Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Uganda mia amata – Parte 3

Il taxi è appena ripartito dopo aver lasciato Christian Mutai davanti alla sede degli studi televisivi della capitale. Si sente a disagio ad entrare in quegli ambienti fatti di effimero e di modi di comunicare in politichese che non gli sono affini, lui che è abituato a ben altri contesti dove si fa della concretezza il filo conduttore di ogni giornata, perché per ogni cosa, da dove proviene, è sempre una questione di vita o di morte.

Gli era capitato altre due volte di essere invitato ad uno di quei talk show dove il presentatore, come un abile ammaestratore di leoni, tiene a bada le diverse voci contrastanti degli ospiti presenti, i cui palinsesti lui stesso ha contribuito a generare per mantenere alta l’attenzione del telespettatore.

Un po’ di sangue in scena deve sempre sgorgare caro Mutai!” Così gli aveva detto Paoloni, il presentatore impomatato e con tanto pelo sullo stomaco, l’ultima volta che era stato invitato proprio lì in quegli studi televisivi: “perchè se non sgorga un po’ di sangue durante la trasmissione l’audience cala, capisce?”….. aveva proseguito con quel suo ghigno stantio mentre veniva inseguito da una truccatrice che, con gesti veloci e capaci, cancellava ogni traccia di rughe dal contorno occhi.

Se non sgorga un po’ di sangue in studio l’audience cala…’ aveva riflettuto spesso Christian in merito a quella frase. Erano anni che viveva in contesti di guerra e lavorava come medico per associazioni umanitarie di mezzo mondo e del sangue vero ne aveva visto sgorgare a fiumi. In quella frase ridicola, che nascondeva appena sotto la superficie delle parole, una malsana e superficiale inconsapevolezza in merito a cosa significasse davvero lo sgorgare del sangue, ci aveva percepito un atavico e imbecille desiderio dell’uomo di porsi su posizioni di contrasto, sempre e comunque.

Christian torna nel Belpaese di rado; principalmente quando l’associazione umanitaria di cui è un dirigente operativo sul campo da qualche anno, gli impone di presenziare a quelle trasmissioni al solo fine di raccogliere fondi per la causa.

Quando viene è sempre e solo per una toccata e fuga: ogni volta che torna, il rumore di fondo che proviene dall’arena degli strilloni e degli imbonitori di corte è sempre più forte e fastidioso. Quegli studi di cui ha appena varcato la soglia, sono una delle casse di risonanza principali di quel modo urlante e battagliero di condurre la vita e Christian si sente completamente a disagio in quell’ambiente.

Vede venirgli incontro Ester, con fare baldanzoso e tracotante: è l’assistente tutto fare del presentatore, Paoloni. Saltella in modo sgraziato, brandendo nella mano destra, che tiene alzata come una scimitarra pronta a ferire, alcuni fogli che contengono il copione di quanto da lì a qualche ora andrà in scena. E gli torna in mente quella frase ridicola: ‘se non sgorga un po’ di sangue l’audience cala…’ e sa che dovrà recitare la sua parte questa sera. Si sente una scimmia dentro un circo fatto da imbecilli, messo in piedi perché altri imbecilli possano dare un senso alla propria esistenza; ‘Panem et circensem’ pensa, intanto che un rigurgito acido gli infiamma lo sterno.

“Dottor Mutai buon pomeriggio, come sta?” La donnetta tuttofare gli pone quella domanda anch’essa parte di un copione e intanto che lui cerca una risposta pronta all’uso, lei sta già guardando altrove perché la sua giornata è impostata in modo rigido, rigoroso e schedulato e quella domanda è posta proprio lì nel punto preciso indicato dal copione e poco importa la risposta. Christian lo sa, ne è convinto perché oramai lo conosce, che è Paoloni in persona a tessere le fila di quel circo mediatico: lui è uno metodico, quasi maniaco della perfezione e tutto deve essere portato a termine nel migliore dei modi. Oggi lui, come quell’assistente saltellante dai modi di fare slabbrati e volgari, è la sua scimmia e come tale deve comportarsi.

“Mi segua dottore: intanto le lascio i fogli con le domande che Paoloni le sottoporrà in trasmissione e un suggerimento di risposte che lei dovrebbe essere così gentile di seguire.” Eccola lì la frase che aspettava: tutto è costruito a regola d’arte e anche le risposte devono seguire un preciso palinsesto per dare la sensazione a chi segue la trasmissione da casa, che la condotta si giochi sul filo del rasoio tra una mediocre e noiosa decenza e un feroce combattimento verbale. ‘Che cosa c’entra tutto questo’, pensa, ‘con il campo profughi ugandese dove presto il mio servizio come medico da molti anni? Dove si può collocare un Paoloni o migliaia di altre comparse come lui, che utilizzano termini a sproposito, che si impomatano e imbellettano, con quella parte di mondo da cui provengo e di cui oramai mi sento parte integrante?’ L’Africa è un continente ostile pensa, ma quando ti entra nelle vene è come la droga, non ne puoi più fare a meno e lui si sente un drogato rispetto a quella terra che per metà, da parte di padre, ha nel sangue.

Opera da una decina d’anni come medico nel campo profughi del distretto di Arua in Uganda e da tre è diventato il direttore delle operazioni nell’africa sub sahariana per l’associazione di cui è membro. In quel campo vede arrivare ogni giorno in media 3.000 profughi, soprattutto donne e bambini, in fuga dal Sud Sudan in cerca di acqua, cure sanitarie, aiuti di ogni genere: in una parola in cerca di un po’ di vita sotto forma di speranza.

In quel frangente gli torna in mente una frase che gli ripeteva suo padre quando era piccolo, in quella lingua sonora appartenuta a suo nonno, con l’intento di mantenere intatta la tradizione: “katika kila hali daima jaribu kupata maoni yako juu ya ukweli na kamwe kufuata kundi la kondoo!”, “in ogni situazione cerca sempre di farti una tua opinione in merito ai fatti e mai seguire il gregge di pecore!”

Se dovesse seguire alla lettera quella frase, pensa, lui dovrebbe prendere il palinsesto che l’assistente di Paoloni gli ha appena messo tra le mani poco prima e cestinarla: ma di coerenza nella sua vita ne è rimasta ben poca, ammesso e non concesso che ne abbia mai avuta. Ricorda che nei primi anni di esercizio della professione medica era tutto diverso: era spinto da un idealismo di fondo che dava un senso profondo alle sue giornate; oggi è tutto diverso, tutto cambiato, lui in primis.

“Mi segua di qua la prego: la conduco nel suo camerino per il trucco!” Interrompe i suoi pensieri Ester.

“Chi sono gli altri ospiti questa sera?” Christian azzarda quella domanda, e subito dopo se ne pente: ha paura della risposta che non tarda ad arrivare:

“l’onorevole Candiazzo; Paola Gruber, la famosa attrice; lo psicologo dell’infanzia Bertier e naturalmente Diego Picotti, il famoso critico televisivo!”

Quel ‘naturalmente’ riferito a Diego Picotti lo fa sussultare: l’ultima volta che era stato in trasmissione, Diego Picotti lo aveva fatto imbestialire al punto che dalla regia avevano dovuto mandare uno spot pubblicitario non programmato per permettere ai due, lui e Picotti, di riprendersi e riappacificarsi alla meno peggio dietro le quinte. Quello, pensa, è un tuttologo saccente che mette il naso in ogni cosa con la presunzione di saperne più dei diretti interlocutori. Le altre persone appena citate dall’assistente, solo in apparenza sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, in realtà sono intrecciate e amalgamate da Paoloni a regola d’arte come fosse un barman che mixa i vari ingredienti per ricavarne un cocktail micidiale. È da quel cocktail, fatto di tiri incrociati verbali e finti battibecchi idioti, che lui spreme un mezzo punto percentuale di audience in più.

Christian questo pomeriggio è schifato da tutta quella finzione: è vero, come gli dice sempre Pontavice, il medico parigino a capo dell’associazione, che alla fine ciò che conta è che entrino nelle casse dell’associazione più fondi possibile, ma trova tutto ciò comunque ridicolo.

È consapevole di essersi perso per strada negli ultimi anni: tutta quella politica di cui si è circondato per compiacere coloro che stanno sopra di lui. Si sente un soldato alla mercé di un gruppo di manigoldi che per ogni euro che entra nelle casse dell’associazione per la causa umanitaria, 80 centesimi se li intascano in cene, compensi da calciatori di serie A e alberghi di lusso.

All’inizio, quando era un giovane chirurgo alle prime armi, pieno di ideali e buoni propositi, l’unica cosa che gli interessava era quella di prendere in mano il bisturi quando serviva incidere o il filo da sutura quando serviva ricucire; tutto il resto non esisteva. Lui era concentrato su ciò che sapeva fare meglio. Quello, fare il chirurgo nei luoghi di guerra più truci e cruenti della terra, era ciò che aveva nel sangue ed era l’unico aspetto su cui desiderava concentrarsi. Lo doveva a sé stesso e lo doveva soprattutto a suo padre che, con quel gesto folle e idiota di tanti anni prima, lui aveva condannato e rinnegato per sempre.

È qualche mese che riflette e ritiene di essere stato un figlio molto difficile da gestire: ora se ne rende conto più che mai, soprattutto da quando Amara ha dato alla luce loro figlio.

“Capirai come ti sei comportato da figlio, solo quando diventerai padre!” Gli aveva detto suo padre qualche settimana prima che lo incarcerassero. Ed effettivamente aveva ragione: ora lo sta capendo.

Le poche volte che torna in Italia sarebbe tentato di recarsi a Bologna e andarlo a trovare, ma è passata una vita e non saprebbe proprio da dove cominciare e quindi è più facile far finta di niente: oramai, pensa, il solco è tracciato, la sua vita è impostata e così deve andare fino alla fine.

Bussano alla porta del suo camerino: una testa impomatata che incornicia un viso con un filo di abbronzatura impeccabile fa capolino da dietro la porta: è Paoloni, che lo saluta sfoggiando un sorriso smaltato a 50 denti.

“Caro il mio dottore, come sta? Ha passato bene il suo tempo dall’ultima volta che ci siamo visti?”

Ha sempre un tatto invidiale sto imbecille, pensa; gli verrebbe da rispondere: ‘certo benissimo grazie; ho visto morire circa 6.000 bambini per malnutrizione e malaria, almeno altrettante donne di AIDS e altre malattie endemiche ma per il resto tutto bene, grazie’, ma in realtà accenna un timido: “tutto bene grazie e lei?”

“Io alla grandissima caro dottore; d’altronde lei lo sa meglio di me: la positività genera successo. È matematica questa, non semplice opinione, la positività genera successo!” Ci tiene a ripetere quella frase, un po’ per rimarcare che è farina del suo sacco e lui ne va più che fiero e un po’ per sottolineare quanto sia un uomo avvolto dal successo e dalla fama, lui che si è costruito a forza di post it pieni di slogan attaccati alla specchiera del bagno e frasi da Baci Perugina. A Christian viene naturale fare un paragone con le frasi che suo padre Khamisi gli ripeteva quando era piccolo, frasi che a sua volta il nonno Shalyakula, che lui non aveva mai conosciuto, aveva tramandato a suo padre: ‘quelle sì,’ riflette, ‘che erano frasi poderose, mica queste quattro parole che sciorina inconsapevole sto cialtrone incipriato.’

“Senta Mutai: ho bisogno che lei mi faccia un grandissimo favore:” calca sulle doppie ’s’ per rimarcare l’importanza di ciò che gli chiederà e lo guarda con quei suoi occhietti vispi da viperotta furba e maligna, incorniciati da una montatura di occhiali da mille euro..e senza lasciare che lui replichi alcunché, riprende quel suo monologo ridicolo con fare baldanzoso e gesti ampi: “Nel camerino a fianco c’è il caro onorevole Candiazzo, che lei sa quanto ha fatto e sta facendo per la causa di tutte le associazioni umanitarie come la sua, portando la voce dei più deboli in Parlamento; mi ha detto che avrebbe bisogno di parlarle..” Lascia quella frase volutamente in sospeso, strizzando impercettibilmente l’occhio sinistro come per dargli l’opportunità di interpretare liberamente il motivo di quell’incontro e prima che Christian possa anche solo respirare, lo vede catapultarsi fuori dallo stanzino e lo sente bussare alla porta del camerino attiguo. Percepisce la viscidità di quell’uomo dal tono con cui si rivolge al potente onorevole: “caro onorevole, come sta?” Il copione è sempre lo stesso ma è il tono di voce a dirla tutta: la voce del conduttore si sposta sui toni alti, come fosse un mezzo soprano che vuole colpire il pubblico con giochi di falsetto.

Passano alcuni interminabili minuti e lo sente ritornare quatto quatto verso il suo camerino e con voce soffiata, quasi fosse nell’anticamera del medico della mutua: “l’onorevole la può ricevere ora!”

Ha fatto tutto lui, pensa Christian, ponendo le domande e dandosi pure le risposte: gli sembra di essere dentro un frullatore acceso, insieme a pezzi di banana, mela e arancia e il succo che ne verrà fuori di lì a poco avrà sicuramente il sapore amaro della sconfitta di sé e di quello che pensava di essere diventato.

Si alza svogliato dalla sedia, si toglie i fazzoletti di carta che la truccatrice gli aveva infilato tra il colletto della camicia e il collo per evitare che le varie ciprie di colori e tonalità diversi potessero macchiare il bianco cangiante di quel suo indumento inamidato alla perfezione e a passo incerto si reca nel camerino a fianco.

“Posso onorevole?” Si affaccia dentro lo stanzino che in apparenza è identico a quello dove lui è stato fino a qualche istante prima ma, a un occhio più avvezzo alle sfumature, profuma di lercio potere manicheo.

L’uomo è seduto sulla sedia girevole, la mano destra leggiadramente rivolta verso una manicure che gli sta limando le unghie e con la sinistra sta parlando al cellulare con linguaggio sciolto e disinvolto, dovuto anche al pesante accento romano che l’accompagna:

“Aò dije che nun me faccia incazzà come l’artra vorta, intesi?” Ride sguaiatamente e intanto che l’interlocutore dall’altra parte della linea sta rispondendo a quella sua frase, si rivolge sottovoce alla manicure con occhio da cerbiatto effemminato: “mi mette sulle unghie quella lacca trasparente e lucida che mi ha messo la scorsa settimana?” Sembra sdoppiato di personalità da tanto riesce a passare da modi truci da osteria di periferia a un italiano forbito e aulico.

“Ecchime caro, scusa ma stavo a fà na cosa de vvitale imbortanza! Hoccapito che lui sti sordi nun ce l’ha, ma famo in modo che li trovi, siamo intesi? Sciao caro sciao, un abbraccio.”

Se la ride di gusto mentre chiude la conversazione con occhio porcino, come di chi è consapevole che cadrà sempre e comunque in piedi, vista la posizione che occupa e si rivolge a Christian cambiando completamente tono e registro addirittura senza inflessioni dialettali.

“Carissimo dottore, che si dice da quelle parti!”

È talmente affettato nei modi, da sembrare appena uscito da una sessione linguistica tenuta dall’Accademia della Crusca.

“Onorevole come sta?” Ora Christian è entrato in modalità ‘politichese’ perché sa che con certe persone bisogna ballare, anche se la musica non è tra quelle più gradite.

“Come sto Mutai, bella domanda! Sto come un povero vecchio politico stanco dei giochi di quartiere del proprio partito; ma cosa vuole, questa è la strada che abbiamo intrapreso tanti anni fa oramai e questa ci dobbiamo far piacere!” Si guarda soddisfatto le unghie appena metallizzate dalla manicure mentre parla.

“Mi ha comunicato Paoloni che mi voleva parlare onorevole..” Lascia in sospeso quella frase, non saprebbe cos’altro dire.

“Si dottore le devo parlare di una cosa un po’ delicata:” in quel frangente fa cenno alla manicure di lasciarli soli.

“La scorsa settimana ho avuto un colloquio con uno dei deputati europei della mia corrente di partito e ho subito pensato a lei Mutai: questa persona si occupa in commissione europea di autorizzare le operazioni di rilascio fondi verso le organizzazioni umanitarie europee che operano in giro per il mondo. In quell’occasione mi ha parlato della possibilità di accedere ad un fondo molto cospicuo…” Si ferma: guarda Christian fisso negli occhi come se stesse riconfigurando il sistema operativo che ha nell’hard disk del suo cervello per prepararlo a ricevere quanto sta per dire e soprattutto nelle modalità con cui lo dirà : “..io ho pensato a lei e alla vostra associazione dottore…” Eccola qua la frase che si aspettava da qualche minuto, pensa Christian: questo è il modo velato che hanno certi politici faccendieri come quello che si trova innanzi, di fare i favori chiedendo una fetta della torta in cambio.

usitumie kile unachoamini kwa kweli kwa dhahabu na almasi”, gli ritorna in mente quella frase che il padre era solito ripetergli come fosse un mantra e che gli traduceva pressapoco così quando era piccolo: “non barattare mai ciò in cui credi veramente, per un po’ di oro e diamanti!”

“Che numeri abbiamo dottore, mi faccia capire un po’ giusto per farmi un’idea dell’entità dei fondi che potremmo ottenere;” parla al plurale come per trasmettere al suo interlocutore che lui è parte in causa e ci sta mettendo anima e corpo per portare a compimento positivamente quella operazione: Christian percepisce che gli occhi di quell’uomo sono mossi da una scintilla là in fondo che si chiama avidità.

“Di che numeri sta parlando onorevole?”

“I profughi, quanti profughi sono dottore?” Sputa quella domanda con fare alterato, come fosse un professore impaziente al cospetto di un alunno che ritiene un po’ ritardato e che tratta come tale.

“Parliamo di circa 3.000 profughi al giorno provenienti dal Sud Sudan onorevole!” La voce di Christian si sta indebolendo e più perde energia più si abbassa di tono: gli si sta cominciando a delineare innanzi agli occhi quella che sarà la strategia malvagia di quel manigoldo.

“Dobbiamo aumentarli dottore; portiamoli a 5.000 al giorno! Tanto chi cazzo sta a controllare..3.000, 5.000 sono bazzecole. Dobbiamo ciucciare dalla vacca finché c’è latte, per evitare che altri vitelli si attacchino alle mammelle prima di noi! Quelli ci pagano un tot a profugo, capisce? E il mio uomo lì ha le mani in pasta al punto da poterci favorire..” Intanto che pronuncia l’ultima parola strizza l’occhio e gli stringe l’avambraccio per ottenere consenso e condivisione in merito alla bestialità che ha appena affermato.

Christian è basito, ha quasi il vomito dalla schiettezza con cui quel grassoccio figuro che si trova innanzi, dalle unghie laccate e i capelli di stoppa color melanzana bruciata, gli parla di certi argomenti.

“Comunque dottore, la farò contattare nei prossimi giorni dalla mia segreteria: ci facciamo un bel pranzo di lavoro la prossima settimana e definiamo insieme la miglior strategia di attacco per massimizzare il ritorno dell’investimento. Sa quel ristorante che c’è a Trastevere dove ci incontrammo un paio di anni fa? Quello che le piace tanto..”

Ora sembra un magnate di industria: parla di massimizzazione dell’investimento senza chiarire che cosa lui metta di suo in quell’affare da cui vorrà sicuramente massimizzare il ritorno di una bella tangente e questa è l’unica cosa che Christian ha ben chiara in testa.

“Olgaaa!” Il politico ha finito il suo sermone e lo congeda con un cenno della mano senza dargli diritto di replica alcuna e richiama la manicure che con fare lesto e pronto riprende a curare con gesti sicuri e gentili le estremità del suo corpo come fosse un giardiniere intento a potare con deferenza e rispetto i rami di una quercia millenaria dall’illimitato valore.

Christian torna nel proprio camerino: si slaccia i primi due bottoni della camicia e si allenta il nodo della cravatta. Gli manca letteralmente il respiro: non sa cosa fare; forse la soluzione migliore è quella di fuggire, dileguarsi senza quasi lasciare tracce dietro di sé, tanto, pensa, quello è un mondo di persone talmente concentrate su se stesse, che probabilmente non si renderebbero nemmeno conto che manca un medico in trasmissione. Fuggire però, riflette a fondo prendendo un lungo respiro, significherebbe lasciare aperta una questione e lui odia lasciare in sospeso le cose: guarda la sua immagine riflessa nello specchio del camerino.

“wapiganaji wanapigana kwa sababu ambazo wanaamini mpaka wanahisi moyo wao wa mwisho katika miili yao, wakiacha hakuna jiwe lisilopigwa”, ancora la voce di suo padre provenire dalla sua adolescenza in quell’idioma che a lui da piccolo sembrava un gargarismo, a riportarlo nel solco delle proprie responsabilità:

“i guerrieri combattono per le cause in cui credono finché sentono che c’è un ultimo battito a tenerli in vita, non lasciando nulla di intentato.”

Deve andare fino in fondo questa sera, lo deve a quelle migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalle ostilità e dai maltrattamenti, lo deve a suo padre, per tutto quello che lui gli ha fatto passare, lo deve ai Bantu, la sua etnia di origine.

“Andiamo in onda fra 10 minuti.” La faccia dell’assistente di scena fa capolino da dietro la porta di quella stanzetta angusta riportandolo alla realtà.

A vederlo da dietro lo schermo del televisore lo studio appare molto più grande di quanto non sia: a Christian sembra di essere un enorme topo dentro una scatola di scarpe illuminata a giorno da una serie di faretti talmente poderosi da far quasi bruciore alla pelle.

Dopo un conciso e ben strutturato preambolo fatto da Paoloni, sempre rivolto verso la telecamera a mostrare il suo profilo migliore, il conduttore presenta i vari ospiti elencandoli in ordine di importanza:

“Diamo il benvenuto all’onorevole Candiazzo di ‘La democrazia in mano ai popoli’; buonasera onorevole. Direttamente da Hollywood l’attrice italiana più conosciuta oltreoceano: Paola Gruber; buonasera Paola. Reduce dal suo ultimo successo editoriale dal titolo ‘L’alba dei nostri schemi di pensiero erotico/sentimentali’, abbiamo il piacere di avere tra noi lo psicologo Roberto Bertier; buonasera dottore. Beh, credo non ci sia bisogno di presentazione alcuna: il critico televisivo Diego Picottiii; ciao Diego. E infine, direttamente dallo scenario apocalittico del campo profughi di Arua in Uganda il direttore delle manovre operative nell’africa sub sahariana per conto di Amnesty for African Children, il dottor Christian Mutai; buonasera anche a lei dottore.”

Che maestro dell’apparenza che è Paoloni, pensa Christian: è in grado di creare suspense dal nulla; gli basta avere un microfono attaccato al colletto della camicia e i riflettori sparati addosso e il gioco è fatto, crea un evento planetario anche attorno alla festa della patata fritta.

“Allora, partiamo proprio da lei dottore: che mi dice della situazione attuale nel campo profughi che lei dirige?”

“Attualmente la situazione si sta aggravando di sei mesi in sei mesi: tenga conto che nell’ultima metà anno abbiamo registrato circa 750.000 profughi provenienti dal Sud Sudan; sono tutte persone in fuga dalla terribile guerra civile in corso in quel paese. Noi dobbiamo ringraziare i privati cittadini che ci mettono a disposizione le loro terre per poter ospitare i profughi in sempre maggiore quantità.”

“Scusa se ti interrompo Mutai” interviene il tuttologo, Diego Picotti, con quella sua arroganza sempre sopra le righe: “Un mio amico che è stato da quelle parti ultimamente, mi dice però che il flusso migratorio dei profughi sta diminuendo nell’ultimo anno..”

‘Ecco che ha inizio il circo,’ pensa Christian: ‘il primo dei pagliacci ha fatto il suo ingresso in scena sparando la sua cazzata, ben addomesticato da quel lestofante azzeccagarbugli di Paoloni. Io ora dovrei,’ ripassa fra sé il copione datogli dall’assistente nel pomeriggio, ‘stando a quello che era indicato, fare la voce grossa e dare del cialtrone a questo tuttologo da strapazzo.’

I pensieri di Christian si susseguono vorticosamente. Non ha proprio voglia di stare lì a fare la scimmia ammaestrata questa sera: sente il desiderio di cose semplici e non di complicazioni orchestrate a regola d’arte che nascondono secondi fini di basso profilo: ‘è vero che lo fa per una giusta causa ma ci sarà pure un modo, pensa, per ricavare fondi oltre quello di presentarsi sul palcoscenico facendo la marionetta per mezzo punto di audience in più!’

“Mi scusi Picotti, ma a lei ste cazzate chi gliele ha dette?” Gli è uscita di bocca questa domanda che per gli standard di Paoloni è eccessiva; perché e pur vero che ‘un po’ di sangue in studio deve sgorgare ..’ , ma così è troppo, così si infrangono le regole dell’emittente. Christian osserva Paoloni arrossire, sebbene sia così pieno di fondotinta da sembrare una cotica di maiale cotta sulla brace.

“Il dottore non è abituato a certi tipi di dialogo,” ride imbarazzato Paoloni mentre si rivolge al pubblico a casa, occhi fissi sulla telecamera e riprende: “e poi sappiamo esserci stati in passato altri diverbi tra lui e Diego Picotti che a quanto pare non si sono ancora placati.” Guarda la telecamere con labbro caprino accennando un sorriso fugace.

“No scusa Paoloni se ti interrompo..”, si sente in corpo una sfrontatezza questa sera che era da un po’ che non percepiva ribollire dentro, ma quello che è successo nelle due ore precedenti è veramente troppo.

“Osserva la cosa da un altro punto di vista: non sono io a essermi disabituato a certi tipi di dialogo; siete tutti voi, tu in primis, che cercate il dibattito e lo scontro per una cosa per la quale non esiste dibattito alcuno. Lì dove sto da oltre 10 anni, ogni giorno si aggiungono 3/4.000 persone a quelle che sono già presenti e ognuna di quelle persone ha bisogno di poco per poter sopravvivere. È tutto qui; non servono riflettori e tuttologi del cazzo come questo qui seduto al mio fianco per capirlo: tu, io, il ciccione politico corrotto qui vicino, siamo solo delle comparse di questo mondo, sebbene crediamo e ci fregiamo di governarne le dinamiche. Molto semplice, come lo è la vita vissuta a certe latitudini dalle quali io provengo e alle quali voglio tornare al più presto.”

E su quella frase si alza, si strappa il microfono di dosso gettandolo a terra e esce di scena sotto lo sguardo impietrito delle altre 4 scimmie dentro lo studio e del domatore Paoloni. Il regista in sala regia ha lasciato correre perché è convinto che quella sarà la scena che farà fare il botto all’emittente in termini di visualizzazioni su Youtube.

Christian scende i tre scalini dello studio e d’improvviso è come se sentisse la voce del padre, orgoglioso per quello che ha fatto nei minuti precedenti:

ukweli lazima uletwe kwenye uso, chochote gharama”, “la verità va fatta venire a galla, costi quel che costi”, e questa sera quella verità gli è probabilmente costata un paio di centinaia di migliaia di euro in fondi della comunità europea ma fa niente; ora ha solo voglia di tornare a casa sua, in Uganda.

Siediti e goditi la visione

La nostra mente crea ogni tipo di chiacchiericcio; una sorta di rumore di fondo che si attiva a proprio piacimento praticamente in ogni istante della nostra giornata, sottraendo noi stessi a noi stessi, portandoci via dal “qui e ora”…

Quando questa modalità è su “on”, ci perdiamo letteralmente nella nostra mente, dimenticandoci per così dire, di sentire la vita…di permettere ai flussi e riflussi della nostra esistenza di attraversarci senza ostacoli e impedimenti…

…credo che sia più una questione di “lasciarsi vivere” che di “vivere”…credo cioè che in generale la nostra cultura sia immersa in modo indelebile e anche un po’ cialtrone, nel concetto di “controllo”…e questo ci fa male…a noi come persone, alle nostre più intime relazioni e all’intera umanità…

…pensiamo sempre troppo di avere il governo sulle nostre esistenze e quando, di solito un po’ avanti nel tempo, cominciamo a capire che questa cosa è la più grande fregatura che ci sia capitata allora, con la stessa modalità con cui abbiamo pensato di essere al timone della nostra bagnarola, ci rivolgiamo al prossimo attaccandoci come tante avide cozze agli scogli della sua vita…

Iniziamo a guardarci da fuori ogni tanto…perché la nostra vita è un film che va in onda su uno schermo là in fondo..e l’unica cosa che dobbiamo fare è abbandonarci su quelle comode poltroncine in platea e goderci la visione.

Sit back, relax and enjoy your flight

Secondo il noto psichiatra Daniel J. Siegel, la mente è un sistema complesso auto-organizzantesi.

Che cosa si intende con ciò? Sostanzialmente che non esistono rapporti di causa ed effetto all’interno della nostra mente, il che è un altro modo per affermare che non esiste un “io” che dà origine alla mente, ma essa semplicemente emerge dal caos tipico dei sistemi complessi nella semplice espressione del loro essere, fluire e divenire..

Nell’idea di flusso è insito il concetto di cambiamento…la mente quindi sarebbe l’entità per eccellenza che emerge da un processo di flusso continuo di energia e informazioni..secondo una legge quantica delle probabilità…non è quindi soggiogata a un “padrone” che le impone come emergere, cosa essere e quando essere..

…perciò…come dicono le hostess sui voli Ryanair..

Sit back, relax and enjoy your flight

…o…in altri termini..

...lascia accadere le cose senza interferire…e …

…goditi il viaggio…