Lo scrittore…che narciso!

La parola è limite e in quanto tale, chi scrive, è alla continua ricerca del piacere che si prova a infrangerlo quel limite nel tentativo di cogliere il senso ultimo di ogni cosa nella costante rincorsa della divinazione di noi stessi. Si perché, per quanto tutti noi che amiamo scrivere cerchiamo di nasconderlo, in fondo in fondo siamo dei narcisi di immani dimensioni che in piedi  di fronte allo specchio che si schiude sulle nostre anime, vogliamo condividere col mondo un pezzo di noi che in fondo crediamo essere la verità.

Un amore impossibile

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I 100 libri da non perdere

Siamo delle ostriche: chiusi a pugno nel nostro guscio cerchiamo di farci spazio nel mondo mostrando qualcosa di noi che nemmeno noi stessi capiamo fino in fondo.

Fino a quella mattina, Marcel era uno dei miliardi di ostriche che camminano per le strade ogni giorno sicure di avere una meta da raggiungere.

Sposato, due figli, una di 11 anni e il primogenito di 20 iscritto al primo anno di medicina: proprio come il padre e prima di loro il nonno essere medici faceva parte del DNA della famiglia Lavezzi. Mai nemmeno un minuto speso a pensare che da qualche parte ci potesse essere una vita diversa che li stava aspettando, una vita più ricca di contenuti, piena zeppa di difficoltà da costruirci un’esistenza intera, piena di meravigliosi alti e bassi.

Quella mattina Marcel aveva un appuntamento in centro a Milano molto importante: intanto che procedeva sicuro verso la fermata della linea rossa della metro, dentro di sè percepiva quella tranquillità tipica di chi crede che le cose debbano incedere con moto rettilineo, come sempre era stato. La testa piena di mille appaganti pensieri, tutti più o meno rivolti ad un futuro prossimo o lontano in cui si percepiva sempre più ricco e più potente di quanto non fosse già.

Poi, d’improvviso, lo smartphone si era messo a vibrare: un numero sconosciuto e Marcel indeciso se rispondere o meno.

‘Sarà uno dei soliti call center rompi coglioni’ si era raccontato nella testa intanto che inconsciamente aveva risposto.

”Pronto!” la voce tra lo scocciato e l’incerto.

”Marcel?”

”Si chi parla?” La voce dell’uomo sull’ultima sillaba era calata di tono e intensità perché da qualche parte il suo subconscio gli aveva mandato segnali sinistri provenienti dal suo passato.

”Lo sai chi parla..non fare finta di non saperlo..”

Una goccia di sudore si era staccata dalla fronte di Marcel ed era scesa sullo zigomo sinistro, lasciando una impronta lucida come bava di lumaca sulla sua pelle.

Quella voce proveniente da un passato che lui aveva dimenticato, di colpo gli aveva fatto crollare tutte le sicurezze, distruggendo il guscio dentro cui aveva costruito ogni certezza. 35 lunghi anni passati, minuto dopo minuto, a costruire sé stesso e le decine di maschere pubbliche con cui il dottor Marcel si presentava alla società: di quelle maschere pubbliche lui andava fiero come si può andare fieri dell’ultima BMW acquistata.

‘Possibile,’ pensava, ‘che il nostro cervello sia in grado di rinnegare a tal punto il passato da coprirlo con una spessa coltre di catrame?’

Eppure era stato così: Marcel aveva completamente e volutamente dimenticato cosa, la persona a cui quella voce apparteneva, avesse rappresentato per lui negli anni dell’adolescenza e della prima maturità.

Il primo pensiero che gli era balenato per la testa era stato quello di di agganciare la telefonata e spammare quel numero, ma una sorta di istinto atavico e innato l’aveva avuta vinta, lasciandolo assolutamente in balia dei ricordi che riaffioravano, quasi fossero pezzi di sughero che riemergevano galleggiando da un passato nebuloso e quei ricordi lo avevano completamente pietrificato tanto da lasciarlo completamente senza parole. In effetti, dietro quel tono morbido della persona che stava dall’altra parte della linea telefonica, si nascondeva per Marcel una vita e dietro quella vita si nascondeva una verità, che per lui era La Verità.

“Cos’è non ti ricordi più chi sono? Oppure anche solo il pensiero di sentirmi è troppo compromettente per il Dottor Lavezzi, stimato cardiochirurgo dell’istituto Humanitas.”

Anche nella provocazione, quella era una voce che profumava talmente di passato remoto che Marcel si era dovuto sedere, sguardo perso nel vuoto, su una delle panchine poco distanti la fermata della metro.

“Ti chiamo perché devo dirti una cosa di tuo figlio!”

“Che cazzo c’entra mio figlio adesso!” sentir pronunciare il nome di suo figlio lo aveva risvegliato di colpo dal torpore dentro cui era piombato.

“Marcel devo vederti; non posso parlartene al telefono. La faccenda è troppo delicata!”

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Vita di coppia a quattro

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari: è sempre rimasto affascinato dalla flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. Forse, riflette Pietro, è la sua particolare forma di difesa contro le incertezze e i dubbi che lo assillano regolarmente; è il modo in cui il suo corpo scarica fuori la tensione generata dal doversi assumere la responsabilità di prendere delle decisioni. Sarà quel che sarà ma a Pietro quel modo di essere dell’amico lo fa letteralmente impazzire: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire un gran desiderio dentro di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.
“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”
“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”
“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”
Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di poter giocare senza generare offesa nell’altro.
“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.
“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro, amico da una vita.
Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.
Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv e le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.
“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e tu lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”
Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.
“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!” lo aveva schernito l’amico.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”
Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.
“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”
Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.
“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”
Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week

end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di ricacciarlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa in quel frangente, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.
“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto.”
Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che lì l’amico possa trovare la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”
“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”
Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.
“Non lo so, sono confuso va bene?”
Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada. Non deve avanzare alcuna ipotesi in merito; le risposte Gianni ce le ha tutte dentro; si tratta solo di trovare il giusto innesco affinché esse prendano la strada corretta per uscire allo scoperto. Se si sostituisse all’amico nella ricerca della

verità, gli fornirebbe un alibi a cui appigliarsi per rimanere all’interno delle proprie aree di confort che, in quel caso, significano rimanere incastrati all’ombra dei propri sentimenti.
“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”
Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.
Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end

al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:
“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”
“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”
“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.
“E va bene, verrò a farti da balia!”
Aveva ribattuto lui con fare svogliato e alzatosi in piedi si era incamminato verso il bar con lei a fianco. Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e questo aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel

panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.
Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.
“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia?”
“E qual è? Sentiamo.”
“Mi domando se ciò che ho provato io, lo ha provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”
In quel frangente getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio che lo scoprirsi a quel modo con l’amica gli provocherebbe.
“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”
Ha volutamente fatto quella domanda retorica all’amico ancora una volta per metterlo di fronte alle proprie responsabilità e in quel frangente Pietro viene colto di sorpresa da un pensiero: lui è molto bravo a fare le domande agli altri per permettere loro di trovare le

risposte ma è un vero fallimento quando si tratta di guardarsi dentro e prendere in mano la propria vita. Non ce la fa, è più forte di lui: anzi quel suo modo continuo di giocare a fare il mentore verso gli altri, Gianni in primis, è una forma di difesa che utilizza per evitare di guardarsi dentro. Farlo, in questa fase della sua vita e soprattutto col padre che si ritrova, vorrebbe dire trovarsi di fronte ad una voragine da cui ha una paura estrema di essere inghiottito.
“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a Anna per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti. Gianni è anche questo pensa Pietro: a volte gli sembra che nello stesso corpo dell’amico ci siano due personalità completamente diverse; da un lato il ragazzo indeciso che ha bisogno di mille conferme per ogni cosa che gli capita a tiro; e, dall’altro, lo schiacciasassi che, una volta individuati gli obiettivi, non molla l’osso costi quel che costi. Ma lui lo adora anche per questo: con lui, pensa, non ci si annoia mai; una volta sembra il cucciolo smarrito nel bosco a cui dover dare ogni forma di conforto materno e, dopo qualche istante, quel cucciolo si trasforma in una bestia feroce che ti sbrana se ti trova sulla sua strada.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. Il Bar da Iole è la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’è in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:
“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”
“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”
La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”
“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia. In quel frangente, quell’affermazione uscita malamente dalla sua bocca, ha generato in Anna un senso di sfida eccessivo. Ma, pensa, questo potrebbe essere un segnale che anche lei ha passato una settimana difficile e che l’elemento che l’ha resa difficile è stato quel bacio fuggevole del week end prima.
“Scusa non volevo essere scortese Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.
“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”
La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni: in questo loro due sono molto diversi. Lui cerca sempre di capire le situazioni in cui si trova prima di parlare; vuole capire a fondo quali sono le dinamiche tra le persone che sono coinvolte nella conversazione e solo una volta che ha compreso che ciò che sta per dire non offenderà nessuno dei presenti, allora si butta e comincia a

dialogare. Non lo fa per timidezza, ma perché ha un senso del rispetto quasi esagerato che lo porta sempre e comunque a pensare prima agli altri e poi a sé stesso. Questo vale ovviamente al di fuori della cerchia ristretta degli altri tre amici, con i quali invece si sente libero di essere sé stesso fino in fondo e sovrapporsi come e quando più gli garba, anche a volte eccedendo nei modi e nei toni.
“Stavamo parlando di te!”
Risponde laconico e secco il fratello Pietro, lasciando Gianni quasi a bocca spalancata. Vorrebbe intervenire per giustificare quanto ha appena dichiarato l’amico e fratello di Anna ma si trattiene perché sa che sarebbe molto peggio. È altrettanto convinto, conoscendo Anna, che quelle due semplici e in apparenza innocue parole, non passeranno inosservate allo scandaglio della sua mente e infatti:
“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.
Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la

verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.
Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:
“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”
Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.
Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda: noi esseri umani sembriamo esteriormente così stabili ma poi per un nonnulla ci rompiamo internamente. Ci vuole coraggio,

riflette, a vivere come fa Pietro, un grande coraggio: io, pensa, sono molto più para culo in questo senso; tendo cioè a verificare in ogni situazione quale possa essere il tornaconto migliore.’
E d’un tratto, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:
“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi:”
si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso, e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.
“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta Anna. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello

che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”
Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco di quel momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che

quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei 4 cavalieri della tavola rotonda.

Lettera di una madre a un figlio

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Estratto dal mio ultimo libro “L’incertezza

Bambino mio,
siamo arrivati qui in questo posto tu ed io, come è sempre stato da quando sei nato: tu ed io, sempre vicini! Ci stiamo parlando attraverso questo biglietto non certo per caso ma perché l’energia che a volte si genera tra due persone è tale da essere l’artefice di possibili mondi futuri: questo è uno di quei mondi!
Ti sto scrivendo queste poche righe in uno dei pochi momenti di lucidità che la morfina mi lascia ancora, perché è
nei lunghi periodi di assenza da essa provocati, che sto vivendo la meraviglia di ciò che verrà e che io riesco a
percepire ora solo come repentini e improvvisi lampi di luce che mi danno un grande senso di leggerezza!
La stessa sensazione una donna la prova quando mette al mondo un figlio: in quell’istante, sebbene sia concentrata
sul dolore, è come se si aprisse una porta sull’infinito e da quella porta uscisse la vita. Io questa sensazione ho avuto
la fortuna di viverla due volte: con te e con Maia.
Vai per il mondo, fai le tue esperienze, vivi di luce, di gioia e di urla, ma contornati anche del buio, della tristezza
e del silenzio perché solo così potrai dire di aver veramente vissuto appieno.
Ti affido Maia, stalle dietro: è un a bambina meravigliosa e sebbene abbia solo pochi mesi di vita io ho compreso,
guardandola negli occhi, che sarà una bambina e una donna fragile. Tu dovrai occuparti della sua fragilità,
prendendotene cura.
Con amore
mamma

Giallo all’ombra del vulcano – Letizia Triches — C-Side Writer

 

C-Book– Le recensioni (241) GIALLO ALL’OMBRA DEL VULCANO Letizia Triches (Newton Compton) Il lato A (la copertina) Il lato B (la storia, i protagonisti) Sicilia, terra di contrasti, di passioni, di tradizioni. In questa storia la troviamo tracciata come in un affresco con sfondo sul mare e con la presenza costante della montagna, quella che […]

via Giallo all’ombra del vulcano – Letizia Triches — C-Side Writer