Parte conclusiva – Ritorno all’ovile

Di seguito le precedenti puntate: Parte 1 Toccare il fondo Parte 2 – Vita di coppia a quattro Parte 3 – Scegliere di essere diversi Parte 4 Una scelta che vale una vita Parte 5 L’incontro Parte 6 Il duplice malinteso Parte 7 L’indizio Parte 8 L’anima gemella Parte 9 È giunta l’ora Parte 10 Incontri che cambiano la vita È il 25 dicembre 2017: la tavola è ricca di vari tipi di cibarie, tutte abbondantemente ricolme di grassi e calorie. Le persone sedute a tavola sono immerse in una felicità che va al di là della convivialità del momento: oltre a vari parenti e qualche amico che sono soliti unirsi ai festeggiamenti in casa di Franca e Tonino, ci sono anche altre due persone che sono giunte inaspettate in quella casa da molto lontano la sera prima: Anna e Paola. Paola, da quando il fratello Gianni era scomparso, non aveva più festeggiato il Natale in famiglia perché erano troppi i ricordi di loro da piccoli durante il periodo delle festività e tanto il dolore che essi continuavano a provocare se stimolati. Le due amiche erano arrivate a Bologna il giorno prima dal Messico dopo 14 ore di volo e tre di treno. All’aeroporto Malpensa, Anna e Paola si erano guardate negli occhi e come se stessero leggendo un copione di cui conoscevano le battute a memoria avevano recitato all’unisono: “Io senza di te non vado da nessuna parte.” E così avevano deciso di proseguire per Bologna col treno. Quel ritorno a casa di Paola per Natale aveva diversi significati più o meno espliciti: il primo e il più importante di tutti era che Paola voleva presentare ufficialmente in famiglia la sua compagna. I genitori erano da molti anni al corrente del fatto che la figlia era omosessuale e questo non aveva mai creato grandi problemi a quella famiglia che faceva dell’apertura di mente la propria spina dorsale: addirittura era la madre che in diverse occasioni aveva chiesto a Paola informazioni sulla sua vita sentimentale, preoccupata di non avere mai visto a fianco della figlia qualcuno che non si potesse annoverare tra la cerchia di amici. Ma lei non aveva mai sentito il bisogno di coinvolgere i famigliari nella sua vita privata perché nessuna delle persone con cui era stata in passato era degna di nota. Ma Anna era Anna e soprattutto, conoscendo i suoi genitori, Paola sapeva che avrebbe donato loro una felicità immensa alla notizia che quella che un tempo era stata quasi una seconda figlia per loro, ora era diventata la sua compagna ufficiale. Dal canto suo Anna aveva una voglia viscerale di rivedere Franca e Tonino: quando era piccola, li considerava come due genitori aggiunti, anzi, in più di un’occasione aveva sentito più affetto per loro che verso i genitori veri. C’era poi un altro motivo che aveva spinto Paola a voler ritornare all’ovile: voleva mettere i genitori a conoscenza del fatto che Gianni era vivo, sebbene l’esito di quella loro sortita a Zihuatanejo non fosse stato positivo.  Fino a quel momento non aveva voluto coinvolgerli, tenendo segreto il motivo di quel suo girovagare per due continenti, per non generare in loro delle false aspettative in merito ad un evento che aveva più probabilità di insuccesso che di riuscita; non voleva che ripiombassero in quella melmosa forma di apatia che li aveva colpiti dopo che Gianni era scomparso e di lui non si erano più trovate tracce. Il viaggio a Zihuatanejo non era proprio andato come si aspettavano: avevano sperato una volta giunte in Messico, di essere arrivate alla fine di quella sorta di caccia al tesoro davanti a cui le aveva messe Pietro, ma nulla di concreto era emerso da quel girovagare. Erano atterrate all’aeroporto di Ixtapa dopo un volo con scalo a Città del Messico proveniente da Madrid e in taxi si erano recate direttamente all’indirizzo indicato sulla cartolina che aveva consegnato loro il proprietario del Bi-bi Restaurant un paio di giorni prima. Gianni abitava in un condominio moderno sito sul lungomare di Zihuatanejo: all’entrata, il portiere aveva informato le due donne che lui e l’amico grande e grosso che stava con lui da un paio d’anni, era qualche mese che non si vedevano e in quel frangente aveva consegnato loro una cartolina. Anna e Paola si erano sedute sui tre scalini proprio fuori dall’entrata del condominio alquanto sconsolate, ma comunque curiose di capire se quel gioco avrebbe prima o poi avuto una fine. Si erano per un attimo guardate negli occhi e in quello sguardo avevano trovato la reciproca consapevolezza di voler andare fino in fondo perché ne sarebbe valsa comunque la pena. Sul retro della cartolina una citazione: la calligrafia era, ancora una volta, quella di Pietro: ‘Ho attraversato mari, ho lasciato dietro di me città, ho seguito le sorgenti dei fiumi e mi sono immerso nelle foreste. Non ho mai potuto tornare indietro, esattamente come un disco non può girare al contrario. E tutto ciò a cosa mi stava conducendo? A questo preciso istante.’                                                                        Jean-Paul Sartre Sul fronte della cartolina, una foto di Enrico Fermi, il famoso scienziato premio Nobel italiano. Il pranzo di Natale in casa dei genitori di Paola si è appena concluso: Anna per la prima volta dopo tanti anni si sente parte di una famiglia che l’abbraccia fisicamente e emotivamente con attenzioni piccole e grandi che le fanno un gran bene all’anima. Guarda Paola alla sua sinistra: sta ascoltando il padre che racconta ad amici e parenti la stessa storia sentita decine di volte in quelle rimpatriate, quella di lui che una domenica si era fermato in autostrada a fare benzina ed era ripartito dimenticandosi la moglie in autogrill. Anna scorge nello sguardo di Paola una nota di ammirazione per quel genitore che in modo morbido e intellettualmente onesto non ha mai giocato a indossare una maschera coi figli, perché non gli è mai interessato fare la comparsa nel teatro degli imbecilli. Se ripensa alla propria vita, non pensa più di aver commesso degli errori in passato, ma quei momenti che un tempo lei aveva voluto dimenticare perché facevano troppo male, ora li percepisce come semplici tappe di un viaggio che l’ha portata lì, a casa dei genitori di Paola e sente che quella è la miglior cosa che le potesse capitare. Ripensa alla citazione che Pietro ha lasciato sulla cartolina: ‘è vero,’ riflette, ‘tornare indietro non è possibile; bisogna solo avere fiducia nel fatto che per quanto contorto possa essere il viaggio, alla fine ogni cosa andrà per il verso giusto.’ Si sente felice, appagata, realizzata eppure se ci pensa, è la prima volta, nella sua vita da adulta, che non sa cosa le succederà domani, ma poco importa perché tutto ciò che conta è ‘questo preciso istante’ e tutti i singoli ‘precisi istanti’ che verranno. Mette la mano su quella di Paola e la stringe con delicatezza: l’amica si gira e la guarda dritta negli occhi. “Andiamo a farci un giro? Ti va?” “Si, ho voglia di rivedere i luoghi che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi.” Paola si fa prestare la macchina dalla madre e insieme ad Anna cominciano un tour per i luoghi che un tempo erano solite frequentare insieme agli altri due componenti del gruppo di amici: sembrano due pellegrine intente a fermarsi nei luoghi di culto sulla via del cammino di Santiago. Mentre con la macchina passano da un posto all’altro, si divertono a ricordare gli eventi più o meno importanti che hanno vissuto in quei posti: in alcuni momenti ridono come pazze, in altri si commuovono. Anna non ha nostalgia, anzi rivive quei momenti nella memoria con grande serenità d’animo perché è consapevole che ciascuno di quelli ha rappresentato una tappa fondamentale che l’ha condotta lì dov’è ora, in quel preciso istante. Tra un ricordo e l’altro, la macchina giunge in prossimità del liceo che avevano frequentato i 4 amici: Paola sta imboccando la strada che porta sul retro dell’istituto Enrico Fermi. Sono ferme al semaforo pedonale a 200 metri circa dalla scuola, quando Anna, voltando la testa verso destra rimane come folgorata da un’immagine. “Accosta Paola! Accosta!” La voce è carica d’urgenza e di stupore. “Cos’hai visto Anna un fantasma?” Le domanda Paola e mentre parla, gira anche lei la testa verso destra rimanendo di stucco. A una ottantina di metri, nella parte del parco più lontana dalla strada, un uomo seduto su una panchina: ha l’aria serena e rilassata. Anna e Paola scendono dall’auto e con passo deciso e un po’ concitato si dirigono verso l’uomo. Quando le due donne sono a una quarantina di metri, lui si gira, le fissa e sorride. Anna comincia a correre e quando è a un paio di metri da Pietro fa un balzo e gli salta letteralmente al collo. Piange per lo stupore, la felicità, il rammarico per quello che successe tanti anni prima e il desiderio di vivere per sempre vicino a quel pezzo fondamentale della sua vita. Pietro la scosta dolcemente da sé prendendola con entrambe le mani da sotto le ascelle, non certo perché lo infastidisca riabbracciare sua sorella dopo due decenni, piuttosto perché ha bisogno di guardarla negli occhi. Lo sguardo dei due fratelli si incrocia e in un istante ritrovano l’armonia perduta anni prima. Nel frattempo ai due si è aggiunta anche Paola che avvolge Pietro, per quello che riesce, vista la mole, cingendolo con le braccia attorno all’enorme vita. “Che senso ha avuto Pietro farci girovagare per mezzo mondo?” Paola sta stringendo con forza le braccia attorno a Pietro, come se avesse paura di perderlo di nuovo. “Ha avuto il senso di una vita Paola! Se io avessi provato a contattarvi direttamente chiedendovi di incontrarci, la banalità di quel mio gesto vi avrebbe portato a interpretare quel momento con gli occhi carichi di passato e probabilmente senza nessuna aspettativa per il futuro. Io invece volevo ardentemente generare il pathos che solo l’attesa di qualcosa è in grado di stuzzicare: nel viaggio che avete intrapreso seguendo gli indizi, avete dato nuova luce al nostro passato insieme, perché eravate cariche delle aspettative per qualcosa che sarebbe potuto accadere nel futuro: il nostro incontro, senza avere al contempo la matematica certezza che esso si sarebbe verificato. È la magia di quell’incertezza rispetto a ciò che potrebbe accadere, a generare la forza della vita e se ci riflettete per un attimo, la nostra separazione tanti anni fa, al di là dei motivi estemporanei che l’hanno generata, è stata causata da un solo elemento: tutti quattro, per un motivo o per un altro, non riuscivamo più a sognare un futuro insieme.” Pietro smette di parlare: ha finito quel suo lungo sermone e per un attimo Paola sorride al pensiero che per quanto sia cambiato nell’aspetto e anche nei comportamenti di base, in fondo rimane sempre quel Pietro di 20 anni prima: il mentore e la mente pensante del gruppo. Su quel pensiero fugace che avvolge la mente di Paola, si innesta la percezione di un suono: proviene dalla sinistra rispetto a dove si trovano ora i tre amici. Da dietro un muretto che separa il parco da un’area gioco attrezzata per i bambini, i 3 sentono la voce di una bambina: “Papà vieni, torniamo dalla zio Pietro!” Anna e Paola si scostano di poco da Pietro, a sentire quella voce e i contenuti che essa sta veicolando. Si girano entrambe verso il cancelletto che collega l’area giochi al parco e in quel frangente una bambina sbuca da dietro il muretto: avrà si e no 6 anni ed è vestita con abiti sgargianti, dagli abbinamenti di colore azzardati. Dietro la bambina uno spilungone quasi cinquantenne con folti capelli sale e pepe sparati in aria da chili di gel: è intento a guardare le foglie cadute sull’erba, assorto come un tempo tra le sue mille indecisioni: alza lo sguardo e appena incrocia quello di Paola e Anna, si blocca sbalordito. Attimi di attesa congelano i quattro amici di un tempo ognuno sulle loro posizioni. Sembra si stiano studiando per capire quale sarà la prossima mossa e soprattutto chi la farà per primo e in quell’attimo di attesa che pare durare un eternità, la bambina corre dal padre, lo prende per mano e strattonandolo con una forza che sembra non poter appartenere a un corpicino così fragile, lo tira fino a riuscire a prendere, con l’altra sua manina, le dita di Anna. Quel collegamento che si crea tra i due amici di vecchia data attraverso la bambina, racchiude in sé una energia dirompente: è come se il passato e il futuro si stessero fondendo lì, il giorno di Natale dell’anno 2017, 20 anni dopo la loro violenta separazione. Anna si accuccia piegando le ginocchia fino a incrociare lo sguardo della bambina; con fare gentile le scosta con l’indice della mano destra una ciocca di capelli neri come la pece che le è caduto da sotto il berretto di lana col pompon. “Ciao bella bambina” una lacrima striscia lentamente sulla sua guancia sinistra; “come ti chiami?” La voce di Anna è dolce, cerca il più possibile di far percepire alla piccola quanto il suo cuore sia pieno di gioia per quel momento inaspettato. “Mi chiamo Anna” la voce sottile della bambina lascia le due donne impietrite. In quel nome che Gianni e Marisol hanno dato a loro figlia, si racchiude il senso degli ultimi 20 anni di separazione dei quattro amici. “Queste sono Paola e Anna, le tue zie!” La voce di Gianni arriva alle corde della coscienza di Anna generandole dentro una piacevole eco di sentimenti; non ricordava più quanto le piacesse quella voce che fin da ragazzo si appoggiava così tanto sui toni bassi. Si rialza e di colpo Gianni è lì davanti a lei, a poco meno di mezzo metro, come quel pomeriggio di tantissimi anni prima seduti ai tavolini del vicino bar da Iole quando, tra mille emozioni contrastanti e tanta paura di rovinare tutto, si erano scambiati il secondo loro bacio, quello che aveva sancito l’inizio della loro relazione. Si guardano intensamente e in quello sguardo entrambi percepiscono tutte le sofferenze su cui hanno costruito la loro vita. Sono due viaggiatori che dopo aver fatto un pezzo di strada insieme, si sono spinti ai confini di due mondi completamente all’opposto: non hanno bisogno di raccontarsi nulla perché tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in quell’attimo carico del loro passato e di tante aspettative per un futuro che è proprio lì in mezzo a loro: la piccola Anna, il più importante progetto di vita a cui un essere umano possa sperare di prendere parte nel proprio cammino. Pietro e Paola si avvicinano ai due amici: tutti quattro si prendono le mani a formare un cerchio, la piccola Anna in mezzo. Quel cerchio fatto di braccia e di corpi è l’atto che suggella di nuovo l’unione dei 4 cavalieri della tavola rotonda. Lì nel mezzo c’è il loro presente e il loro futuro: sentono il desiderio di proteggere Anna  e farla crescere nel migliore dei modi e in quel frangente a tutti quattro contemporaneamente viene un pensiero: ‘nulla nella vita è sprecato e per quante difficoltà una persona debba superare, ne vale sempre e comunque la pena.’ Si abbassano insieme all’altezza del volto della bambina e avvolgendola coi loro sguardi di un amore che non ha confini, si rivolgono a lei: “Sempre insieme, qualunque cosa succeda?” “Sempre insieme” risponde la piccola Anna tra consapevolezza e inconsapevolezza.

FINE

Parte 7 L’indizio

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Anna e Paola hanno appena parcheggiato sul viale che conduce al lungomare pieno di negozi, la Renault Clio presa a noleggio qualche ora prima all’aeroporto Gando a Gran Canaria. La giornata è soleggiata e la temperatura è gradevole grazie anche all’influsso di una leggera brezza tiepida proveniente dall’Africa. Durante il volo entrambe erano state assenti e assorte e solo a tratti si erano scambiate qualche battuta per cercare di riordinare una serie di pensieri che sembravano provenire da due cervelli che lavoravano all’unisono, quasi le due donne fossero in perfetta sintonia cerebrale e reciprocamente sentissero vibrare nei dettagli quei pensieri che le loro due menti  stavano elaborando ognuna nella quiete del proprio silenzio. L’argomento principale di quella loro conversazione sgranata era quanto successo il pomeriggio precedente: dopo aver lasciato il bar dove si erano incontrate, in Piazza San Babila a Milano, le due donne si erano recate in taxi a casa di Anna. Durante il tragitto si erano messe a discutere di ciò che avrebbero potuto trovare una volta giunte a casa di Anna. “Che cosa ti aspetti di trovare a casa tua Anna che sia ricollegabile alla scomparsa di Gianni?” La domanda di Paola nascondeva una aspettativa quasi morbosa che qualunque cosa avessero trovato a casa dell’amica avrebbe potuto condurle in qualche modo dal fratello scomparso. “Non so se tu sai Paola, che a seguito dell’incendio ha appiccato alla fine del 1996 in azienda da nostro padre, Pietro l’anno successivo venne incriminato e condannato a scontare una pena di 5 anni.” “Si avevo letto qualcosa in merito, ma non me la sono sentita di chiamarti dopo quello che…” Anna aveva interrotto l’amica che stava cercando di giustificare quella sua mancanza per non essersi interessata all’arresto di Pietro. “No fermati Paola; non devi affatto giustificarti. Noi della famiglia abbiamo fatto ben di peggio nei confronti di Pietro: io è come se lo avessi dimenticato e cancellato completamente dalla mia vita. Mio padre addirittura si è spinto molto oltre: ha corrotto un giudice affinché deliberasse in merito all’esclusione di Pietro dall’asse ereditario e gli fosse riconosciuta solo la quota di 1/6 che spetta per legge per la cosiddetta legittima. Quindi come vedi non hai nulla da giustificarti in questa vicenda. Ma il punto in questione in questo frangente non è ciò che era successo a Pietro, bensì quello che successe alcuni anni dopo. Un sabato pomeriggio di qualche anno fa, credo 2 anni fa se non ricordo male, ero in casa stesa sul divano a cercare di riprendermi da una delle mie nottate selvagge, quando la cameriera irrompe nella sala dicendomi che c’è una persona che ha chiesto di me alla porta: io non avevo alcuna voglia di alzarmi a causa di un mal di testa pazzesco e avevo risposto bruscamente che non volevo vedere nessuno. L’uomo tuttavia aveva insistito pesantemente, dicendo tra le altre cose alla cameriera che voleva vedermi per una questione di vitale importanza. A quel punto, svogliata e quasi contrariata da quella insistenza per interposta persona, mi ero alzata alla meno peggio e come se fossi menomata da ambo gli arti, avevo percorso lo spazio che divideva la sala dalla porta di entrata. Non avevo capito immediatamente chi fosse, a distanza, ma man mano che mi avvicinavo, lo avevo riconosciuto dallo sguardo.” Anna si era fermata un secondo come per riordinare i pensieri: in realtà era per riprendere fiato e tenere a freno le emozioni che provava al ricordo di quell’incontro; due lacrime parallele, grosse come i goccioloni di un temporale di mezza estate, stavano scendendo da entrambe le guance. “Era lui Paola, mio fratello, colui che io avevo completamente gettato nel cestino della spazzatura anni prima, dimenticando ciò che aveva rappresentato per me in passato. Erano tanti anni che non lo vedevo ed era molto cambiato: sebbene lo sguardo fosse rimasto lo stesso, potevo scorgere in lui una vena di nostalgia, come se fosse rimasto inchiodato a qualcosa che non esisteva più. Per almeno un minuto siamo rimasti fermi immobili a guardarci negli occhi: io con indosso un pigiama e una vestaglia che costavano più di tutti i pasti che in 5 anni lui aveva consumato in carcere, e lui vestito di stracci della Caritas. Eravamo due facce di una stessa medaglia: la medaglia di due vite perdute, la mia e la sua a prescindere da ciò che l’aspetto esteriore poteva mascherare!” “E poi che è successo Anna?” L’amica era impaziente nella speranza che il racconto di Anna potesse in qualche modo ricondurre a Gianni. “Pietro aveva rotto quel silenzio tra di noi e con tono umile e sincero mi aveva chiesto se potevo prestargli mille euro perché doveva  comperare un biglietto aereo per raggiungere Gianni, sottolineando che era per una questione di vitale importanza. Io all’epoca, ero talmente sballata che mi ero imbestialita a quella richiesta; concentrata com’ero su me stessa non riuscivo ad accettare che mio fratello, dopo tutto quello che aveva combinato alla nostra famiglia, si presentasse in casa mia dopo anni che non si faceva vivo e mi chiedesse dei soldi, sebbene quei soldi servissero per raggiungere Gianni in qualche parte del mondo.” Le due lacrime di poco prima si erano trasformate in un pianto dirompente; Anna aveva avvolto il proprio viso con entrambe le mani e stava scuotendo la testa a destra e a sinistra, disperata. “Ti rendi conto Paola di quanto sono stata gretta e meschina! Ero talmente presa da me e dalla mia vita che non vedevo il dolore che stavo provocando: per ogni cosa che succedeva ero indotta a pensare che la colpa fosse sempre e comunque degli altri e che io non avessi alcuna responsabilità sui fatti!” “Dopo averlo fatto attendere sulla porta di casa come per fargli pesare la distanza esistente tra i nostri due mondi, ero corsa nello studio al piano superiore e avevo prelevato dalla cassaforte mille euro in contanti e scesa di nuovo al piano di sotto gli avevo gettato per terra i soldi, come fosse un accattone che ti vuoi levare dalla coscienza. Lui con umiltà si era chinato, aveva raccolto i soldi e se ne era andato per sempre dalla mia vita.” “E tu Anna non avevi chiesto nulla a Pietro in merito al luogo dov’era diretto?” La voce di Paola era lievemente contrariata alla notizia che Anna un paio di anni prima avrebbe potuto venire a conoscenza del luogo dove Gianni aveva deciso di stabilirsi per sempre ma aveva soprasseduto con totale indifferenza. “No Paola; ti ho detto che all’epoca ero sballata completamente!” “Ma non capisco cosa c’entri la storia che mi stai raccontando con il fatto che ora ci stiamo recando in tutta fretta a casa tua Anna?” “Spero di poter rispondere a questa tua domanda fra poco Paola.” E intanto che Anna rispondeva all’amica, il taxi aveva raggiunto la casa: Paola era scesa subito dietro di lei dall’auto e aveva dovuto accelerare il passo per starle dietro. L’amica sembrava come impazzita dalla necessità di comprendere. In casa, Anna aveva cominciato a rovistare in tutti i cassetti che trovava a portata di mano, svuotandoli completamente del contenuto e buttando tutto in terra, sotto lo sguardo attonito e riverente delle due collaboratrici domestiche e di Paola che se ne stava in disparte per non caricare ansia su ansia. “Dove cazzo l’ho messa!” Ripeteva tra sé. “Cosa stai cercando Anna? Se mi coinvolgi in questa tua ricerca folle, forse ti posso aiutare.” “Sto cercando una cartolina Paola, una cazzo di cartolina!” Nella voce di Anna c’era tutta la disperazione di chi sa che su quella cartolina avrebbe potuto trovare un indizio importante ma ha il dubbio di averla gettata via. “Fermati un attimo Anna, respira ti prego! Se continui a cercare come una matta senza adottare un criterio, non fai altro che aggiungere stress all’agitazione e questo di certo non aiuta nella ricerca. Rifletti un secondo: ritorna con la mente al giorno in cui l’hai ricevuta.” L’incursione verbale di Paola in quella corsa impazzita di Anna, aveva avuto l’effetto di calmarla, almeno momentaneamente; si era lasciata andare sull’ampio divano posto al centro della sala per cercare di riordinare le idee guardando il soffitto. “Mi è stata recapitata due anni fa, qualche settimana dopo che Pietro era venuto a casa: ero appena tornata dal lavoro e come spesso capitava, mi ero seduta in cucina a leggere la posta e tra le varie lettere e bollette da pagare mi ero ritrovata tra le mani la cartolina. In un primo momento non ci avevo dato peso più di tanto e l’avevo lasciata sull’isola posta al centro della cucina. La mattina successiva, mentre ero intenta a fare colazione, avevo buttato l’occhio al soggetto ritratto nella cartolina: era una foto delle dune di Maspalomas a Gran Canaria!” Alla parola ‘Maspalomas’ a Paola si erano illuminati gli occhi: il suo cervello aveva associato quel nome alla vacanza che i quattro amici avevano fatto insieme 25 anni prima. “Ma cosa c’era scritto Anna sul retro della cartolina?” Paola non si era resa conto che quella domanda l’aveva posta a nessuno: infatti Anna era sparita dalla cucina. Dopo qualche istante l’aveva vista sbucare dalla porta con in mano qualcosa. “Eureka! L’ho trovata finalmente: era dentro una scatola di vecchi ricordi dove ero solita mettere biglietti e lettere che Gianni e io ci scrivevamo quando eravamo fidanzati. Non ricordavo proprio di averla messa lì.” “Cosa c’è scritto Anna?” “Tieni…” Ricevuta la cartolina da Anna, Paola l’aveva girata e sul retro aveva letto:

La felicità si nasconde nei dettagli

Al posto della firma, una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Le due donne si erano guardate perplesse: “Che cavolo significa questa frase?” Si era domandata Paola con occhio bovino. “Riconosci la scrittura Anna?” Paola aveva passato la cartolina all’amica: sembrava una patata bollente che nessuna delle due era in grado di tenere in mano per più di qualche secondo da quanto continuavano a rimpallarsela da una all’altra. “E’ inconfondibilmente la scrittura di Pietro, non ho dubbi.” “Cosa è indicato sul timbro postale?” “12 novembre 2015: circa lo stesso periodo, settimana più, settimana meno, in cui Pietro si era recato qui a casa mia chiedendomi i 1.000 euro.” Intanto che parlava, Anna aveva girato la cartolina sul fronte: erano ritratte le famose dune naturali di sabbia desertica, dalla parte dove svetta imponente e maestoso il faro dell’isola. Paola si era avvicinata alla cartolina che Anna teneva tra le mani e, strizzando gli occhi, si era messa a scrutare centimetro per centimetro, alla ricerca di qualche indizio. Dopo qualche minuto aveva sollevato la testa e si era lasciata andare in un sospiro di rassegnazione. “Non vedo nulla Anna che possa minimamente ricondurre a Gianni.” Lo sguardo di Paola, da euforico e pieno di aspettative di poco prima si era come smorzato di colpo. “Nemmeno io Paola. E poi non capisco perché tutto questo mistero. Se Pietro aveva voglia di farmi sapere dove si trovava, poteva semplicemente scrivermi che era lì e che aveva voglia di vedermi.” “Saresti stata pronta Anna, all’epoca, a ricevere da tuo fratello una frase come quella che hai appena citato? Sii sincera! Dopo tutto quello che mi hai raccontato che gli avevi vomitato addosso quando era venuto a chiederti i soldi?” Anna a quella duplice domanda retorica dell’amica non aveva risposto, ma il suo sguardo si era perso nel vuoto tra un po’ ricordi e un vagone di rammarichi. “Sai quanto Pietro è sempre stato un maestro dell’arte maieutica; ti ricordi quanto era in grado, semplicemente ponendo le domande nel modo giusto e al momento giusto, di tirare fuori le verità nascoste che ognuno di noi, immaturi adolescenti all’epoca, non sapevamo nemmeno di avere dentro.” “E mentre quando eravamo ragazzi, esercitava questa sua passione con le parole, io credo che con questa cartolina lui abbia giocato benevolmente con te: solo quando fossi stata pronta dentro il tuo cuore a ricongiungerti con lui, se mai lo fossi stata, avresti messo l’energia necessaria per risolvere questo piccolo enigma.” Alla chiusura di quel breve monologo di Paola,  come se fosse stata colta da un fulmine a ciel sereno che le aveva squartato il cervello, Anna aveva strappato di mano la cartolina a Paola ed era corsa in fondo all’ampia cucina, nell’angolo dove era posizionata la madia di fine ottocento: aveva aperto un cassetto e a colpo sicuro aveva estratto una piccola lente di ingrandimento che era solita usare quando doveva leggere le clausole di qualche contratto, sempre scritte con caratteri da lillipuziano. “Cazzo Paola, vieni a vedere: ho trovato qualcosa!” La voce di Anna era un misto di eccitazione e incredulità. “Guarda lì:” le aveva detto porgendole la lente. “Non vedo nulla Anna.” “Osserva l’insegna di quel ristorante situato a fianco del faro; che cosa leggi?” Paola aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco quella scritta dai caratteri infinitesimali. “Bi-bi restaurant…” aveva letto con fare incerto e di colpo la voce le era calata di tono e intensità, diventando quasi un soffio d’alito dall’incredulità. “Bi-bi era il soprannome con cui Gianni era solito chiamarti nel periodo in cui eravate fidanzati e questa non può certo essere una coincidenza!” “È quello che penso io amica mia!” Le aveva risposto Anna con esultanza. “La felicità si annida nei dettagli Paola! La felicità si annida nei dettagli cazzo!” Per alcuni minuti sospesi nel nulla, le due amiche erano rimaste fuse in un abbraccio che assomigliava a un groviglio di corpi, tanto era carico di tensione e aspettative e avevano pianto ininterrottamente lacrime di felicità. Appena ripresesi da quel lungo abbraccio, Anna si era subito messa al PC per prenotare il primo volo per Gran Canaria. Ora sono lì, dentro quella utilitaria, in attesa di trovare il coraggio di scendere e andare incontro al loro destino. Nessuna delle due sa come si comporterà alla vista di Gianni e, sperano entrambe, di Pietro: alternano momenti di eccitazione data dal pensiero di ritrovarsi in quel luogo tutti insieme, di nuovo, dopo 25 anni, a fasi di dubbi e timori che le vecchie ferite e i rancori per cui si erano separati tanti anni prima, siano talmente incrostati attorno ai loro schemi mentali, da non permettere più a nessuno dei quattro di trovare la strada per un ricongiungimento. Percorrono il viale che divide la zona in cui hanno parcheggiato dal lungo mare che porta al faro, quasi trattenendo il respiro. Paola ha tentato più volte, ma invano, di prendere la mano di Anna, non tanto perché abbia voglia di fare la fidanzatina, ma per trovare il coraggio di affrontare qualcosa di cui non riesce minimamente ad immaginarne l’esito. Ma Anna non vuole essere distratta da nulla, nemmeno da un contatto con Paola: ha bisogno di concentrazione e anche solo pensare di tenere la mano all’amica la distrae da quel momento che ha per lei tutta l’aria della solennità. Si fermano a una cinquantina di metri dal ristorante: l’insegna, come indicato sulla cartolina che Paola aveva riposto nel suo zaino quasi fosse una reliquia rara e preziosa, indica ancora: ‘Bi-bi Italian restaurant’. Le due amiche si guardano: ora è Anna a cercare le mani di Paola; le sente umidicce a causa dell’agitazione. “Sempre insieme? Qualunque cosa succeda?” Ha bisogno di essere rassicurata che comunque vadano le cose, loro non si separeranno più. Ha paura di essere risucchiata di nuovo nella vecchia vita e Paola in tal senso è il suo biglietto di sola andata per un futuro diverso. “Sempre insieme! Promesso!” Le risponde l’amica con voce morbida e rassicurante guardandola fissa negli occhi. Le labbra di Anna si avvicinano a quelle di Paola a sfiorarle impercettibilmente. “Ti amo e ti ho sempre amata Paola! Ora lo so, come so che sto respirando, nel modo più semplice e diretto che conosca, e questo  basta a rendermi felice!” Quello slancio improvviso di Anna riempie il cuore di gioia dell’amica che con tono gentile, spostando lo sguardo impercettibilmente verso l’oceano spennellato d’argento dai raggi del sole, risponde: “Lo sapevo che ne sarebbe valsa la pena aspettarti per tutti questi anni.” Riprendono il cammino con gli stessi dubbi e perplessità di prima, ma con una certezza e un sollievo nel cuore: comunque andranno le cose, d’ora in poi gli oneri saranno divisi per due e questo ne allevierà le pene. “Buongiorno: siete aperti?” Anna butta lì quella domanda quasi fosse una dei milioni di turisti che ogni anno si recano in quel luogo per prendere il sole e non certo per cercare due amici perduti da una vita. “Si accomodatevi, siamo sempre aperti da queste parti.” Risponde con accento calabrese leggermente ritmato da una impercettibile cadenza spagnola, un signore sulla cinquantina, basso, tarchiato e pelato, con baffi neri lucenti. Anna e Paola rimangono interdette per un attimo: entrambe pensavano di trovare Gianni a muoversi tra i tavoli di quel ristorante, ma quello davanti a loro tutto è fuorché il fratello di Paola. Paola si munisce di coraggio e intanto che Anna occupa un tavolino  vicino all’entrata, va incontro a quell’uomo e con timidezza domanda: “Conosce per caso un certo Gianni Anselmi?” Vorrebbe fuggire: ha paura di sentirsi rispondere che da quelle parti non hanno mai sentito nessuno con quel nome. “Certo che lo conosco!” Risponde con fare amichevole e spontaneo l’uomo nel modo tipico che gli italiani all’estero hanno quando ritrovano altri connazionali. A quella risposta Anna, che stava ascoltando la conversazione quasi in disparte seduta al tavolo, si alza e si avvicina repentina ai due. “Sono stato il suo cameriere per anni in questo locale prima che  mi vendesse la baracca.” “Come ‘vendesse la baracca’?” “Si, ha venduto per seguire l’amore; sono oramai 6 anni che mi ha ceduto il locale. Negli ultimi periodi, prima di vendere, era più là che qua e poi ha deciso di trasferirsi definitivamente.” “Trasferirsi dove?” “In Messico.” Paola alla parola Messico ha come un sussulto, quasi una scossa elettrica che le infonde energia: si mette a rovistare nello zaino finché non trova la cartolina. “Non lo avevamo notato prima Anna;” si rivolge all’amica indicando il francobollo della cartolina che tiene tra le mani: “Questa cartolina non è stata affrancata da qui, ma dal Messico…” “Questo significa che Pietro e Gianni sono insieme!” Anna conclude la frase che Paola aveva lasciato in sospeso con una vena di euforia. Pensa per un attimo al fatto che anche se non riuscissero a incontrarsi più tutti quattro, la vita avrebbe comunque riequilibrato gli eventi nel modo corretto: lei e Paola insieme senza più nessuna barriera a tenerle lontane e Gianni e Pietro di nuovo a condividere la vita sostenendosi a vicenda come avevano fatto da ragazzi. I pensieri di Anna si dileguano al suono della voce del proprietario del locale: “L’ultima volta che l’ho visto è stato 2 fa, non ricordo di preciso l’anno: forse luglio o agosto del 2015, giù di lì.” L’uomo ha voglia di parlare: forse il ricordo del tempo passato con Gianni lì in quel ristorante gli genera piacere o forse semplicemente perché, in fondo, sente per quelle due donne lo stesso affetto che prova per lui. “Era solo e aveva fretta: mi ha salutato in modo superficiale e poi se n’è andato quasi avesse timore che io gli chiedessi informazioni sulla nuova vita. Non era più lo stesso Gianni che avevo conosciuto io: lo sguardo non era più quello di un tempo; avevo notato una vena di tristezza che lo condizionava.” Intanto che parla si reca in cucina e dopo qualche istante esce con una cartolina tra le mani. “Ecco, tenete;” porge la cartolina alle due donne; “da quello che posso capire, ne avete più bisogno voi di quanto non serva a me.” Anna gira la cartolina sul retro:

Gianni Anselmi

Paseos de la Reforma, 30

Zihuatanejo, Messico

Niente altro che l’indirizzo e una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Sul fronte della cartolina, una spiaggia di sabbia bianchissima, alcuni ombrelloni, e in lontananza un pò di hotel, sparsi qua e là. “Mi è stata recapita un paio di anni fa, a fine 2015 circa…” L’uomo lascia in sospeso la frase: ora è assorto nei suoi pensieri che  dopo poco vengono interrotti dalla voce di Anna: “Ma è la calligrafia di Pietro!” Anna abbassa le braccia, la cartolina ben stretta nella mano destra, lo sguardo rivolto impercettibilmente in alto a sinistra: sta riflettendo. “E’ come se ci stesse lasciando degli indizi Paola, con l’intento di spingerci ad andare nei luoghi dove ha vissuto Gianni.” “Ora sono io a non capire Anna;” Paola ha lo sguardo perso nel vuoto. “E’ come se Pietro abbia lasciato delle tracce dietro di sé nella speranza che un giorno ci decidessimo a iniziare questa sorta di caccia al tesoro in giro per il mondo.” “Si ma perché Anna? E anche se fosse, in questo caso quale dovrebbe essere il tesoro che dobbiamo cercare?” “Non lo so Paola, proprio non lo so ma più ci addentriamo in questa storia, più cresce in me il desiderio di andare avanti, di capire cosa ci sta sotto a questa vicenda.” Anna si siede, mette entrambi i gomiti su un tavolino a ridosso della cassa e appoggia il mento su entrambe le mani: è solita farlo fin da bambina quando si fa prendere da un sogno che la porta lontano. In questo caso il sogno riguarda lei e i suoi amici, i quattro cavalieri della tavola rotonda. La voce di Paola la riporta al presente da quel viaggio onirico in una dimensione che sa di vago. “Prendi il PC portatile Anna: cerchiamo il modo più diretto per recarci in questo posto dal nome impronunciabile! Anche io, più mi addentro in questa storia, più sento il bisogno di capire e soprattutto di riabbracciare mio fratello.”

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Se desideri leggere il primo episodio del racconto ‘Il Coraggio‘, lo trovi di seguito:

Primo capitolo de “Il Coraggio”

Episodio 2

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari. Lo affascina da sempre la flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. A Pietro quel modo di essere dell’amico piace una cifra: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire dentro un gran desiderio di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.

“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”

“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”

“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”

Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di potersi spingere un po’ oltre senza provocare motti di offesa nell’altro.

“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.

“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro.

Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.

Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv; le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.

“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”

Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.

“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!”.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”

Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.

“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”

Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.

“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”

Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di respingerlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.

“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto….”

Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che solo lì l’amico troverà la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”

“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”

Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.

“Non lo so, sono confuso, ok..?”

Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada.

“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”

Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.

Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:

“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”

“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”

“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.

“E va bene, verrò a farti da balia!”

Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e quel banale tocco aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.

Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.

“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia….”

“E qual è sentiamo?”

“Mi domando se ciò che ho provato io, lo abbia provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”

Getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio.

“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”

“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a tua sorella per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. E in questo frangente, il Bar da Iole è un po’ come la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’é in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:

“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”

“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”

La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”

“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia.

“Scusa non volevo essere scortese, Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.

“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”

La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni;

“Stavamo parlando di te!” la risposta di Pietro arriva laconica e secca all’orecchio Gianni, lasciandolo quasi inebetito.

“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.

Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.

Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:

“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”

Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.

Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda.

Ma d’improvviso, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:

“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi…”, si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso,  e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.

“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”

Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco del momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei ‘4 cavalieri della tavola rotonda’.

A domani, col terzo episodio

***Buona giornata***

Tutto finisce da dove era cominciato – ultima puntata

L’auto varca l’entrata principale del cimitero di Columbus e imbocca l’ampio e lungo viale alberato posto innanzi al cancello d’entrata. A destra e sinistra del viale si ergono due maestose collinette dal manto erboso pettinato con cura, sulle quali spiccano tante piccole lapidi color bianco cangiante: a vederle da lontano sembrano due enormi mammelle avvolte in un reggiseno verde a pois bianchi.

Una sensazione avvolgente di tranquillità prende possesso di Khamisi seduto davanti, sul posto del passeggero.

“Fermati qui Christian, ti prego!”

Claretta, seduta dietro, si sporge in avanti infilando la testa tra i due sedili anteriori per scrutare gli occhi di Khamisi e cercare di interpretare i suoi pensieri.

Dopo l’incontro avvenuto sul traguardo a Helsinki di qualche settimana prima, la vita dei 3, di Khamisi, Christian e Claretta aveva assunto dei connotati dai contorni incerti.

Ricostruire qualcosa, ammesso e non concesso che il termine ‘ricostruzione’ fosse quello giusto, non era per nulla facile: le loro tre vite avevano preso strade molto differenti negli ultimi anni, i cui ritmi non combaciavano in nulla.

Inoltre, dopo la confessione di Christian in merito all’omicidio del cugino Michele di tanti anni prima, Khamisi si era chiuso in un silenzio che preoccupava entrambi. Claretta non voleva invadere i suoi spazi e quindi si accontentava di quei silenzi a cui cercava di dare un senso fissandolo negli occhi per minuti, quando poteva, alla ricerca di una risposta che probabilmente nemmeno Khamisi conosceva.

Christian accosta l’auto in una rientranza del viale del cimitero: Khamisi scende dalla vettura e come se fosse appena rientrato in casa dopo una giornata di lavoro stancante, si appoggia all’auto con la mano sinistra e si toglie le scarpe, lanciandole noncurante sul manto erboso poco distante.

Claretta lo osserva allontanarsi di qualche metro dal bordo della macchina mentre è intento a guardarsi i piedi che affondano fino quasi a scomparire avvolti da un soffice manto erboso. Muove le dita all’insù e intanto respira a pieni polmoni: è come se avesse bisogno di un contatto fisico con la natura che lo circonda per ricaricare le batterie e dopo un eterno minuto di riflessione si volta verso l’ex compagna e il figlio e accenna loro un sorriso che profuma di felicità.

Claretta scende dall’auto e così fa anche Christian e entrambi si dirigono verso quell’uomo che a guardarlo lì in mezzo all’erba a piedi scalzi avvolto nella solennità del luogo, ai due sembra la statua di un grande e valoroso eroe del passato.

Gli si buttano entrambi al collo, cingendolo forte con le braccia e, come se Khamisi dovesse una spiegazione a quei due membri della sua famiglia avvinghiati al suo tronco, comincia a parlare:

“Non c’è bisogno di dire nulla, non ce n’è mai stato bisogno: ognuno di noi ha fatto quello che pensava fosse giusto fare in quel momento. Al di là delle colpe e dei torti subiti, quello che importa è che ci siamo ritrovati, dentro e fuori e oggi siamo qua ad abbracciarci con la serenità d’animo che contraddistingue coloro che hanno avuto il coraggio di raccontarsi la verità. Il concetto di colpa non ha alcun significato se ‘amore e perdono’ sono le parole che sostengono e danno forza alla relazione tra le persone.” Si ferma, non sente bisogno di dire altro; di più sarebbe troppo e Claretta e Christian comprendono che il silenzio in quel caso è il miglior modo di concordare con quanto appena detto da Khamisi.

Dopo essere stati abbracciati per un po’, l’uomo si scosta dai due e voltandosi comincia a correre nella direzione che il custode all’entrata del cimitero gli aveva detto di seguire per giungere fino al blocco ‘D’, lapide 23.

C’è una leggera e costante brezza quella mattina, che lo sorregge dandogli forza come è sempre stato durante tutta la sua vita. Khamisi pensa che è meraviglioso correre spinto dalle forze della natura: il manto erboso sotto i piedi a infondergli stabilità, come fosse una quercia secolare con le radici ben salde al terreno; e l’aria tra i capelli, a donargli la consapevolezza che oltre alla stabilità, la sua vita è stata portata avanti all’insegna dell’energia e del movimento, sempre e comunque, senza mai fermarsi.

Con quella meravigliosa consapevolezza tra le viscere, giunge nei pressi della tomba dove è sepolto Oscar Fever, allenatore e padre putativo che lo ha reso uomo. Avvicinandosi alla lapide strizza gli occhi di quel tanto che gli serve per leggere da lontano l’iscrizione affissa a caratteri cubitali sotto le date di nascita e di morte e in quell’istante il sorriso tipico di chi è consapevole di avere chiuso un cerchio importante nella propria vita, gli illumina il viso invadendogli l’anima. Sulla lapide una scritta, che proviene dal suo passato lontano ma che contiene tutto ciò che gli serve per vivere alla grande il presente e il futuro, finché ce ne sarà:

“Qualunque cosa succeda, non fermarti mai”

***FINE***

La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5