L’auto-ironia è il sale della vita

Che cos’è l’auto-ironia? Ritengo che sia la forma più naturale e lucida di consapevolezza dei nostri limiti..

Abbandonarsi anche solo per qualche istante ogni giorno a una sana e paciosa botta di auto-ironia è dichiarare al mondo in modo aperto e spontaneo di essere finiti, vulnerabili e pieni di difetti e proprio per questo straordinariamente unici e meravigliosi..

Non so a voi, ma a me viene una gran voglia, ogni volta che mi avvicino ad una persona sinceramente auto-ironica, di buttargli di getto le braccia al collo e di colpo sento di potermi fidare…

..Cheppalle tutte quelle persone che si muovono e parlano e mentre lo fanno controllano verbi, termini e movimenti alla continua ricerca della migliore posa di se stessi…

…Problematici esseri sovra-pensanti che imbrattano la naturale evoluzione dell’uomo fatta di semplici istanti di vita…

Fate un favore al mondo e anche a voi stessi: quando qualcuno di questi cadaveri-viventi vi ammorba la giornata, allontanatelo, nel modo più dispregiativo che esista! Rinchiudetelo mentalmente nel cimitero dell’anima e poi volgetevi leggeri a rimirare il sole..

…Un consiglio ai professionisti della politica mi sento di darlo, da profano e profanatore: ridete, ridete di voi stessi e delle vostre idiozie di cui imbrattate il cervello dell’uomo comune quotidianamente. Esprimete a gran voce il vostro basso quoziente intellettivo..!

Perché la gente comune, quella che sa e grida al mondo senza timore di avere confini e qualche difetto, alla lunga ama i più onesti intellettualmente, non certo i più furbi e intelligenti…

Ridete, ridete, in primis di voi e dei vostri enormi difetti!

Elucubrazioni in merito alla felicità

C’è un punto, proprio a metà strada tra il cuore e lo stomaco dove ritengo si condensi l’incarnazione di tutte le nostre emozioni, sia che ad esse attribuiamo un significato positivo oppure negativo!

Non mi sto riferendo a qualcosa di simbolico, di allusivo e illusorio; mi riferisco proprio alla sensazione che tutti noi proviamo quando qualcosa ci fa male o ci fa bene.

Usiamo di solito il termine “sentire” in riferimento a una emozione proprio per questo motivo; perché essa, l’emozione, è incarnata, la percepiamo cioè come una fitta, come se qualcuno ci stesse trafiggendo quel punto specifico con un coltello. E se ci fate caso, sebbene non sia semplice avere la consapevolezza in merito a certe questioni, la fitta provocata dalle emozioni a cui attribuiamo un significato positivo è molto simile in termini fisici alla fitta provata per emozioni catalogate come “negative”. Ciò che cambia è l’interpretazione che noi razionalmente diamo a quella sensazione incarnata.

Le emozioni quindi sono della carne, più che dello spirito; sono quel meraviglioso ponte che collega i nostri corpi alle nostre anime; sono, se mi passate il termine, il legame profondo che ci unisce all’immenso prima che intervenga il giudizio della ragione!

Ritengo cioè che l’idea di male e di bene sia qualcosa che ci hanno voluto vendere fin dall’inizio della nostra storia.

“Il mondo è in vendita” diceva qualcuno e io, scusate a sta cosa mi oppongo!

Mi oppongo perché ritengo che, anche nelle prove più estreme a cui ci sottopone la vita, quelle che provocano in noi dolori laceranti…proprio lì tra cuore e budella ci sia il modo di riconoscere istanti di felicità!

Quella è la prova cioè che comunque sia andata, siamo ancora vivi e abbiamo ancora modo di rimediare o, se è il caso, di deviare dal nostro percorso per ricominciare! E in questo aspetto credo ci sia da essere felici..non serve altro..semplicemente sentire proprio lì tra cuore e budella che siamo ancora vivi!

C’è tempo ragazzi, c’è sempre tempo per fare ciò che riteniamo giusto fare! L’importante è abbandonarsi al “sentire” senza paura di provare dolore, perché in fondo al dolore si trova la porta che conduce alla nostra felicità!

Siamo vivi..e in quanto tali FELICI!

A Lezione da Thoreau…Andai nei boschi..

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi)

Thoreau si sottopose ad una vera e propria prova di sopravvivenza, con l’unico intento di voler sperimentare l’unione tra l’artista e il mondo naturale, alla ricerca di quell’acme che si esplica nel concetto di uomo come unico artefice del proprio destino nel costante dominio di sensazioni ed emozioni..

Dall’esperienza di Thoreau se ne può ricavare un insegnamento da custodire gelosamente nelle tasche dei nostri jeans e da tirare fuori alla bisogna, in momenti normali, ma anche e soprattutto in momenti complessi come quello che stiamo vivendo:

c’è vita anche laddove non ci sono agi a dismisura e dove lo scandire delle ore è segnato da condizioni di estrema semplicità materiale.

Semplicità materiale che può essere considerata come povertà, se vista con le lenti di ingrandimento della società moderna; fonte invece di arricchimento culturale e mentale, alla luce di un’esperienza esistenziale come quella fatta da Thoreau, per il quale l’essenzialità dell’esperienza vissuta è indice di grande felicità e apprezzamento per quella miriade di piccole cose che circondano il nostro vivere quotidiano…sempre che ne siamo consapevoli!

C’è molta attualità in queste poche righe e dall’insegnamento che da esse se ne può ricavare…

Torneremo tutti alle nostre vite veloci e superficiali, sempre alla ricerca dell’ennesimo agio dentro cui ricercare l’effimero che per un secondo scambieremo per felicità, in una costante lotta all’innalzamento dell’asticella schiavi del vile “Dio denaro”…questo è certo…

Sarebbe bello tuttavia non dimenticare, una volta che tutto sto delirio sarà giunto al suo termine naturale, che c’è stato di che essere felici, piccoli momenti in cui il nostro cuore ha percepito quella pienezza che ci fa sentire vivi pur in una condizione di prigionia fisica che, non per forza di cose sarà stata anche prigionia mentale..

Leggere Walden significa calarsi in una serie di tematiche che, a dispetto del fatto che la prima pubblicazione del volume risale all’agosto del 1854, sono più attuali oggi di quanto non lo fossero 166 anni fa per chi scriveva.

Lascio a voi la palla, citando le tematiche quali spunti di riflessione per la vita a venire, per il tipo di mondo che intendiamo lasciare ai nostri figli, ammesso che un mondo, se continuiamo così, sia ancora a loro disposizione per molto tempo:

Stile di vita sostenibile

Attualità delle filosofie orientali

Rapporto paritario con l’ambiente che ci circonda

Critica alla società moderna e alle disuguaglianze sociali

Vivere consapevolmente

Un amore perduto…

Avea negli occhi un sentore sfumato

di un amore lontano, atterrito, svanito.

In ogni suo sguardo affacciato sul mondo

c’erano tracce di dolore fecondo.

Pareva un nonnulla a gettar l’occhio in superficie,

ma sotto la buccia..una voragine vorace

che in ogni occasione, mondana o interiore,

creava sol guai nel profondo del cuore.

Da essa sgorgavano ricordi mai spenti

di notti d’estate e di abbracci bollenti.

Nel pensiero affannoso era lì al suo fianco,

Che meraviglia! Un tempo lei era stata il suo vanto!

Percepiva i suoi gemiti e i suoi baci financo!

E la mano gentile lentamente scendea

e in ruvide carezze si prodigava,

finché nel culmine di un posticcio piacere

ripiombava nel sonno di un eterno mai dire.

Quanti amori si salverebbero se solo…

Pensate a quanti amori si salverebbero all’ombra della consapevolezza della morte imminente di uno dei due amanti.

Pensate a quanta vita piena d’amore è rinchiusa nell’attimo in cui ci si guarda negli occhi, se la prospettiva da cui ci si guarda è quella dell’ultimo attimo della nostra vita.

Pensate a quanto amore puro potremmo dare all’altro se solo fossimo in grado di abbandonarci al presente senza troppi piani per il futuro e troppi rimpianti per il passato…

Come scrive il filosofo Francois Jollien, “la frase muta di ogni mattino dovrebbe essere: esistiamo ancora!!

…sembra così semplice a leggerlo tra le poche righe scritte sopra che non può essere vero…

..meglio complicarsi la vita in un mare di “se”, di “ma” e di “forse”…

Esistiamo ancora“..io che scrivo e voi che mi leggete!!

Pensateci un attimo: “esistete ancora!!”

Siete ancora in tempo per prendere in mano il telefono e dire un “TI AMO” che sconvolge come un uragano perché detto partendo dal punto di vista dell’eternità racchiusa in un attimo…come se l’ultima cosa prima di morire fosse quella di pensare a lei o a lui…

Siete ancora in tempo per gridare “SCUSA, HO SBAGLIATO!!!” a pieni polmoni..

..c’è ancora tempo..ma non ce ne approfittiamo…perché potrebbe non essere più vero fra un attimo!!!!

Un gioiello sepolto sotto il fango..

Da qualche parte ho letto che, e cito l’autore Alexandre Jollien, “la pepita della felicità è sepolta sotto tonnellate di fango..”

Non so voi ma io è una vita che cerco di inseguire il concetto di felicità..l’ho cercata in ogni luogo, immergendomi nei libri, osservando volti, amando persone…cambiando casa…sempre senza grande successo..sì qualche sprazzo qua e là di gioia…ma mai la soddisfazione di dire a me stesso: “oh finalmente ho trovato il luogo dove si annida la felicità!”

..ciò detto, credo però di aver capito una cosa e che nella frase di Jollien citata sopra ci sia una parte di verità ma anche una parte da correggere…si perché è vero che la felicità non la si trova se non scavando nel fango delle nostre vite..che bisogna impegnarsi….scavare, scavare, scavare è ancora scavare..ma a differenza di Jollien io penso che la felicità non stia nel trovare la pepita, bensì nell’atto stesso di scavare…