Parte 4 Una scelta che vale una vita

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo
Parte 2 – Vita di coppia a quattro
Parte 3 – Scegliere di essere diversi

 

Episodio 4

L’ascensore si era fermato al piano attico di un condominio signorile situato nel pieno centro di Bologna; la porta si era aperta e i due si erano ritrovati catapultati in un unico ambiente molto grande e luminoso. Al centro della sala, là in fondo, Anna vedeva un divano a sette posti di color rosso acceso: quel colore così ricco di tono creava un contrasto quasi eccessivo rispetto al bianco candido del resto del mobilio. A fianco del divano due file da 5 di poltrone dal design originale, una per lato, chiudevano a ferro di cavallo quella zona della sala.

Anna aveva strizzato gli occhi appena entrata in quell’ambiente: l’illuminazione a giorno si rifletteva sui mobili chiari creando un effetto bagliore quasi accecante per il cambio repentino di intensità rispetto alla luce soffusa del vano ascensore. Lui si muoveva in modo sicuro in quel luogo che sembrava stato progettato a regola d’arte attorno alla sua figura. Anna aveva percepito fin da subito che la stessa cura nei dettagli che lui metteva nello svolgere il suo lavoro da consulente, era stata riposta anche nella progettazione e nell’arredo di quello spazio dal design innovativo. Tutto era all’insegna dell’high tech e dell’ottimizzazione degli spazi.

Aveva coperto i pochi passi che lo dividevano da un mobile bar posto sulla parete alla destra dell’ascensore e con un leggero tocco di polpastrello, aveva aperto un vano a scomparsa contenente ogni tipo di whisky e altri liquori prestigiosi.

Era uno dei consulenti più ricercati dalle aziende di mezza Italia: quando c’erano in vista delle ristrutturazioni che coinvolgevano progetti di fusioni e internazionalizzazioni, non c’era impresa che non pensasse a Claudio Zanetti, 45 anni, ingegnere, 5 anni come capo progetto all’interno di una delle aziende di consulenza strategica più importanti del mondo e da una decina d’anni a capo della sua impresa di consulenza la Za.Cla spa.

Era molto sicuro di sé, determinato: mai una indecisione a incrinare quel suo modo di parlare calmo, preciso, senza alcuna sbavatura. Da qualche settimana stava lavorando a stretto contatto col padre di Anna e con i dirigenti della Las.var Spa per gestire la fusione dell’azienda con la multinazionale che avrebbe dovuto portare alla Las.Var una nuova piattaforma tecnologica su cui poter implementare la linea di prodotti del futuro oltre a parecchi fondi da investire per entrare su nuovi mercati.

Quel pomeriggio Anna si era presa una pausa dagli studi che nell’ultimo periodo le stavano creando qualche cruccio e non poche difficoltà e si era recata in azienda dal padre. Nell’ultimo periodo il padre stava spingendo affinché lei si laureasse il più in fretta possibile e cominciasse a entrare nei meccanismi complessi del mercato nel quale l’impresa operava. In quell’occasione era stata coinvolta nella riunione che si teneva nell’ampia sala posta nell’ala est dello stabilimento di Bologna alla presenza del consulente, Claudio Zanetti e di 4 dirigenti preposti ai rispettivi reparti strategici dell’azienda, per discutere i punti salienti della fusione. Si era seduta su una sedia in disparte dal grande tavolo riunioni pieno zeppo di fogli con grafici e proiezioni, con l’unico intento di ascoltare con estrema umiltà, per cercare di capire qualcosa di quanto si stava discutendo in quel luogo. Le aveva dato l’impressione di essere in un monastero di monaci intenti a studiare le sacre scritture, tanto i 6 erano presi dall’analizzare dati, statistiche di mercato e bilanci della multinazionale con cui da lì a poco avrebbero annunciato la fusione.

“La prego Anna, si unisca a noi: un punto di vista esterno in questi casi può essere fondamentale.”

La voce di Zanetti era calda, presente, coinvolgente e le aveva fatto vibrare dentro delle corde che lei non aveva mai pensato di avere; per di più si era rivolto a lei con fare gentile, coinvolgendola in quel discorso tra adulti che profumava di soldi e di rischio ponderato. Quel mondo la affascinava, molto di più di quanto la affascinasse la vecchia vita all’insegna del divertimento e dell’amicizia spontanea. Sentiva il bisogno di crescere e percepiva quella come la carta da spendere per poter entrare nel mondo degli adulti dalla porta principale.

Era di colpo diventata rossa a quelle parole del consulente, non tanto perché si vergognasse di qualcosa, quanto perché quei modi di fare del manager l’avevano eccitata; lei che era abituata con Gianni a dover sempre prendere in mano la situazione in ogni cosa, piccola o grande che fosse a causa di quella costante incapacità che lui aveva di decidere riguardo le cose.

Avvicinandosi all’ampio tavolo riunioni,  si era immaginata di essere a capo dell’azienda intenta a impartire ordini e direttive a squadre di uomini e donne pronti a scattare ad un suo semplice cenno della testa e questo pensiero stava deformando lentamente e in modo indelebile, le percezioni di ciò che le girava intorno in quel periodo: il potere lentamente e inesorabilmente stava iniziando a prendere possesso di lei e insieme ad esso lei cominciava in modo impercettibile a cambiare anche i suoi comportamenti che da accomodanti e all’insegna della giovialità di alcune settimane prima, stavano pian piano assomigliando sempre più ai modi rudi, aggressivi e a volte volgari del padre.

Alla fine di quella riunione durata alcune ore, durante le quali lei aveva pure avuto il coraggio di intervenire, chiedere informazioni e dare qualche parere, sempre sollecitata dai modi gentili e sicuri di Zanetti che, come un mastro artigiano intento a lavorare la creta, stava modellando la materia dentro di lei con dovizia di particolari, aveva sentito un desiderio morboso e un po’ lurido di conoscere meglio quell’uomo che le stava piacevolmente facendo il solletico allo stomaco e da lì, quasi ci fosse un collegamento diretto, le stuzzicava il basso ventre. Era come se lui avesse percepito quella vibrazione che si stava prendendo gioco di lei e delle sue interiora e con quel fare garbato ma deciso le si era avvicinato sulla porta della sala riunioni e le aveva sussurrato a un orecchio, facendole venire i brividi ai lombi:

“Anna io mi fermo a bere qualcosa in centro prima di andare a casa: ti va di farmi compagnia?”

Era passato alla forma colloquiale del ‘tu’ senza chiederle il permesso perché aveva percepito qualcosa in lei che lo aveva spinto ad andare oltre e lei non aveva minimamente pensato che sarebbe stato quantomeno cortese avvisare Gianni, non tanto perché bere un aperitivo con una persona quasi sconosciuta fosse qualcosa di sbagliato, quanto perché, fino a qualche mese prima, erano soliti dirsi e condividere ogni cosa. Ma in quel frangente aveva sentito il desiderio profondo di mentirgli per il gusto di avere un segreto, come segreti dovevano rimanere i pensieri erotici e le fantasie hard che aveva se pensava a quell’uomo. Oltretutto erano mesi che le cose tra lei e Gianni non andavano più come una volta e lei cominciava a vederlo più come un bel ricordo del passato che non aveva però più niente a che vedere con ciò che avrebbe voluto da sé stessa nel futuro.

“La accompagno volentieri dottore!”

E dal pub in centro, nel quale si erano recati per bere qualche bicchiere di troppo di prosecco millesimato, tra una battuta fatta sopra le righe da lui e qualche ammiccamento con occhi da cerbiatta scema di lei, erano giunti all’attico di Zanetti.

“Accomodati, prego! Qualcosa da bere?”

“Che mi consigli?” Era passata al ‘tu’ appena arrivati al pub dopo che lui, con modi affettati da cascamorto attempato le aveva detto che si sarebbe offeso e sentito vecchio se lei non lo avesse fatto.

“Faccio io Anna!”

Giocava a fare l’uomo navigato: la preda era lì nella sua tana, tutto era stato condotto fino a quel momento nel migliore dei modi. Bastava solo non si facesse prendere dal desiderio di arrivare al dunque troppo in fretta e il gioco era fatto. Gli serviva però un escamotage per riprendere e approfondire il discorso iniziato in macchina in merito al fidanzato con cui Anna stava avendo qualche problema, infilarcisi in mezzo giocando sull’esperienza data dai 20 anni in più di lei, dimostrando disponibilità e comprensione in merito alle sue preoccupazioni e rimostranze, dispensando qua e là qualche consiglio finto disenteressato.

Si era recato al mobile bar vicino all’ascensore e aveva versato 3 dita di ‘ABERLOUR 23 YEARS OLD VALINCH & MALLET’ in due bicchierini a forma di gnomo e aveva fatto ritorno con passo deciso al grande e avvolgente divano bianco al centro della sala.

Anna nel frattempo si stava guardando in giro: stava cercando di capire che tipo di persona fosse Claudio Zanetti nella vita privata; che vestiti indossava durante il week end, cosa pensava quando non era immerso in strategie e fusioni aziendali. Voleva capire cosa si nascondeva nello spazio fuori dal lavoro di una persona che, come lui, aveva fatto del mondo del business la sua esistenza: era come se stesse studiando se quella vita avrebbe potuto diventare la sua, magari riadattandola in parte al suo modo di essere.

“Quindi mi dicevi del tuo fidanzato prima in macchina..” Aveva lasciato la frase volutamente in sospeso sperando che fosse Anna a riprendere l’argomento: era come un leone nascosto in mezzo all’erba alta nella savana che stava studiando le mosse della preda per trovare il momento idoneo a sferrare il colpo.

“Mah, è difficile da spiegare cosa ci stia capitando: io so che prima tutto tra di noi accadeva in modo spontaneo e oggi non ci azzecchiamo più in nulla!” Aveva buttato giù mezzo bicchiere di whisky in un sorso solo: aveva bisogno di benzina in corpo per andare fino in fondo in quella occasione.

“Anna è normale: mi pare di capire che siete cresciuti insieme e come spesso capita, la donna matura prima dell’uomo e quindi tra i due pian piano si crea una distanza difficile da colmare.”

Stava calibrando le parole e alternava il parlato con gesti ampi e voluttuosi.

“E’ proprio così Claudio; non avrei potuto esprimere meglio ciò che provo.”

Si era sentita capita da quell’uomo di vent’anni più grande e ora che il whisky cominciava a prendere possesso del suo corpo si sentiva più disinibita. Si  era sciolta la coda di cavallo e i lunghi capelli neri le erano caduti morbidi sulle spalle e sulla schiena. In quell’istante aveva sentito il desiderio di possedere quell’uomo sebbene a ben vederlo, lì nel suo ambiente, con quelle movenze posticce e costruite, non le sembrava nemmeno un granché fisicamente. Ma non importava; il mondo che lui rappresentava la ammaliava completamente e quel mondo lei quella sera lo voleva fare suo a tutti i costi. Era come se un rapporto completo con Claudio Zanetti rappresentasse il biglietto di ingresso nell’arena dei manager e lei quell’occasione non se la voleva lasciare sfuggire.

Si era slacciata il primo bottone della camicetta e si era seduta sul divano: si era voltata e lo aveva guardato fisso negli occhi. Lui le si era avvicinato e si era inginocchiato tra le sue gambe; aveva appoggiato il bicchiere di whisky per terra e aveva cominciato a baciarle le mani. A lei quel gesto l’aveva infastidita e non poco: aveva bisogno di aggressività da quel partner quella sera e non certo di gesti da verginello diciottenne. Aveva ritratto le mani quasi con rabbia e lui al momento quel gesto non lo aveva capito a pieno. Si era riavvicinato e le aveva slacciato il bottone della camicetta  all’altezza dell’ombelico, aveva cautamente appoggiato le labbra ai lembi della camicetta semi aperta e aveva infilato dentro la lingua a cercare il buco dell’ombelico. Ora si che ci siamo aveva pensato lei in modo morboso. Sentiva la lingua di lui muoversi in tondo con grande foga e questo aveva trasmesso una sensazione di forte calore al basso ventre; lei gli aveva accarezzato i capelli e gli aveva spinto la testa giù verso il suo sesso.

Voleva trasgredire, fare cose luride; aveva bisogno di andare eccessivamente oltre il limite.

Si era sbottonata i jeans e se li era calati insieme agli slip: lui si era fermato di colpo.

“Non ti fermare!”

A quella richiesta di Anna, l’uomo si era alzato e, recatosi con foga in una stanza attigua per tornare dopo alcuni istanti con qualcosa in mano. Anna aveva pensato che fossero preservativi e per un attimo aveva riflettuto che non era quello che voleva: quell’uomo non aveva capito che lei voleva fare sesso senza preservativo e trasgredire fino in fondo, prendendosi dei rischi forse anche eccessivi. Quando lui si era avvicinato al divano, Anna aveva notato che tra le mani aveva una bustina di polvere bianca.

“Io non faccio uso di droghe mi spiace!”

All’improvviso era tornata fuori la vecchia Anna, quella ragazza spensierata a cui piaceva divertirsi con gli amici senza avere troppi grilli per la testa. Aveva pronunciato quelle parole mentre con fare impercettibile si era ritratta un po’ da quell’uomo che ora le sembrava meno interessante di prima.

“Solo un tiro Anna; sentirai che libidine fare sesso sotto l’effetto della cocaina! Solo un tiro, non ti succede nulla.”

Anna era combattuta: la droga era una cosa che le aveva sempre fatto paura ma al contempo sentiva il bisogno di provare cose nuove e calarsi fino in fondo in quella parte.

L’uomo nel frattempo aveva versato la cocaina su un tavolino a fianco del divano e la stava distribuendo in due strisce lunghe 5/6 centimetri sulle quali ci si era buttato a capofitto immergendoci il naso. Quando era riemerso, sporco di polvere bianca sotto le narici, era come se fosse stato sott’acqua per ore: era rosso in viso, pupille dilatate e stava assumendo un comportamento vagamente euforico.

“A toi!” Le aveva passato la bustina con fare deciso: voleva che fosse lei a gestire quella sua prova iniziatica fino alla fine. Anna aveva versato un mucchietto di polvere bianca sul tavolino, le mani tremolanti. Con gesti inesperti aveva usato la carta di credito che lui aveva lasciato appoggiata sul divano: sembrava una farmacista per quanta precisione e meticolosità metteva in quei gesti inesperti. Si era abbassata fino a toccare col naso il piano del tavolino e con fare impacciato e insicuro aveva aspirato la cocaina chiudendo gli occhi.

All’istante aveva sentito un forte bruciore alle narici e niente più: si era seduta sul divano scolando quello che era rimasto del whisky nel bicchiere. Lui nel frattempo si era bagnato la punta del dito indice, l’aveva immersa nella bustina e gliela aveva passata tra l’arcata dentaria e il labbro superiore.

I battiti cardiaci stavano aumentando un secondo dopo l’altro e insieme ad essi aveva cominciato a percepire il mondo intorno a lei con maggiore intensità: i suoni, i colori, gli odori, tutto le sembrava più denso, carico di energia e materia e questa sensazione si era trasformata in lei di lì a poco in una forma di onnipotenza e di desiderio di dominio: aveva cominciato a ridere e a roteare la testa come se fosse in preda a una forma di isterismo.

Si sentiva potente, padrona della sua vita, come non era mai stata.

Si era alzata e lo aveva spinto con forza sul divano sedendocisi sopra con fare deciso. Nessuno le aveva mai insegnato quello che stava facendo in quel frangente, con quella intensità e quella foga: era come se la droga stesse estraendo dal suo corpo un’altra Anna che per anni era come rimasta nascosta nell’ombra.

L’uomo era perso completamente nel suo mondo: quel repentino cambio di comportamento di lei lo aveva completamente disorientato; era in totale balia di quella ragazza che, fino a un paio di ore prima, credeva di dover prendere sotto la sua ala protettrice da adulto vaccinato e instradarla ai piaceri del sesso.

Anna di colpo si era spostata di lato e, sfilatasi i jeans e le mutandine con gesti furtivi, gli era salita sopra con foga; si muoveva con gesti meccanici, violenti…erano gesti rapiti, che assomigliavano più a degli spasmi nervosi che ad atti di una persona consapevole di ciò che stava facendo…erano una sorta di rito di passaggio che sanciva l’uscita di Anna dalla sua vita di ragazza ‘acqua e sapone’ e la sua conseguente entrata in quello strano, slabbrato mondo degli adulti…

…e poi ogni cosa era precipitata nella concitazione del momento…lui che ansimava in preda alla eccitazione, lei che aumentava il ritmo e la ruvidezza dei movimenti…fino ad un ultimo lamentoso guaito che aveva sgonfiato l’uomo come un palloncino domato da quella virago insospettabile…

Lei si era staccata dal corpo di lui ancora ansimante e si era accasciata sul divano, poggiata sul fianco destro.

Era folle di rabbia, tesa come una corda di violino: sentiva dentro un’aggressività che non aveva mai provato. Si era sorpresa di quanto la droga avesse modificato anche i suoi pensieri e gli atteggiamenti che aveva verso il mondo che la circondava.

L’uomo era praticamente morto sul divano: ad Anna sembrava un grande pesce lesso lasciato a morire sull’arenile in agosto; le faceva quasi schifo adesso e quella sensazione le aveva fatto venire una gran voglia di fuggire da lì il più lontano possibile.

Ora è seduta sul water del bagno al piano di sopra dell’enorme appartamento su due piani nel quale vive col fratello Pietro dall’inizio dell’università e sta ripensando a quella serata rocambolesca di quasi 20 giorni prima. Sta piangendo mentre stringe tra le mani il kit a forma di penna/termometro del test di gravidanza.

“Due linee rosse cazzo!”

Ripete a voce alta quella frase mentre dimena la testa lentamente a destra e sinistra con i gomiti appoggiati alle cosce. Sente un lieve formicolio alle gambe: le sembra di essere seduta sul water da una vita e da alcuni minuti ha scoperto che il test ha dato riscontro positivo. Non ci sono dubbi che quelle due linee rosse sono la conseguenza di quella serata folle con Claudio Zanetti di 3 settimane prima; ne è certa perché con Gianni sono oramai un paio di mesi che non fanno più l’amore e altri rapporti extra non ne ha avuti.

Claudio Zanetti, nei giorni successivi aveva cercato di contattarla in modi a volte molto insistenti ma lei si era fatta negare finché un pomeriggio gli ha sparato in faccia in modo diretto, che tra di loro non c’era nulla e quanto successo giorni prima era stato solo un enorme, drammatico errore.

Avrebbe bisogno di parlare con Paola, la sua amica da una vita ma è troppo coinvolta nella storia, essendo sorella di Gianni, per poter sperare in un suo atto di comprensione in merito.

Se pensa a quanto è successo quella sera, in lei si alternano pensieri di natura opposta e contraddittoria: in alcuni momenti sente un peso enorme sulla coscienza per aver tradito Gianni a quel modo, con quella volgarità di movenze, pensieri e parole. In altri invece, quando percepisce che il suo passato non ha più su di lei una grande attrazione cerebrale, emotiva e fisica, ricorda quella serata con una vena quasi di orgoglio per essersi lasciata andare alle proprie fantasie facendo uscire un lato di lei che non sapeva di avere. Tra l’altro, se riflette a fondo, le piace quella natura da dominatrice; la fa sentire padrona di se stessa e della sua vita. Se dovesse scegliere tra la sensazione di debolezza data dal sentirsi in colpa e l’energia di quei momenti in cui si è lasciata andare, non ha dubbi, sceglierebbe mille volte la seconda.

Da un lato sarebbe tentata di svelare a Gianni quanto successo quella sera; lui non si merita affatto di essere trattato così, per quante mancanze le abbia dimostrato in questi ultimi mesi è comunque una persona che le è accanto da una vita e, pur tra tanti alti e bassi, sente che un pezzo di lei appartiene in qualche modo a lui. In altri momenti invece sente il desiderio di tenersi dentro quanto successo perché in fin dei conti quella è una cosa che riguarda solo lei e il suo futuro e Gianni lo sente un pezzo importante di sé ma che fa parte in modo indissolubile del suo passato da cui sente di volersi distanziare.

Riesce finalmente a calmarsi e il pianto di qualche minuto prima lascia il posto a una serie di respiri ravvicinati che le creano un pò di affanno. Esce dal bagno, gli occhi gonfi come se avesse appena partecipato ad un incontro di boxe durato quindici riprese e si trova la faccia di Pietro praticamente a venti centimetri dalla sua.

“Che cazzo ci fai tu qui, mi stavi tenendo sotto controllo da fuori la porta?”

Il tono della voce è un misto di rabbia e disperazione e il suono è impastato, come se avesse appena ingoiato una spugna.

“Buongiorno anche a te adorata sorellina!” La canzona lui con tono scherzoso.

“Stavo per entrare in bagno Anna, niente più! Non sapevo tu fossi qui; di solito non vieni mai in questo bagno a meno che non ti debba riparare dal mondo e a ben guardare i tuoi occhi, forse questa mattina hai avuto bisogno di nasconderti da qualcosa che si sta aggrappando alla tua coscienza.”

Anna pensa che suo fratello ha sempre avuto quel modo aulico di parlare che non si addice per nulla alla sua corporatura massiccia da scaricatore di porto: è come se da piccolo gli avessero innestato la gentilezza e la fragilità di Leopardi dentro quel corpo da Schwarzenegger.

“E poi calmati su,” prosegue il fratello, “sembra che hai visto una tigre nel bagno. Che cosa ti sta capitando sorellina mia!”

“Pietro ho bisogno di parlarti!” Il tono di lei è concitato, deve a tutti i costi liberarsi di quel peso che ha sulla coscienza; in più ora c’è il problema di quella gravidanza. Una lacrima le riga la guancia destra. Gli occhi di Pietro si fanno grandi e il suo sguardo avvolge quello di lei come fosse una coperta calda attorcigliata attorno alle sue ansie e preoccupazioni.

“Andiamo nella mia stanza!”

Percorrono i pochi metri che dividono il bagno del secondo piano dalla stanza di Pietro.

“Pietro ti ricordi quando eravamo più piccoli e tu mi dicevi che al mondo non dovevo vergognarmi né avere paura di nulla, qualunque cosa avessi combinato?”

“Certo che lo ricordo Anna!”

Il tono del fratello, da caldo e avvolgente di poco prima, si sta facendo concitato: sente dentro che questa volta Anna l’ha combinata grossa a giudicare dall’agitazione che la avvolge dentro e fuori.

“Sono incinta Pietro e il bambino non è di Gianni!”

Pietro è irrigidito; mascella abbassata e sguardo bolso; si prende la testa tra le mani e comincia a scuoterla.

“Questa non ci voleva; questa proprio non ci voleva!”

“Grazie per il conforto Pietro!” Si sovrappone lei in tono sarcastico.

“Ma ti rendi conto di cosa hai combinato alle spalle di Gianni? Chi sarebbe questa persona con cui hai deciso di fare un figlio?”

“Io non ho deciso di fare un figlio con nessuno brutta testa di cazzo!”

La conversazione comincia a surriscaldarsi: Anna non pensava che Pietro reagisse a quella maniera; lui è sempre stato l’anima gentile e riflessiva del gruppo di amici, colui che trovava sempre la migliore soluzione ai problemi degli altri, di qualunque natura essi fossero.

“Certe cose capitano e basta!”

“Ah beh si certo: una è sull’autobus che si muove da un punto all’altro della città e quando scende si ritrova con un bambino in grembo inaspettatamente!”

Lui non molla con quel tono accusatorio; si percepisce che quella vicenda lo tocca da vicino e non certo per il contenuto ma per la persona su cui, questa notizia, avrà delle conseguenze: Gianni.

“Cazzo Pietro, non fare del sarcasmo con me, proprio tu, con quello che hai combinato in azienda da papà!”

“E questo che cosa c’entra Anna con il tuo problema che hai appena esposto!”

“C’entra; c’entra perché sei sempre stato un ipocrita ridicolo!”

Anna sta letteralmente perdendo le staffe; non ha più voglia di proseguire quella conversazione; sente di avere sbagliato a raccontare al fratello una cosa del genere.

“Gianni non se lo merita, Anna! Proprio non se lo merita!”

“E tu che ne sai di cosa si merita lui?” Ribatte lei di getto.

“Io lo conosco meglio di te brutta stronza! Tu lo hai sempre e solo sfruttato; hai approfittato della sua apparente fragilità, sempre, e quest’ultimo episodio ne è la palese dimostrazione!”

È rosso in viso Pietro, la vena giugulare gli pulsa e parla col dito puntato contro Anna; quella vicenda, che in apparenza dovrebbe coinvolgere solo Anna e Gianni, ha quasi sconvolto più Pietro di lei.

“Stai parlando come papà, la persona che tu più odi al mondo Pietro! Ma tu sei peggio di lui; almeno lui è coerente con sé stesso; invece tu, all’esterno ti comporti e parli in modo completamente diverso da ciò che sei veramente dentro! Mi fai schifo Pietro, tu e tutti quelli come te!”

“Devi confessare a Gianni quello che hai fatto Anna! Se non vuoi farlo per lui, fallo per la nostra amicizia! Ci conosciamo da quasi 18 anni oramai.”

“Che cosa c’entra il fatto che ci conosciamo da 18 anni? Io non vi devo nulla hai capito? Questa è la mia vita e avevo pensato di trovare una spalla amica che mi potesse confortare e invece non ho trovato altro che un bacchettone del cazzo!”

“Non ti permetto di parlare così di me hai capito!”

Pietro sta urlando: è la prima volta che gli capita di urlare in quella maniera e non è per quello che Anna ha appena detto, bensì per quello che la sorella ha fatto a Gianni, verso cui lui sente un bisogno atavico di protezione fin da quando erano piccoli.

“Tu sei una ingrata del cazzo! Non te lo meriti quel ragazzo! Non te lo meriti!”

E su quella frase ripetuta, esce dalla sua stanza sbattendo la porta, lasciando Anna sola con i suoi problemi.

 

 

Pubblicato da

giacomomanini

Sono uno scrittore indipendente che scrive perché ama farlo: la scrittura, come la pittura, sono le mie due grandi passioni da quando sono adolescente, sebbene non mi sia mai cimentato, pubblicando nulla fino a “ieri”. Poi una notte, svegliatomi di soprassalto, mi sono sentito chiamare sottovoce dalla musa dell’ispirazione e da quel momento, in meno di due mesi ho scritto tre romanzi, uno edito e gli altri due che verranno pubblicati nei prossimi mesi. Scrivo perché amo farlo e da oggi in poi chi avrà voglia, potrà seguirmi leggendo i miei romanzi che parlano di emozioni e sentimenti, di quegli alti e bassi della vita con cui tutti noi dobbiamo fare i conti quotidianamente. Le paure, le gioie, le frustrazioni, sono ciò che danno vita al mio mondo interiore, lo stesso mondo interiore che io, con grande umiltà, desidero condividere con chi vorrà seguirmi avventurandosi con me tra gli abissi e le cime dei paesaggi interiori che mi diverto a creare nelle pagine dei miei libri.

6 commenti su “Parte 4 Una scelta che vale una vita”

    1. Si affascina molto anche a me…in generale sono attratto dai personaggi che trovano il fondo e trovano la forza per rialzarsi e ripartire…la vita credo sia un continuo procedere per tentativi ed errori..grazie e buona giornata Matilde!

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