Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Khamisi è talmente assorto nei suoi ricordi da non rendersi conto che lì a fianco c’è il ‘don’ che lo osserva come un padre buono e gentile osserverebbe un figlio caduto.

È giunto il momento amico mio!” la frase che arriva all’orecchio di Khamisi nel silenzio della notte lo fa spaventare; si gira e vede don Sassi al suo fianco.

“Per fare cosa don?” Khamisi fa finta di non capire per darsi il tempo di riavvolgere i pensieri. Incrocia le braccia al petto, in un gesto istintivo di auto-protezione per riprendersi dallo stupore di poco prima.

“Quando mi chiamasti la prima volta in prigione: ricordi? Mi dicesti che avevi bisogno di confessare una cosa che ti pesava sull’anima e io non te ne diedi l’occasione e non te l’ho mai data anche in seguito veramente. Ora capisci il motivo?”

“No, in verità proprio no!” Khamisi ha il viso bolso come dopo una sbronza colossale.

Ora la tua anima è pronta per rimettere quel peso; in cella non lo era!

Khamisi ha sempre pensato che quella persona che si trova di fronte, sia dotata di poteri paranormali per quella sua capacità di leggerti dentro. Gli aveva ricordato suo padre, fin dal loro primo incontro: provenivano entrambi dai ‘bassifondi’ della vita e avevano visto in faccia quanto quest’ultima sa essere puttana e bastarda con qualcuno e ai pochi che ce l’hanno fatta lottando, ha lasciato in dono una straordinaria capacità di comprendere ciò che li circonda senza necessità di tante spiegazioni.

“In realtà don, il mio subconscio probabilmente è pronto ma non sono ancora in grado di esprimere a parole ciò che sento nel profondo.” Lo guarda di traverso, in modo sfuggevole e bislacco, accennando al contempo un impercettibile sorriso insicuro, come se si vergognasse di quella sua incapacità di espressione verbale.

Non importa Khamisi, le parole sono un di più in certi casi e quasi sempre rappresentano un limite rispetto a ciò che proviamo.

A sentire quella frase Khamisi si alza dall’altalena e butta le braccia al collo del don: piange e con le lacrime sente scivolare via anche il peso che aveva sullo sterno da una vita. Aveva ragione, pensa, le parole non servono a nulla per confessare un reato commesso. Si stacca da quell’abbraccio e guarda il prete negli occhi sebbene la penombra non gli permetta di osservare il suo sguardo nei dettagli:

“Mi manca la mia terra..” lascia quella frase in sospeso; ha bisogno che sia il suo interlocutore a riempirla di significato. Si asciuga le lacrime con una manica della felpa.

Anche a me manca la mia terra e mi manca lei.” Khamisi ha un sussulto a quella affermazione. Il don sembra guardare altrove, lontano, ma non nello spazio..è un ‘lontano’ che sa di passato…e il passato, si sa, è fisso…non torna più: il suo costante desiderio di vita annega in quei ricordi amari che sanno di rimpianto.

Cos’è quella faccia?” Gli domanda il prete con tono finto accusatorio; “sei di quelli che pensano che siccome uno si è fatto prete, non deve mai avere avuto una donna?” Khamisi sorride: effettivamente il suo cervello era stato catturato da quel pensiero distorto.

Ci siamo conosciuti un pomeriggio d’autunno inoltrato: io avevo appena litigato con mio padre e in quel frangente mi ero pure preso una cinghiata sulla schiena; sai all’epoca gli esseri umani erano talmente civili che i genitori trattavano i figli come bestie.

Usa il sarcasmo il don quando vuole evitare di diventare troppo volgare a parole; “dopo quell’ennesimo scontro avuto con mio padre, ero uscito di corsa ed ero andato a sedermi su una panchina nel parco dietro la sagrestia per raccogliere le idee. Ero assorto nei miei pensieri, volevo fuggire da quella casa e d’un tratto ecco comparire lei da dietro un albero: sul momento ricordo che pensai che stessi sognando da tanto era bella.” Si ferma; l’occhio impercettibilmente si inumidisce.

Io vivevo in un piccolo paese in mezzo ai monti in provincia di Belluno all’epoca e lei era venuta a trovare la nonna: viveva a Milano coi genitori, da una vita oramai.” Lo sguardo del don è sempre più perso nel vuoto a cercare di rimescolare i ricordi con il contegno della razionalità.

“E poi com’è andata?” Khamisi pensa che questa sì che si può annoverare tra le confessioni vere, dove entrambi gli interlocutori mettono sul tavolo i fatti che riguardano la loro vita.

E poi…” si ferma un secondo per respirare a fondo, “…io scelsi il seminario; ti ho detto che volevo fuggire…

Il prete tronca quella conversazione piena di mille risvolti emotivi che provocano dolore e Khamisi si accontenta di quella vaghezza, senza fare ulteriori domande; preferisce riempire i dubbi con la propria immaginazione. ‘Tanto,’ pensa, ‘cosa cambia? Indietro non si può più tornare quindi va bene così; va bene rispettare questa necessità del don di essere vago e laconico.’

“Pensi si possa, Pietro, arrivare al tramonto della vita senza avere qualche rimpianto?” Lo ha chiamato per nome perché è la prima volta che lo sente come un parigrado; in passato, per quanto si fossero spinti a parlare praticamente di tutto lo scibile umano, Khamisi comunque aveva mantenuto una certa distanza per rispetto dell’abito che portava il suo interlocutore. Per quanto don Sassi fosse un prete sopra le righe, comunque per Khamisi rappresentava una istituzione di quella società che lo aveva adottato e nella quale viveva e come tale andava rispettato. Ma in questo frangente lo sente veramente come un fratello.

Non credo si possa arrivare alla fine senza qualche rimpianto; è troppo difficile da interpretare la vita per non averne e sono tanti i dubbi a cui nessuno ci darà mai risposta.

Khamisi ride di quella affermazione; “certo che sei proprio un prete strano tu!”

“È per questo che ti voglio un bene dell’anima Khamisi, perché ti fai andare bene le cose e le persone per quello che sono!”

“Perchè conosci qualche alternativa?” Ridono entrambi di questa conversazione un po’ strana, che a prima vista sembra non avere né un capo né una coda ma che nasconde delle profondità emotive importanti.

E dalle risate di poco prima Khamisi estrae un ricordo dell’infanzia:

“Amavo correre a piedi nudi con lui, con Babatunde: mi dava un’idea di estrema libertà andare per le strade polverose di quei posti fino ad arrivare al mare: ho sempre pensato che di corsa sarei potuto arrivare ovunque…” Khamisi lascia sospese nel vuoto le parole, facendo trapelare una vena di tristezza nella voce.

“..E invece sei arrivato solo qui…” si inserisce il don in quella frase mozzata, con ancora più amarezza di quella espressa da Khamisi poco prima.

“No, la mia non voleva essere ingratitudine nei riguardi della vita e tantomeno nei tuoi confronti e ti chiedo scusa se ti ho dato questa impressione. Sono stato un uomo fortunato e se ci penso ho comunque fatto un sacco di cose, contando che per un terzo circa della mia vita sono stato rinchiuso in quella cella!”

“Hai ancora un sacco di cose in sospeso Khamisi: quella di adesso è solo una parentesi nella tua vita, credimi!”

“Ho 65 anni e dopo 20 anni di carcere mi fa paura anche solo pensare di andare a prendere l’autobus! Il carcere ti trasforma dentro le viscere, ti toglie ogni dignità e ogni desiderio di rinascere e quando esci da quel cancello, ti lascia a terra senza più alcuna prospettiva!”

“Si, soprattutto se paghi per qualcosa che non hai commesso;” afferma duro il prete. Era l’unico che aveva creduto all’innocenza di Khamisi; gli era bastato un semplice sguardo per capire che quell’uomo non avrebbe mai potuto commettere quel barbaro omicidio di cui era stato accusato.

“Dovevo comunque pagare per quello che avevo fatto a Babatunde tanti anni prima: è stato giusto così!”

“Hai pagato per un reato che non hai commesso Khamisi! Non sono le pene che gli uomini infliggono ad altri uomini a riequilibrare i fatti della vita, ma il modo in cui noi troviamo dentro le risposte alle colpe che ci portiamo sulle spalle! Tutto è nelle nostre mani caro mio, tutto!”

“Compreso andare a prendere l’autobus?” scherza Khamisi per allentare un po’ la tensione di quel momento.

“Compreso quello, testone mio.” Ridono entrambi di gusto.

“Prima mi hai detto che da piccolo pensavi che saresti potuto andare ovunque di corsa.”

“Sì lo ricordo come fosse adesso. Non avevo paura di nulla perché sentivo nel cuore che in qualunque situazione mi fossi trovato, le mie gambe e la corsa mi avrebbero salvato!”

“Ricomincia da lì Khamisi, ricomincia da quella percezione che avevi da piccolo.” La voce di don Sassi gli sembra provenire da molto lontano, da tanto è assorto nel ricordo degli allenamenti sfiancanti a cui lo sottoponeva Fever.

‘Ricominciare dalla corsa’, pensa, ‘ ma per andare dove?’

“All’epoca avevo una vita davanti;” la voce di Khamisi esce sottile e incerta a rimarcare il rammarico del tempo passato.

“Anche adesso ce l’hai, credimi! Tu hai una missione, proprio come ho io qui e come ogni uomo ha nella propria vita: la tua missione è ritrovare tuo figlio, nel cuore prima e fisicamente poi!”

Si sta allontanando il don quando pronuncia l’ultima parola di quella frase che colpisce Khamisi come un proiettile in pieno petto. Ora il freddo si è fatto insopportabile: è bene che rientri e pensi a quanto gli ha appena vomitato in faccia il prete. Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno

Pubblicato da

giacomomanini

Sono uno scrittore indipendente che scrive perché ama farlo: la scrittura, come la pittura, sono le mie due grandi passioni da quando sono adolescente, sebbene non mi sia mai cimentato, pubblicando nulla fino a “ieri”. Poi una notte, svegliatomi di soprassalto, mi sono sentito chiamare sottovoce dalla musa dell’ispirazione e da quel momento, in meno di due mesi ho scritto tre romanzi, uno edito e gli altri due che verranno pubblicati nei prossimi mesi. Scrivo perché amo farlo e da oggi in poi chi avrà voglia, potrà seguirmi leggendo i miei romanzi che parlano di emozioni e sentimenti, di quegli alti e bassi della vita con cui tutti noi dobbiamo fare i conti quotidianamente. Le paure, le gioie, le frustrazioni, sono ciò che danno vita al mio mondo interiore, lo stesso mondo interiore che io, con grande umiltà, desidero condividere con chi vorrà seguirmi avventurandosi con me tra gli abissi e le cime dei paesaggi interiori che mi diverto a creare nelle pagine dei miei libri.

8 commenti su “Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1”

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.