Parte conclusiva – Ritorno all’ovile

Di seguito le precedenti puntate: Parte 1 Toccare il fondo Parte 2 – Vita di coppia a quattro Parte 3 – Scegliere di essere diversi Parte 4 Una scelta che vale una vita Parte 5 L’incontro Parte 6 Il duplice malinteso Parte 7 L’indizio Parte 8 L’anima gemella Parte 9 È giunta l’ora Parte 10 Incontri che cambiano la vita È il 25 dicembre 2017: la tavola è ricca di vari tipi di cibarie, tutte abbondantemente ricolme di grassi e calorie. Le persone sedute a tavola sono immerse in una felicità che va al di là della convivialità del momento: oltre a vari parenti e qualche amico che sono soliti unirsi ai festeggiamenti in casa di Franca e Tonino, ci sono anche altre due persone che sono giunte inaspettate in quella casa da molto lontano la sera prima: Anna e Paola. Paola, da quando il fratello Gianni era scomparso, non aveva più festeggiato il Natale in famiglia perché erano troppi i ricordi di loro da piccoli durante il periodo delle festività e tanto il dolore che essi continuavano a provocare se stimolati. Le due amiche erano arrivate a Bologna il giorno prima dal Messico dopo 14 ore di volo e tre di treno. All’aeroporto Malpensa, Anna e Paola si erano guardate negli occhi e come se stessero leggendo un copione di cui conoscevano le battute a memoria avevano recitato all’unisono: “Io senza di te non vado da nessuna parte.” E così avevano deciso di proseguire per Bologna col treno. Quel ritorno a casa di Paola per Natale aveva diversi significati più o meno espliciti: il primo e il più importante di tutti era che Paola voleva presentare ufficialmente in famiglia la sua compagna. I genitori erano da molti anni al corrente del fatto che la figlia era omosessuale e questo non aveva mai creato grandi problemi a quella famiglia che faceva dell’apertura di mente la propria spina dorsale: addirittura era la madre che in diverse occasioni aveva chiesto a Paola informazioni sulla sua vita sentimentale, preoccupata di non avere mai visto a fianco della figlia qualcuno che non si potesse annoverare tra la cerchia di amici. Ma lei non aveva mai sentito il bisogno di coinvolgere i famigliari nella sua vita privata perché nessuna delle persone con cui era stata in passato era degna di nota. Ma Anna era Anna e soprattutto, conoscendo i suoi genitori, Paola sapeva che avrebbe donato loro una felicità immensa alla notizia che quella che un tempo era stata quasi una seconda figlia per loro, ora era diventata la sua compagna ufficiale. Dal canto suo Anna aveva una voglia viscerale di rivedere Franca e Tonino: quando era piccola, li considerava come due genitori aggiunti, anzi, in più di un’occasione aveva sentito più affetto per loro che verso i genitori veri. C’era poi un altro motivo che aveva spinto Paola a voler ritornare all’ovile: voleva mettere i genitori a conoscenza del fatto che Gianni era vivo, sebbene l’esito di quella loro sortita a Zihuatanejo non fosse stato positivo.  Fino a quel momento non aveva voluto coinvolgerli, tenendo segreto il motivo di quel suo girovagare per due continenti, per non generare in loro delle false aspettative in merito ad un evento che aveva più probabilità di insuccesso che di riuscita; non voleva che ripiombassero in quella melmosa forma di apatia che li aveva colpiti dopo che Gianni era scomparso e di lui non si erano più trovate tracce. Il viaggio a Zihuatanejo non era proprio andato come si aspettavano: avevano sperato una volta giunte in Messico, di essere arrivate alla fine di quella sorta di caccia al tesoro davanti a cui le aveva messe Pietro, ma nulla di concreto era emerso da quel girovagare. Erano atterrate all’aeroporto di Ixtapa dopo un volo con scalo a Città del Messico proveniente da Madrid e in taxi si erano recate direttamente all’indirizzo indicato sulla cartolina che aveva consegnato loro il proprietario del Bi-bi Restaurant un paio di giorni prima. Gianni abitava in un condominio moderno sito sul lungomare di Zihuatanejo: all’entrata, il portiere aveva informato le due donne che lui e l’amico grande e grosso che stava con lui da un paio d’anni, era qualche mese che non si vedevano e in quel frangente aveva consegnato loro una cartolina. Anna e Paola si erano sedute sui tre scalini proprio fuori dall’entrata del condominio alquanto sconsolate, ma comunque curiose di capire se quel gioco avrebbe prima o poi avuto una fine. Si erano per un attimo guardate negli occhi e in quello sguardo avevano trovato la reciproca consapevolezza di voler andare fino in fondo perché ne sarebbe valsa comunque la pena. Sul retro della cartolina una citazione: la calligrafia era, ancora una volta, quella di Pietro: ‘Ho attraversato mari, ho lasciato dietro di me città, ho seguito le sorgenti dei fiumi e mi sono immerso nelle foreste. Non ho mai potuto tornare indietro, esattamente come un disco non può girare al contrario. E tutto ciò a cosa mi stava conducendo? A questo preciso istante.’                                                                        Jean-Paul Sartre Sul fronte della cartolina, una foto di Enrico Fermi, il famoso scienziato premio Nobel italiano. Il pranzo di Natale in casa dei genitori di Paola si è appena concluso: Anna per la prima volta dopo tanti anni si sente parte di una famiglia che l’abbraccia fisicamente e emotivamente con attenzioni piccole e grandi che le fanno un gran bene all’anima. Guarda Paola alla sua sinistra: sta ascoltando il padre che racconta ad amici e parenti la stessa storia sentita decine di volte in quelle rimpatriate, quella di lui che una domenica si era fermato in autostrada a fare benzina ed era ripartito dimenticandosi la moglie in autogrill. Anna scorge nello sguardo di Paola una nota di ammirazione per quel genitore che in modo morbido e intellettualmente onesto non ha mai giocato a indossare una maschera coi figli, perché non gli è mai interessato fare la comparsa nel teatro degli imbecilli. Se ripensa alla propria vita, non pensa più di aver commesso degli errori in passato, ma quei momenti che un tempo lei aveva voluto dimenticare perché facevano troppo male, ora li percepisce come semplici tappe di un viaggio che l’ha portata lì, a casa dei genitori di Paola e sente che quella è la miglior cosa che le potesse capitare. Ripensa alla citazione che Pietro ha lasciato sulla cartolina: ‘è vero,’ riflette, ‘tornare indietro non è possibile; bisogna solo avere fiducia nel fatto che per quanto contorto possa essere il viaggio, alla fine ogni cosa andrà per il verso giusto.’ Si sente felice, appagata, realizzata eppure se ci pensa, è la prima volta, nella sua vita da adulta, che non sa cosa le succederà domani, ma poco importa perché tutto ciò che conta è ‘questo preciso istante’ e tutti i singoli ‘precisi istanti’ che verranno. Mette la mano su quella di Paola e la stringe con delicatezza: l’amica si gira e la guarda dritta negli occhi. “Andiamo a farci un giro? Ti va?” “Si, ho voglia di rivedere i luoghi che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi.” Paola si fa prestare la macchina dalla madre e insieme ad Anna cominciano un tour per i luoghi che un tempo erano solite frequentare insieme agli altri due componenti del gruppo di amici: sembrano due pellegrine intente a fermarsi nei luoghi di culto sulla via del cammino di Santiago. Mentre con la macchina passano da un posto all’altro, si divertono a ricordare gli eventi più o meno importanti che hanno vissuto in quei posti: in alcuni momenti ridono come pazze, in altri si commuovono. Anna non ha nostalgia, anzi rivive quei momenti nella memoria con grande serenità d’animo perché è consapevole che ciascuno di quelli ha rappresentato una tappa fondamentale che l’ha condotta lì dov’è ora, in quel preciso istante. Tra un ricordo e l’altro, la macchina giunge in prossimità del liceo che avevano frequentato i 4 amici: Paola sta imboccando la strada che porta sul retro dell’istituto Enrico Fermi. Sono ferme al semaforo pedonale a 200 metri circa dalla scuola, quando Anna, voltando la testa verso destra rimane come folgorata da un’immagine. “Accosta Paola! Accosta!” La voce è carica d’urgenza e di stupore. “Cos’hai visto Anna un fantasma?” Le domanda Paola e mentre parla, gira anche lei la testa verso destra rimanendo di stucco. A una ottantina di metri, nella parte del parco più lontana dalla strada, un uomo seduto su una panchina: ha l’aria serena e rilassata. Anna e Paola scendono dall’auto e con passo deciso e un po’ concitato si dirigono verso l’uomo. Quando le due donne sono a una quarantina di metri, lui si gira, le fissa e sorride. Anna comincia a correre e quando è a un paio di metri da Pietro fa un balzo e gli salta letteralmente al collo. Piange per lo stupore, la felicità, il rammarico per quello che successe tanti anni prima e il desiderio di vivere per sempre vicino a quel pezzo fondamentale della sua vita. Pietro la scosta dolcemente da sé prendendola con entrambe le mani da sotto le ascelle, non certo perché lo infastidisca riabbracciare sua sorella dopo due decenni, piuttosto perché ha bisogno di guardarla negli occhi. Lo sguardo dei due fratelli si incrocia e in un istante ritrovano l’armonia perduta anni prima. Nel frattempo ai due si è aggiunta anche Paola che avvolge Pietro, per quello che riesce, vista la mole, cingendolo con le braccia attorno all’enorme vita. “Che senso ha avuto Pietro farci girovagare per mezzo mondo?” Paola sta stringendo con forza le braccia attorno a Pietro, come se avesse paura di perderlo di nuovo. “Ha avuto il senso di una vita Paola! Se io avessi provato a contattarvi direttamente chiedendovi di incontrarci, la banalità di quel mio gesto vi avrebbe portato a interpretare quel momento con gli occhi carichi di passato e probabilmente senza nessuna aspettativa per il futuro. Io invece volevo ardentemente generare il pathos che solo l’attesa di qualcosa è in grado di stuzzicare: nel viaggio che avete intrapreso seguendo gli indizi, avete dato nuova luce al nostro passato insieme, perché eravate cariche delle aspettative per qualcosa che sarebbe potuto accadere nel futuro: il nostro incontro, senza avere al contempo la matematica certezza che esso si sarebbe verificato. È la magia di quell’incertezza rispetto a ciò che potrebbe accadere, a generare la forza della vita e se ci riflettete per un attimo, la nostra separazione tanti anni fa, al di là dei motivi estemporanei che l’hanno generata, è stata causata da un solo elemento: tutti quattro, per un motivo o per un altro, non riuscivamo più a sognare un futuro insieme.” Pietro smette di parlare: ha finito quel suo lungo sermone e per un attimo Paola sorride al pensiero che per quanto sia cambiato nell’aspetto e anche nei comportamenti di base, in fondo rimane sempre quel Pietro di 20 anni prima: il mentore e la mente pensante del gruppo. Su quel pensiero fugace che avvolge la mente di Paola, si innesta la percezione di un suono: proviene dalla sinistra rispetto a dove si trovano ora i tre amici. Da dietro un muretto che separa il parco da un’area gioco attrezzata per i bambini, i 3 sentono la voce di una bambina: “Papà vieni, torniamo dalla zio Pietro!” Anna e Paola si scostano di poco da Pietro, a sentire quella voce e i contenuti che essa sta veicolando. Si girano entrambe verso il cancelletto che collega l’area giochi al parco e in quel frangente una bambina sbuca da dietro il muretto: avrà si e no 6 anni ed è vestita con abiti sgargianti, dagli abbinamenti di colore azzardati. Dietro la bambina uno spilungone quasi cinquantenne con folti capelli sale e pepe sparati in aria da chili di gel: è intento a guardare le foglie cadute sull’erba, assorto come un tempo tra le sue mille indecisioni: alza lo sguardo e appena incrocia quello di Paola e Anna, si blocca sbalordito. Attimi di attesa congelano i quattro amici di un tempo ognuno sulle loro posizioni. Sembra si stiano studiando per capire quale sarà la prossima mossa e soprattutto chi la farà per primo e in quell’attimo di attesa che pare durare un eternità, la bambina corre dal padre, lo prende per mano e strattonandolo con una forza che sembra non poter appartenere a un corpicino così fragile, lo tira fino a riuscire a prendere, con l’altra sua manina, le dita di Anna. Quel collegamento che si crea tra i due amici di vecchia data attraverso la bambina, racchiude in sé una energia dirompente: è come se il passato e il futuro si stessero fondendo lì, il giorno di Natale dell’anno 2017, 20 anni dopo la loro violenta separazione. Anna si accuccia piegando le ginocchia fino a incrociare lo sguardo della bambina; con fare gentile le scosta con l’indice della mano destra una ciocca di capelli neri come la pece che le è caduto da sotto il berretto di lana col pompon. “Ciao bella bambina” una lacrima striscia lentamente sulla sua guancia sinistra; “come ti chiami?” La voce di Anna è dolce, cerca il più possibile di far percepire alla piccola quanto il suo cuore sia pieno di gioia per quel momento inaspettato. “Mi chiamo Anna” la voce sottile della bambina lascia le due donne impietrite. In quel nome che Gianni e Marisol hanno dato a loro figlia, si racchiude il senso degli ultimi 20 anni di separazione dei quattro amici. “Queste sono Paola e Anna, le tue zie!” La voce di Gianni arriva alle corde della coscienza di Anna generandole dentro una piacevole eco di sentimenti; non ricordava più quanto le piacesse quella voce che fin da ragazzo si appoggiava così tanto sui toni bassi. Si rialza e di colpo Gianni è lì davanti a lei, a poco meno di mezzo metro, come quel pomeriggio di tantissimi anni prima seduti ai tavolini del vicino bar da Iole quando, tra mille emozioni contrastanti e tanta paura di rovinare tutto, si erano scambiati il secondo loro bacio, quello che aveva sancito l’inizio della loro relazione. Si guardano intensamente e in quello sguardo entrambi percepiscono tutte le sofferenze su cui hanno costruito la loro vita. Sono due viaggiatori che dopo aver fatto un pezzo di strada insieme, si sono spinti ai confini di due mondi completamente all’opposto: non hanno bisogno di raccontarsi nulla perché tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in quell’attimo carico del loro passato e di tante aspettative per un futuro che è proprio lì in mezzo a loro: la piccola Anna, il più importante progetto di vita a cui un essere umano possa sperare di prendere parte nel proprio cammino. Pietro e Paola si avvicinano ai due amici: tutti quattro si prendono le mani a formare un cerchio, la piccola Anna in mezzo. Quel cerchio fatto di braccia e di corpi è l’atto che suggella di nuovo l’unione dei 4 cavalieri della tavola rotonda. Lì nel mezzo c’è il loro presente e il loro futuro: sentono il desiderio di proteggere Anna  e farla crescere nel migliore dei modi e in quel frangente a tutti quattro contemporaneamente viene un pensiero: ‘nulla nella vita è sprecato e per quante difficoltà una persona debba superare, ne vale sempre e comunque la pena.’ Si abbassano insieme all’altezza del volto della bambina e avvolgendola coi loro sguardi di un amore che non ha confini, si rivolgono a lei: “Sempre insieme, qualunque cosa succeda?” “Sempre insieme” risponde la piccola Anna tra consapevolezza e inconsapevolezza.

FINE

Dedicata a mia figlia…

….Sai..sentire il tuo respiro che lento si abbandona tra le braccia della notte…è un pò come ascoltare il tuo primo vagito…quel meraviglioso grido liberatorio con cui per la prima volta hai dichiarato al mondo ‘Io esisto..

‘Esisti eccome’..esisti talmente tanto che mi incanto ad ascoltarti mentre dormi…mi trasferisce un senso di pace…è liberatorio e rassicurante…

…dovremmo essere noi genitori a infondervi sicurezza lungo il percorso…e invece…è sufficiente prendersi un attimo per ascoltarvi e tutto diventa più chiaro…

..ciò che esternamente cerchiamo di trasferirvi…fa già parte del vostro patrimonio cosmico, laggiù in fondo al vostro cuore…quel patrimonio che vi lega al Tutto per via della vostra purezza, del vostro candore…

…attraverso di te percepisco l’importanza di dare il meglio di me per tentare, nel mio piccolo, di fare la differenza non solo per te ma per l’intera umanità…

Val di Fassa

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Uno sguardo che genera lo spazio necessario per diventare uomo

Questa sera ho visto un uomo che osservava suo nipote con la stessa profondità di sguardo con cui tu mi guardavi da piccolo..e mi sono reso conto che più di tutto di te mi manca quello spazio che eri in grado di creare con quei tuoi occhi “azzurro pazienza” il cui sguardo mi consentiva di esplorare il mondo senza paura delle conseguenze al punto di permettermi di diventare l’uomo che sono senza vergogna.