la causa umanitaria, 80 centesimi se li intascano in cene, compensi da calciatori di serie A e alberghi di lusso.

All’inizio, quando era un giovane chirurgo alle prime armi, pieno di ideali e buoni propositi, l’unica cosa che gli interessava era quella di prendere in mano il bisturi quando serviva incidere o il filo da sutura quando serviva ricucire; tutto il resto non esisteva. Lui era concentrato su ciò che sapeva fare meglio. Quello, fare il chirurgo nei luoghi di guerra più truci e cruenti della terra, era ciò che aveva nel sangue ed era l’unico aspetto su cui desiderava concentrarsi. Lo doveva a sé stesso e lo doveva soprattutto a suo padre che, con quel gesto folle e idiota di tanti anni prima, lui aveva condannato e rinnegato per sempre.

È qualche mese che riflette e ritiene di essere stato un figlio molto difficile da gestire: ora se ne rende conto più che mai, soprattutto da quando Amara ha dato alla luce loro figlio.

“Capirai come ti sei comportato da figlio, solo quando diventerai padre!” Gli aveva detto suo padre qualche settimana prima che lo incarcerassero. Ed effettivamente aveva ragione: ora lo sta capendo.

Le poche volte che torna in Italia sarebbe tentato di recarsi a Bologna e andarlo a trovare, ma è passata una vita e non saprebbe proprio da dove cominciare e quindi è più facile far finta di niente: oramai, pensa, il solco è tracciato, la sua vita è impostata e così deve andare fino alla fine.

Bussano alla porta del suo camerino: una testa impomatata che incornicia un viso con un filo di abbronzatura impeccabile fa capolino da dietro la porta: è Paoloni, che lo saluta sfoggiando un sorriso smaltato a 50 denti.

“Caro il mio dottore, come sta? Ha passato bene il suo tempo dall’ultima volta che ci siamo visti?”

Ha sempre un tatto invidiale sto imbecille, pensa; gli verrebbe da rispondere: ‘certo benissimo grazie; ho visto morire circa 6.000 bambini per malnutrizione e malaria, almeno altrettante donne di AIDS e altre malattie endemiche ma per il resto tutto bene, grazie’, ma in realtà accenna un timido: “tutto bene grazie e lei?”

“Io alla grandissima caro dottore; d’altronde lei lo sa meglio di me: la positività genera successo. È matematica questa, non semplice opinione, la positività genera successo!” Ci tiene a ripetere quella frase, un po’ per rimarcare che è farina del suo sacco e lui ne va più che fiero e un po’ per sottolineare quanto sia un uomo avvolto dal successo e dalla fama, lui che si è costruito a forza di post it pieni di slogan attaccati alla specchiera del bagno e frasi da Baci Perugina. A Christian viene naturale fare un paragone con le frasi che suo padre Khamisi gli ripeteva quando era piccolo, frasi che a sua volta il nonno Shalyakula, che lui non aveva mai conosciuto, aveva tramandato a suo padre: ‘quelle sì,’ riflette, ‘che erano frasi poderose, mica queste quattro parole che sciorina inconsapevole sto cialtrone incipriato.’

“Senta Mutai: ho bisogno che lei mi faccia un grandissimo favore:” calca sulle doppie ’s’ per rimarcare l’importanza di ciò che gli chiederà e lo guarda con quei suoi occhietti vispi da viperotta furba e maligna, incorniciati da una montatura di occhiali da mille euro..e senza lasciare che lui replichi alcunché, riprende quel suo monologo ridicolo con fare baldanzoso e gesti ampi: “Nel camerino a fianco c’è il caro onorevole Candiazzo, che lei sa quanto ha fatto e sta facendo per la causa di tutte le associazioni umanitarie come la sua, portando la voce dei più deboli in Parlamento; mi ha detto che avrebbe bisogno di parlarle..” Lascia quella frase volutamente in sospeso, strizzando impercettibilmente l’occhio sinistro come per dargli l’opportunità di interpretare liberamente il motivo di quell’incontro e prima che Christian possa anche solo respirare, lo vede catapultarsi fuori dallo stanzino e lo sente bussare alla porta del camerino attiguo. Percepisce la viscidità di quell’uomo dal tono con cui si rivolge al potente onorevole: “caro onorevole, come sta?” Il copione è sempre lo stesso ma è il tono di voce a dirla tutta: la voce del conduttore si sposta sui toni alti, come fosse un mezzo soprano che vuole colpire il pubblico con giochi di falsetto.

Passano alcuni interminabili minuti e lo sente ritornare quatto quatto verso il suo camerino e con voce soffiata, quasi fosse nell’anticamera del medico della mutua: “l’onorevole la può ricevere ora!”

Ha fatto tutto lui, pensa Christian, ponendo le domande e dandosi pure le risposte: gli sembra di essere dentro un frullatore acceso, insieme a pezzi di banana, mela e arancia e il succo che ne verrà fuori di lì a poco avrà sicuramente il sapore amaro della sconfitta di sé e di quello che pensava di essere diventato.

Si alza svogliato dalla sedia, si toglie i fazzoletti di carta che la truccatrice gli aveva infilato tra il colletto della camicia e il collo per evitare che le varie ciprie di colori e tonalità diversi potessero macchiare il bianco cangiante di quel suo indumento inamidato alla perfezione e a passo incerto si reca nel camerino a fianco.

“Posso onorevole?” Si affaccia dentro lo stanzino che in apparenza è identico a quello dove lui è stato fino a qualche istante prima ma, a un occhio più avvezzo alle sfumature, profuma di lercio potere manicheo.

L’uomo è seduto sulla sedia girevole, la mano destra leggiadramente rivolta verso una manicure che gli sta limando le unghie e con la sinistra sta parlando al cellulare con linguaggio sciolto e disinvolto, dovuto anche al pesante accento romano che l’accompagna:

“Aò dije che nun me faccia incazzà come l’artra vorta, intesi?” Ride sguaiatamente e intanto che l’interlocutore dall’altra parte della linea sta rispondendo a quella sua frase, si rivolge sottovoce alla manicure con occhio da cerbiatto effemminato: “mi mette sulle unghie quella lacca trasparente e lucida che mi ha messo la scorsa settimana?” Sembra sdoppiato di personalità da tanto riesce a passare da modi truci da osteria di periferia a un italiano forbito e aulico.

“Ecchime caro, scusa ma stavo a fà na cosa de vvitale imbortanza! Hoccapito che lui sti sordi nun ce l’ha, ma famo in modo che li trovi, siamo intesi? Sciao caro sciao, un abbraccio.”

Se la ride di gusto mentre chiude la conversazione con occhio porcino, come di chi è consapevole che cadrà sempre e comunque in piedi, vista la posizione che occupa e si rivolge a Christian cambiando completamente tono e registro addirittura senza inflessioni dialettali.

“Carissimo dottore, che si dice da quelle parti!”

È talmente affettato nei modi, da sembrare appena uscito da una sessione linguistica tenuta dall’Accademia della Crusca.

“Onorevole come sta?” Ora Christian è entrato in modalità ‘politichese’ perché sa che con certe persone bisogna ballare, anche se la musica non è tra quelle più gradite.

“Come sto Mutai, bella domanda! Sto come un povero vecchio politico stanco dei giochi di quartiere del proprio partito; ma cosa vuole, questa è la strada che abbiamo intrapreso tanti anni fa oramai e questa ci dobbiamo far piacere!” Si guarda soddisfatto le unghie appena metallizzate dalla manicure mentre parla.

“Mi ha comunicato Paoloni che mi voleva parlare onorevole..” Lascia in sospeso quella frase, non saprebbe cos’altro dire.

“Si dottore le devo parlare di una cosa un po’ delicata:” in quel frangente fa cenno alla manicure di lasciarli soli.

“La scorsa settimana ho avuto un colloquio con uno dei deputati europei della mia corrente di partito e ho subito pensato a lei Mutai: questa persona si occupa in commissione europea di autorizzare le operazioni di rilascio fondi verso le organizzazioni umanitarie europee che operano in giro per il mondo. In quell’occasione mi ha parlato della possibilità di accedere ad un fondo molto cospicuo…” Si ferma: guarda Christian fisso negli occhi come se stesse riconfigurando il sistema operativo che ha nell’hard disk del suo cervello per prepararlo a ricevere quanto sta per dire e soprattutto nelle modalità con cui lo dirà : “..io ho pensato a lei e alla vostra associazione dottore…” Eccola qua la frase che si aspettava da qualche minuto, pensa Christian: questo è il modo velato che hanno certi politici faccendieri come quello che si trova innanzi, di fare i favori chiedendo una fetta della torta in cambio.

usitumie kile unachoamini kwa kweli kwa dhahabu na almasi”, gli ritorna in mente quella frase che il padre era solito ripetergli come fosse un mantra e che gli traduceva pressapoco così quando era piccolo: “non barattare mai ciò in cui credi veramente, per un po’ di oro e diamanti!”

“Che numeri abbiamo dottore, mi faccia capire un po’ giusto per farmi un’idea dell’entità dei fondi che potremmo ottenere;” parla al plurale come per trasmettere al suo interlocutore che lui è parte in causa e ci sta mettendo anima e corpo per portare a compimento positivamente quella operazione: Christian percepisce che gli occhi di quell’uomo sono mossi da una scintilla là in fondo che si chiama avidità.

“Di che numeri sta parlando onorevole?”

“I profughi, quanti profughi sono dottore?” Sputa quella domanda con fare alterato, come fosse un professore impaziente al cospetto di un alunno che ritiene un po’ ritardato e che tratta come tale.

“Parliamo di circa 3.000 profughi al giorno provenienti dal Sud Sudan onorevole!” La voce di Christian si sta indebolendo e più perde energia più si abbassa di tono: gli si sta cominciando a delineare innanzi agli occhi quella che sarà la strategia malvagia di quel manigoldo.

“Dobbiamo aumentarli dottore; portiamoli a 5.000 al giorno! Tanto chi cazzo sta a controllare..3.000, 5.000 sono bazzecole. Dobbiamo ciucciare dalla vacca finché c’è latte, per evitare che altri vitelli si attacchino alle mammelle prima di noi! Quelli ci pagano un tot a profugo, capisce? E il mio uomo lì ha le mani in pasta al punto da poterci favorire..” Intanto che pronuncia l’ultima parola strizza l’occhio e gli stringe l’avambraccio per ottenere consenso e condivisione in merito alla bestialità che ha appena affermato.

Christian è basito, ha quasi il vomito dalla schiettezza con cui quel grassoccio figuro che si trova innanzi, dalle unghie laccate e i capelli di stoppa color melanzana bruciata, gli parla di certi argomenti.

“Comunque dottore, la farò contattare nei prossimi giorni dalla mia segreteria: ci facciamo un bel pranzo di lavoro la prossima settimana e definiamo insieme la miglior strategia di attacco per massimizzare il ritorno dell’investimento. Sa quel ristorante che c’è a Trastevere dove ci incontrammo un paio di anni fa? Quello che le piace tanto..”

Ora sembra un magnate di industria: parla di massimizzazione dell’investimento senza chiarire che cosa lui metta di suo in quell’affare da cui vorrà sicuramente massimizzare il ritorno di una bella tangente e questa è l’unica cosa che Christian ha ben chiara in testa.

“Olgaaa!” Il politico ha finito il suo sermone e lo congeda con un cenno della mano senza dargli diritto di replica alcuna e richiama la manicure che con fare lesto e pronto riprende a curare con gesti sicuri e gentili le estremità del suo corpo come fosse un giardiniere intento a potare con deferenza e rispetto i rami di una quercia millenaria dall’illimitato valore.

Christian torna nel proprio camerino: si slaccia i primi due bottoni della camicia e si allenta il nodo della cravatta. Gli manca letteralmente il respiro: non sa cosa fare; forse la soluzione migliore è quella di fuggire, dileguarsi senza quasi lasciare tracce dietro di sé, tanto, pensa, quello è un mondo di persone talmente concentrate su se stesse, che probabilmente non si renderebbero nemmeno conto che manca un medico in trasmissione. Fuggire però, riflette a fondo prendendo un lungo respiro, significherebbe lasciare aperta una questione e lui odia lasciare in sospeso le cose: guarda la sua immagine riflessa nello specchio del camerino.

“wapiganaji wanapigana kwa sababu ambazo wanaamini mpaka wanahisi moyo wao wa mwisho katika miili yao, wakiacha hakuna jiwe lisilopigwa”, ancora la voce di suo padre provenire dalla sua adolescenza in quell’idioma che a lui da piccolo sembrava un gargarismo, a riportarlo nel solco delle proprie responsabilità:

“i guerrieri combattono per le cause in cui credono finché sentono che c’è un ultimo battito a tenerli in vita, non lasciando nulla di intentato.”

Deve andare fino in fondo questa sera, lo deve a quelle migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalle ostilità e dai maltrattamenti, lo deve a suo padre, per tutto quello che lui gli ha fatto passare, lo deve ai Bantu, la sua etnia di origine.

“Andiamo in onda fra 10 minuti.” La faccia dell’assistente di scena fa capolino da dietro la porta di quella stanzetta angusta riportandolo alla realtà.

A vederlo da dietro lo schermo del televisore lo studio appare molto più grande di quanto non sia: a Christian sembra di essere un enorme topo dentro una scatola di scarpe illuminata a giorno da una serie di faretti talmente poderosi da far quasi bruciore alla pelle.

Dopo un conciso e ben strutturato preambolo fatto da Paoloni, sempre rivolto verso la telecamera a mostrare il suo profilo migliore, il conduttore presenta i vari ospiti elencandoli in ordine di importanza:

“Diamo il benvenuto all’onorevole Candiazzo di ‘La democrazia in mano ai popoli’; buonasera onorevole. Direttamente da Hollywood l’attrice italiana più conosciuta oltreoceano: Paola Gruber; buonasera Paola. Reduce dal suo ultimo successo editoriale dal titolo ‘L’alba dei nostri schemi di pensiero erotico/sentimentali’, abbiamo il piacere di avere tra noi lo psicologo Roberto Bertier; buonasera dottore. Beh, credo non ci sia bisogno di presentazione alcuna: il critico televisivo Diego Picottiii; ciao Diego. E infine, direttamente dallo scenario apocalittico del campo profughi di Arua in Uganda il direttore delle manovre operative nell’africa sub sahariana per conto di Amnesty for African Children, il dottor Christian Mutai; buonasera anche a lei dottore.”

Che maestro dell’apparenza che è Paoloni, pensa Christian: è in grado di creare suspense dal nulla; gli basta avere un microfono attaccato al colletto della camicia e i riflettori sparati addosso e il gioco è fatto, crea un evento planetario anche attorno alla festa della patata fritta.

“Allora, partiamo proprio da lei dottore: che mi dice della situazione attuale nel campo profughi che lei dirige?”

“Attualmente la situazione si sta aggravando di sei mesi in sei mesi: tenga conto che nell’ultima metà anno abbiamo registrato circa 750.000 profughi provenienti dal Sud Sudan; sono tutte persone in fuga dalla terribile guerra civile in corso in quel paese. Noi dobbiamo ringraziare i privati cittadini che ci mettono a disposizione le loro terre per poter ospitare i profughi in sempre maggiore quantità.”

“Scusa se ti interrompo Mutai” interviene il tuttologo, Diego Picotti, con quella sua arroganza sempre sopra le righe: “Un mio amico che è stato da quelle parti ultimamente, mi dice però che il flusso migratorio dei profughi sta diminuendo nell’ultimo anno..”

‘Ecco che ha inizio il circo,’ pensa Christian: ‘il primo dei pagliacci ha fatto il suo ingresso in scena sparando la sua cazzata, ben addomesticato da quel lestofante azzeccagarbugli di Paoloni. Io ora dovrei,’ ripassa fra sé il copione datogli dall’assistente nel pomeriggio, ‘stando a quello che era indicato, fare la voce grossa e dare del cialtrone a questo tuttologo da strapazzo.’

I pensieri di Christian si susseguono vorticosamente. Non ha proprio voglia di stare lì a fare la scimmia ammaestrata questa sera: sente il desiderio di cose semplici e non di complicazioni orchestrate a regola d’arte che nascondono secondi fini di basso profilo: ‘è vero che lo fa per una giusta causa ma ci sarà pure un modo, pensa, per ricavare fondi oltre quello di presentarsi sul palcoscenico facendo la marionetta per mezzo punto di audience in più!’

“Mi scusi Picotti, ma a lei ste cazzate chi gliele ha dette?” Gli è uscita di bocca questa domanda che per gli standard di Paoloni è eccessiva; perché e pur vero che ‘un po’ di sangue in studio deve sgorgare ..’ , ma così è troppo, così si infrangono le regole dell’emittente. Christian osserva Paoloni arrossire, sebbene sia così pieno di fondotinta da sembrare una cotica di maiale cotta sulla brace.

“Il dottore non è abituato a certi tipi di dialogo,” ride imbarazzato Paoloni mentre si rivolge al pubblico a casa, occhi fissi sulla telecamera e riprende: “e poi sappiamo esserci stati in passato altri diverbi tra lui e Diego Picotti che a quanto pare non si sono ancora placati.” Guarda la telecamere con labbro caprino accennando un sorriso fugace.

“No scusa Paoloni se ti interrompo..”, si sente in corpo una sfrontatezza questa sera che era da un po’ che non percepiva ribollire dentro, ma quello che è successo nelle due ore precedenti è veramente troppo.

“Osserva la cosa da un altro punto di vista: non sono io a essermi disabituato a certi tipi di dialogo; siete tutti voi, tu in primis, che cercate il dibattito e lo scontro per una cosa per la quale non esiste dibattito alcuno. Lì dove sto da oltre 10 anni, ogni giorno si aggiungono 3/4.000 persone a quelle che sono già presenti e ognuna di quelle persone ha bisogno di poco per poter sopravvivere. È tutto qui; non servono riflettori e tuttologi del cazzo come questo qui seduto al mio fianco per capirlo: tu, io, il ciccione politico corrotto qui vicino, siamo solo delle comparse di questo mondo, sebbene crediamo e ci fregiamo di governarne le dinamiche. Molto semplice, come lo è la vita vissuta a certe latitudini dalle quali io provengo e alle quali voglio tornare al più presto.”

E su quella frase si alza, si strappa il microfono di dosso gettandolo a terra e esce di scena sotto lo sguardo impietrito delle altre 4 scimmie dentro lo studio e del domatore Paoloni. Il regista in sala regia ha lasciato correre perché è convinto che quella sarà la scena che farà fare il botto all’emittente in termini di visualizzazioni su Youtube.

Christian scende i tre scalini dello studio e d’improvviso è come se sentisse la voce del padre, orgoglioso per quello che ha fatto nei minuti precedenti:

ukweli lazima uletwe kwenye uso, chochote gharama”, “la verità va fatta venire a galla, costi quel che costi”, e questa sera quella verità gli è probabilmente costata un paio di centinaia di migliaia di euro in fondi della comunità europea ma fa niente; ora ha solo voglia di tornare a casa sua, in Uganda.

…Si….può…fare…

Parole…parole…parole…

…ognuno di noi è fatto delle parole con cui si racconta agli altri e di quelle che usa per raccontare se stesso…a se stesso…

Ne usiamo tante..ne abbiamo un set per ogni occasione…per ogni circostanza…alcune però ci rappresentano più di altre…se ci ascoltiamo, dalle parole che usiamo siamo in grado di capire chi crediamo di essere e che interpretazione diamo del mondo che ci circonda…

Fateci caso…ci sono persone che usano spesso la parola ‘problema’…la usano a volte a sproposito, per definire questioni che problemi non sono…per queste persone di solito è sempre tutto complicato e difficile…la vita è una impresa dipinta di toni grigi che sfumano verso il nero…

Una parola che ritengo essere di una aridità disarmante..priva di spunti…senza energia, ne creatività alcuna è ….‘NO’…quei ‘NO’ secchi, rigidi…senza via d’uscita…

Ogni volta che mi colgo in flagranza di reato a dire a me stesso o al prossimo ‘NO’, da qualche tempo faccio un esercizio di stretching della mente e, dopo aver fatto un passo indietro di dimensioni colossali, cerco di raccontarmi e raccontare una storia diversa…e ricostruisco la stessa vicenda partendo dal punto di vista del ‘SI’…

…sapete cosa ho imparato da questo esercizio narrativo? Che a volte stare bene è una questione di termini che si utilizzano…e che per ogni vicenda che crediamo difficile, problematica, a volte impossibile, dietro l’angolo c’è una storia che rende la percezione di quella vicenda completamente diversa e grazie all’utilizzo di un vocabolo semplice come ‘’, siamo in grado di cambiare il mondo che ci circonda, imboccando al contempo il sentiero del…

…‘si può fare!’…

Il mondo è pieno zeppo di storie spettacolari vissute da una stirpe di ‘folli’ meravigliosi che a un certo punto della loro esistenza hanno imboccato la strada del ‘SÌ PUÒ FARE!’

Colui che crede di sapere…ma…

Lo sapevi che ogni giorno per la nostra testa passano all’incirca 70.000 tra pensieri, ricordi, attese, preoccupazioni, etc…? 70.000…

Avresti mai pensato? Eccone un altro…70.001…

La maggior parte di questi…riempiono senza sosta la nostra mente, completamente a nostra insaputa…

l’oblio della consapevolezza!

Chissà quando ci hanno etichettato come Homo Sapiens Sapiens…cioè ‘colui che sa di sapere’, a cosa si stavano riferendo?

Una imperitura erezione dell’anima!

Ho sentito le tue mani…leggere sulle mie… le ho sentite nelle viscere…là, dove le mie più perverse follie si infiammano…

…eravamo ubriachi…ubriachi di vita!

Che sbronza ci siamo presi…ricordi?…pensavamo entrambi di vivere in eterno…

…da quelle parti…sull’orizzonte sfumato delle nostre incoscienti coscienze scosciate…certe emozioni le chiamano amore…

…una imperitura erezione dell’anima, che dopo una notte di sesso cosmico sotto un cielo stellato, si è accasciata ebbra e sfinita accanto a un Sole imberbe…

…ed è così che è nato un nuovo giorno….

Non è una malattia…è la vita

“Un attimo sei triste,

l’attimo dopo felice,

poi di nuovo triste.

Poi ti arrabbi, poi gioisci, poi ridi,

l’attimo dopo piangi.

……No, non è una malattia….

…È la vita….”(Luana Donati)

…nella prossima vita, se mi venisse data la possibilità di scegliere, vorrei nascere all’alba…

…in quell’attimo in cui il buio che scema verso l’orizzonte cede il passo ad una luce che,

dell’incertezza dell’essere, si nutre avida…

….come avido di vita è colui che sa

che in ogni istante si racchiude una rinascita…

 

È che poi viene sera…

…È che poi viene sera…

…e a metà strada tra Orione e le Pleiadi…

…la stanchezza racchiusa nel non-sense di un giorno che ha dato sfoggio di tutta la sua tracotante idiozia…

…si trasforma in polvere di stelle…

…e alla fine di una Via Lattea che ha smesso da un po’ di cercare un senso nelle cose …ci sei tu…

…ed io posso finalmente scemare nell’oblio della mia tranquillizzante follia immatura…

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Accende l’abat-jour e si stropiccia gli occhi: deve calmarsi, il senso di colpa lo sta attanagliando pesantemente, come ricorda gli era successo anche quattro anni prima a Monaco e pure il novembre prima a New York. Guarda la sua immagine riflessa dentro lo specchio posto sulla parete di fronte: per un momento, ancora preso dal sonno di qualche minuto prima, gli sembra di vedere l’immagine del cugino riflessa e non la sua.
Appesa a un angolo di quella specchiera la medaglia d’oro vinta due pomeriggi prima a ricordargli, con ancora in testa le emozioni provate durante il sogno, che sarebbe più giusto ci fosse il cugino al posto suo lì nella stessa stanza dove si trova ora, se solo lui 15 anni prima non si fosse fatto prendere da uno scatto d’ira improvviso.
Si alza, non riesce a smettere di pensare a quello che è successo quel giorno sulla scogliera a picco sul mare: quello era stato un litigio stupido, per un motivo ancora più stupido. È vero, il cugino andava forte nella corsa, e più crescevano più aveva quasi sempre la meglio in quelle loro corse folli a sfidarsi a chi arrivava primo sulla sabbia delle spiagge di Watamu. La mano destra si stringe a pugno a quel pensiero, segno che ancora lo infastidisce pensare che tra i due il più veloce fosse Babatunde; lo stesso fastidio, moltiplicato centinaia di volte, lo aveva provato quel pomeriggio quando aveva spinto il cugino facendogli sbattere la testa e provocandone la morte per annegamento.
Pensa di meritarsi comunque di essere lì; merita le due medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi; merita gli onori che ha ricevuto nella sua seconda patria, gli Stati Uniti. Non ha vinto quello che ha vinto grazie ai favoritismi di qualcuno pensa, ma ha sudato e sputato sangue per aggiudicarsi quei due ori e altre medaglie in altrettante competizioni in giro per il mondo con il doppio passaporto statunitense e keniano.
Se ripensa solo agli allenamenti a cui lo sottopone Oscar Fever, solo quelli sono la giusta espiazione per la colpa che si sente pesare sulle spalle come avesse attaccato alla schiena un orango che penzola e si dimena. Per non parlare poi delle difficoltà e del dispiacere di lasciare la sua terra, la sua gente, suo padre in particolare.
“jaribu kustahili kwa sababu si kipande cha dhahabu ambacho kinajenga jiwe lisilofaa, lakini ni sehemu yangu na dunia hii!”, che in swahili suona pressappoco come: “cerca di meritartelo, perché non è un pezzo d’oro con cui costruire un inutile gioiello, ma è una parte di me e di questa terra.”
Questo aveva detto il padre di Khamisi tramite il traduttore a Oscar Fever guardandolo fisso negli occhi, il giorno in cui quest’ultimo era andato al villaggio per portarlo via per sempre al padre e alla sua gente, dopo settimane di tira e molla con il genitore che non voleva sentire ragioni di lasciare nelle mani di uno sconosciuto bianco l’unico figlio maschio.
Se ci riflette, per lui Oscar è stato negli ultimi dieci anni come e più di un padre, oltreché essere un rigido ma sincero e onesto allenatore e mentore. Khamisi si è trovato bene fin da subito con quell’uomo che, pur essendo anni luce lontano dalla cultura del padre, ha comunque lo stesso modo di condurre la propria esistenza: anch’egli vive tra un aneddoto e l’altro che adatta agli eventi della sua vita e di quella dei suoi cari, Khamisi compreso.
Si alza e si avvicina talmente tanto alla specchiera da lasciare il segno dell’alito sul vetro: è come se volesse scrutarsi in fondo all’anima attraverso gli occhi per trovare il modo di sentirsi finalmente in pace con se stesso.
Gli unici momenti in cui riesce a estraniarsi da tutto e liberare completamente la mente da quel senso di colpa che lo attanaglia, è quando corre: lì, concentrato com’è a tendere la falcata al massimo per spingere in modo poderoso e efficace sulle caviglie, i suoi pensieri negativi si dissolvono e rimane solo la sensazione positiva di avere al suo fianco Babatunde, con la stessa spensieratezza che avevano un tempo e percepisce che quella presenza del cugino lo sprona a fare sempre meglio: in gara sembra un bracco che rincorre una lepre immaginaria.
Alla fine, pensa, si può trovare un senso a tutta questa triste storia: ed è che la vita da due che erano ne ha voluto lasciare solo uno e ha trasferito a quello dei due che è rimasto, un talento che è più della somma dei singoli talenti che contraddistinguevano entrambi e le vittorie che lui riporta da anni, in realtà sono le vittorie di tutti due, di lui e di Babatunde. In entrambi i casi, a Monaco e quest’anno a Montreal, durante le conferenze stampa post gara, ha dedicato le due medaglie d’oro al cugino, com’era giusto che fosse.
Tutto questo ragionamento lo fa sentire un po’ meno frastornato e agitato di prima.
Sono le 6 di mattina: il volo di rientro per Columbus è fissato per le 16 di quel giorno e Khamisi ha bisogno di prendere una boccata d’aria. Si infila tuta e scarpe da ginnastica e esce da quella stanza che lo soffoca.

Si incammina di passo spedito giù per il lungo viale che fa da spina dorsale al dedalo di strade di cui è composto il villaggio olimpico. Quella camminata veloce lo aiuta a sciogliere le tensioni di una notte non proprio facile da gestire, piena di incubi e insidie mentali. Eppure, pensa, se riesce a tenere a bada una parte dei suoi pensieri negativi, la sua vita al momento sta andando alla grande.
La sera prima ha partecipato alla festa organizzata in onore di tutti gli atleti a chiusura dei giochi olimpici e lui è stato portato in trionfo dai suoi compagni e dal suo allenatore come fosse una star del cinema. Non avrebbe mai pensato che da quel piccolo villaggio sperduto in Kenya, un giorno sarebbe arrivato lì; e questo fatto, sebbene lui non lo voglia riconoscere a sé stesso, lo inorgoglisce. Sarebbe felice se suo padre potesse vedere cosa è stato in grado di realizzare, anche se non è molto convinto che capirebbe; sente oramai di non appartenere più a quel tipo di vita e di cultura da cui proviene e che gli ha dato i natali. Non l’ha rinnegata, ci mancherebbe: tuttavia sente dentro di essere venuto a questo mondo per contornarsi di altro.
“Tu sei il ragazzo che ha vinto la medaglia d’oro alla maratona, giusto?” Si ferma di colpo: non sa per quale motivo gli ritorni alla mente la conversazione avuta la sera prima alla festa di chiusura con quella ragazza italiana.

“Sì sono io, mi chiamo Khamisi!” Stranamente aveva risposto senza esitare, lui che di solito con gli estranei, soprattutto di sesso femminile, era sempre così schivo e riservato; ma quella ragazza italiana lo aveva messo a proprio agio con una avvolgente morbidezza di toni verbali.
“Io sono Claretta: piacere di conoscerti!” Si era introdotta senza pass nella zona riservata agli atleti che avevano vinto le medaglie, adducendo una scusa banale con gli uomini della sicurezza.
“E tu per cosa hai vinto la medaglia?” Khamisi aveva dato per scontato che trovandosi lì dovesse per forza essere un’atleta.
“No, no, io sono solo un’accompagnatrice qui; sono con mio fratello che gareggia con la maglia italiana, ma non ha vinto alcuna medaglia.”
Era rimasto a fissarla per alcuni secondi: non sapeva cosa dirle, ma soprattutto gli piaceva, tanto.
“Ti ho visto gareggiare ieri pomeriggio: ero sul percorso di gara, al 35° chilometro e mi sei passato davanti come un fulmine! Come fai a correre per 35 chilometri e ancora ad avere in corpo tutta quella energia?” Era una domanda che nessuno gli aveva mai posto, almeno non con quella schiettezza.

“Non lo so; corro d’istinto, da quando sono piccolo e francamente non ti so dire cosa o chi mi dia la forza per avere ancora così tante energie in corpo dopo tanti chilometri.”


“Come mai ti sei spinta in questa zona della festa?” Sentiva dentro il desiderio di conoscerla meglio e nonostante la timidezza non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione e qualunque domanda, anche la più stupida e banale, gli sembrava una buona domanda; tutto pur di tenere alto l’interesse della conversazione.

“Così, perché quando mi si dice che non posso fare una cosa, d’istinto mi si scatena dentro il desiderio di evadere quella regola: volevo entrare in questa zona riservata per annusare l’aria dei campioni!” Aveva sorriso leggermente intanto che buttava lì quella frase quasi per caso.

In lui cresceva il desiderio di conoscerla e di approfondire quei discorsi che sembravano portati avanti tra due amici di vecchia data e non da due persone che si erano conosciute da poco.
“Dopo questa sera che fai?”

“Non ho impegni; l’università è chiusa per ferie e quindi ancora per un mese abbondante sono libera cittadina del mondo.”
“Io vorrei prendermi qualche giorno di riposo: se ci penso sono esattamente dieci anni che quando non mi alleno studio e quando non faccio ne l’una né l’altra cosa dormo e credimi che io sono uno che dorme poco!”
“Mi sembra di capire che grandi distrazioni negli ultimi tempi non ne hai avute tu!” Claretta a quella frase aveva accennato un leggero sorriso e l’anima di Khamisi si era praticamente liquefatta.
Ma era troppo per il suo modo di essere, chiederle di seguirlo a Columbus in Ohio per poi proseguire a girare gli Stati Uniti insieme senza meta. Eppure ne avrebbe avuto una voglia tremenda.

Ancora adesso, fermo immobile in piedi su quel viale deserto del villaggio olimpico di Montreal alle 6 di mattina, pensa che se ce l’avesse davanti, ora sì che avrebbe il coraggio di chiederle di fargli compagnia per una vacanza all’insegna della spensieratezza. La sera prima era stato tutto un vero disastro: quando lei aveva capito che lui non aveva grande interesse a proseguire e approfondire l’argomento, di colpo si era raffreddata e guardando l’orologio con fare distratto si era dileguata in mezzo alla gente.

Non si è reso conto di essere ancora fermo nello stesso punto di prima, in piedi, immobile; sente che è giunta l’ora di rientrare e si incammina ripercorrendo a ritroso la strada da cui è venuto. Sente una vena di tristezza che gli vela i sensi: il suo mondo è la corsa e per quanto si stia integrando bene in Ohio, comunque la sua vita continua a ruotare sempre e solo attorno ad essa.

Assorto com’è nei suoi pensieri, non si rende conto di essere quasi giunto al blocco C del suo dormitorio: ha lo sguardo rivolto verso terra e per un brevissimo istante solleva gli occhi e davanti la porta d’entrata c’è lei, Claretta.
“Che ci fai tu qui?” È stupito, quasi sconvolto di trovarsela lì e si rende conto che quella domanda gli è uscita di bocca con il peggiore dei toni; sembra quasi scocciato.
“Anche io sono contenta di rivederti Khamisi!” Lo canzona lei; un impercettibile sorriso le illumina il viso.
Sentire pronunciare il suo nome dalle labbra di lei, con quel tono gentile e morbido, lo fa rabbrividire e lo lascia lì fermo immobile quasi fosse stato fulminato.
“Mi hai stupito Claretta con questo tuo gesto; scusa non volevo risultare scortese.”
“Ti va se ricominciamo da dove abbiamo lasciato ieri sera?” Quella domanda suona alle orecchie di lui come una melodia: è contento che sia stata lei a cogliere l’occasione, altrimenti pensa che sarebbe finita sicuramente come la sera precedente.
“Sì, molto: anche perché ci sono tante cose che non ci siamo detti!” Ora sì che si è piaciuto; questa è una risposta degna di un ragazzo che si trova davanti una ragazza che lo intriga, e pure tanto.
Si siedono su una panchina antistante il dormitorio.
“Mi piace questa tua timidezza Khamisi!”
“Io non la amo un granché…”

Sente di potersi fidare di lei e di aprirsi liberamente; vedere negli occhi di lei le reazioni a ciò che dice quando parla di sé, gli restituisce un’immagine della sua persona totalmente diversa da come lui si percepisce di solito.
“Devi preservare questa tua natura invece, perché è rara e lo diventerà sempre di più. Mi sembri un ragazzo proveniente da un’altra epoca e questo lo trovo di una forza dirompente.”
“Lo è se vivi su un’isola deserta e le uniche forme di comunicazione che hai, sono con le palme e le scimmie; oggi invece anche uno come me che l’unica cosa che sa fare nella vita è correre, se non sa comunicare è tagliato fuori, quasi emarginato.”
“Però quella, la corsa intendo, ti viene meravigliosamente bene Khamisi!”
“Conoscevo uno un tempo a cui riusciva ancora meglio la corsa, credimi…” Interrompe quella frase di colpo; lo sguardo si sposta leggermente in alto a sinistra: è commosso e lei lo percepisce: “…ma questa è un’altra storia.” Conclude frettolosamente.
Gli occhi di lei lo fissano e in quello sguardo Khamisi non percepisce curiosità becera e morbosa, ma voglia di capire per proteggere quanto contenuto in quella frase lasciata a metà che ha del misterioso e in quel momento sente la necessità e il desiderio di aprirsi a quella ragazza che conosce appena:
“Si chiamava Babatunde, era mio cugino, di un anno più piccolo di me. C’erano due aspetti nella sua vita per cui si poteva considerare un campione: sapeva ascoltare le persone in silenzio e andava forte come il vento con le sue gambe; era imbattibile!”
Deve fermarsi, il dolore del ricordo è ancora troppo vivo dentro di se da provocargli una fitta lacerante al petto: gli manca il respiro. Lei, con naturalezza gli prende la mano e gliela massaggia: quella carezza inaspettata è il carburante che gli serve per andare avanti.
“Un giorno stavamo correndo sulla spiaggia: ci sfidavamo costantemente a chi arrivava prima alla parte opposta della baia a piedi scalzi sul bagnasciuga. Come capitava quasi sempre, era arrivato prima lui agli scogli che si affacciavano su quel mare dai colori turchesi. Quel giorno, non so perché, ero irritato dal fatto che lui fosse più forte di me e mi battesse sempre e quando lui, come aveva fatto altre volte, aveva cominciato a deridermi scherzando, io l’avevo spinto con forza giù dalla scogliera e in quel frangente aveva sbattuto la testa morendo annegato subito dopo.”
Khamisi si ferma: è sudato più di quanto non lo fosse stato due giorni prima alla fine della gara, il volto distrutto dal dolore; tutto gli è uscito senza che lui se ne rendesse conto, come se ci fosse stato qualcuno che a sua insaputa gli avesse iniettato un siero della verità.
“É stato un incidente Khamisi, un orribile incidente, niente più.”
“Non lo è stato invece: io nei secondi prima di spingerlo, ho provato rabbia e odio nei suoi confronti e quelle emozioni distruttive lo hanno ucciso. Io volevo spingerlo Claretta!”
“Si ma non volevi ucciderlo, ne sono più che sicura! Gli occhi che mi trovo di fronte non racchiudono la volontà di uccidere qualcuno, credimi!”
“E tu che ne sai degli occhi e di cosa essi racchiudano o meno?”
A quella domanda gettata da Khamisi quasi per sfida, lo sguardo della ragazza si perde nel vuoto.
“Mio padre e mio fratello maggiore hanno ucciso con le loro mani una persona pestandola a sangue e poi si sono coperti a vicenda in merito a quanto accaduto. Il loro è da catalogare tra gli omicidi violenti ed efferati; il tuo è stato un incidente, credi a me, un banalissimo incidente!”
A quella frase è Khamisi che sente il desiderio di prendere le mani di Claretta: i due si guardano e comprendono che non c’è bisogno di dire molto altro, non tanto perché non sappiano di cosa parlare, quanto perché ciò che percepiscono in quella stretta di mano va al di là di ogni parola esprimibile.

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Khamisi è talmente assorto nei suoi ricordi da non rendersi conto che lì a fianco c’è il ‘don’ che lo osserva come un padre buono e gentile osserverebbe un figlio caduto.

È giunto il momento amico mio!” la frase che arriva all’orecchio di Khamisi nel silenzio della notte lo fa spaventare; si gira e vede don Sassi al suo fianco.

“Per fare cosa don?” Khamisi fa finta di non capire per darsi il tempo di riavvolgere i pensieri. Incrocia le braccia al petto, in un gesto istintivo di auto-protezione per riprendersi dallo stupore di poco prima.

“Quando mi chiamasti la prima volta in prigione: ricordi? Mi dicesti che avevi bisogno di confessare una cosa che ti pesava sull’anima e io non te ne diedi l’occasione e non te l’ho mai data anche in seguito veramente. Ora capisci il motivo?”

“No, in verità proprio no!” Khamisi ha il viso bolso come dopo una sbronza colossale.

Ora la tua anima è pronta per rimettere quel peso; in cella non lo era!

Khamisi ha sempre pensato che quella persona che si trova di fronte, sia dotata di poteri paranormali per quella sua capacità di leggerti dentro. Gli aveva ricordato suo padre, fin dal loro primo incontro: provenivano entrambi dai ‘bassifondi’ della vita e avevano visto in faccia quanto quest’ultima sa essere puttana e bastarda con qualcuno e ai pochi che ce l’hanno fatta lottando, ha lasciato in dono una straordinaria capacità di comprendere ciò che li circonda senza necessità di tante spiegazioni.

“In realtà don, il mio subconscio probabilmente è pronto ma non sono ancora in grado di esprimere a parole ciò che sento nel profondo.” Lo guarda di traverso, in modo sfuggevole e bislacco, accennando al contempo un impercettibile sorriso insicuro, come se si vergognasse di quella sua incapacità di espressione verbale.

Non importa Khamisi, le parole sono un di più in certi casi e quasi sempre rappresentano un limite rispetto a ciò che proviamo.

A sentire quella frase Khamisi si alza dall’altalena e butta le braccia al collo del don: piange e con le lacrime sente scivolare via anche il peso che aveva sullo sterno da una vita. Aveva ragione, pensa, le parole non servono a nulla per confessare un reato commesso. Si stacca da quell’abbraccio e guarda il prete negli occhi sebbene la penombra non gli permetta di osservare il suo sguardo nei dettagli:

“Mi manca la mia terra..” lascia quella frase in sospeso; ha bisogno che sia il suo interlocutore a riempirla di significato. Si asciuga le lacrime con una manica della felpa.

Anche a me manca la mia terra e mi manca lei.” Khamisi ha un sussulto a quella affermazione. Il don sembra guardare altrove, lontano, ma non nello spazio..è un ‘lontano’ che sa di passato…e il passato, si sa, è fisso…non torna più: il suo costante desiderio di vita annega in quei ricordi amari che sanno di rimpianto.

Cos’è quella faccia?” Gli domanda il prete con tono finto accusatorio; “sei di quelli che pensano che siccome uno si è fatto prete, non deve mai avere avuto una donna?” Khamisi sorride: effettivamente il suo cervello era stato catturato da quel pensiero distorto.

Ci siamo conosciuti un pomeriggio d’autunno inoltrato: io avevo appena litigato con mio padre e in quel frangente mi ero pure preso una cinghiata sulla schiena; sai all’epoca gli esseri umani erano talmente civili che i genitori trattavano i figli come bestie.

Usa il sarcasmo il don quando vuole evitare di diventare troppo volgare a parole; “dopo quell’ennesimo scontro avuto con mio padre, ero uscito di corsa ed ero andato a sedermi su una panchina nel parco dietro la sagrestia per raccogliere le idee. Ero assorto nei miei pensieri, volevo fuggire da quella casa e d’un tratto ecco comparire lei da dietro un albero: sul momento ricordo che pensai che stessi sognando da tanto era bella.” Si ferma; l’occhio impercettibilmente si inumidisce.

Io vivevo in un piccolo paese in mezzo ai monti in provincia di Belluno all’epoca e lei era venuta a trovare la nonna: viveva a Milano coi genitori, da una vita oramai.” Lo sguardo del don è sempre più perso nel vuoto a cercare di rimescolare i ricordi con il contegno della razionalità.

“E poi com’è andata?” Khamisi pensa che questa sì che si può annoverare tra le confessioni vere, dove entrambi gli interlocutori mettono sul tavolo i fatti che riguardano la loro vita.

E poi…” si ferma un secondo per respirare a fondo, “…io scelsi il seminario; ti ho detto che volevo fuggire…

Il prete tronca quella conversazione piena di mille risvolti emotivi che provocano dolore e Khamisi si accontenta di quella vaghezza, senza fare ulteriori domande; preferisce riempire i dubbi con la propria immaginazione. ‘Tanto,’ pensa, ‘cosa cambia? Indietro non si può più tornare quindi va bene così; va bene rispettare questa necessità del don di essere vago e laconico.’

“Pensi si possa, Pietro, arrivare al tramonto della vita senza avere qualche rimpianto?” Lo ha chiamato per nome perché è la prima volta che lo sente come un parigrado; in passato, per quanto si fossero spinti a parlare praticamente di tutto lo scibile umano, Khamisi comunque aveva mantenuto una certa distanza per rispetto dell’abito che portava il suo interlocutore. Per quanto don Sassi fosse un prete sopra le righe, comunque per Khamisi rappresentava una istituzione di quella società che lo aveva adottato e nella quale viveva e come tale andava rispettato. Ma in questo frangente lo sente veramente come un fratello.

Non credo si possa arrivare alla fine senza qualche rimpianto; è troppo difficile da interpretare la vita per non averne e sono tanti i dubbi a cui nessuno ci darà mai risposta.

Khamisi ride di quella affermazione; “certo che sei proprio un prete strano tu!”

“È per questo che ti voglio un bene dell’anima Khamisi, perché ti fai andare bene le cose e le persone per quello che sono!”

“Perchè conosci qualche alternativa?” Ridono entrambi di questa conversazione un po’ strana, che a prima vista sembra non avere né un capo né una coda ma che nasconde delle profondità emotive importanti.

E dalle risate di poco prima Khamisi estrae un ricordo dell’infanzia:

“Amavo correre a piedi nudi con lui, con Babatunde: mi dava un’idea di estrema libertà andare per le strade polverose di quei posti fino ad arrivare al mare: ho sempre pensato che di corsa sarei potuto arrivare ovunque…” Khamisi lascia sospese nel vuoto le parole, facendo trapelare una vena di tristezza nella voce.

“..E invece sei arrivato solo qui…” si inserisce il don in quella frase mozzata, con ancora più amarezza di quella espressa da Khamisi poco prima.

“No, la mia non voleva essere ingratitudine nei riguardi della vita e tantomeno nei tuoi confronti e ti chiedo scusa se ti ho dato questa impressione. Sono stato un uomo fortunato e se ci penso ho comunque fatto un sacco di cose, contando che per un terzo circa della mia vita sono stato rinchiuso in quella cella!”

“Hai ancora un sacco di cose in sospeso Khamisi: quella di adesso è solo una parentesi nella tua vita, credimi!”

“Ho 65 anni e dopo 20 anni di carcere mi fa paura anche solo pensare di andare a prendere l’autobus! Il carcere ti trasforma dentro le viscere, ti toglie ogni dignità e ogni desiderio di rinascere e quando esci da quel cancello, ti lascia a terra senza più alcuna prospettiva!”

“Si, soprattutto se paghi per qualcosa che non hai commesso;” afferma duro il prete. Era l’unico che aveva creduto all’innocenza di Khamisi; gli era bastato un semplice sguardo per capire che quell’uomo non avrebbe mai potuto commettere quel barbaro omicidio di cui era stato accusato.

“Dovevo comunque pagare per quello che avevo fatto a Babatunde tanti anni prima: è stato giusto così!”

“Hai pagato per un reato che non hai commesso Khamisi! Non sono le pene che gli uomini infliggono ad altri uomini a riequilibrare i fatti della vita, ma il modo in cui noi troviamo dentro le risposte alle colpe che ci portiamo sulle spalle! Tutto è nelle nostre mani caro mio, tutto!”

“Compreso andare a prendere l’autobus?” scherza Khamisi per allentare un po’ la tensione di quel momento.

“Compreso quello, testone mio.” Ridono entrambi di gusto.

“Prima mi hai detto che da piccolo pensavi che saresti potuto andare ovunque di corsa.”

“Sì lo ricordo come fosse adesso. Non avevo paura di nulla perché sentivo nel cuore che in qualunque situazione mi fossi trovato, le mie gambe e la corsa mi avrebbero salvato!”

“Ricomincia da lì Khamisi, ricomincia da quella percezione che avevi da piccolo.” La voce di don Sassi gli sembra provenire da molto lontano, da tanto è assorto nel ricordo degli allenamenti sfiancanti a cui lo sottoponeva Fever.

‘Ricominciare dalla corsa’, pensa, ‘ ma per andare dove?’

“All’epoca avevo una vita davanti;” la voce di Khamisi esce sottile e incerta a rimarcare il rammarico del tempo passato.

“Anche adesso ce l’hai, credimi! Tu hai una missione, proprio come ho io qui e come ogni uomo ha nella propria vita: la tua missione è ritrovare tuo figlio, nel cuore prima e fisicamente poi!”

Si sta allontanando il don quando pronuncia l’ultima parola di quella frase che colpisce Khamisi come un proiettile in pieno petto. Ora il freddo si è fatto insopportabile: è bene che rientri e pensi a quanto gli ha appena vomitato in faccia il prete. Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno

Una bellissima signora di mezza età…Bologna

Si alza dal piano, bicchiere di whisky nella mano destra tremolante; si dirige verso il balcone. La sua testa è un vortice di pensieri, ricordi, rimpianti, rammarico, rabbia, tanta rabbia. Guarda giù: Bologna a quell’ora tarda di una sera d’autunno, gli sembra una bellissima signora di mezza età che non ha paura di mostrare al mondo qualche ruga di troppo. Il segreto, pensa, sta tutto lì: non farsi problemi a mostrarsi per ciò che si è, a dire no quando abbiamo voglia di dire no, a cacciare fuori il bello e il brutto di noi e se qualcuno è là pronto ad accoglierlo ben venga, altrimenti che si fottano. Sandro si concede un lungo respiro; l’aria fresca di autunno entra nelle sue narici e gli rinfresca piacevolmente la gola. Per tutta la vita, riflette, ha cercato in ogni modo possibile e immaginabile di assecondare tutto e tutti e questo lo ha completamente prosciugato. E quell’aridità che sente dentro da sempre lui l’ha innaffiata con ettolitri di alcol che gli hanno rovinato l’esistenza. Fin da piccolo gli avevano affibbiato l’etichetta del buono e con quella aveva dovuto combattere giorno dopo giorno. Per un po’ ha recitato la parte di quello che doveva capire tutto e tutti. Poi c’è stato il periodo che doveva comprendere che era già troppo adulto per chiedere ancora certe cose e così è stato fino al presente. Si mette a piangere e poi a ridere, di gusto. Appoggia il bicchiere di whisky sul davanzale, si volta e rientra con passo deciso dentro casa. La sua testa rimugina ancora sul pensiero di poco prima: fottersene di ciò che pensa la gente. E su quelle note verbali che gli rimbombano come un refrain che è andato in loop dentro le pareti del suo cuore spezzato, prende la bottiglia di whisky appoggiata sul pianoforte, si volta verso la parete tappezzata di premi e ricordi, alza il braccio come se fosse un giocatore di baseball professionista e con forza scaglia la bottiglia mandandola a frantumarsi contro il muro, distruggendo tutto ciò che si trova a pochi centimetri dall’impatto. Poi si gira e sorridendo esce di casa con un solo pensiero nella testa: per ricominciare davvero bisogna avere il coraggio di frantumare la bottiglia di whisky che da troppi anni si è scambiata per amica.

Tu sembri me…io sembro te…

…Tu sembri me…io sembro te…

Che differenza c’è?

Solo quella che vuoi vedere…solo quella che vuoi sentire…

…separati siamo niente…insieme una forza…

…siamo due gocce d’acqua…piccole sì…ma in noi si racchiude l’alternanza delle maree…l’impeto delle burrasche…la calma delle lagune…

…Apriamoci…sentiamoci…abbracciamoci…

…Mettiamoci in circolo…insieme…

Come tutte le grandi imprese…anche la vita richiede integrazione, condivisione, gioco di squadra…

…richiede gentilezza…rispetto delle diversità… coraggio…tanto coraggio…

…quel tipo di coraggio racchiuso in due minuscole gocce d’acqua…dentro cui si dispiega l’alternanza delle maree…l’impeto delle burrasche…la calma delle lagune…

…Tu sembri me…io sembro te…

…io sembro te…tu sembri me…

...tu sei me…io sono te…

L’intuito e la comprensione del Tutto

C’è qualcosa che sta prima del pensiero e che somiglia alla scoperta dell’armonia tra tutte le cose…

L’intuito…capire le cose senza bisogno di raccontarsi e raccontare…

…l’intuito…forse ciò che più ci avvicina alla comprensione del Tutto…nasce in un luogo in cui cui non esiste separazione…ma solo un flusso di energia perenne…

Un ultimo giro di pista al ritmo di una milonga

A pochi passi da uno dei tanti me immaginari ci stai tu, imprevedibile fino al secondo prima di presentarti innanzi alla mia vita che scorre ignara…e mi rapisci per un altro giro di pista al ritmo di una milonga…

…il fatto è che sei bella…bella da uccidere…

Balliamo? Devi prendermi ora che sono ubriaco o mai più…”…le ho sussurrato… “perché nella realtà….io non so ballare…

… “chi ti ha raccontato ste cazzate…?”…mi stampi in faccia questa domanda che francamente non mi sarei immaginato…mi hai colto alla sprovvista…sento il bisogno di difendermi…

… “l’ho provato…sulla mia pelle…sembro un tronco…mai fatto per me il ballo…fin da piccolo….”

… “mi riferivo alla cazzata dellarealtà’… a quale realtà ti riferisci scusa? La realtà è quella che ti crei tu…”… Mi fa lei…portandosi con due dita affusolate, una ciocca di capelli dietro l’orecchio; la percepisco noncurante e un po’ sfrontata…

‘…e mi perdo…come uno scemo..dietro al tuo sguardo…

…il fatto è che sei bella..bella da uccidere

Alla mia…la mia vita…mi conosco sai..da un pò oramai!” ho ribattuto indispettito…quasi gridando…mi succede spesso quando ciò che dico non me lo sento ancorato nel profondo delle budella..e finisco così per sopperire a quella sensazione di vuoto e incertezza caricando sui toni alti della voce…

…avevi la stessa sicurezza acerba nello sguardo anche la volta scorsa…ricordi?…sembrate tutti dei ragazzini alla prima esperienza quando mi faccio viva…

Hai riso…di gusto…e io con te…e per la seconda volta mi sono sentito sguarnito…

…il fatto è che sei bella..bella da uccidere

Non ti ho mai vista! Chi sei tu?…io non ti conosco…” gridavo, decisamente ora…più forte di prima…

Ehi, ehi calmo cowboy…dicono così da queste parti, giusto? Quando la pupa nel film vuole tenere a bada il cowboy impettito….comunque…dicevamo: la volta scorsa, quando ti colsi all’improvviso e tu, impreparato come sempre, mi gridasti a gran voce: ‘non io, non adesso, ho ancora troppe cose da fare…da dire…!’”

‘A quel punto sentii il desiderio di abbracciarla…di baciarla e così mi buttai…cogliendola di sorpresa…e tiratala a me con vigore le chiesi: “Balliamo? Devi prendermi ora che sono ubriaco o mai più…”

…e prima che lei potesse replicare…la trascinai sulla pista da ballo…per un ultimo giro al ritmo di una milonga…

Nello spazio tra l’agonia e la fine…

Non si arriva mai alla fine, finendo e basta…

Il punto è che si arriva sempre e solo in prossimità della fine e poi si agonizza…

Ecco…in quello spazio tra l’agonia e la fine…ci sta la sofferenza…

…ma se guardi solo un po’ più là…alla distanza di un respiro…ti sta aspettando la vita…

Il tempo dell’amore accettato…

C’è stato un tempo in cui all’amore ho domandato… “rotondità”…armonia…benessere…è stato il tempo dell’amore rubato

C’è stato il tempo in cui all’amore mi sono inchinato, prostrato…annullato…è stato il tempo dell’amore frustrato

Ora..mi siedo…osservo…mi ascolto e respiro…questo è il tempo dell’amore accettato

Il tempo di un’alba tradita…

…non c’è pensiero…non c’è ordine…siamo quel che siamo…gocce di uno stesso mare in bilico fra la follia di alcune onde immature che irrorano aridamente gli spazi di una vita che si esprime a sprazzi e che si dischiude in un attimo divenuto tempo immobile tra un respiro e il successivo…

…abbiamo lasciato che il nostro ritmo vibrante a distanza dentro una stessa presunta lunghezza d’onda, divenisse parallasse a perdita d’occhio…

…mentre tu ed io volgevamo lo sguardo verso un destino solitario…i nostri cuori sono rimasti incastrati nel sapore che ha l’amore in certe notti d’estate, quando il sudore causato da una guazza ingrata si fonde con gli umori tipici di una passione fugace che brucia se stessa in quei pochi centimetri racchiusi fra le tue labbra carnose e le mie dita nodose…annodate…intrecciate alle tue..avidamente

…lì…sospesi nell’unico spazio in cui può nascere l’idea di una unione perenne…

…lo spazio di un’alba tradita dal profumo dell’eterno che si dischiude fiducioso su un sole che sorge per rimettere un po’ d’ordine tra il buio e gli schiamazzi notturni confusi per amore…bussando alla porta della nostra insensata consapevolezza…

In quello spazio in cui…

Esiste una distanza relativa tra le persone e le cose…a metà tra il troppo e il troppo poco, dentro cui tutto può ancora accadere…

…e fu così che rimanemmo per un po’ ad annusare le nostre rispettive anime immerse, inebriate, ammaliate…perdute..mai più ritrovate..come è giusto che succeda alle anime quando si incontrano in quello spazio sospeso nel nulla…

…in quello spazio in cui è ancora possibile credere a tutto…persino che l’amore possa durare in eterno…

Noi gocce di uno stesso mare a rovescio

Il tempo di una luna all’alba…quando i gatti ebbri di vita rubata, ritornano dalle loro scorribande notturne…e gli amanti si fondono nell’unico attimo che pare trasformare l’amore in poesia…in quell’ora del mattino sospesa nel vuoto di un giorno che sa di caffè della moka…

…e noi, gocce di uno stesso mare a rovescio…disperse in una notte che sembra non finire mai, là dove alcune stelle affrante hanno trovato rifugio sotto un cielo che sa di nostalgia…traballanti come le luci dei lampioni in una strada nebbiosa di periferia…

…nel tempo in cui i nostri sguardi si dirigono confusi verso il meriggio del corpo… i nostri cuori continuano a vivere sospesi nell’unica ora del mattino che si perde nell‘amore…avvolti nei profumi di un alba ingannata da un sole che si vende un minuto di passione come fosse eternità…

La moneta dell’amore

Avere uno scopo nella vita…una direzione…spingersi all’esterno…là fuori nel mondo per incontrare genti…per vedere…esplorare…annusare…amare…amare sempre…e comunque…

…e poi, la sera, tornare a casa…non intendo quella di mattoni e tegole…mi riferisco a quella interiore…da cui prendiamo valori, energie…pensieri, emozioni, stati d’animo…amore…forza per andare avanti…risorse incommensurabili…

…a volte storture…ma ci sta…vivere significa scarabocchiare su un brogliaccio…con la biro…impossibile ritornare su ciò che si è scritto per riscrivere..o addirittura cancellare…i fogli si accumulano…uno dopo l’altro…

Il nostro essere là fuori nel mondo è determinato da ciò siamo dentro le quattro mura della nostra essenza…nelle nostre budella….nella nostra anima…

Siamo ricchi sapete? Più di quello che crediamo ogni volta che consultiamo l’estratto conto bancario…siamo talmente ricchi da poter spendere, là fuori nel mondo, un tipo di moneta che non subisce crack…l’unica moneta che, più la facciamo circolare, più aumenta…

La moneta dell’amore

Perché no?

Some men see things as they are, and say, ‘Why?’

I dream of things that never were, and say,

‘Why not?’

GEORGE BERNARD SHAW

Le domande e il modo in cui le poniamo, in primis a noi stessi e poi al prossimo, governano la nostra vita…il senso, il significato di tutto, non sta nell’avere tutte le risposte, bensì nel porsi le domande giuste…nel porsele nel modo giusto…

Sono le domande che ci permettono di scavare a fondo, dentro noi stessi, alla ricerca delle risorse necessarie per affrontare un problema, per gestire un cambiamento…

Più la domanda è aperta, più apre la nostra mente alle infinità possibilità insite nella nostra immaginazione…creando la realtà dentro cui desideriamo vivere…

…Se ci pensate…chi sono i più fervidi ‘Sparadomande‘ di questo mondo? I bambini…per un certo periodo della loro vita, letteralmente, sommergono gli adulti di domande…è il loro modo di apprendere…il loro modo di adeguarsi all’ambiente esterno…

…poi, crescendo, iniziamo ad arroccarci lentamente sulle nostre posizioni, andiamo sulla difensiva…ci chiudiamo per così dire dentro la torre di finto avorio delle nostre limitate certezze…e passiamo il resto della nostra esistenza a motivare agli altri e a noi stessi, di essere dalla parte del giusto…

passiamo più tempo a cercare di avere ragione che ad amare la vita

che spreco inutile!

Personalmente, ho passato la prima parte della mia esistenza a domandarmi ‘Perchè?…‘ alla ricerca di risposte relative al mondo conosciuto…ora preferisco attestarmi su un più onesto e confidenziale ‘Perché no?…‘ abbandonandomi al silenzio che richiede l’ignoto per essere ascoltato e compreso…

Poi..boh…chissenefrega!

“Perché hai scelto me, o Musa?”

Perché in te stan due persone: la prima che fugge da qualcosa e la seconda che corre incontro a qualcosa…il giorno che queste due persone si incontreranno, nascerà un grande uomo!”

“Ma io voglio scrivere, o Musa!”

Scrivere non è un fine, esso è solo un mezzo…la vita è l’unico fine…

“E….” concluse…”ciò che dà valore al viaggio non è la sua destinazione finale, bensì la capacità di continuare a farsi domande lungo il tragitto…e scrivere, è uno dei tanti modi per cercare di darsi qualche risposta!

“E poi, o Musa?”

Poi, boh…chissenefrega!”…mi voltai a cercarla di nuovo..ma se n’era già andata!

Quello era il nostro momento…un momento di sana follia…

“Perché scrivi?

E tu perché non lo fai?

Perché scrivere è faticoso…

e io scrivo perché al contrario di te, per me vivere è faticoso…e vivere scrivendo, lo è un po’ di meno…

“Esprimo me stesso folleggiando un po’ con le parole…“ le dissi.. “sai com’è, sono un folle che a un certo punto della propria esistenza ha pensato di essere ‘guarito’ e per qualche tempo ha provato a viaggiare sicuro su stradine asfaltate da altri e poi….”

poi cosa?” Mi chiese lei..

Avevo di nuovo quello sguardo smarrito tra la luce e le tenebre…ma…’non quella sera’…pensai…

…decisi allora di prendere fiato e risposi… “una mattina qualunque di un giorno qualunque perso nel tempo, mi guardai allo specchio e sul volto riflesso ci scorsi una ruga…”

Chi ce l’aveva messa lì quella ruga’ pensai allora…. e l’immagine di me riflessa allo specchio prontamente rispose: “quella ruga è sempre stata lì babbeo…da quella notte che hai deciso di voler diventare ‘normale’ abbandonando la strada della follia…”

“Ma perché i folli non hanno le rughe?” Ribattei incuriosito

“I folli hanno qualche ruga sul viso ma la loro anima ha pelle di bambino..sempre!” Rispose il me stesso specchiato..

“Ho sempre pensato che a sto mondo siamo tutti un po’ artisti…o folli…il che è abbastanza uguale..e per fortuna…” mi buttò lì quella frase che sembrava, spavalda, provenire da me, e poi, appoggiando fugace lo sguardo sul mio… “vieni” mi disse prendendomi per mano… “lasciamo sul pavimento le nostre adulte adultere paure e andiamo a ballare sulle note di un giorno che non sorgerà mai…”

Mi voltai per un ultima volta quando ormai eravamo giunti al limiti del mondo…le luci a mezz’asta…la pioggia battente sul viso di un bambino che guarda di sbieco la propria timidezza…la voce di un adulto che lo spinge da parte per esprimere la propria ‘normale’ idiozia..e quella poesia di miele interiore che avrebbe voluto esprimersi…giovane… per sempre rinchiusa laddove non si odono le note dorate…e una ruga improvvisa a solcargli quel volto… oramai fattosi adulto…appoggiato posticcio, su un collo in giacca e cravatta…

“…viva la follia…”

Mi disse lei…tirandomi con forza a se…

E così le luci si spensero sul mondo là fuori…in fondo, quello era il nostro momento..un momento di sana follia…

Le ripetute ripide rapite rapide di una mente errante

Like it or not, this moment is all we really have to work with. Yet we all too easily conduct our lives as if forgetting momentarily that we are here, where we already are, and that we are in what we are already in. In every moment, we find ourselves at the crossroad of here and now.” (Jon Kabat-Zinn)

Mi capita spesso di dimenticare quanto la vita sia qui e ora…stop…

…mi capita di avventurarmi lungo ripetute, ripide, rapite rapide di una mente errante che mi conduce ovunque e chissà dove, fuorché dove realmente esiste vita..

…qui e ora…

Ma poi chi è sto “io” che pensa di essere il soggetto di una commedia che va in scena in un teatro umido e fatiscente alla periferia di un’esistenza postuma…?

…ah coscienza ingannevole che mi porgi la mano destra umida e scivolosa, mentre con la sinistra mi sottrai la vita, sfilandomela da sotto le narici!

…qualunque cosa succeda…siano essi ricordi o proiezioni immaginifiche di un futuro roseo o ansiolitico generati da una mente che ama gozzovigliare lontano da “casa”, comunque tutto sta accadendo nel momento presente..l’unico vero scorcio di vita reale…e “noi” siamo altrove…

….quando da piccolo reiteravo qualche marachella da babbano adolescente… mia nonna era solita ripetermi: “Tu non stai capito…”…donna saggia mia nonna…avrà avuto si e no la quinta elementare ma aveva forse capito tutto…e cioè che non c’è nulla da capire..perché tutto ciò che c’è da capire si dispiega qui e ora sotto i nostri occhioni da bambi smarriti…

…Nel momento presente è lo sguardo di nostro figlio/a che ci chiede, senza esprimerlo a parole, solo un attimo della nostra attenzione…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente sono racchiusi i profumi e i sapori della cucina di una nonna…per la quale dare, significa trasferire amore attraverso i cibi che prepara senza chiedere nulla in cambio…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente è racchiuso un abbraccio silenzioso e carico di forza, energia, amore, vita della persona “amata”…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente è racchiusa la mano dell’uomo che ci chiede 50 centesimi per mangiare o fare altro, poco importa…ma noi siamo altrove…

…nel momento presente…ma noi siamo altrove…

Nel momento presente..solo in quello è racchiusa la vita…ma noi siamo altrove…

…tutto va bene per noi viaggiatori in bilico sulle onde malmesse di una mente occulta…tutto va bene purché ci inebri con profumi e colori artificiali…importante che ci conducano lontano dal “sentire”…dal provare emozioni, sentimenti, passioni, dolori, amore…delusione…tutto ciò che ci farebbe capire di essere vivi…ma noi siamo altrove…

…per vivere a certe latitudini ci vogliono le palle…

…quelle son cose da uomini e donne veri…

…e così..evitando di voler “sentire”, lentamente scivoliamo ai margini, complici di una morte prematura, la morte dei nostri sensi…

….e che cosa volete mai che sia la morte del corpo per gente che in vita ha perso l’occasione di bagnarsi, anche solo per un istante, alla fonte dell’eterna consapevolezza…

…noi siamo gente dura…gente..che non sta capita…

…Frecce tricolori sul centro di Bologna…

La punta dell’ICEBERG…

“Sotto tutto quello che pensiamo c’è quello in cui crediamo, l’estremo velo del nostro animo.” (Antonio Machado Ruiz)

Tutti noi trasliamo il nostro essere nel mondo, i nostri comportamenti, il nostro agire in generale, da un sistema di convinzioni nascosto agli altri e, ahimè, anche a noi stessi il più delle volte. Essendo perlopiù inconscio, questo “sistema di convinzioni” trasforma le nostre persone in tante piccole caldere pronte a esplodere ad ogni minimale alterazione del nostro labile equilibrio psico-fisico…e tutto questo a nostra totale, brutale direi, insaputa.

Il modello dell’ICEBERG

Viene definito il “modello dell’ICEBERG”: l’essere umano, secondo il modello, è come una iceberg…i nostri comportamenti là fuori nel mondo, ciò che si vede di noi insomma, è la minima parte di ciò che ci contraddistingue come persone. C’è tutto un mondo interiore che sta sotto il pelo dell’acqua, nascosto nel mare profondo della nostra anima…e fa una paura immensa immergercisi dentro…ci si trova di tutto..ricordi, pensieri sinistri, identità nascoste, paure, incertezze, delusioni, la voglia di scrivere…di dipingere…tutto e di più…spazzatura anche..tanta spazzatura…

Questo modello ci insegna una cosa fra tante: ciò che governa i nostri comportamenti, è il nostro sistema di CONVINZIONI che, agendo sulle EMOZIONI, induce a muoverci e a decidere in un modo piuttosto che in un altro in funzione della nostra personale VISIONE DEL MONDO.

In base ad essa, due persone, poste di fronte allo stesso evento esterno, ne daranno una interpretazione differente in funzione del proprio sistema di convinzioni attraverso cui danno SIGNIFICATO al mondo circostante…

Insomma…

…la qualità dei nostri pensieri determina la qualità della nostra vita..

L’uomo è un animale con una straordinaria capacità: è l’unico tra le specie viventi a poter fare affidamento su un meraviglioso dono: l’ immaginazione…

…i nostri lobi pre-frontali ci permettono di immaginare, di creare con la mente…è in base a questa straordinaria capacità che abbiamo generato tutto il meglio…ma anche tutto il peggio che ci circonda…lascio a voi l’interpretazione in funzione della vostra personale VISIONE DEL MONDO…consapevoli che, come ha espresso Machado, quella non è altro che.. “l’estremo velo della vostra anima”….

…quindi non vi affannate troppo a considerarla verità assoluta, perché al massimo può esserlo per voi..ora…perché domani chissà!

Perché siamo qui

Vi è un incanto nei boschi


Vi è un incanto nei boschi senza sentiero.
Vi è un estasi sulla spiaggia solitaria.
Vi è un asilo dove nessun importuno penetra
in riva alle acque del mare profondo,
e vi è un armonia nel frangersi delle onde.

Non amo meno gli uomini, ma più la natura
e in questi miei colloqui con lei io mi libero
da tutto quello che sono e da quello che ero prima,
per confondermi con l’universo
e sento ciò che non so esprimere
e che pure non so del tutto nascondere. (Lord Byron)

Lago di Garda

Credo che le risposte che andiamo cercando ogni giorno più o meno consapevolmente, appartengano alla natura, di cui siamo parte inesorabile.

Immerso nella natura, se l’essere umano riuscisse a sintonizzarsi con quel tipo di silenzio interiore tipico di certe profondità a pochi accessibili, si acquieterebbe, accoccolandosi così ad una vaga ma appagante consapevolezza del “perché siamo qui”.

Pacengo Lago di Garda

“Gr-egge homo”

Chi da un po’ segue il mio blog avrà percepito una certa insofferenza da parte mia per tutto ciò che riguarda il “gregge”…

…non mi riferisco certo al gregge delle amate pecorelle…animali che fin da piccolo mi sono sempre stati molto simpatici..

…mi sto riferendo ovviamente a un altro tipo di animale da branco…il cd. “Homo capra”…

…tra le tante, una caratteristica del Homo capra ritengo essere abbastanza odiosa: sto parlando di quel particolare tipo di accondiscendenza incondizionata verso ogni cosa che viene detta da chi ricopre un ruolo pubblico o simili…la chiamo idiota deferenza…il rovescio della medaglia della quale ha un solo nome: becera codardia

È dall’epoca del “Ecce homo” ponziopilatesco, o forse anche da prima, che l’homo capra ha il vizio malsano di rincarare la dose a seguito di frasi e di slogan gettati in pasto al branco dai “potenti…” e lo fa solo per mostrare deferenza, becera…e non voglio tediarvi con tutti gli esempi di questa idiota deferenza da branco di cui è piena ogni singola pagina dei libri di storia..

”gr-egge homo” è solo un monito per ricordare a me stesso di fare un passo indietro abbracciando la “follia”, ogni volta che a spingermi in avanti è l’inerzia della folla…

…in essa, credetemi, non si trova intelligenza…ma semplice, becera idiozia da branco…

…beeeeee…

La Terra presa a prestito dai nostri figli…

Un proverbio dei nativi americani cita pressappoco così:

“Non ereditiamo la terra dai nostri antenati. La prendiamo in prestito dai nostri figli.”

Mi piace questa frase…mi piace perché si focalizza su ciò che verrà dopo e non su ciò che c’è stato prima…si concentra sui doveri più che sui diritti…si focalizza in una parola sul nostro senso di responsabilità…su ciò che possiamo e dobbiamo metterci al di là di ciò che ci metteranno e ci hanno messo gli altri per far funzionare la terra nel pezzo di pista su cui ci è richiesto di correre…

…perché la vita è una enorme staffetta…e a noi è dovuto correre e lucidare il testimone curandolo al meglio, con un unico vero obiettivo…affidarlo alle mani dei nostri figli meglio di come ce l’hanno lasciato i nostri genitori…e così via..in un gioco che si spera duri il più a lungo possibile…

Mi sa che qualcosa però è andato storto…o forse non abbiamo capito…perché ho la sensazione che tutti preferiamo sederci sugli spalti e là sulla pista nessuno abbia più voglia di correre…

…e tutti a lamentarci che un tempo la corsa era più appassionante e divertente di quanto non sia oggi…

...Mah…

Più “roba” accumuliamo, più perdiamo contatto col cielo

Oggi vi riporto una frase di Willem Vermandere, eclettico artista fiammingo a tutto tondo. Si cimenta in varie arti quali: canto, scrittura, scultura, pittura…e altro ancora…

Gli uccelli sono felici con poco, il che è necessario, dato che non sarebbero altrimenti capaci di volare”

Mi piace l’idea che la felicità associata al godere di ciò che si ha, sia da considerarsi una necessità fondamentale per poter volare…vorrei anzi estendere questa idea della necessità di non portarsi dietro troppo “peso” associata alla felicità, anche all’essere umano..altra specie che, come i volatili, è fatta per volare…non intendo certo in senso fisico come gli uccelli…sto parlando dei meravigliosi voli pindarici della nostra immaginazione…

Dovremmo imporci, nell’esercizio delle nostre vite quotidiane, ciò che la Ryanair fa con ognuno di noi prima di salire a bordo di uno dei suoi aerei…dovremmo cioè auto-adottare (e adeguarci di conseguenza), dei rigidissimi protocolli in merito al “bagaglio a mano” che ci portiamo appresso fin dal risveglio del mattino come una zavorra che ci costringe a terra, mentre noi come specie siamo fatti per librarci nel cielo della nostra fantasia..della nostra creatività…del nostro desiderio di esprimerci…

…più “roba” accumuliamo, più perdiamo contatto col cielo…

Sarà per questo che Vermandere si cimenta in tutte le arti e in nessuna…forse perché ha capito che prendersi troppo sul serio è il primo dei fardelli da eliminare…ed egli ama volare…

Ora ho capito “l’andrà tutto bene” che tanto mi ha fatto arrabbiare…

La natura rigenera e rimette in ordine un po’ di pensieri che in quarantena erano stati malamente archiviati nella soffitta impolverata di una mente stanca…

Ma sono sufficienti un po’ di fatica fisica, una immersione tra alberi e boschi immacolati e una meravigliosa vista sul lago di Garda, per capire che la risposta è sempre stata lì..anche nei momenti più difficili…bastava solo un po’ di fede…

Lago di Garda sopra Malcesine

…ora l’ “andrà tutto bene…” che qualche settimana fa mi fa faceva tanto arrabbiare…l’ho compreso nel profondo…

Monte Baldo

Ibsen e un bel paio di pantaloni sgualciti

Il 23 maggio 1906 moriva Henrik Ibsen. Di nazionalità norvegese, Ibsen viene considerato tra i padri della drammaturgia moderna, il primo a mettere a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo della borghesia ottocentesca.

Voglio porre alla Vostra attenzione la citazione sotto, tra le molteplici del poeta e drammaturgo norvegese:

Non si dovrebbero mai indossare i propri pantaloni migliori quando ci si trova a combattere per la libertà e la verità.

Qualsiasi forma di espressione della libertà e/o di una qualche verità relativa, richiede che ci si impegni fino in fondo e nel farlo non si abbiano vincoli di alcuna natura (i pantaloni migliori) che possano impedire di dare tutto il meglio di se…di spingersi un po’ oltre…con l’intento di sacrificarsi per la causa, finché ce n’è!

…perché quando si ha qualcosa da perdere…ci si ammorbidisce…e addio ideali…

…i poeti…i musicisti…i pittori…gli artisti in genere…sono i folli dai pantaloni bucherellati e sgualciti che, mettendono l’arte che fuoriesce dalle loro più intime profondità a servizio della libertà interiore di ognuno di noi, fanno un favore all’intera umanità…

…ho la sensazione che abbiamo riposto troppa fiducia in chi indossa sempre i suoi pantaloni migliori…

KENNEDY AWARD OF EXCELLENCE

Thanks to https://laborsettadelledonne.blog for nominating me for this award

KENNEDY AWARD OF EXCELLENCE

Ecco un premio di eccellenza registrato per i blog. Gli obiettivi di questo premio per il blog scelto sono/Here is a registered award of excellence for blogs. The objectives of this award are that the chosen blog:


Attraverso la sua scrittura, presentazione e obiettivi, promuove i valori umani; la crescita intellettuale, emotiva e morale
Through its writing, presentation and objectives, fosters human values; promoting intellectual, emotional and moral growth of peers“


LE REGOLE/THE RULES:
1. Il blogger nominato dovrebbe ringraziare chi l’ha nominato/The recipient may thank the person who has nominated her.
2. Il blogger nominato dovrebbe postare la foto del premio sul proprio blog/The recipient should post a photo of the award on her blog in a post.
3. Chi viene nominato può nominare a sua volta quanti blog vuole (un minimo di cinque)/The recipient may nominate as many blogs for this award (minimum five), but after careful thought.
4. Rispondere alle seguenti domande/Following questions to be answered

i. Cosa hai imparato dal Coronavirus/What lessons did you learn from Corona?

Ho imparato che cercare di controllare la propria vita è una chimera; ho inoltre imparato che la forza delle azioni dei singoli esseri umani, unite l’una all’altra, è una delle responsabilità più importanti che abbiamo e che dobbiamo curare al meglio come specie/ I learned that trying to control your life is a chimera; I also learned that the strength of the actions of each individual human beings, combined with each other, is one of the most important responsibilities that we have and that we must best take care of as a species

ii Quali valori ti guidano/What values drive you?

Sincerità, coerenza, umiltà/ Sincerity, consistency, humility


iii Qual è il tuo film preferito/Which is your favourite movie?

L’attimo fuggente / Dead Poets Society

iv. Quale persona hai amato dal profondo del tuo cuore/Whom have you ever loved from your heart?

Essendo padre, sicuramente mia figlia ho amato e ovviamente amo tutt’ora e amerò per sempre! E poi c’è qualcuno che ho dentro il cuore…a cui rivolgo un pensiero speciale che deve rimanere tale…perché l’amore è qualcosa di molto personale…il pensiero è tutto ciò che conta in certi casi un pensiero che proviene dal cuore, rivolto alla persona che ho amato e che amo dal profondo.. / Being a father, surely my daughter, which I loved and obviously I still love enormously! And then there is someone I have inside my heart … to whom I address a special thought that must remain so … because love is something very personal …

v Quali sono i tuoi sogni/Your dreams in life?

Vivere in riva al mare…/ Living by the sea …


BLOGGER NOMINATI E MOTIVO/NOMINATED BLOGGERS AND REASON:

https://scrivereperincontrarsi.wordpress.com per la capacità di trasformare i sentimenti e i pensieri in parole in modo diretto, profondo e cristallino. Leggere questo blog è come sdraiarsi su un prato in una sera di mezza estate a contemplare il cielo stellato / for the ability to transform feelings and thoughts into words in a direct, deep and crystalline way. Reading this blog is like lying on a lawn on a midsummer evening contemplating the stars above.

https://cucinandopoesie.wordpress.com mi perdo volentieri quotidianamente tra le parole di questo blog…c’è qualcosa di musicale nel modo di scrivere di “nonna Pitilla” / I use to getting lost every day into the words of this blog because the way “grandma Pitilla” writes it’s like listening to a beautiful simphony.

https://illatoautentico.home.blog per l’amore e il rispetto per la natura che traspare leggendo ogni riga di questo blog / for the love and respect for nature that transpires by reading every line of this blog

Osserva, osservati, osservami!

…Guarda bene! Ehi sì…dico a te…

…Osserva, osservati, osservami!…

Nasciamo da una stessa pianta…per poi schiuderci al cielo profondo sopra di noi con l’unico scopo di aprirci alle infinite meravigliose possibilità dischiuse nell’attimo…ognuna delle quali presenta molteplici sfumature di colore…una diversa dall’altra…

…ma le radici sono comuni…ben piantate là nel terreno…

…so che è difficile vederle, forse impossibile, perché per sorreggere una pianta fatta di 7 miliardi e 300 milioni di rami ci vuole forza, ci vuole struttura…bisogna scavare a fondo…ci vogliono le palle…così…detta nel vernacolo slabbrato di noi Scimmie evolute…

…è il bello della natura…in essa sono racchiuse le Verità che andiamo cercando lontano senza renderci conto che è sufficiente aprire gli occhi e osservare un albero, un fiore, una nuvola…per capire due cose: la prima è che non siamo così importanti come pensiamo di essere agli occhi dell’Universo…e la seconda che siamo la più bella casualità che sia mai capitata a noi stessi…oggi e, nel ripetersi dell’oggi, anche domani e post domani…e poi…chissà…

Il nulla e il tutto racchiuso in una Mente che mente a se stessa nell’imperituro tentativo di costruire un “io” che si aggrappa…a tutto, tutti…troppo…

…Lascia andare Nino..lascia andare, siediti e goditi il paesaggio…che tanto il conducente fa comunque ciò che vuole…a noi è dato solo di distenderci a cuor leggero sul ramo assegnato…e guardare all’insù verso il cielo infinito…

Scrivere…scrivere…vivere…

Scrivere…scrivere…scrivere…

…scrivere di me, scrivere di te…

…scrivere del povero…scrivere del re…

…scrivere che sono stanco…

…scrivere che sono affranto…

…scrivere di gioia…scrivere di noia…

…scrivere…comunque scrivere…

…perché di altro non so vivere…

…vivere…vivere per scrivere..scrivere per vivere..

…vivere di te…vivere per te…scrivere per te…

…scrivere…scrivere…vivere…

…scrivere e vivere adesso…

…scrivere perché non è lo stesso…

…scrivere…scrivere…scrivere…

Le strade con un rettilineo e una curva

Mi sono sempre piaciute le strade con un rettilineo e una curva là in fondo…e dietro l’angolo poi chissà..

In esse ci ho sempre trovato un attraente senso dell’ignoto che si disvela passo passo a scuotere un po’ il nostro tragitto in-certo del quale conosciamo solo un pezzo ahimè sempre troppo breve e poi…boh!

Certo e incerto…sicurezza e rischio…e la vita sentita, vera, vissuta nel mezzo…che sbatte a volte di qua e altre di là…

E noi…come tanti piccoli Ulisse storti che trascinano i piedi fino a lambire i bordi sfrangiati di quella luce nel cuore di una notte che sussurra fragile:

ehi! Spingiti un po’ oltre la curva, che intravedo uno sprazzo di luce lunare…proprio là dove il Mazziere sogghignante e noncurante si accinge a sparigliare le carte facendo saltare il banco…

…Mi sono sempre piaciute le strade con un rettilineo e una curva là in fondo…e dietro l’angolo poi chissà..