Estratto dal mio ultimo libro “Il disgusto”

Capitolo I

Il pomeriggio in barca

Il disgusto è un’emozione che dilania le viscere di chi la prova, la cui origine si può far risalire alla notte dei tempi dell’infanzia di ognuno di noi; se si radica all’interno della mente del malcapitato è in grado di assumere forme subdole al punto da creare il vuoto tra lo stesso e l’oggetto dell’emozione.

Di questa caratteristica lacerante Gianni Anselmi, quel pomeriggio che decise di accettare l’invito in barca a vela sulle acque agitate del Lago di Garda, era completamente all’oscuro. D’altronde chi, al suo posto, si sarebbe mai immaginato che da quelle semplici e in apparenza innocue 4 ore passate insieme a Nicla e Alfonso, il suo amico di una vita, gigione e leale, sarebbe nato un putiferio di dimensioni inenarrabili.

“Ti va di unirti a noi Gianni? Ci troviamo a Riva del Garda insieme alla mia istruttrice di vela e ci facciamo un pomeriggio all’insegna della spensieratezza.”

“Ho capito Alfonso: avete bisogno di una zavorra per il catamarano!”

Aveva scherzato Gianni con una vena di tristezza negli occhi, la stessa vena di tristezza che avvolgeva da un po’ di anni ogni cosa che lui decideva di fare e di pensare.

“No in realtà mi farebbe molto piacere tu ti distraessi per un pomeriggio: sai quanto gli ultimi anni siano stati pesanti per noi in termini professionali e per te a livello personale!”

Mentre pronunciava l’ultima parola, Alfonso aveva abbassato lo sguardo in segno di rispetto per una vicenda piena di risvolti dolorosi che avevano colpito l’amico e la moglie.

“Mi sembra una vita che non mi prendo più un momento tutto per me…”

Quella frase lasciata a metà in fondo in fondo nascondeva un senso di colpa tanto irrazionale quanto ingiustificato nei confronti della moglie Bettina al solo pensiero di non passare 4 ore del week end insieme a lei.

“Gianni ti ho già detto decine di volte che non hai nulla di cui sentirti in colpa in merito a questa vicenda; non cade il mondo se per un pomeriggio non sei a casa con lei cazzo!”

Alfonso era l’unico che era rimasto vicino all’amico dopo la morte di Ramona: tutti gli altri presunti amici, dopo i primi tentativi posticci e maldestri di sostenere la coppia facendo finta che le cose fossero come prima, si erano dileguati come le nebbie di primavera, disperdendosi tra i mille rivoli delle loro vite frenetiche piene di impegni e di chissenefrega in fondo se a una coppia di amici è morta una figlia di appena qualche anno.

“Lo so Alfonso ma tu sai quanto il nostro lavoro ci porti in giro per il mondo durante la settimana e quanto poco tempo mi rimane da dedicare a mia moglie!”

“Si ma non credo che il motivo per cui tu ti senti in colpa sia da ricondurre al poco tempo che dedichi a lei; io penso che ci sia qualcosa di più di questo!”

Quella frase di Alfonso aveva rimbalzato in modo spigoloso e sgraziato sulla tela bianca della coscienza di Gianni per poi colpire le pareti della sua consapevolezza facendolo vacillare sotto i colpi di sensazioni sinistre e alquanto fastidiose. Era consapevole anche lui che se non fosse successo quello che era successo…..

Arrivava sempre e solo lì col pensiero e con i ricordi, oltre non riusciva a spingersi, come se farlo avrebbe significato mettere in discussione tutto quanto era successo nella sua vita negli ultimi 20 anni.

“E cosa c’è di più sentiamo Alfonso…”

“C’è che ti stai riempiendo la testa di alibi perfetti Gianni e tu lo sai e tutto parte da quel senso di colpa ridicolo dentro cui ti vedo nuotare da qualche anno a questa parte, come se a decretare la morte di Ramona fossi stato tu.”

Alfonso era molto schietto con l’amico e lo era sempre stato e questa era la colla più potente che teneva insieme la loro amicizia da 23 anni.

“Ma cosa devo fare: abbandonare la barca, dopo tutto quello che abbiamo passato Bettina ed io?”

“Non ho detto questo; penso però che, se il solo fatto di prenderti un sabato pomeriggio tutto per te scatena dei sensi di colpa eccessivi e oggettivamente incomprensibili, sotto sotto ci sia qualcosa che tu non vuoi far venire a galla per evitare di mettere in discussione tutto.”

“Va bene accetto Alfonso, piuttosto di subirmi un’altra seduta di psicoterapia spicciola accetto il giro in catamarano!”

Gianni aveva chiuso quella conversazione che, come decine di altre avute con l’amico negli ultimi 4 anni, lo avrebbe sicuramente messo con le spalle al muro donandogli delle sensazioni spiacevoli da cui si riprendeva solo dopo giorni, quasi fosse stato investito da un camion.

“Ora mi piaci gnoccolone mio!” Così Alfonso chiamava Gianni: ‘il suo gnoccolone’, a causa della forma non proprio longilinea del suo fisico che, nonostante fosse perennemente a dieta, mostrava sempre qualche chilo di troppo in punti che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Si erano conosciuti all’università di Bologna, al secondo anno della facoltà di architettura e dopo alcuni mesi passati ad annusarsi, quasi fossero due pugili al primo round di un incontro di 15, la loro amicizia era esplosa come una mina in un lago profondo, spruzzando con milioni di piccole gocce d’acqua le vite di chi viveva nei dintorni. I primi tempi, più di qualcuno fra i loro amici, aveva pensato che i due avessero una relazione amorosa da tanto profondo ed emotivo era il legame che li univa. Sì perché tra i due amici correva una relazione fatta di continue e profonde analisi interiori; l’uno era il campo di riflessione dell’altro e finché non arrivavano a una conclusione su fatti più o meno importanti della vita di entrambi, continuavano a lavorare sulle loro rispettive vite aiutandosi a vicenda ad uscire dalle sabbie mobili.

Questa era la loro forza e in funzione di questo modo di trattarsi a vicenda avevano consolidato un’amicizia imperitura.

Alfonso per questo non era mai piaciuto a Bettina, la moglie di Gianni; inconsciamente lei sapeva che il legame tra i due era molto più archetipico e impregnante di quanto lei e Gianni potessero aspirare nella loro vita di coppia sentimentale. La infastidiva comprendere nelle viscere che la naturalezza con cui i due amici si trattavano era ben lungi da tutta quella serie di comportamenti posticci e mozzati su cui lei e Gianni avevano impostato la loro relazione da 20 anni a questa parte: se si osservava dall’esterno mentre viveva accanto a Gianni, le sembrava di osservare due attori alle prime armi irrigiditi da un ruolo che non avevano mai fatto completamente loro.

E in questo stagno dalle acque un pò torbide che era la loro relazione, anche il sesso aveva assunto un connotato di meccanicità che gettava manciate di sabbia tra le anime di quei due amanti dai comportamenti impoveriti.

Poi era nata Ramona e Ramona dopo qualche tempo era morta e quell’intervallo di qualche anno, in cui da due che erano stati un tempo, avevano iniziato un cammino a tre che profumava di famiglia, era stato talmente breve da lasciare Gianni e Bettina completamente senza appiglio alcuno a cui aggrapparsi per risalire verso un luogo chiamato “felicità”.

Pubblicato da

giacomomanini

Sono uno scrittore indipendente che scrive perché ama farlo: la scrittura, come la pittura, sono le mie due grandi passioni da quando sono adolescente, sebbene non mi sia mai cimentato, pubblicando nulla fino a “ieri”. Poi una notte, svegliatomi di soprassalto, mi sono sentito chiamare sottovoce dalla musa dell’ispirazione e da quel momento, in meno di due mesi ho scritto tre romanzi, uno edito e gli altri due che verranno pubblicati nei prossimi mesi. Scrivo perché amo farlo e da oggi in poi chi avrà voglia, potrà seguirmi leggendo i miei romanzi che parlano di emozioni e sentimenti, di quegli alti e bassi della vita con cui tutti noi dobbiamo fare i conti quotidianamente. Le paure, le gioie, le frustrazioni, sono ciò che danno vita al mio mondo interiore, lo stesso mondo interiore che io, con grande umiltà, desidero condividere con chi vorrà seguirmi avventurandosi con me tra gli abissi e le cime dei paesaggi interiori che mi diverto a creare nelle pagine dei miei libri.

Un commento su “Estratto dal mio ultimo libro “Il disgusto””

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