Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Il ruminare…del cervello..

‘Sembravi così intelligente visto da lontano!”…

….intonò la mucca…

poi si girò…e noncurante tornò al suo ruminare…lasciando me con un altro ruminare..ben più pericoloso…

…quello di cervello…

Colui che crede di sapere…ma…

Lo sapevi che ogni giorno per la nostra testa passano all’incirca 70.000 tra pensieri, ricordi, attese, preoccupazioni, etc…? 70.000…

Avresti mai pensato? Eccone un altro…70.001…

La maggior parte di questi…riempiono senza sosta la nostra mente, completamente a nostra insaputa…

l’oblio della consapevolezza!

Chissà quando ci hanno etichettato come Homo Sapiens Sapiens…cioè ‘colui che sa di sapere’, a cosa si stavano riferendo?

Non è una malattia…è la vita

“Un attimo sei triste,

l’attimo dopo felice,

poi di nuovo triste.

Poi ti arrabbi, poi gioisci, poi ridi,

l’attimo dopo piangi.

……No, non è una malattia….

…È la vita….”(Luana Donati)

…nella prossima vita, se mi venisse data la possibilità di scegliere, vorrei nascere all’alba…

…in quell’attimo in cui il buio che scema verso l’orizzonte cede il passo ad una luce che,

dell’incertezza dell’essere, si nutre avida…

….come avido di vita è colui che sa

che in ogni istante si racchiude una rinascita…

 

Poi..boh…chissenefrega!

“Perché hai scelto me, o Musa?”

Perché in te stan due persone: la prima che fugge da qualcosa e la seconda che corre incontro a qualcosa…il giorno che queste due persone si incontreranno, nascerà un grande uomo!”

“Ma io voglio scrivere, o Musa!”

Scrivere non è un fine, esso è solo un mezzo…la vita è l’unico fine…

“E….” concluse…”ciò che dà valore al viaggio non è la sua destinazione finale, bensì la capacità di continuare a farsi domande lungo il tragitto…e scrivere, è uno dei tanti modi per cercare di darsi qualche risposta!

“E poi, o Musa?”

Poi, boh…chissenefrega!”…mi voltai a cercarla di nuovo..ma se n’era già andata!

Le ripetute ripide rapite rapide di una mente errante

Like it or not, this moment is all we really have to work with. Yet we all too easily conduct our lives as if forgetting momentarily that we are here, where we already are, and that we are in what we are already in. In every moment, we find ourselves at the crossroad of here and now.” (Jon Kabat-Zinn)

Mi capita spesso di dimenticare quanto la vita sia qui e ora…stop…

…mi capita di avventurarmi lungo ripetute, ripide, rapite rapide di una mente errante che mi conduce ovunque e chissà dove, fuorché dove realmente esiste vita..

…qui e ora…

Ma poi chi è sto “io” che pensa di essere il soggetto di una commedia che va in scena in un teatro umido e fatiscente alla periferia di un’esistenza postuma…?

…ah coscienza ingannevole che mi porgi la mano destra umida e scivolosa, mentre con la sinistra mi sottrai la vita, sfilandomela da sotto le narici!

…qualunque cosa succeda…siano essi ricordi o proiezioni immaginifiche di un futuro roseo o ansiolitico generati da una mente che ama gozzovigliare lontano da “casa”, comunque tutto sta accadendo nel momento presente..l’unico vero scorcio di vita reale…e “noi” siamo altrove…

….quando da piccolo reiteravo qualche marachella da babbano adolescente… mia nonna era solita ripetermi: “Tu non stai capito…”…donna saggia mia nonna…avrà avuto si e no la quinta elementare ma aveva forse capito tutto…e cioè che non c’è nulla da capire..perché tutto ciò che c’è da capire si dispiega qui e ora sotto i nostri occhioni da bambi smarriti…

…Nel momento presente è lo sguardo di nostro figlio/a che ci chiede, senza esprimerlo a parole, solo un attimo della nostra attenzione…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente sono racchiusi i profumi e i sapori della cucina di una nonna…per la quale dare, significa trasferire amore attraverso i cibi che prepara senza chiedere nulla in cambio…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente è racchiuso un abbraccio silenzioso e carico di forza, energia, amore, vita della persona “amata”…ma noi siamo altrove…

…Nel momento presente è racchiusa la mano dell’uomo che ci chiede 50 centesimi per mangiare o fare altro, poco importa…ma noi siamo altrove…

…nel momento presente…ma noi siamo altrove…

Nel momento presente..solo in quello è racchiusa la vita…ma noi siamo altrove…

…tutto va bene per noi viaggiatori in bilico sulle onde malmesse di una mente occulta…tutto va bene purché ci inebri con profumi e colori artificiali…importante che ci conducano lontano dal “sentire”…dal provare emozioni, sentimenti, passioni, dolori, amore…delusione…tutto ciò che ci farebbe capire di essere vivi…ma noi siamo altrove…

…per vivere a certe latitudini ci vogliono le palle…

…quelle son cose da uomini e donne veri…

…e così..evitando di voler “sentire”, lentamente scivoliamo ai margini, complici di una morte prematura, la morte dei nostri sensi…

….e che cosa volete mai che sia la morte del corpo per gente che in vita ha perso l’occasione di bagnarsi, anche solo per un istante, alla fonte dell’eterna consapevolezza…

…noi siamo gente dura…gente..che non sta capita…

…Frecce tricolori sul centro di Bologna…