Parte 6 Il duplice malinteso

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Anna è seduta sul sedile posteriore dell’auto in un pomeriggio inoltrato di Maggio, a fianco a lei Paola; Gianni e Pietro occupano i sedili anteriori, Gianni è alla guida.

Hanno lasciato Bologna da circa quaranta minuti e dal momento in cui sono saliti in auto nessuno ha proferito parola; l’aria è pesante e quella spensieratezza che aveva unito i quattro un tempo, ora è solo un debole ricordo. Ognuno è assorto nei propri pensieri, buona parte dei quali riguardano qualcuno degli altri tre; covano sotto la cenere una serie di rancori incrociati che non aspettano altro che una scintilla per esplodere. Sono come quattro mine vaganti pronte a brillare al minimo tremore dell’ambiente circostante.

Anna sta riflettendo e scandagliando le relazioni che ha con gli altri tre componenti del gruppo: non prova nessuna forma di nostalgia per quanto avevano e quanto hanno perso, ma solo una asettica curiosità di capire quale fosse il collante che li ha tenuti così uniti per poco meno di vent’anni. In alcuni momenti ha pure provato a sforzarsi di rimettere insieme i pezzi sparsi della loro storia che sente non appartenerle più, ma appena si è trovata davanti, a turno, uno dei tre amici, quella buona volontà di provare a ricucire qualcosa, si è annegata nel mare dei rancori e  dei sensi di colpa.

Lei stessa, se si guarda dentro non è più quella di qualche mese prima: sono cambiate tante cose e la vicenda con Claudio Zanetti, il consulente con cui aveva avuto quella serata di trasgressione totale, ha definitivamente sancito la fine di ciò che Anna era stata in passato. Nei giorni successivi a quella vicenda, aveva attraversato dei momenti di totale confusione: non si riconosceva più e non aveva ancora capito che piega avrebbe preso la sua vita in futuro. Pian piano che i giorni passavano, quel senso di smarrimento e vuoto interiore, aveva lasciato il posto a un indurimento generale del suo modo di affrontare la vita e trattare gli altri. È diventata molto più impaziente verso le situazioni di indolenza e indecisione delle persone che si trova innanzi, Gianni in primis e quando qualcosa non va come lei desidera, si fa prendere da scatti di rabbia che la trasformano emotivamente e fisicamente. Anche i lineamenti si sono induriti, probabilmente anche a causa di un dimagrimento notevole che l’ha coinvolta negli ultimi mesi. Questo cambio importante nella vita di Anna è dovuto anche all’uso della cocaina: dopo la serata passata con Zanetti infatti, ha iniziato a farne uso con sempre più frequenza e questo contribuisce a far emergere il suo lato aggressivo e poco disponibile. Oramai sente che la strada imboccata è a senso unico: non può più tornare indietro ma solo spingere l’acceleratore a fondo guardando avanti.

Osserva il paesaggio fuori dal finestrino perdere nitidezza di contorni con l’aumentare della velocità dell’auto e ripensa a quella mattina, qualche mese prima, quando si è dovuta recare in ospedale per il raschiamento che avrebbe posto la parola fine su quella gravidanza inaspettata e indesiderata. Per un momento, dopo aver saputo di essere rimasta incinta, aveva pensato di tenere il bambino: in fondo, si era detta tra sé, quante ragazze madri ci sono a questo mondo che crescono i figli senza avere vicino la componente maschile? Ma poi quel pensiero aveva lasciato il posto ai timori di perdere ciò che aveva e ciò che in futuro avrebbe potuto diventare immolandosi completamente alle richieste del padre/padrone. Era più forte di lei: sentiva il desiderio di fare soldi, diventare ricca e potente come e più di quanto non lo fosse il padre e stava capendo che sarebbe stata disposta a tutto pur di non perdere quella occasione. Il denaro e il mondo che stava attorno ad esso erano gli unici aspetti per cui lei era disposta a fare sacrifici e scendere a compromessi; tutto il resto poteva essere cestinato. Questi erano stati i pensieri che l’avevano spinta ad abortire quella mattina, dopo alcuni giorni passati nell’angoscia dell’indecisione.

C’era poi un altro aspetto che prendeva i pensieri di Anna quel pomeriggio dentro l’auto che li stava conducendo a Ravenna al matrimonio di un amico comune: da quella mattina che aveva aperto il proprio cuore al fratello Pietro raccontandogli tutto quello che era successo con Zanetti, lo odiava. Lo odiava in primis perché la reazione che lui aveva avuto al racconto di quella sua serata sfrenata, pensava fosse la causa delle decisioni che lei aveva preso nelle settimane successive. Al fratello gli addossava la responsabilità per essersi fatta prendere completamente dalla droga. Lo colpevolizzava inoltre di averle fatto prendere la decisione di abortire e lo detestava perché di fronte a una sorella che gli aveva aperto il cuore con onestà, lui si era più preoccupato per Gianni e per il gruppo di amici. Anna pensava che sarebbe bastato che Pietro l’avesse stretta in un abbraccio infinito quella mattina, rassicurandola che tutto sarebbe andato bene, per farle riacquistare fiducia in sé stessa e forse tutto quello che era stato, avrebbe ripreso vigore.

Sentiva rancore anche nei confronti degli altri due amici e verso sé stessa: quello che c’era stato tra di loro in passato aveva deformato tutte le sue percezioni in fatto di scelte prese e da prendere. Quell’aborto, ora seduta lì in quella macchina con tre persone a cui era stata legata in modo fraterno e che ora non riconosceva più come tali, era anche e soprattutto la conseguenza di un senso di colpa che la corrodeva dentro in silenzio: da subito aveva considerato quanto successo con Zanetti un atto di tradimento verso gli amici più che verso il fidanzato e quel senso di colpa l’aveva spinta ad abortire per evitare che il gruppo dei quattro si sfaldasse.

Era una vita che ognuno dei componenti dentro a quel gruppo prendevano decisioni più o meno importanti facendosi guidare solo ed esclusivamente dal timore che l’amicizia si sarebbe potuta rompere. E questo aveva condizionato enormemente la la loro vita.

L’unica che in apparenza sembrava non essersi fatta traviare dal preservare il gruppo di amici era Paola che, con quella sua calma proverbiale e quell’equilibrio che sembrava avere radici orientali, non aveva mai rinunciato a se stessa.

Comunque questa forma di vita in comune con gli altri tre, Anna non la sopporta più: ha bisogno di prendere le decisioni pensando solo ed esclusivamente a sé stessa e poco importa se queste hanno degli influssi negativi sul gruppo; in poche parole, ha bisogno di riappropriarsi della propria vita.

E poi c’è Gianni: con lui le cose non andavano più come un tempo da mesi e ora, guardandolo lì intento a guidare, con quei suoi modi un po’ goffi e indecisi di affrontare ogni cosa, non comprende più quale sia stato l’elemento principale che l’aveva attratta di lui. L’unica certezza che ha, è che non lo ama più: nelle ultime settimane lui, com’era ovvio che fosse, aveva tentato più volte di fare l’amore, ma lei si era sempre negata. Di quella forma di sesso da fidanzati non le interessava più nulla: quel suo lato aggressivo da dominatrice sentiva appartenerlee percepiva che quella era la sua porta di accesso alla vita di domani. 

Infine Paola: le cose si complicano un po’ quando pensa a lei. In realtà è consapevole che entrambe, lei e l’amica, hanno lasciato in sospeso un argomento dopo quel pomeriggio di qualche anno prima alle Canarie, ma quello è un aspetto della sua vita che lei proprio non sa come affrontare e soprattutto, visto il desiderio che ha di entrare in certi ambienti che profumano di soldi e di potere, svelare la propria omosessualità, potrebbe essere deleterio per il suo futuro. È vero, è un atto di codardia, ma è espresso per raggiungere un obiettivo più importante. Ora, nella sua vita, non c’è spazio per una relazione, oltretutto un amore lesbico che nascerebbe all’insegna delle complicazioni e del dover dare spiegazioni a tutti, in prima battuta a suo padre.

Ha bisogno di semplificarsi la vita: non vuole avere inutili pesi e rotture di scatole. Paola è lì; la percepisce come qualcosa di sospeso nel tempo, quasi l’avesse congelata per tirarla fuori dal congelatore se un domani ne avrà bisogno. Di lei si fida ciecamente e soprattutto la stima e la rispetta per aver taciuto quanto successo tra loro due e non averle mai fatto pressioni di nessun genere, nonostante capisca che per lei non deve essere stato facile e per questo la rispetta e la stima ancora di più. Non vuole assolutamente riconoscere a sé stessa che le vuole bene, perché aprirsi a quel tipo di sentimenti nei suoi confronti, significherebbe aprire una breccia su una voragine dentro cui potrebbe perdersi facilmente.

Si gira a guardare l’amica seduta di fianco a lei; è incredibile quanto sia in grado di essere serena e felice in ogni situazione, anche in un’occasione come quella, nella quale la tensione fra i quattro è talmente densa da potersi tagliare con un coltello.

In realtà Paola è comunque molto rammaricata nell’animo: è brava ad incassare e nel tempo a farsene una ragione, ma la vicenda con Anna le ha fatto passare non poche notti insonni. Non prova rancore verso l’amica: ci è passata anche lei per quel tipo di indecisioni che riguardano la propria natura sessuale e sa che possono rappresentare degli scogli insormontabili, soprattutto quando si ha un padre come quello di Anna e una madre completamente alla mercé di un despota che vuole sempre prevaricare su tutto e tutti. È difficile affrancarsi da quel tipo di situazioni, oltretutto quando lo stesso padre è colui che ti può aprire le porte di un’arena fatta di soldi e potere. All’inizio aveva provato un misto di rabbia e invidia nei confronti di Gianni ma poi, col passare del tempo, il bene fraterno che prova e quella sua aria da eterno bambino, avevano sciolto ogni forma di rancore nei suoi confronti e ora, anzi, soffriva pure a vedere il fratello starci male per quel cambio di comportamenti molto marcato che Anna sta dimostrando nei suoi confronti. Tutto sommato Paola ora sente che la sua vita sta prendendo la piega giusta, sebbene non sia la piega che lei avrebbe desiderato, ma è consapevole che bisogna lasciare andare le cose come devono andare.

Nella parte anteriore dell’auto le cose per i due maschietti sul fronte pensieri negativi e rancori non vanno molto meglio.

Gianni è praticamente uno zombie da quando ha percepito che Anna è uscita dalla sua sfera di influenza. Continua a pensare e ripensare dove e quando ha fatto qualche passo falso che li ha condotti su quel binario morto della loro relazione; non riesce proprio a uscire da quell’impasse di pensieri. Le ha chiesto più volte di dirgli tranquillamente se nella sua vita c’è un’altra persona, ma lei continua a negare e a fargli presente, non senza qualche insulto di mezzo, che il motivo della loro crisi è dovuta ad altro che però non si è mai degnata di specificare. Gianni tra le altre cose non può più nemmeno contare sulla spalla amica e fidata dell’amico Pietro: quando in passato le cose con qualche ragazza per lui non si erano messe bene, Pietro gli era a fianco a dispensare consigli con aria decisa e maestra. Ma è qualche mese che, quando Gianni prova anche solo ad accennare ai problemi che ha con Anna, Pietro si defila completamente dal discorso e in alcune occasioni è pure scappato pur di non affrontare l’argomento. Gianni non capisce quel comportamento dell’amico: è vero che Pietro è fratello di Anna e potrebbe non avere voglia di immischiarsi, ma considerando l’affiatamento che c’era fra di loro un tempo, gli sembra un comportamento comunque molto strano e alquanto eccessivo nei suoi confronti. Tra le altre cose, mentre un tempo il loro rapporto era sempre stato all’insegna della presa in giro e della spensieratezza e loro su quello avevano tessuto le fila di un’amicizia spontanea e spassosa, ora a Gianni sembra di parlare con un bacchettone settantenne da tanto pomposo e viscoso è il modo di colloquiare dell’amico. Non ha più voglia di stare allo scherzo e in alcune occasioni Gianni ha cercato pure una scusa per evitare di doverlo sopportare oltremodo tanto è pesante nei suoi modi di esprimersi.

I pensieri di Pietro, a fianco, sul sedile del passeggero, sembrano viaggiare all’unisono con quelli di Gianni: l’argomento infatti è lo stesso e cioè Anna. Mentre Gianni è completamente in balia dei suoi pensieri perché non riesce a capire quella ritrosia della ragazza, Pietro lo è perché sa fin troppo di quello che ha combinato la sorella ultimamente e questo gli genera un senso di colpa micidiale nei confronti dell’amico fraterno. È talmente combattuto tra tenere la parte alla sorella non svelando quanto lei gli ha detto mesi prima da un lato e, dall’altro, cedere al bene che sente nei confronti dell’amico, raccontandogli ogni cosa, che preferisce quasi non frequentare più Gianni per evitare di stare male ogni volta. E questo aspetto gli sta provocando un dolore all’anima insopportabile perché conosce l’amico e sa che proprio ora avrebbe bisogno di averlo accanto.

Nei confronti di Anna invece prova un odio smisurato: non la considera quasi più sua sorella e ogni volta che lei apre bocca, lui interviene intromettendosi con modi rudi e volgari giusto per il piacere di farla arrabbiare. Ad averlo così infastidito di Anna non è stato ciò che ha fatto, bensì il fatto che lei ha generato tutto quel casino per legare l’asino dove vuole il padrone e il padrone in quel caso è il padre. L’odio che provava e prova per il padre ora lo ha esteso anche alla sorella che a lui sembra sempre più simile, nei modi di fare e pure nelle fattezze, a quel gerarca nazista del genitore.

È vero, come gli ha rinfacciato Anna mesi prima durante quella conversazione, lui ha combinato un gran casino quel giorno di qualche mese prima appiccando l’incendio doloso in azienda dal padre, ma per quel casino sta pagando quello che deve pagare e non si è di certo venduto ai soldi del genitore per comodità. 

I pensieri di Pietro inoltre sono molto confusi per via della probabile condanna che di lì a poco vedrà pendere sulla sua testa: ha parlato ultimamente con il suo avvocato il quale gli ha riferito di prepararsi al peggio, visto anche la reazione inaspettata avuta dal padre a quel suo gesto idiota di qualche mese prima.

“Parcheggia lì Gianni, sul prato, anche se dobbiamo fare due passi a piedi non fa nulla!”

L’auto coi quattro a bordo è giunta al luogo dove si svolgerà il matrimonio.

“Per te non farà nulla! Noi abbiamo i tacchi e camminare sull’erba non è per niente facile!” Anna risponde al fratello con un tono così sgarbato che Paola impercettibilmente le tocca un braccio come per trattenere quella sua irruenza. In quel frangente Anna guarda l’amica con fare truce: sembra che non voglia essere contraddetta da nessuno; è come se avesse un fuoco dentro che arde e la fa scattare per ogni piccola cosa.

“Va bene calmatevi voi due!“ Risponde Gianni facendo il pacificatore, “ora vi accompagno con la macchina fino davanti all’entrata e poi, se non trovo posto, vengo a parcheggiare qui.”

Il matrimonio si tiene nel parco di una delle ville più antiche del territorio ravennate, una residenza con 400 anni di storia alle spalle, completamente immersa nel verde, che affittano per festeggiare matrimoni di lusso.

Gianni ha lasciato i tre amici davanti alla porta di ingresso ed è andato a parcheggiare l’auto poco distante; quando entra all’interno del parco della villa, rimane sorpreso dal fatto che nessuno degli amici si sia fermato ad aspettarlo. Ancora scocciato da quella mancanza di rispetto nei suoi confronti, scorge Pietro poco distante sulla destra dell’entrata, vicino al tavolo degli aperitivi: è intento a parlare con una ragazza. È tipico suo pensa: appena arriva in un luogo che non conosce, deve marchiare il territorio come fosse un cagnolino che fa la pipì sugli alberi tutt’intorno. Ha bisogno di generare più contatti sociali possibili, meglio se con esponenti del sesso femminile.

Gianni si avvicina al tavolo degli aperitivi e si mette proprio dietro la ragazza con cui Pietro si sta intrattenendo e siccome questa, sebbene lui le stia appiccicato al sedere come fosse un francobollo, non vuole capire che se ne deve andare perché ha un’urgente bisogno di parlare con l’amico, le spara in faccia un:

“Senti, ci sono un milione di ragazzi alla festa, molto più carini del mio amico qui, credo tu meriti di meglio!” E con la mano la sposta letteralmente di lato; ha urgente bisogno di parlare con Pietro.

“Non sei stato carino con Sonia.” Lo rimprovera Pietro a voce alta.

“Ma che cazzo me ne frega di quella lì; ora tu mi dici che cazzo hai con me da qualche mese a questa parte!” Gianni è concitato e quello stato d’animo si percepisce nell’urgenza e nella trivialità che mette in ogni parola.

Nel frattempo è pure arrivata Paola.

“Ohh ma sei impazzito? Ti sei mangiato un fungo allucinogeno nel tragitto dal parcheggio a qui?” Pietro vuole cercare di far finta che tutto sia come un tempo e che quelle siano solo fantasie distorte di Gianni, ma un leggero tremore nella sua voce dimostra quanto lui ci stia male per quello che sta tenendo dentro.

“Che succede ragazzi? Qual è il problema adesso? Una volta voi due eravate inseparabili e ora sembra che veniate da due pianeti diversi da quanto uno è estraneo all’altro.” Paola prova a inserirsi nel discorso per fare da paciere.

“Tu Paola devi stare fuori da certe faccende che ci riguardano, hai capito?” Le risponde scorbutico Gianni.

“Ah sì, se la metti così Gianni hai proprio ragione me ne devo stare fuori da certe situazioni!”

La nonchalance di Paola in alcuni frangenti è micidiale per quanto riesce a mantenere la calma in situazioni nella quali altri reagirebbero bruscamente.

I due vedono Paola allontanarsi con passo leggero e Gianni torna alla carica con ancora più energia in corpo di prima:

“Pietro non prendermi per il culo: ti conosco da troppo tempo per non percepire che c’è qualcosa che non va con me!”

Gianni sta mettendo l’amico all’angolo; questa volta ha deciso di andare fino in fondo a costo di rimetterci l’amicizia, ma deve capire che cosa sta succedendo a loro quattro e a Pietro in particolare.

“Non te la devi prendere con me Gianni, prenditela con la tua ragazza va bene?” Pietro sta alzando la voce, lui che ha sempre fatto della arte retorica recitata con fare gentile la spina dorsale del suo modo di essere, ora sta perdendo le staffe.

“Che cosa c’entra ora Anna? Stai parlando a vanvera tu, ora?”

“Niente affatto Gianni, non sto parlando a vanvera, ma non ho nemmeno voglia di parlare con te di una cosa che riguarda voi due, tu e Anna! Non mi puoi costringere a parlare se non voglio farlo.”

Questa inaspettata risposta di Pietro, con tono grave e alquanto alterato, fa innervosire ancora di più Gianni:

“Che cazzo significa che non vuoi raccontarmi cos’è successo? Noi ci siamo sempre raccontati tutto Pietro, tutto!”

Gianni è concitato e in parte disperato perché lentamente sente la sua vita andare in frantumi: prima la fidanzata e amica da una vita; ora anche il suo amico fraterno.

“Che cosa ti ho fatto dimmi, per meritarmi la tua freddezza, soprattutto in un momento così complesso della mia vita?”

Quelle parole attivano le emozioni di Pietro al punto che, non sapendo più come uscire da quella situazione insopportabile, scappa più veloce che può da quella morsa verbale dentro la quale lo aveva stretto Gianni, lasciando l’amico immobile, lì in mezzo a decine di persone di cui conoscerà il 10%, con un bicchiere di prosecco in mano e la mandibola inferiore crollata come fosse un bracco che ha appena visto una allodola nel prato adiacente.

Dopo qualche istante di totale annebbiamento mentale, si riprende, appoggia il bicchiere ancora pieno sul tavolo e si mette alla ricerca frenetica di Anna: interroga tutti quelli che incontra e che conoscono entrambi, per sapere se l’hanno vista. Sembra un toro dentro l’arena, da tanto il suo incedere è concitato e furibondo; gli occhi sono fuori dalle orbite e sta assumendo un andatura rude e sgraziata tanto gli grava sul petto la necessità di sapere cosa sia successo alla fidanzata. Si alternano nella sua testa un milione di pensieri, tutti di natura negativa, che contribuiscono a far montare in lui un misto di ansia, paura e rabbia esplosivi.

Gli invitati che incontra lo guardano quasi fosse pazzo e probabilmente in quel frangente una vena di follia momentanea si è insinuata fra i suoi pensieri sani: non sta più rispondendo di sé, sente i battiti del cuore accelerare per ogni persona che incontra che non sa dirgli dove si trovi Anna.

Si sta recando verso la villa per cercare tracce di lei all’interno, quando si sente tirare per la giacca da dietro: si gira in modo così concitato che Paola pensa le voglia sferrare un pugno sul viso.

“Fermati fratello, fermati! Ti prego!”

Paola pensa che tutta quella folle corsa di Gianni, sia dovuta al fatto che Pietro, messo a conoscenza dalla sorella Anna in merito a quanto successo tra loro due quel pomeriggio nella stanza alle Canarie, gli abbia raccontato ogni cosa pervaso dai sensi di colpa.

“Fermati, ti prego! Posso spiegarti ogni cosa Gianni!”

Oramai il malinteso ha preso forza e da lì non si può più tornare indietro.

“Spiegarmi cosa Paola, spiegarmi cosa ? Cazzo!”

Gianni è sempre più agitato al pensiero che anche Paola sappia tutto e l’unico pirla a non essere al corrente di una cosa che lo riguarda è  proprio lui.

“E’ nato tutto per caso quel pomeriggio di cinque anni fa quando ci recammo alle Canarie.”

Gianni è in totale stato di confusione e le parole della sorella non stanno contribuendo certo a fare chiarezza.

“Vieni al dunque Paola!” Urla: la gente lì attorno lo osserva con fare incuriosito.

“Quello che è successo non è stato un semplice incontro di sesso, ma dietro c’era e c’è un sentimento profondo.”

Gli occhi di Gianni si sgranano: sta cominciando a capire qualcosa di quella storia intricata ma è talmente incredulo da essere quasi inebetito.

“Ma sentimento di cosa verso chi Paola? Cosa cazzo mi stai raccontando?”

In quel frangente Paola capisce che sono entrambi vittima di un malinteso e che Pietro non aveva raccontato nulla in merito alla storia che avevano avuto lei e Anna anni prima, ma oramai è troppo tardi, da lì si può solo avanzare.

“Gianni, io e Anna 5 anni fa abbiamo fatto sesso in quella quadrupla alle Canarie, intanto che tu e Pietro eravate in spiaggia!”

Paola ha vomitato quelle poche parole di getto, come se la velocità con cui le ha espresse facesse diminuire agli occhi di Gianni la gravità di quella confessione. Il fratello è immobile, a pochi passi da Paola, braccia penzolanti lungo il corpo: sembra un palloncino che si sta sgonfiando, man mano che la consapevolezza prende il controllo delle sue emozioni. Si lascia cadere in ginocchio sotto gli sguardi sempre più incuriositi dei presenti, alcuni dei quali si avvicinano per sincerarsi che stia bene. Paola gli si avvicina e piangendo gli prende la testa fra le braccia; lui non contraccambia l’abbraccio, le braccia ferme immobili lungo i fianchi quasi a fare da seconda pelle al corpo inginocchiato.

“Scusami tanto fratello mio, scusami tanto per quello che ho combinato!”

Lacrime amare scendono copiose rigandole il viso e inumidendo i capelli di Gianni che sembra ad ogni istante che passa sempre meno presente.

“Gianni parlami, dimmi qualcosa ti prego!”

Anche Paola adesso sta alzando la voce: è disperata, come se di colpo si rendesse conto del male che ha provocato a quel fratello con cui ha sempre condiviso ogni cosa, come se fossero dello stesso sesso. Fin da bambina, sebbene fosse due anni più piccola di Gianni, aveva sentito dentro un desiderio spontaneo di proteggerlo e di amarlo quasi fosse delicato e fragile come ceramica e ora era lì avvolta nel suo dolore per essere stata la causa della distruzione di tre rapporti contemporaneamente: quello tra loro due, quello tra  lui e Anna e infine la causa della distruzione dell’amicizia di tutti quattro.

“Da te non me lo sarei mai aspettato, non me lo sarei mai aspettato!” Le parla con un filo di voce: tutta l’energia che si sentiva in corpo fino a pochi minuti prima è evaporata. Le orecchie gli fischiano, tutto sembra girare vorticosamente intorno al suo corpo; a sprazzi gli sembra pure di non ricordare nemmeno dove si trovi. Scosta la sorella da sé con le ultime forze che gli sono rimaste in corpo.

“Mi fai schifo! Ma non per quello che sei veramente, ma per come ti comporti, tu con quell’aria da finto maestro zen, sei la peggiore di tutti noi, la peggiore!”

Si rialza e con passo incerto da zombie si dirige all’interno della villa in cerca dei bagni lasciando Paola lì in mezzo agli sguardi incuriositi dei presenti. Ha bisogno di sciacquarsi la faccia con l’acqua fredda. Non è nemmeno più tanto sicuro di voler incontrare Anna; non saprebbe come affrontarla e cosa dirle. Ha solo voglia di bagnarsi la faccia e fuggire via da quel palazzo che gli mette l’ansia, tanto è rimasto fermo all’epoca in cui lo hanno costruito. Per un attimo si sente come gli affreschi settecenteschi sui muri di quella villa imponente: anche lui e gli altri tre sono rimasti indietro a 18 anni prima quando si conobbero in quel villaggio turistico in Sardegna. Per certi versi è come se la loro storia non li abbia fatti evolvere verso la maturità. È come se fossero tutti rimasti al loro stato di bambini per una raggelante paura di cambiare: qualunque forma di cambiamento, anche il più infinitesimale, avrebbe potuto compromettere la loro amicizia e su quella minaccia che si erano auto imposti, tutti quattro avevano costruito una vita fatta di insane dipendenze reciproche.

Entra nel bagno e corre ai lavandini: gli sembra di soffocare e spera che la sensazione di fresco dell’acqua gli dia un po’ di sollievo. Si toglie la giacca e la appende al soffione asciugamani e si arrotola strette le maniche della camicia: con gesti ampi e voluttuosi comincia a gettarsi manate d’acqua sulla faccia, bagnandosi al contempo anche i pantaloni e la camicia.

“Mi spiace non avertelo detto prima Gianni, ma sono stato combattuto! Non dimenticarti che lei è sempre e comunque mia sorella ed io ero in mezzo tra due tipi di amore diversi: l’amore fraterno e il bene che io voglio a te amico mio.”

Gianni sente la voce di Pietro che gli arriva alle orecchie da dietro le spalle; probabilmente era talmente concitato entrando nella toilette, da non essersi reso conto che l’amico era lì.

“Certi tipi di relazioni quali quelle che noi inconsapevolmente abbiamo creato con la nostra amicizia alla lunga possono risultare malsane Gianni e infatti siamo arrivati al dunque: quello che abbiamo sempre cercato di scongiurare, la separazione del nostro gruppo di amici forte e coeso, si sta avverando oggi, nel luogo sbagliato e con modalità inaspettate. Ma credimi, venire a sapere dalla bocca della propria sorella, che fra le altre cose è la fidanzata del tuo migliore amico, che ha avuto un’avventura extraconiugale con uno sconosciuto più grande di lei di 20 anni, sotto l’effetto della cocaina e per di più a causa di quella storia di sesso lurido e marcio lei è rimasta incinta, non è una notizia semplice da affrontare per chi come me si è trovato in mezzo.”

Pietro fa una pausa e in quel frangente vede Gianni voltarsi: sembra una statua di gesso, immobile, è bagnato come fosse appena uscito in camicia e pantaloni da una vasca di acqua fredda, e dallo sguardo capisce di averlo perso per sempre.

Per Gianni è veramente troppo: in un pomeriggio, a distanza di nemmeno mezz’ora è venuto a conoscenza che Anna se l’è fatta con sua sorella anni prima e che ha avuto una storia di sesso e droga con uno di cui è rimasta pure incinta qualche settimana prima. Senza dire nulla all’amico, esce per sempre dalla sua vita sancendo definitivamente la fine di quell’alleanza malsana con quelle tre persone a cui aveva affidato la propria vita e a cui tanti anni prima avevano dato il nome di ‘quattro cavalieri della tavola rotonda.’

 

 

 

Parte 5 L’incontro

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Il boeing 757 della Air One aveva iniziato le procedure di discesa verso l’aeroporto  Gando a Gran Canaria. Gianni non aveva tenuto la bocca chiusa nemmeno per un minuto dei 240 circa della durata del volo.

“Gianni stiamo atterrando, te ne stai zitto almeno per questi cinque minuti che mancano a toccare terra?”

“Pietro sai che ho una paura fottuta di volare e devo scaricare la tensione in qualche modo.”

Le mani di Gianni erano inchiodate ai braccioli dei seggiolini, rigido sulla schiena.

“Tu non stai scaricando tensione Gianni, stai scaricando le nostre batterie!” Lo aveva rimproverato la sorella Paola con occhio bovino.

“Tu mi ami comunque è vero Bi-bi? Anche se ho paura di volare e su un aereo divento insopportabile?” Gianni aveva girato impercettibilmente la testa verso Anna mentre le poneva quella domanda che all’epoca entrambi davano per retorica.

“Io ti amo e ti amerei anche se dovessimo vivere su un aereo per il resto dei nostri giorni amore!”

Erano all’inizio della loro storia d’amore: stavano insieme da un paio di anni e vivevano di armonie comuni e frasi raccolte da storie di altri, lette sui libri o sentite nei film, che riadattavano alla meglio: ogni cosa diventava il pretesto giusto per rimarcare a sé stessi e al mondo quanto fosse stupendo e meraviglioso il loro amore.

“Mamma mia, mi sta venendo il vomito a sentire queste smancerie!” Si era inserita Paola in quella conversazione tra fidanzatini, facendo finta di mettersi due dita in gola come per vomitare.

“Sei solo invidiosa Paola del nostro meraviglioso amore.” Aveva ribattuto Anna calcando apposta sull’enfasi di quella frase sperando che l’amica stesse al gioco: le piaceva stuzzicarla con infantili giochetti verbali.

“Sicuramente Anna, la mia è tutta invidia: io non ho mai desiderato altro che un rapporto mieloso al punto da farmi venire il diabete!”

La vita privata di Paola era sempre stata un mistero per i tre amici: non si era mai pronunciata in merito alla sua vita sentimentale. Era sempre stata molto schiva anche quando le sue amiche e compagne di classe si raccontavano l’un l’altra le loro più o meno importanti storielle d’amore e mascherava divinamente questa ritrosia con una proverbiale capacità di stare sempre e comunque sopra le righe in ogni cosa. Sembrava quasi non avesse alcun desiderio di scoprire l’altro sesso, nessuna curiosità di confrontarsi, anche solo per il gusto di capire. Quando qualcuno dei 3 amici la prendeva in giro in merito alle questioni di cuore, lei era molto abile a incassare con nonchalance e a deviare facendo ripartire il discorso su altri binari.

“Ti farebbe un gran bene Paola, credi a me!” Aveva replicato Gianni sempre più rigido sulle spalle e con lo sguardo attento a percepire ogni tipo di rumore più o meno sinistro del velivolo.

“Va bene dottore, ci penserò!” Aveva chiuso in modo scherzoso Paola.

“Avete finito di scassare le palle voi tre? Sono 4 ore che non state zitti un secondo!”

Era arrivata la replica secca di Pietro che aveva sancito la fine di quella gioviale conversazione.

Dopo un trasferimento in macchina durato circa un’ora, erano giunti al villaggio turistico dove avevano deciso di trascorrere una settimana: era l’estate del 1990.

“Io voglio subito correre in spiaggia per sentire com’è l’acqua.” Gianni era ansioso di decretare ufficialmente l’inizio di quella vacanza e voleva farlo nel migliore dei modi, facendo un tuffo poderoso nelle acque fredde dell’oceano Atlantico.

“Io ti seguo a ruota Gianni!” Aveva replicato l’amico Pietro e entrambi in meno di dieci minuti erano già usciti, pantaloncini da mare indosso e telo sotto il braccio, lasciando le due ragazze sole nella quadrupla affacciata sulle dune di Maspalomas a disfare i bagagli.

“Ci pensi mai Anna come sarebbe stata la vita di tutti noi se non ci fossimo incontrati tanti anni fa nel villaggio turistico in Sardegna con le nostre rispettive famiglie?”

“Sarebbe stata una vita Paola, come tante, come le nostre quattro proprio qui e ora in questo frangente; in fondo ognuno di noi ama pensare che le proprie esperienze siano qualcosa di unico e speciale rispetto a quelle degli altri, ma credo che su questa terra ci siano milioni di mondi diversi che sono lì pronti per essere adottati da qualcuno e tutti sono ugualmente eccezionali se osservati dal punto di vista dei protagonisti di quelle storie.”

“Che risposta del cazzo Anna! Mi sembri un filosofo, di quelli che parlano mezz’ora senza esprimere nulla. La mia non era una domanda buttata lì a caso: ora che vi conosco e so come siamo insieme, non potrei pensare a nessun altro tipo di vita; tutto qua, voleva suonare come un complimento alla nostra amicizia posto sotto forma di domanda retorica!”

“E nemmeno la mia Paola voleva essere una risposta buttata lì a caso: ero molto seria in quello che stavo esprimendo poco fa. Volevo solo dire che se non ci fossimo conosciuti, non saremmo stati nemmeno assillati dal dubbio che hai espresso tu poc’anzi e la vita che adesso staremmo vivendo ci sembrerebbe comunque la nostra migliore vita.”

Anna era intenta a spalmarsi la crema solare, in topless davanti allo specchio del bagno, quando aveva percepito la presenza di Paola dietro di lei: non le dava alcun problema farsi vedere nuda dall’amica che considerava quasi una sorella, visto quanto erano state a contatto fin da bambine e trovava normale che entrambe entrassero e uscissero dal bagno quando una delle due era dentro.

Ma queste considerazioni alquanto neutre in merito alla condivisione di uno spazio molto intimo quale una toilette, erano di colpo crollate quando le mani dell’amica si erano adagiate morbidamente sulle sue spalle e avevano cominciato a massaggiarle con fare gentile. Percepiva nel profondo che in quel massaggio c’era molto di più di una coccola amichevole: altre volte era successo che Paola le prendesse le mani e gliele accarezzasse, oppure la abbracciasse stringendola forte a sé e trasferendole tutto il bene che le voleva, ma Anna in quei gesti non aveva mai percepito niente di più che un meraviglioso atto d’amore tra amiche.

Ma in quel frangente l’amica stava mettendo nei suoi gesti una carica di erotismo che provocava a Anna delle sensazioni contrastanti. Di certo c’era una cosa: a lei non dispiaceva affatto quello che Paola le stava praticando sulla schiena, al punto che percepiva una serie di brividi ravvicinati e continui che dai reni si propagavano come piccole vibranti contrazioni fino agli inguini.

Più le mani di Paola si muovevano sulla schiena di Anna disegnando ampi cerchi con grande maestria, più Anna si lasciava andare perdendo totalmente il controllo di sé.

Paola sapeva molto bene, in quanto donna, dove mettere le mani per far provare piacere all’amica; bastava solo mettersi in contatto con la parte più emozionale di sé stessa e fare ad Anna quello che avrebbe voluto che Anna facesse col suo corpo.

Anna d’altro canto, stava scoprendo un piacere del tutto nuovo, dettato da regole completamente femminili e questo in parte la sconvolgeva: l’amica in quel massaggio si concentrava sui centri di piacere periferici del  suo corpo, prendendosi cura, con le sue mani, di zone che Anna non avrebbe mai pensato potessero essere minimamente erogene, ma che le provocavano delle emozioni molto intense.

Non aveva mai provato nulla di simile nelle esperienze avute in precedenza con gli esponenti del sesso maschile, Gianni compreso. Tutti i suoi partner in passato erano sempre stati così concentrati su sé stessi e sull’unico obiettivo che vedevano innanzi, la penetrazione, da dimenticare che davanti si ritrovavano un essere che comunicava in modo globale con anima, corpo e cuore e non solo con ciò che aveva in mezzo alle gambe.

In quel vortice di pensieri, emozioni e piaceri, Anna si era voltata dolcemente e aveva appoggiato le sue labbra su quelle di Paola: ora sentiva le mani dell’amica che le massaggiavano dolcemente i capezzoli che si stavano inturgidendo ad ogni impercettibile sfioro dei  polpastrelli dell’amica.

“Perché Paola tutto questo?”

“Anna lasciati andare completamente al piacere del momento, evitando che il cervello vada alla ricerca costante di un perché.”

“Mi stai dicendo che quello che stiamo facendo adesso non ha un senso Paola?” La sua voce si stava abbassando di tono man mano che la sensazione di piacere le si insinuava tra le cosce; aveva buttato la testa all’indietro intanto che Paola le baciava il collo.

“Ne ha eccome di senso Anna.” La voce di Paola era sospirata, segno che ciò che stava facendo sul corpo dell’amica stava provocando una sensazione di intenso piacere anche a lei.

“Probabilmente però non il senso che il tuo cervello razionale vorrebbe appioppargli, tutto qua!”

“Si hai ragione; mi sto facendo troppe paranoie. L’unica cosa che so ora è che quello che stiamo facendo mi piace un casino!”

“Fatti guardare!”

Le aveva detto Paola con fare gentile e occhi vibranti. Le aveva lentamente sfilato le mutandine, facendosi guidare dall’istinto di donna, con movimenti calmi e ampi e si era leggermente scostata da lei per ammirare quella bellezza ancora acerba.

“Il tuo corpo è così docile al tocco, che mi viene male al cuore a pensare che venga anche solo sfiorato da rudi mani maschili.”

Anna aveva leggermente unito le ginocchia una contro l’altra e aveva d’istinto portato le mani verso il pube: si sentiva un pò in imbarazzo, non tanto per quello che stava succedendo tra di loro, bensì per il fatto che nessuno mai le aveva chiesto di farsi ammirare nuda come fosse un bel quadro appeso al muro. Anna per la prima volta si stava conoscendo veramente, stava assumendo consapevolezza della sua vera natura ed era come se si fosse aperto un varco tra due mondi dentro cui lei aveva guardato scorgendo sprazzi di infinito. Questa era la sensazione provata dopo che era riuscita a rilassarsi al punto da lasciarsi andare completamente tra le braccia dell’amica: una sensazione di saltare dentro uno spazio infinito che l’aveva fatta scoppiare in un orgasmo multiplo quasi catapultandola in un’altra dimensione, tanto era stato intenso e inaspettato.

Si erano amate per un’ora, quel pomeriggio di 25 anni prima, amate come nessuna delle due avrebbe mai pensato potesse accadere fra due donne. A parte le domande iniziali di Anna, poi non si erano dette più nulla in quell’ora di piacere: si erano talmente entrate dentro le rispettive anime che ogni tentativo di spiegare e dare un senso con le parole, sarebbe stato limitativo e fuorviante.

E poi, come era iniziata, quella cosa a cui nessuna delle due aveva voluto dare un nome, era finita e tutto era ripartito come se nulla fosse successo, come se quell’incontro fosse stato un momento meraviglioso dell’esistenza di entrambe sospeso completamente nel tempo.

Anna è seduta ad un tavolino di un bar di Piazza San Babila e sta aspettando che Paola da un momento all’altro entri dalla porta di ingresso. Il pensiero di quanto successo quel pomeriggio di 25 anni prima le accarezza dolcemente le interiora: le era capitato altre volte in passato di ripensare alla dolcezza di quegli istanti vissuti con l’amica, ma mai con l’intensità con cui i ricordi stanno ritornandole alla mente proprio lì dentro a quel bar; tutto colpa, o merito, dipende dai punti di vista pensa, di quell’incontro avuto con Paola qualche sera prima. Sente i battiti del cuore accelerare come se l’amica fosse ancora alle sue spalle a accarezzare le zone erogene della sua schiena, con gesti intensi e calibrati.

È molto confusa a causa della velocità con cui tutto si è sviluppato dopo l’incontro casuale avuto con Paola alla festa in casa sua. Si sente schiacciata tra due vite, quella passata e quella presente e di nessuna delle due sa al momento cosa farsene per costruirsi un futuro. Prima di prendere il coraggio di telefonare all’amica, ci ha dovuto pensare per un po’: sono stati giorni durante i quali è stata molto combattuta, ma poi ha prevalso il desiderio di dare risposta ad una serie di domande a cui lei negli ultimi 20 anni non ha dato seguito facendo finta che andasse bene così.

Il suo presente oramai è compromesso: non ha alcun rimpianto in merito a quanto successo qualche giorno prima in azienda col padre, anzi se tornasse indietro, avrebbe dato sfogo a quell’atto di ribellione molto prima nel tempo. Se ci riflette bene, anche se suo padre le chiedesse in ginocchio di tornare lei rifiuterebbe: non per orgoglio, anzi, quel sentimento è l’ultimo ad appartenerle, bensì perché quella sua crisi non è certo nata per un capriccio, ma sono anni che cova sotto la cenere e l’incontro con Paola è solo stato un innesco, per quante emozioni quell’innesco abbia generato.

Anna ha in questo momento solo una certezza: non vuole più ritornare al tipo di vita che conduceva fino a qualche giorno prima e non certo per una questione morale o perché si vergogni. Semplicemente quella vita non le trasferisce più quelle emozioni che le dava un tempo. Ora sente il bisogno di andare molto più a fondo  negli eventi della sua vita, lasciando che i moti insurrezionali che accadono in superficie facciano il loro corso senza interferire con essi; ha bisogno di cercare i propri valori fondamentali per cominciare a vivere in funzione di essi, lasciando al contempo che la vita faccia il suo corso senza più intercedere costantemente per cercare di controllarla.

Da qualche sera le tornano spesso alla mente i battibecchi avuti con Gianni due decenni prima: Gianni era sempre stato il re dell’incertezza e oggi che ci pensa, a distanza di tempo, sta cominciando a comprendere che quella che lei viveva come una forma estrema di debolezza dell’amico e allora fidanzato, in realtà esprimeva una grande forza interiore, la forza di lasciarsi guidare tipica di chi sa che comunque vadano le cose ha un porto sicuro in cui approdare per metter in salvo la sua imbarcazione e quel porto sicuro sono i propri principi fondamentali.

Vede entrare l’amica dalla porta d’ingresso del bar: le mani le cominciano a sudare all’istante. Avrebbe bisogno di una boccata di aria fresca o di un secchio di acqua gelida giù per la schiena. Le fa un timido cenno con la mano, quasi avesse ancora in serbo una impercettibile vena di incertezza in merito a quell’incontro.

“Ciao ragazzaccia!” Le fa Paola con un accenno di sorriso.

Anna la trova bella e interessante con quei suoi capelli rossi e ricci e quell’accenno di lentiggini a colorarle la parte superiore del naso: le viene da pensare che non aveva mai fatto caso con una tale lucidità ai particolari dell’amica. Quel pensiero spontaneo in merito alle fattezze di Paola, dalle tonalità erotico/sentimentali, le fa abbassare timidamente lo sguardo: le fa strano pensare a un complimento rivolto ad una ragazza, oltretutto una persona che è stata parte fondamentale della sua esistenza per i 18 anni della sua vita passata.

“Eh lo so, sono stata una ragazzaccia negli ultimi due decenni, ma sai com’è avevo bisogno di capire…”

Anna lascia apposta quella frase in sospeso: ha bisogno di mettere tra lei e l’amica un buon dialogo che stemperi la sensazione di freddo data dalla distanza che si è insinuata tra loro due in tutti quegli anni; per quanto affiatamento ci sia stato tra di loro in passato, sembrano comunque due pugili al primo round di quindici; si studiano per comprendere se i vecchi schemi relazionali possono ancora tenere e funzionare.

“Lo so Anna, l’ho sempre capito fin da quando eravamo adolescenti che su questo aspetto tu ed io eravamo completamente all’opposto.” Anche Paola sta giocando con la vaghezza delle parole per lasciare il tempo all’amica di riordinare la confusione di pensieri che percepisce guardandola fissa dentro quegli occhi verdi e sgranati.

“Spiegati meglio Paola;”

“Io in virtù dell’educazione datami dai miei genitori, ho sempre lasciato i miei sentimenti fare capolino alla porta della mia coscienza, dandogli la possibilità di esprimersi senza bisogno di reprimerli. Tu invece hai ricacciato quello che sei e provi nei meandri del tuo subconscio, lasciandoti prendere da comportamenti estremi e autolesionisti pur di evitare di arrenderti all’evidenza.”

“E qual è l’evidenza Paola? Che sono lesbica e non l’ho mai ammesso a me stessa?”

Anna ha lo sguardo smarrito: tutto ciò che le ha appena detto l’amica lo percepisce vero sul piano teorico ma non le è ancora entrata dentro l’idea che a lei piacciano le donne. Vede la mano di Paola avvicinarsi al suo viso: i polpastrelli della mano destra le accarezzano lievemente una tempia. Sebbene Anna ricordi nei dettagli il pomeriggio di tanti anni prima alle Canarie, riprovare le emozioni che nascono dall’essere toccata a quel modo le crea un sussulto che la fa impercettibilmente tremare e in quel fremito leggero percepisce che la risposta ai suoi dubbi è nel non cercare risposta alcuna, lasciando semplicemente che sia come deve essere.

Sente un gran desiderio di accarezzare a sua volta il volto di Paola: è una carezza quasi rubata a quella parte di sé che per anni ha fatto da sentinella a quella sua essenza, vigilando che essa non fuoriuscisse.

“Sono felice Anna tu mi abbia accarezzato a quel modo, qui in mezzo a tanta gente!”

“Era solo una carezza Paola niente più.”

“Si ma se rifletti, è la prima volta che decidi di fare qualcosa in modo spontaneo senza pensare alle conseguenze e questo per me è meraviglioso!”

“Lo è anche per me Paola! È come se un peso che avevo da una vita sulla coscienza, di colpo si fosse sciolto al sole di un consapevole atto di coraggio! È incredibile Paola quanto noi esseri umani siamo spesso a tanto così dalla felicità e per mancanza di forza interiore ci rinunciamo!”

Anna vede l’amica sorridere, di quei sorrisi che provocano felicità all’anima.

“Sapevo fin dall’inizio che con te la battaglia sarebbe stata molto lunga e dura da combattere e che le probabilità di vittoria erano  molto risicate: hai sempre avuto bisogno di trovare un perché per ogni evento che incespicava nella tua vita, con cui poter giustificare ai tuoi stessi occhi la reazione che avresti avuto all’evento stesso. Quanto successo tra noi venticinque anni fa quel pomeriggio in hotel era talmente fuori dai tuoi schemi mentali che hai deciso di porci una pietra sopra andando avanti facendo finta di niente, sebbene dalle tue reazioni quel giorno sono sicura ti sia rimasto dentro qualcosa.”

“E per te Paola cos’ha rappresentato quel pomeriggio?”

“Solo una cosa: mi ha confermato quanto ti amavo!”

Adorava quella sicurezza di Paola; le invidiava quella capacità che aveva di non girare intorno alle parole, di andare dritta al punto. Lei che non era mai stata in grado di essere così diretta con le persone, aveva sopperito a quella mancanza con grandi sfoggi di arroganza e aggressività.

Anna sistema entrambi i gomiti sul piano del tavolino, mento appoggiato sul palmo della mano destra: guarda l’amica con fare dispiaciuto.

“Che succede Anna?”

“Pensavo solo a quanto sarà stata dura vedere me e Gianni insieme in tutti quegli anni. Perché non mi hai mai detto nulla Paola?”

“Perché dopo che ci eravamo amate quel pomeriggio, avevo capito che se ti avessi chiesto di uscire allo scoperto, ti avrei persa per sempre e soprattutto quello sarebbe stato l’evento che avrebbe per sempre diviso i quattro cavalieri della tavola rotonda.”

“Alla fine Paola ci siamo divisi comunque noi quattro, per altri motivi ma lo abbiamo fatto!”

Sulle due amiche cala un silenzio legato ai ricordi e per alcuni minuti ognuna guarda nel vuoto assorta nei propri pensieri.

“Eravamo proprio un portento insieme Anna!”

“Si lo eravamo..” una vena di tristezza colora la voce di Anna rendendola quasi un soffio: un nodo le si aggroviglia alla gola e le crea problemi al respiro; sta piangendo. Paola le asciuga le lacrime con l’indice della mano destra e le sfiora impercettibilmente le labbra con le sue.

“Come sta Gianni?”

Quella domanda secca, gettata sul tavolo in un momento inaspettato della conversazione, raggela Paola che abbassa impercettibilmente lo sguardo per sfuggire per un attimo alla realtà dei fatti.

“Sarebbe già tanto sapere che sta da qualche parte Anna?

“Cosa intendi Paola? Non dirmi che gli è successo qualcosa, ti prego non dirmelo,  non lo sopporterei!” Anna stringe la mano di Paola; è chiaramente agitata, quasi intimorita all’idea che a Gianni sia capitato qualcosa o addirittura che non ci sia più.

“Qualche anno dopo che avevamo litigato, un giorno è partito per il Sudamerica e da quel momento non abbiamo più avuto notizie di lui. L’ho cercato in lungo e in largo per le terre e per i mari di mezzo mondo ma niente da fare.”

“Hai provato a Maspalomas? Ti ricordi che all’epoca diceva che avrebbe voluto aprirsi un ristorante alle Canarie?”

“Si, ci sono tornata un paio di volte ma nulla! Poi, dopo qualche anno i miei genitori ed io abbiamo smesso di cercare. Oramai sono quindici anni che non ho più notizie di lui.”

Il volto di Anna, da cupo e preoccupato che era, si trasforma all’istante in speranzoso.

“Paola dobbiamo pagare, svelta usciamo di qua!”

“Ma che ti succede Anna? Dove dobbiamo andare?” “Ti spiego quando saliamo in taxi, forse so dove si trova Gianni?”

La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4