Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 5 L’incontro

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Il boeing 757 della Air One aveva iniziato le procedure di discesa verso l’aeroporto  Gando a Gran Canaria. Gianni non aveva tenuto la bocca chiusa nemmeno per un minuto dei 240 circa della durata del volo.

“Gianni stiamo atterrando, te ne stai zitto almeno per questi cinque minuti che mancano a toccare terra?”

“Pietro sai che ho una paura fottuta di volare e devo scaricare la tensione in qualche modo.”

Le mani di Gianni erano inchiodate ai braccioli dei seggiolini, rigido sulla schiena.

“Tu non stai scaricando tensione Gianni, stai scaricando le nostre batterie!” Lo aveva rimproverato la sorella Paola con occhio bovino.

“Tu mi ami comunque è vero Bi-bi? Anche se ho paura di volare e su un aereo divento insopportabile?” Gianni aveva girato impercettibilmente la testa verso Anna mentre le poneva quella domanda che all’epoca entrambi davano per retorica.

“Io ti amo e ti amerei anche se dovessimo vivere su un aereo per il resto dei nostri giorni amore!”

Erano all’inizio della loro storia d’amore: stavano insieme da un paio di anni e vivevano di armonie comuni e frasi raccolte da storie di altri, lette sui libri o sentite nei film, che riadattavano alla meglio: ogni cosa diventava il pretesto giusto per rimarcare a sé stessi e al mondo quanto fosse stupendo e meraviglioso il loro amore.

“Mamma mia, mi sta venendo il vomito a sentire queste smancerie!” Si era inserita Paola in quella conversazione tra fidanzatini, facendo finta di mettersi due dita in gola come per vomitare.

“Sei solo invidiosa Paola del nostro meraviglioso amore.” Aveva ribattuto Anna calcando apposta sull’enfasi di quella frase sperando che l’amica stesse al gioco: le piaceva stuzzicarla con infantili giochetti verbali.

“Sicuramente Anna, la mia è tutta invidia: io non ho mai desiderato altro che un rapporto mieloso al punto da farmi venire il diabete!”

La vita privata di Paola era sempre stata un mistero per i tre amici: non si era mai pronunciata in merito alla sua vita sentimentale. Era sempre stata molto schiva anche quando le sue amiche e compagne di classe si raccontavano l’un l’altra le loro più o meno importanti storielle d’amore e mascherava divinamente questa ritrosia con una proverbiale capacità di stare sempre e comunque sopra le righe in ogni cosa. Sembrava quasi non avesse alcun desiderio di scoprire l’altro sesso, nessuna curiosità di confrontarsi, anche solo per il gusto di capire. Quando qualcuno dei 3 amici la prendeva in giro in merito alle questioni di cuore, lei era molto abile a incassare con nonchalance e a deviare facendo ripartire il discorso su altri binari.

“Ti farebbe un gran bene Paola, credi a me!” Aveva replicato Gianni sempre più rigido sulle spalle e con lo sguardo attento a percepire ogni tipo di rumore più o meno sinistro del velivolo.

“Va bene dottore, ci penserò!” Aveva chiuso in modo scherzoso Paola.

“Avete finito di scassare le palle voi tre? Sono 4 ore che non state zitti un secondo!”

Era arrivata la replica secca di Pietro che aveva sancito la fine di quella gioviale conversazione.

Dopo un trasferimento in macchina durato circa un’ora, erano giunti al villaggio turistico dove avevano deciso di trascorrere una settimana: era l’estate del 1990.

“Io voglio subito correre in spiaggia per sentire com’è l’acqua.” Gianni era ansioso di decretare ufficialmente l’inizio di quella vacanza e voleva farlo nel migliore dei modi, facendo un tuffo poderoso nelle acque fredde dell’oceano Atlantico.

“Io ti seguo a ruota Gianni!” Aveva replicato l’amico Pietro e entrambi in meno di dieci minuti erano già usciti, pantaloncini da mare indosso e telo sotto il braccio, lasciando le due ragazze sole nella quadrupla affacciata sulle dune di Maspalomas a disfare i bagagli.

“Ci pensi mai Anna come sarebbe stata la vita di tutti noi se non ci fossimo incontrati tanti anni fa nel villaggio turistico in Sardegna con le nostre rispettive famiglie?”

“Sarebbe stata una vita Paola, come tante, come le nostre quattro proprio qui e ora in questo frangente; in fondo ognuno di noi ama pensare che le proprie esperienze siano qualcosa di unico e speciale rispetto a quelle degli altri, ma credo che su questa terra ci siano milioni di mondi diversi che sono lì pronti per essere adottati da qualcuno e tutti sono ugualmente eccezionali se osservati dal punto di vista dei protagonisti di quelle storie.”

“Che risposta del cazzo Anna! Mi sembri un filosofo, di quelli che parlano mezz’ora senza esprimere nulla. La mia non era una domanda buttata lì a caso: ora che vi conosco e so come siamo insieme, non potrei pensare a nessun altro tipo di vita; tutto qua, voleva suonare come un complimento alla nostra amicizia posto sotto forma di domanda retorica!”

“E nemmeno la mia Paola voleva essere una risposta buttata lì a caso: ero molto seria in quello che stavo esprimendo poco fa. Volevo solo dire che se non ci fossimo conosciuti, non saremmo stati nemmeno assillati dal dubbio che hai espresso tu poc’anzi e la vita che adesso staremmo vivendo ci sembrerebbe comunque la nostra migliore vita.”

Anna era intenta a spalmarsi la crema solare, in topless davanti allo specchio del bagno, quando aveva percepito la presenza di Paola dietro di lei: non le dava alcun problema farsi vedere nuda dall’amica che considerava quasi una sorella, visto quanto erano state a contatto fin da bambine e trovava normale che entrambe entrassero e uscissero dal bagno quando una delle due era dentro.

Ma queste considerazioni alquanto neutre in merito alla condivisione di uno spazio molto intimo quale una toilette, erano di colpo crollate quando le mani dell’amica si erano adagiate morbidamente sulle sue spalle e avevano cominciato a massaggiarle con fare gentile. Percepiva nel profondo che in quel massaggio c’era molto di più di una coccola amichevole: altre volte era successo che Paola le prendesse le mani e gliele accarezzasse, oppure la abbracciasse stringendola forte a sé e trasferendole tutto il bene che le voleva, ma Anna in quei gesti non aveva mai percepito niente di più che un meraviglioso atto d’amore tra amiche.

Ma in quel frangente l’amica stava mettendo nei suoi gesti una carica di erotismo che provocava a Anna delle sensazioni contrastanti. Di certo c’era una cosa: a lei non dispiaceva affatto quello che Paola le stava praticando sulla schiena, al punto che percepiva una serie di brividi ravvicinati e continui che dai reni si propagavano come piccole vibranti contrazioni fino agli inguini.

Più le mani di Paola si muovevano sulla schiena di Anna disegnando ampi cerchi con grande maestria, più Anna si lasciava andare perdendo totalmente il controllo di sé.

Paola sapeva molto bene, in quanto donna, dove mettere le mani per far provare piacere all’amica; bastava solo mettersi in contatto con la parte più emozionale di sé stessa e fare ad Anna quello che avrebbe voluto che Anna facesse col suo corpo.

Anna d’altro canto, stava scoprendo un piacere del tutto nuovo, dettato da regole completamente femminili e questo in parte la sconvolgeva: l’amica in quel massaggio si concentrava sui centri di piacere periferici del  suo corpo, prendendosi cura, con le sue mani, di zone che Anna non avrebbe mai pensato potessero essere minimamente erogene, ma che le provocavano delle emozioni molto intense.

Non aveva mai provato nulla di simile nelle esperienze avute in precedenza con gli esponenti del sesso maschile, Gianni compreso. Tutti i suoi partner in passato erano sempre stati così concentrati su sé stessi e sull’unico obiettivo che vedevano innanzi, la penetrazione, da dimenticare che davanti si ritrovavano un essere che comunicava in modo globale con anima, corpo e cuore e non solo con ciò che aveva in mezzo alle gambe.

In quel vortice di pensieri, emozioni e piaceri, Anna si era voltata dolcemente e aveva appoggiato le sue labbra su quelle di Paola: ora sentiva le mani dell’amica che le massaggiavano dolcemente i capezzoli che si stavano inturgidendo ad ogni impercettibile sfioro dei  polpastrelli dell’amica.

“Perché Paola tutto questo?”

“Anna lasciati andare completamente al piacere del momento, evitando che il cervello vada alla ricerca costante di un perché.”

“Mi stai dicendo che quello che stiamo facendo adesso non ha un senso Paola?” La sua voce si stava abbassando di tono man mano che la sensazione di piacere le si insinuava tra le cosce; aveva buttato la testa all’indietro intanto che Paola le baciava il collo.

“Ne ha eccome di senso Anna.” La voce di Paola era sospirata, segno che ciò che stava facendo sul corpo dell’amica stava provocando una sensazione di intenso piacere anche a lei.

“Probabilmente però non il senso che il tuo cervello razionale vorrebbe appioppargli, tutto qua!”

“Si hai ragione; mi sto facendo troppe paranoie. L’unica cosa che so ora è che quello che stiamo facendo mi piace un casino!”

“Fatti guardare!”

Le aveva detto Paola con fare gentile e occhi vibranti. Le aveva lentamente sfilato le mutandine, facendosi guidare dall’istinto di donna, con movimenti calmi e ampi e si era leggermente scostata da lei per ammirare quella bellezza ancora acerba.

“Il tuo corpo è così docile al tocco, che mi viene male al cuore a pensare che venga anche solo sfiorato da rudi mani maschili.”

Anna aveva leggermente unito le ginocchia una contro l’altra e aveva d’istinto portato le mani verso il pube: si sentiva un pò in imbarazzo, non tanto per quello che stava succedendo tra di loro, bensì per il fatto che nessuno mai le aveva chiesto di farsi ammirare nuda come fosse un bel quadro appeso al muro. Anna per la prima volta si stava conoscendo veramente, stava assumendo consapevolezza della sua vera natura ed era come se si fosse aperto un varco tra due mondi dentro cui lei aveva guardato scorgendo sprazzi di infinito. Questa era la sensazione provata dopo che era riuscita a rilassarsi al punto da lasciarsi andare completamente tra le braccia dell’amica: una sensazione di saltare dentro uno spazio infinito che l’aveva fatta scoppiare in un orgasmo multiplo quasi catapultandola in un’altra dimensione, tanto era stato intenso e inaspettato.

Si erano amate per un’ora, quel pomeriggio di 25 anni prima, amate come nessuna delle due avrebbe mai pensato potesse accadere fra due donne. A parte le domande iniziali di Anna, poi non si erano dette più nulla in quell’ora di piacere: si erano talmente entrate dentro le rispettive anime che ogni tentativo di spiegare e dare un senso con le parole, sarebbe stato limitativo e fuorviante.

E poi, come era iniziata, quella cosa a cui nessuna delle due aveva voluto dare un nome, era finita e tutto era ripartito come se nulla fosse successo, come se quell’incontro fosse stato un momento meraviglioso dell’esistenza di entrambe sospeso completamente nel tempo.

Anna è seduta ad un tavolino di un bar di Piazza San Babila e sta aspettando che Paola da un momento all’altro entri dalla porta di ingresso. Il pensiero di quanto successo quel pomeriggio di 25 anni prima le accarezza dolcemente le interiora: le era capitato altre volte in passato di ripensare alla dolcezza di quegli istanti vissuti con l’amica, ma mai con l’intensità con cui i ricordi stanno ritornandole alla mente proprio lì dentro a quel bar; tutto colpa, o merito, dipende dai punti di vista pensa, di quell’incontro avuto con Paola qualche sera prima. Sente i battiti del cuore accelerare come se l’amica fosse ancora alle sue spalle a accarezzare le zone erogene della sua schiena, con gesti intensi e calibrati.

È molto confusa a causa della velocità con cui tutto si è sviluppato dopo l’incontro casuale avuto con Paola alla festa in casa sua. Si sente schiacciata tra due vite, quella passata e quella presente e di nessuna delle due sa al momento cosa farsene per costruirsi un futuro. Prima di prendere il coraggio di telefonare all’amica, ci ha dovuto pensare per un po’: sono stati giorni durante i quali è stata molto combattuta, ma poi ha prevalso il desiderio di dare risposta ad una serie di domande a cui lei negli ultimi 20 anni non ha dato seguito facendo finta che andasse bene così.

Il suo presente oramai è compromesso: non ha alcun rimpianto in merito a quanto successo qualche giorno prima in azienda col padre, anzi se tornasse indietro, avrebbe dato sfogo a quell’atto di ribellione molto prima nel tempo. Se ci riflette bene, anche se suo padre le chiedesse in ginocchio di tornare lei rifiuterebbe: non per orgoglio, anzi, quel sentimento è l’ultimo ad appartenerle, bensì perché quella sua crisi non è certo nata per un capriccio, ma sono anni che cova sotto la cenere e l’incontro con Paola è solo stato un innesco, per quante emozioni quell’innesco abbia generato.

Anna ha in questo momento solo una certezza: non vuole più ritornare al tipo di vita che conduceva fino a qualche giorno prima e non certo per una questione morale o perché si vergogni. Semplicemente quella vita non le trasferisce più quelle emozioni che le dava un tempo. Ora sente il bisogno di andare molto più a fondo  negli eventi della sua vita, lasciando che i moti insurrezionali che accadono in superficie facciano il loro corso senza interferire con essi; ha bisogno di cercare i propri valori fondamentali per cominciare a vivere in funzione di essi, lasciando al contempo che la vita faccia il suo corso senza più intercedere costantemente per cercare di controllarla.

Da qualche sera le tornano spesso alla mente i battibecchi avuti con Gianni due decenni prima: Gianni era sempre stato il re dell’incertezza e oggi che ci pensa, a distanza di tempo, sta cominciando a comprendere che quella che lei viveva come una forma estrema di debolezza dell’amico e allora fidanzato, in realtà esprimeva una grande forza interiore, la forza di lasciarsi guidare tipica di chi sa che comunque vadano le cose ha un porto sicuro in cui approdare per metter in salvo la sua imbarcazione e quel porto sicuro sono i propri principi fondamentali.

Vede entrare l’amica dalla porta d’ingresso del bar: le mani le cominciano a sudare all’istante. Avrebbe bisogno di una boccata di aria fresca o di un secchio di acqua gelida giù per la schiena. Le fa un timido cenno con la mano, quasi avesse ancora in serbo una impercettibile vena di incertezza in merito a quell’incontro.

“Ciao ragazzaccia!” Le fa Paola con un accenno di sorriso.

Anna la trova bella e interessante con quei suoi capelli rossi e ricci e quell’accenno di lentiggini a colorarle la parte superiore del naso: le viene da pensare che non aveva mai fatto caso con una tale lucidità ai particolari dell’amica. Quel pensiero spontaneo in merito alle fattezze di Paola, dalle tonalità erotico/sentimentali, le fa abbassare timidamente lo sguardo: le fa strano pensare a un complimento rivolto ad una ragazza, oltretutto una persona che è stata parte fondamentale della sua esistenza per i 18 anni della sua vita passata.

“Eh lo so, sono stata una ragazzaccia negli ultimi due decenni, ma sai com’è avevo bisogno di capire…”

Anna lascia apposta quella frase in sospeso: ha bisogno di mettere tra lei e l’amica un buon dialogo che stemperi la sensazione di freddo data dalla distanza che si è insinuata tra loro due in tutti quegli anni; per quanto affiatamento ci sia stato tra di loro in passato, sembrano comunque due pugili al primo round di quindici; si studiano per comprendere se i vecchi schemi relazionali possono ancora tenere e funzionare.

“Lo so Anna, l’ho sempre capito fin da quando eravamo adolescenti che su questo aspetto tu ed io eravamo completamente all’opposto.” Anche Paola sta giocando con la vaghezza delle parole per lasciare il tempo all’amica di riordinare la confusione di pensieri che percepisce guardandola fissa dentro quegli occhi verdi e sgranati.

“Spiegati meglio Paola;”

“Io in virtù dell’educazione datami dai miei genitori, ho sempre lasciato i miei sentimenti fare capolino alla porta della mia coscienza, dandogli la possibilità di esprimersi senza bisogno di reprimerli. Tu invece hai ricacciato quello che sei e provi nei meandri del tuo subconscio, lasciandoti prendere da comportamenti estremi e autolesionisti pur di evitare di arrenderti all’evidenza.”

“E qual è l’evidenza Paola? Che sono lesbica e non l’ho mai ammesso a me stessa?”

Anna ha lo sguardo smarrito: tutto ciò che le ha appena detto l’amica lo percepisce vero sul piano teorico ma non le è ancora entrata dentro l’idea che a lei piacciano le donne. Vede la mano di Paola avvicinarsi al suo viso: i polpastrelli della mano destra le accarezzano lievemente una tempia. Sebbene Anna ricordi nei dettagli il pomeriggio di tanti anni prima alle Canarie, riprovare le emozioni che nascono dall’essere toccata a quel modo le crea un sussulto che la fa impercettibilmente tremare e in quel fremito leggero percepisce che la risposta ai suoi dubbi è nel non cercare risposta alcuna, lasciando semplicemente che sia come deve essere.

Sente un gran desiderio di accarezzare a sua volta il volto di Paola: è una carezza quasi rubata a quella parte di sé che per anni ha fatto da sentinella a quella sua essenza, vigilando che essa non fuoriuscisse.

“Sono felice Anna tu mi abbia accarezzato a quel modo, qui in mezzo a tanta gente!”

“Era solo una carezza Paola niente più.”

“Si ma se rifletti, è la prima volta che decidi di fare qualcosa in modo spontaneo senza pensare alle conseguenze e questo per me è meraviglioso!”

“Lo è anche per me Paola! È come se un peso che avevo da una vita sulla coscienza, di colpo si fosse sciolto al sole di un consapevole atto di coraggio! È incredibile Paola quanto noi esseri umani siamo spesso a tanto così dalla felicità e per mancanza di forza interiore ci rinunciamo!”

Anna vede l’amica sorridere, di quei sorrisi che provocano felicità all’anima.

“Sapevo fin dall’inizio che con te la battaglia sarebbe stata molto lunga e dura da combattere e che le probabilità di vittoria erano  molto risicate: hai sempre avuto bisogno di trovare un perché per ogni evento che incespicava nella tua vita, con cui poter giustificare ai tuoi stessi occhi la reazione che avresti avuto all’evento stesso. Quanto successo tra noi venticinque anni fa quel pomeriggio in hotel era talmente fuori dai tuoi schemi mentali che hai deciso di porci una pietra sopra andando avanti facendo finta di niente, sebbene dalle tue reazioni quel giorno sono sicura ti sia rimasto dentro qualcosa.”

“E per te Paola cos’ha rappresentato quel pomeriggio?”

“Solo una cosa: mi ha confermato quanto ti amavo!”

Adorava quella sicurezza di Paola; le invidiava quella capacità che aveva di non girare intorno alle parole, di andare dritta al punto. Lei che non era mai stata in grado di essere così diretta con le persone, aveva sopperito a quella mancanza con grandi sfoggi di arroganza e aggressività.

Anna sistema entrambi i gomiti sul piano del tavolino, mento appoggiato sul palmo della mano destra: guarda l’amica con fare dispiaciuto.

“Che succede Anna?”

“Pensavo solo a quanto sarà stata dura vedere me e Gianni insieme in tutti quegli anni. Perché non mi hai mai detto nulla Paola?”

“Perché dopo che ci eravamo amate quel pomeriggio, avevo capito che se ti avessi chiesto di uscire allo scoperto, ti avrei persa per sempre e soprattutto quello sarebbe stato l’evento che avrebbe per sempre diviso i quattro cavalieri della tavola rotonda.”

“Alla fine Paola ci siamo divisi comunque noi quattro, per altri motivi ma lo abbiamo fatto!”

Sulle due amiche cala un silenzio legato ai ricordi e per alcuni minuti ognuna guarda nel vuoto assorta nei propri pensieri.

“Eravamo proprio un portento insieme Anna!”

“Si lo eravamo..” una vena di tristezza colora la voce di Anna rendendola quasi un soffio: un nodo le si aggroviglia alla gola e le crea problemi al respiro; sta piangendo. Paola le asciuga le lacrime con l’indice della mano destra e le sfiora impercettibilmente le labbra con le sue.

“Come sta Gianni?”

Quella domanda secca, gettata sul tavolo in un momento inaspettato della conversazione, raggela Paola che abbassa impercettibilmente lo sguardo per sfuggire per un attimo alla realtà dei fatti.

“Sarebbe già tanto sapere che sta da qualche parte Anna?

“Cosa intendi Paola? Non dirmi che gli è successo qualcosa, ti prego non dirmelo,  non lo sopporterei!” Anna stringe la mano di Paola; è chiaramente agitata, quasi intimorita all’idea che a Gianni sia capitato qualcosa o addirittura che non ci sia più.

“Qualche anno dopo che avevamo litigato, un giorno è partito per il Sudamerica e da quel momento non abbiamo più avuto notizie di lui. L’ho cercato in lungo e in largo per le terre e per i mari di mezzo mondo ma niente da fare.”

“Hai provato a Maspalomas? Ti ricordi che all’epoca diceva che avrebbe voluto aprirsi un ristorante alle Canarie?”

“Si, ci sono tornata un paio di volte ma nulla! Poi, dopo qualche anno i miei genitori ed io abbiamo smesso di cercare. Oramai sono quindici anni che non ho più notizie di lui.”

Il volto di Anna, da cupo e preoccupato che era, si trasforma all’istante in speranzoso.

“Paola dobbiamo pagare, svelta usciamo di qua!”

“Ma che ti succede Anna? Dove dobbiamo andare?” “Ti spiego quando saliamo in taxi, forse so dove si trova Gianni?”

Dedicata a mia figlia…

….Sai..sentire il tuo respiro che lento si abbandona tra le braccia della notte…è un pò come ascoltare il tuo primo vagito…quel meraviglioso grido liberatorio con cui per la prima volta hai dichiarato al mondo ‘Io esisto..

‘Esisti eccome’..esisti talmente tanto che mi incanto ad ascoltarti mentre dormi…mi trasferisce un senso di pace…è liberatorio e rassicurante…

…dovremmo essere noi genitori a infondervi sicurezza lungo il percorso…e invece…è sufficiente prendersi un attimo per ascoltarvi e tutto diventa più chiaro…

..ciò che esternamente cerchiamo di trasferirvi…fa già parte del vostro patrimonio cosmico, laggiù in fondo al vostro cuore…quel patrimonio che vi lega al Tutto per via della vostra purezza, del vostro candore…

…attraverso di te percepisco l’importanza di dare il meglio di me per tentare, nel mio piccolo, di fare la differenza non solo per te ma per l’intera umanità…

Val di Fassa

L’arte è ‘essere’…non ‘tentare di piacere’…

Non amo l’arte ricercata, affettata…

…l’arte che si dispiega per un cosiddetto e maledetto ‘pubblico target’…

…l’arte è di pancia e nella pancia…l’arte è un venire a galla…spontaneo…come spontanei sono certi motti dell’anima che la sottendono…che la sospingono…che…

L’arte è abbandono…è libertà…è espressione genuina…senza veli emotivi…

L’arte è…follia…

L’arte è in tutto e per tutto…sempre e comunque ‘contro’…

L’arte è ‘essere’…non ‘tentare di piacere’…

Facciamoci un altro Scotch Carlos…

Hai notato Calaca che la quantità di sessantenni che muoiono al giorno d’oggi è notevolmente aumentata rispetto a un tempo?

Dicevi così anche dieci anni fa di quelli di 50 Carlos…

…e quindi Calaca?

…e quindi…facciamoci un altro Scotch Carlos…

…e poi dimenticherò Calaca?…

…no Carlos, non dimenticherai…

…ma almeno te ne andrai ridendo…

https://www.amazon.it/dp/B00CD3AD2W/ref=cm_sw_r_cp_awdb_c_pFA7Eb7ARPVS3

Colui che crede di sapere…ma…

Lo sapevi che ogni giorno per la nostra testa passano all’incirca 70.000 tra pensieri, ricordi, attese, preoccupazioni, etc…? 70.000…

Avresti mai pensato? Eccone un altro…70.001…

La maggior parte di questi…riempiono senza sosta la nostra mente, completamente a nostra insaputa…

l’oblio della consapevolezza!

Chissà quando ci hanno etichettato come Homo Sapiens Sapiens…cioè ‘colui che sa di sapere’, a cosa si stavano riferendo?