Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Se desideri leggere le precedenti puntate le puoi trovare qui di seguito:

Secondo racconto a puntate dal titolo :”Il Coraggio”

Episodio 3

Anna parcheggia l’Audi A8 nei posti riservati ai dirigenti di fronte all’entrata del palazzo di vetro sito nella zona sud di Milano. L’umidità generata dalla nebbia di inizio dicembre si cristallizza attorno ad ogni cosa a causa del freddo intenso e questo contribuisce a raggelare la sua anima, già fortemente provata dal crollo avuto nel bagno di casa sua la notte prima. Non riesce ancora a capacitarsi come sia stato possibile che un incontro in cui lei e Paola si sono scambiate solo poche frasi la sera precedente, possa aver generato emozioni tali da innescare una ricca e variopinta serie di comportamenti all’insegna dell’insicurezza. Se riflette bene però non è stato il tempo che si sono dedicate ad aver fatto la differenza in quel frangente, bensì è stata l’intensità con cui si sono sfiorate, guardate e cercate con l’anima, che ha creato in Anna una lacerazione tale da provocare quella brusca sterzata nella sua vita.

Anna ricorda, con un accenno di sorriso a rilassarle momentaneamente il viso, che Paola fra i quattro amici è sempre stata quella con la maggiore stabilità emotiva: anche quando avevano una quindicina d’anni, a lei è sempre sembrato di avere vicino un guru tibetano per quanto era in grado di trovare l’aspetto positivo e la quadra in ogni cosa. Sembrava che non ci fosse mai nulla che la scalfisse e al contempo riusciva ad avere una dolcezza, una morbidezza d’animo e di comportamenti che la sconvolgevano. Vorrebbe che lei fosse lì al suo fianco seduta sul sedile del passeggero.

Non si sente a suo agio in tutta quella fragilità, lei che da vent’anni a questa parte ha vestito i panni dell’indefessa manager in carriera pronta a calpestare tutto e tutti per un euro in più di fatturato. Pensa che in fondo è stato più semplice vivere così, mettendosi un vestito che non le apparteneva: è vero che ha abbandonato la parte più sincera di sé stessa, ma al contempo, questa perdita, le ha donato la tranquillità di non doversi più dare delle risposte continue. E in quell’istante le torna alla mente uno scambio di battute avuto vent’anni prima con Gianni:

“Tu Gianni, con quella continua necessità di conferme, hai lasciato alla parte di me più matura e sicura l’incombenza di muoversi nella quotidianità, mentre tu te la godevi in panciolle tra le pieghe delle tue incertezze!”

“Forse hai ragione Bi-bi, io vivo tra mille incertezze esteriori: è il mio modo di essere; non lo faccio per indolenza o per mancanza di coraggio. Semplicemente innanzi a una decisione da prendere preferisco barcollare da una scelta all’altra finché non sento che è venuto il momento di imboccare una strada invece di un’altra. All’inizio non mi sento di escludere una scelta a priori, sulla base dell’esperienza passata o di qualche pregiudizio. E poi sai molto bene che mentre sono un eterno indeciso negli aspetti quotidiani della vita, ho sempre avuto la barra del timone dritta e ferma sulle cose che contano veramente. I valori e i sentimenti verso tutto e tutti; quelli sono fissi da quando io ricordo che esista vita. Tu invece, dimostri questa apparente stabilità esteriore perché hai una paura fottuta di guardarti dentro e ammettere che il mondo che qualcun altro ha costruito per te, per quanto sia fatto d’oro, ti fa letteralmente cagare!”

Una lacrima scende morbida sui lineamenti di Anna scavati da un uso smodato della cocaina al ricordo di quell’ultimo dialogo avuto vent’anni prima con lui.

“Non ti permettere di parlare così di mio padre! Io non mi sono mai rivolta in quel modo riferendomi ai tuoi genitori!”

“Tu puoi dire ciò che desideri rivolta ai miei genitori: sai che sono io il primo ad essere ipercritico nei loro confronti! Qui non si tratta di cosa dire o non dire; qui si tratta di prendere in mano la propria vita e a me sembra che tu, più cresci e più sei schiava di un certo modo di apparire. Il punto è che se non ci si affranca dal passato, si rimane imbrigliati in una serie di rapporti viscosi che non ci fanno andare avanti!”

“Perché sarei succube di mio padre secondo te?”

“Diciamo che ti stai facendo allettare da un certo tipo di vita e stai abbandonando di conseguenza quello che è il nucleo dei tuoi valori, ciò in cui credi veramente.”

“Ah beh certo se aspetto di vedere cosa combinerai tu nella vita stiamo messi bene! Con quel tuo permeante idealismo con cui cerchi di condire ogni cosa che fai e dici, anche la più banale; guarda che con gli ideali non si campa caro mio!”

“Ma ti senti Bi-bi come stai parlando? Te ne rendi almeno un pò conto? Mi basterebbe sapere che sei consapevole di questo tuo cambiamento interiore!”

“Io non sto cambiando Gianni, sto solo crescendo; sei tu che sei il solito bambinone rimasto fermo a quando eravamo adolescenti!”

“Solo perché mi sto godendo ogni momento senza avere grandi idee in testa non significa che sia uno smidollato! E poi sai qual è il mio progetto di vita Anna e tu, se ben ricordi, ne saresti il fulcro!”

“Ah beh se vuoi sostenere che mollare tutto sia un progetto di vita, ti faccio i miei complimenti; hai veramente capito tutto dalla vita!”

Ricorda quella frase pronunciata da lei come se fosse uscita dalla sue labbra un secondo prima e non due decenni addietro; percepisce ancora dentro quanto essa avesse completamente spento la scintilla che di solito Gianni aveva negli occhi, quella stessa scintilla che anni prima l’aveva fatta innamorare di lui. Quella frase era stata la fine del loro rapporto, ora ne è certa, sebbene fossero andati avanti ancora qualche mese, tra molti bassi e pochi alti. E poi era successo il fattaccio che aveva portato alla separazione non solo di loro due ma addirittura dei quattro amici ‘i cavalieri della tavola rotonda’.

Quei ricordi le stanno facendo male: a causa di essi sta uscendo dal seminato. Non vuole continuare su questa falsa riga; deve assolutamente rimpossessarsi di quelle poche, solide certezze che l’hanno fatta andare avanti negli ultimi 20 anni.  Ma per un certo verso è come se una parte di lei, sebbene siano ricordi che le fanno dolore, non riesca a farne a meno. Sente un bisogno atavico di nuotarci dentro perché quello è il suo passato, quei ricordi sono tutto ciò che le rimane della sua vita, tutto ciò che le rimane della vera lei.

Scende dall’auto e si dirige in ufficio affrettando il passo: è in ritardo di un quarto d’ora abbondante e lei arriva sempre in anticipo, perché il capo deve essere sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Quell’energia motoria che ha messo nelle gambe, per un attimo le ridona la finta stabilità sulla quale aveva costruito la sua vita da adulta: si sente meglio dopo aver varcato la porta di entrata e Francesco, il custode alla reception, contribuisce a dare forza a quel momentaneo senso di energia con quel modo sempre molto aulico che ha nel dirle “Buongiorno Dottoressa!” Quello, pensa, fa parte del mondo che suo padre le ha costruito intorno, quel mondo che, fresca di laurea, l’aveva così affascinata da abbandonarcisi dentro. Ricorda che quando ancora frequentava l’università, mancavano pochi esami alla tesi, nei pomeriggi in cui non aveva voglia di studiare si recava in azienda dal padre e si faceva letteralmente ammaliare dalla percezione di comodità insita nella consapevolezza di essere la figlia del capo. Percepiva quello come un mondo semplice in cui vivere, un mondo in cui tutte le strade erano asfaltate; non  doveva far altro che mettersi in macchina e spingere l’acceleratore senza mai frenare, investendo qualunque ostacolo avesse incontrato sul percorso, fossero stati anche esseri umani. ‘Quanta gente’, riflette, ‘ho calpestato in questi due decenni; tutte quelle povere vittime e le relative famiglie che ho fatto cadere umiliandole solo per il gusto di sapere che ero io ad avere il potere.’ Non c’era altro, solo quello: il desiderio di sapere che da lei dipendevano i futuri di quelle povere vittime che di volta in volta si trovava di fronte. E lo stesso scialbo copione lo aveva traslato nella sua vita privata: tutti quegli incontri casuali con uomini di cui non conosceva nemmeno il nome, nascondevano in fondo un grande disprezzo per la vita, la sua vita. Quello era il mondo dentro cui, fino al giorno prima, aveva trovato le poche certezze che le servivano per vivere.

L’ascensore sale veloce verso il quattordicesimo piano del palazzo, quello riservato ai top manager dell’azienda: sente qualche goccia di sudore scenderle dalle ascelle giù sui fianchi a inumidire la camicetta che indossa sotto un tailleur gessato giacca e pantaloni di Armani. Guarda con agitazione l’orologio d’oro al polso sinistro; è in notevole ritardo per la riunione. Oltretutto in quel tipo di riunioni ci vogliono le palle e lei questa mattina le palle proprio non le ha. In altre occasioni sarebbe andata in bagno e si sarebbe tirata due righe di coca che nel giro di poco l’avrebbero resa tesa e aggressiva al punto giusto da affrontare il direttore vendite e i suoi quattro scagnozzi. Ma se pensa a tutta la merda che si è infilata su per il naso negli ultimi anni le viene quasi il vomito: deve appoggiarsi con una mano ad una delle pareti dell’ascensore per non cadere in terra. La droga era il suo biglietto di uscita per la porta di servizio da quel mondo effimero nel quale era entrata dalla porta principale: quando era sballata di cocaina si sentiva potente perché si dimenticava di quel peso che le dannava l’anima e che lei regolarmente ricacciava nell’oblio delle sue viscere facendo finta di niente. Oggi la droga proprio no e non perché si sia fatta qualche promessa di voler cambiare o intraprendere una nuova vita, bensì perché sente di essere  talmente in mezzo ad un fiume da non avere più la certezza se voler nuotare per stare a galla o lasciarsi andare per annegare: tutto a causa di quell’incontro con l’amica del giorno prima!.

Di colpo, si apre la porta dell’ascensore, e tutti i suoi pensieri si liquefanno alla vista del padre: ha la faccia di bronzo e la guarda come si potrebbe guardare il peggior nemico e non certo una figlia.

“Dove cazzo sei stata!” Sbraita apposta per far capire chi ha il bastone del comando in azienda.

“Che cazzo ti ho detto il primo giorno che sei entrata qui vent’anni fa?” Si è fermato ad attendere che lei risponda: da sempre, fin da quando lei e il fratello Pietro erano piccoli, lui utilizzava quella tecnica; l’interrogatorio. Faceva domande in modo aggressivo e arrogante e poi attendeva la risposta che quasi sempre era sbagliata e su quella calava l’asso di bastoni. Lui voleva e doveva sempre vincere con tutti, figlia in primis.

“Allora? Hai lasciato il cervello sul comodino per caso questa mattina?”

Lei stringe i pugni, abbassa lo sguardo come quando, bambina, lui la rimproverava per aver preso un sette in matematica. Per un attimo le passano per il cervello una serie di pensieri violenti e assassini: sente di odiarlo, un odio profondo per averla trattata a quel modo; ma più di tutti lo odia per averla ingannata, irretita. Se fosse stato un altro padre, pensa, a quest’ora lei avrebbe una famiglia con figli al seguito e starebbe pensando a come addobbare casa per il Natale imminente. E invece per il padre è sempre stata quello che lui non ha potuto trovare in Pietro, il fratello che tanti anni prima con un gesto immaturo pieno di rabbia e disprezzo aveva completamente deciso di tagliare i ponti con la famiglia d’origine e con quel tipo di vita. E così il padre si era concentrato su di lei, l’unica alternativa che gli era rimasta; aveva cominciato a trattarla come fosse il maschio primogenito da addomesticare come un pitbull pronto a scattare ai suoi ordini. Il padre domandava, lei rispondeva con una efficienza quasi teutonica: e quando si sentiva stanca e depressa, per non deludere le aspettative di quel genitore gerarca, sniffava un po’ di coca e via, pronta per ripartire sempre sull’attenti.

Lui è al corrente dei suoi vizietti ma non gli importa perché considera Anna come una delle macchine che ha negli stabilimenti produttivi in Thailandia: la macchina deve essere efficiente al limite della perfezione, deve funzionare h24 e se per funzionare ha bisogno di qualche tiro di coca chissenefrega delle conseguenze.

“Mi hai detto che un capo deve sempre essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e tante altre cose simili a questa.” Finalmente trova il modo di rispondergli, ma il tono di quella risposta contiene molta più verità dei contenuti verbali: è un misto tra remissività e rabbia repressa; voglia di fuggire e desiderio di fargliela pagare; necessità di vomitargli in faccia tutto ciò che pensa di lui e speranza di vederlo morire. Ma si trattiene, tanto è forte in lei quel senso di rispetto patriarcale.

Vede le teste delle persone affacciarsi in modo timido da dietro gli stipiti delle porte degli uffici che si aprono sul lungo corridoio che finisce dentro la sala riunioni: percepisce dagli sguardi, che tutti sperano che dallo scontro tra il generale e il colonnello, sgorghi sangue che li lasci entrambi senza vita a terra. ‘Questo,’ pensa, ‘è ciò che abbiamo seminato attorno a noi tu ed io caro il mio papà: odio!’

Là in fondo, nella sala riunioni, tutti sono seduti in attesa che arrivi lei e naturalmente stanno guardando quella scenetta divertente. Pensa che è giusto che lei paghi per tutti i torti fatti ai suoi dipendenti sebbene lo avesse fatto per compiacere suo padre: ma è adulta e deve assolutamente assumersi la responsabilità di quanto detto e fatto negli anni. Le torna ancora in mente la discussione avuta vent’anni prima con Gianni: aveva ragione lui, ha sempre avuto ragione lui; ora sente dentro che avrebbe dovuto ribellarsi a quel sistema che la teneva agganciata al passato!… e, come se qualcuno le avesse acceso d’improvviso una lampadina a illuminarle a giorno l’anima, sente un forte desiderio di abbracciare Gianni e di stringerlo con tutta sé stessa. Con una nota di disperazione pensa in quale stanza buia e disordinata della sua mente lo aveva ricacciato per tutti quegli anni.

“Ti ricordi quando partimmo per le Canarie?”

Ancora ricordi da quel pomeriggio di vent’anni prima a innestarsi in quei secondi di silenzio in cui il padre sta attendendo di ritrovare la macchina da guerra che ha costruito nella figlia.

“Che cazzo c’entrano adesso le Canarie!” Ricorda come fosse presente, che quella domanda di Gianni in merito alla vacanza alle Canarie l’aveva infastidita.

“Tu eri quella che si era portata via uno zainetto per una vacanza di una settimana! Te lo ricordi o no Bi-bi? Ti ricordi che Paola rideva del fatto che avevi con te solo un costume e un paio di slip che regolarmente ogni sera lavavi e stendevi?”

“E allora che cazzo c’entra questo con quanto ci siamo detti finora? E poi smettila di chiamarmi Bi-bi!”

Quello era il soprannome che lui le aveva dato qualche tempo dopo che si erano messi insieme semplicemente perché a lui lei ricordava vagamente Brigitte Bardot.

“C’entra perché quella Anna di qualche anno fa non ha nulla a che vedere con la Anna di adesso; tu hai ragione che nella vita si cambia ma non si può soprassedere ai nostri valori fondamentali: quelli sono e quelli rimangono bene o male per l’intera nostra esistenza. Tu invece stai pensando nel tuo profondo di abbandonare i tuoi valori per un po’ di effimero denaro e dimmi se sbaglio?”

Ricorda che quella frase l’aveva mandata su tutte le furie al punto che lo aveva cominciato ad insultare e lui se n’era andato.

Ritorna al presente sollecitata dalle movenze impazienti del padre che pretende delle risposte: a guardarlo bene oggi, le fa quasi pena, per quel suo essere sempre arrogante in ogni situazione, a casa come in azienda; l’arroganza è il suo marchio di fabbrica al punto che fa sfoggio della stessa con onore. Quella stessa arroganza l’ha trasferita, come se fosse un nuovo codice binario da inserire nel software comportamentale della figlia, anche ad Anna.

“Vieni un attimo nel mio ufficio! E voi tornatevene subito a lavorare branco di cialtroni!”

Il padre tira Anna per un braccio all’interno dell’ufficio chiudendosi la porta alle spalle e riportandola al presente.

“Ti rendi conto di che figura abbiamo fatto là fuori! Quelli ora stanno godendo come dei ricci per averci visto litigare!”

“Hai fatto tutto tu papà! Io ero solo in ritardo di un quarto d’ora, ma, ripeto, hai fatto tutto tu!”

Quella semplice risposta che denota un desiderio di Anna di ristabilire un equilibrio, sebbene in modo sommesso e quasi timido, viene vissuta dal padre come un atto deliberato di ammutinamento.

“No cara mia sei stata tu a provocarmi con questo tuo comportamento insubordinato! E non ti permettere mai più di contraddirmi perché io ti disintegro: faccio una telefonata e in quattro secondi sei fuori dall’azienda, dal consiglio di amministrazione e ti puoi dimenticare i tuoi vizietti da puttana! Quattro secondi ci metto!”

“Ora, rimedia a tutto sto casino che hai combinato: va in bagno a sistemarti che sembri una mezza matta e falli neri: stiamo perdendo il 2% sul progressivo anno su anno. Questo è inammissibile! Voglio la testa del direttore commerciale se entro la fine dell’anno non mi fa vedere di avere invertito la rotta drasticamente; sono stato chiaro?”

In altri frangenti Anna avrebbe risposto immediatamente con un ’sì’ come se fosse un dalmata che pende dalle labbra del padrone; in quel caso, quasi volutamente, si gira ed esce da quell’ufficio che sa di lercio senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Si chiude dentro il bagno riservato alla direzione e si appoggia con entrambi i palmi delle mani al piano del lavandino guardando la sua immagine riflessa nello specchio:

“Dove sei finita Anna? Dove sei finita Anna? Dove sei finita?”

Ripete a voce alta, quasi fosse un mantra, questa domanda intanto che gira impercettibilmente la testa a destra e sinistra.  Le sembra di avere un grande muro bianco davanti e dietro il vuoto: si sente completamente perduta senza più un passato a cui appoggiarsi e un futuro certo verso cui tendere. La mano, in modo automatico, entra nella borsa alla ricerca del cofanetto d’avorio intarsiato dentro cui tiene la dose che le serve per la giornata: non può affrontare quella riunione in questo stato e per di più senza un aiutino, pensa. È vero che le fa schifo pensare di assumere ancora cocaina ma le fa ancora più schifo affrontare da lucida quel tipo di situazioni, quindi dei due, sceglie il male minore. Deve cercare di navigare a vista, un passo alla volta.

Esce dal bagno, occhi pallati, capelli sparati in aria e leggermente inumiditi. Si dirige verso la sala riunioni a passo lento, con una serie di pensieri in testa da fargliela quasi scoppiare: non sa come iniziare, non sa cosa dire e soprattutto perché lo deve dire. Passa davanti alla porta  chiusa dell’ufficio del padre padrone e lo sente sbraitare qualcosa a qualcuno al telefono: a sentirlo da lì, dietro la porta, le sembra di rivivere un film al buio.

Ritiene non abbia senso che una di 45 anni, in virtù del fatto che le hanno appiccicato sul petto la targhetta di direttore generale,  entri nella sala riunioni e dica a una persona di 65, il direttore vendite, che tra le altre cose le sta pure simpatico, che se non inverte la rotta entro un mese può fare le valigie.

Ha quasi colmato la distanza che separa il bagno dalla sala riunioni; vede le facce dei presenti che da rilassate di poco prima si stanno indurendo e incupendo man mano che lei si si avvicina: tutto perché sta per entrare lei, Anna Gentiloni, la mangiatrice di uomini, nella vita professionale così come nella vita privata.

“Buongiorno a tutti!” È un buon esordio pensa e chi ben comincia è a metà dell’opera.

“E’ inutile che ci giriamo intorno ragazzi: quest’anno le cose non stanno andando come preventivato!”

Mentre parla, all’orizzonte dei suoi pensieri si comincia a delineare una istantanea: lei che prende una strada diversa, perché a qualunque età, riflette in modo soddisfatto, siamo sempre in tempo a invertire la rotta dei nostri atteggiamenti mentali e quindi, a invertire la rotta della nostra vita.

“Lorenzo!” si rivolge al direttore vendite, Lorenzo Pagliai, con un tono gentile ed equilibrato, nonostante la dopamina rilasciata dal suo corpo a causa della cocaina, spinga per renderla aggressiva: ma lei resiste, vuole farlo, deve farlo, per sé e per gli altri. In quel flash di poco fa ha capito che sta racchiusa una vita, la sua vita futura. O cambia adesso o è finita, per sempre.

“ho bisogno che in base alla tua esperienza ci fai capire quali sono le variabili in gioco che stanno determinando le nostre difficoltà quest’anno.”

Intanto che pronuncia l’ultima parola si è girata verso il direttore vendite che siede alla sua destra e lo sta guardando fisso negli occhi: vede l’incredulità sul suo volto. In 10 anni che lavorano a stretto contatto, non l’ha mai sentita chiedergli un consiglio o un parere in merito al suo lavoro. La loro relazione è sempre e solo stata all’insegna del ‘tu devi fare, altrimenti ne pagherai le conseguenze.’

“Beh, Anna, se devo essere sincero..” È incerto nella conversazione perché crede che dietro quel cambiamento repertino e improvviso del direttore ci sia un trucchetto fatto apposta per ingannarlo e Anna lo sta capendo e pensa a quanto è stata una merda in tutti quegli anni: ora però, riflette, non è il momento di piangere sul latte versato, ma quello di prendere in mano la propria vita e con coraggio cambiare completamente.

“Lorenzo, prima che tu prosegua voglio dirti una cosa e voglio dirla a tutti voi:” si rivolge al resto dei dirigenti riuniti all’interno di quella stanza:

“sono stata la persona peggiore che si possa incontrare durante una vita in questi ultimi anni e non ci sono parole per descrivere quanto mi dispiaccia ciò che vi ho fatto passare qui dentro e, suppongo, a casa con le vostre famiglie! Realmente ho bisogno di voi in questo momento!”

Gli sguardi dei presenti sono attoniti: lei percepisce una energia dentro che le dà vigore e le infonde un desiderio di esprimersi con tutta sé stessa, tirando fuori le mille sfumature del suo carattere, perché lei era così, era gioiosa, era leggera, era spensierata, era quella a cui bastava uno spazzolino, un paio di mutande e un dentifricio dentro uno zaino e via a girare il mondo insieme ai suoi tre anmici di sempre: lei era tutto quello e negli ultimi 20 anni si è trasformata in una grigia, puzzolente fotocopia di qualcun altro.

“Scusatemi ma ora proprio devo chiudere una situazione!”

Esce dalla porta della sala riunioni e di corsa si dirige verso l’ufficio del padre: senza nemmeno bussare entra come se volesse buttare giù il muro. Si sente libera di esprimersi e questo la porta a non sentire più quel carico di rabbia costante che le pesa sullo stomaco da una vita.

“Tu, brutta merda!” Si rivolge al padre con tono calmo e sicuro: non ha bisogno di urlare; sa che chi urla esprime debolezza e colui che ha davanti è un debole, un debole che ha avuto bisogno per tutta la vita di contornarsi di persone deboli che lo facessero sentire forte. Il padre è praticamente immobilizzato da quella calma interiore della figlia: percepisce di avere perso completamente il governo su di lei.

“Ti rendi conto che voragine di sentimenti hai creato attorno a te? E per cosa? Dimmi per quale motivo hai fatto tutto ciò?”

Il padre è bianco in volto, gli tremano le mani e Anna pensa che in altre occasioni ha dovuto affrontare scontri verbali ben peggiori nei quali si era ribellato con una aggressività da mettere paura; ma in quella occasione la sua determinazione lo ha praticamente inchiodato alla sua sedia.

“Allora, hai lasciato il cervello sul comodino brutto stronzo? Sto aspettando una risposta a una domanda molto semplice mi pare!” Lo sta incalzando e utilizza la tecnica che da sempre utilizzava lui con tutti: sente di aver in pugno quella conversazione. E siccome il padre non riesce a parlare, continua lei, scavando sempre più a fondo: vuole arrivare al nocciolo della questione:

“Il bello di questa vita è la varietà e tu invece sei un uomo monocorde e monocolore e credi che tutto ciò che ti riguarda sia ciò che deve riguardare anche il mondo che ti circonda: ma siamo tutti diversi! È questo il bello della vita!”

Lo guarda fisso negli occhi: per la prima volta è lui a non reggere quella conversazione e ad abbassare lo sguardo e questo le dà ancora più forza.

“Come ci si sente ad essere costantemente incalzati? Dimmi un pò, che sensazione dà doversi, in ogni situazione, giustificare? Chi sei tu, Dio per poterti permettere di far sentire le persone delle merde?”

Si stupisce di sé e di quanto riesca a mantenere la calma: se fino a un’ora prima le sembrava di non avere più appigli a cui aggrapparsi per proseguire, ora sente di potercela fare, percepisce che può e anzi deve ricominciare e quello è un ottimo inizio. Glielo aveva detto anche Gianni moltissimi anni prima:

‘se non ti affranchi dal tuo passato come potrai mai pensare di costruirti un futuro sulla base dei tuoi valori, di ciò in cui credi veramente?”

Sente di non avere più niente da dire in quell’azienda e che non ha più nulla da dire in quella vita che non sente più sua, anzi, che non è mai stata sua.

Senza nemmeno lasciare che il padre riorganizzi i propri pensieri per controbattere a quella incursione, lascia le chiavi dell’Audi A8 sulla scrivania in mogano, si gira e se ne va. Si dirige a passo deciso verso l’ascensore e nell’attesa che arrivi, lo sente da dietro sbraitare: ha recuperato la sua solita aggressività banale e scontata:

“Tu lurida puttana! Sei finita senza di me e senza questa azienda; non vali un cazzo e non hai mai contato un cazzo qui dentro!” Senza nemmeno voltarsi, solleva il braccio, dito medio alzato ben rivolto al padre che le sta alle spalle e con passo morbido e deciso entra nell’ascensore uscendo per sempre da quella vita.

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4