Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 8 L’anima gemella

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

 

L’aria proveniente dall’oceano Atlantico gli rinfresca il viso: sta rientrando dalla consueta corsa mattutina e comincia a sentire un lieve dolore al tallone d’Achille destro per via dell’eccessivo sforzo dovuto ai troppi chilometri percorsi. Ha preso l’abitudine di correre giornalmente la mattina da una decina d’anni circa: quell’esercizio fisico è il componente segreto che dà il giusto ritmo all’inizio della sua giornata. In lontananza intravede il faro che svetta alto e imponente a fare da guardia a quel tratto di costa che si apre su una delle più maestose meraviglie della Terra: le dune di Maspalomas. La vista dell’insegna del suo ristorante gli dà la giusta carica per colmare gli ultimi 800 metri che mancano al completamento del percorso che si è imposto di coprire. Lo aveva iniziato alla corsa un Americano di nome Alan Pembleton che aveva conosciuto sulla rampa C-14 della ferrovia Belgrano quasi 10 anni prima: era la fine del 1999. La ferrovia collega la città di Salta a quella di Puna attraverso un percorso che si snoda per 217 chilometri fatto di gallerie, ponti e viadotti. Gianni era approdato nella zona della Provincia di Salta, al confine con il Cile sulla Cordigliera delle Ande, dopo aver girovagato senza meta per circa sei mesi alla ricerca di un modo qualunque di uscire dalle sabbie mobili mentali nelle quali si trovava dopo la rottura definitiva con gli altri 3 componenti dei gruppo dei ‘quattro cavalieri della tavola rotonda’. Dopo gli eventi successi quel pomeriggio al ricevimento di matrimonio nella villa a Ravenna, per Gianni si erano susseguiti un paio di anni bui, durante i quali aveva lasciato l’università e si era rinchiuso completamente nella parte più grigia della sua esistenza. Non aveva più proferito parola con Paola, la sorella, sebbene lei avesse tentato varie volte di affrontare l’argomento: ad ogni tentativo, lui si defilava respingendola con un laconico e schietto: “no grazie!”. Tutto quello che un tempo era stato Gianni, quel ragazzone dinoccolato di un metro e novanta, magro e dai capelli neri come la pece sparati per aria da chili di gel, dopo la separazione violenta dei quattro si era come sciolto negli acidi del rancore e della rabbia. Quella sua particolare e tenera caratteristica che lo spingeva ad essere sempre indeciso sui fatti quotidiani della vita, si era accentuata a tal punto da farlo avvitare completamente su sé stesso: non era più in grado di vivere una vita normale. L’unica persona con cui aveva continuato a intrattenere rapporti era la sua bisnonna Alfonsina, la nonna materna, una signora quasi novantenne, energica, tenace e piena di voglia di vivere. Durante la guerra, Alfonsina era stata membro della brigata partigiana ‘Maiella’, quella che nelle prime ore della mattina del 21 aprile 1945 era entrata senza colpo ferire a Bologna insieme alle unità del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a e dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore. La voglia di combattere le ingiustizie che aveva contraddistinto lo stile di vita di Alfonsina durante la guerra, aveva caratterizzato l’atteggiamento della stessa anche a guerra finita: non c’era giorno che lei non trovasse il modo per difendere sé stessa o qualcuno vicino a lei per un torto subito o un diritto inalienabile violato o negato. E sebbene le energie non glielo permettessero più come un tempo, comunque anche alla soglia dei novant’anni, nonna Alfonsina continuava a mantenere vivo quello spirito combattivo con cui andava incontro alla vita a cuore aperto. Se qualcuno le pestava i piedi o ledeva anche solo minimamente i suoi diritti, Alfonsina, nonostante oramai il suo corpo fosse ricurvo dal peso degli anni, si difendeva con un vigore e una forza tali da far tremare anche il più trucido dei nemici. Un pomeriggio di aprile del 1999, Gianni, uscito da casa dei suoi genitori come sempre senza una meta prestabilita, aveva sentito più del solito la necessità di recarsi dalla nonna per scambiare qualche battuta grazie alla quale tirarsi un po’ su il morale. Era intento a gestire il botta e risposta con Alfonsina in merito ai commenti che quest’ultima faceva sulla caratura dei politici moderni, che lei considerava delle mezze calzette rispetto ai politici di quando era giovane, quando d’un tratto aveva sentito la voce della donna cambiare completamente discorso, senza nessun motivo apparente: “Se vai avanti così, la tua vita è finita ragazzo mio! Lasciatelo dire da una persona che ne ha passate tante e che da giovane ha visto la morte in faccia più di una volta. All’epoca, durante la seconda guerra mondiale, quando eravamo sfollati in campagna da alcuni parenti che ci ospitavano a causa dei bombardamenti che si erano susseguiti per ben due anni dal 1943 al 1945, ricordo che avevo passato dei momenti di paura folle. La stessa sensazione di paura folle l’avevo percepita in certe notti passate all’addiaccio durante il periodo della liberazione con la banda di partigiani. Se ripenso oggi a quella sensazione di paura che avevo provato durante quelle notti al freddo, sono sempre più convinta che quei momenti siano stati quanto di più vivo io abbia mai vissuto caro mio.” “Che cosa c’entra tutto questo con me nonna? Non riesco a capire dove tu voglia arrivare!” Gianni aveva cercato di defilarsi da quel discorso iniziato con un lungo preambolo, non tanto perché la prolissità della nonna lo annoiasse, quanto perché aveva timore del prologo di quel racconto. Ma per quanto lui fosse stato risoluto nel cercare di fermare Alfonsina, lei era stata più tenace nel continuare a tenerlo incollato a ciò che gli stava per dire. “Ti voglio dire una cosa Gianni: molti anni dopo la fine della guerra, un pomeriggio trovarono la mia amica d’infanzia morta suicida: si era impiccata con la cinghia dei pantaloni del marito appendendosi ai tubi dello scarico dell’acqua che passavano nel vano dei garage dove abitava. Avevamo condiviso l’infanzia, l’adolescenza e una parte della vita da adulte, sempre insieme. Quel pomeriggio, dopo il ritrovamento del corpo, il marito aveva trovato un biglietto che la mia amica aveva scritto prima di compiere quel gesto estremo: il biglietto era rivolto a me.” La nonna aveva indicato un cofanetto sulla credenza della sala da pranzo: “Apri quella piccola scatola di legno Gianni, ti prego!” La sua voce si era fatta sottile, con un impercettibile graffio alla fine di ogni parola. Dentro il cofanetto un biglietto con sopra scritto: “Per la mia Alfonsina” Cara Alfonsina, a volte la vita ci pone di fronte a delle sfide che ci sembrano insormontabili: noi insieme abbiamo superato decine di quelle sfide durante la guerra, rischiando varie volte di morire. In più di un’occasione, durante quei periodi , avevo sperato che tutto finisse al più presto. Ora, dopo anni che tutto è finito, ti posso dire che c’è una cosa molto peggiore del dover affrontare quotidianamente il rischio di morire: ed è  quello di vivere una vita così piatta e prevedibile da sentirsi già morti; non sentire più nelle vene la vita che scorre ti fa smettere di avere voglia di vivere. Tutto negli ultimi tempi è diventato così prevedibile, da non lasciare più spazio al bello  di vivere che un tempo si racchiudeva nell’incertezza di non sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. Trovo tutto questo un oltraggio alla vita al punto da fare un gesto che so tu non approverai mai.                                                      Con affetto Gianni aveva appena finito di leggere quella lettera e aveva il volto rigato dalle lacrime. “Rileggo quella lettera da 35 anni, dal giorno della sua morte, ogni sacrosanta mattina! E da 35 anni ogni mattina mi sveglio e so che, se voglio onorare quello che la mia amica ha rappresentato per me, devo darmi da fare per far sembrare questa mia vita il più avventurosa e stimolante possibile, perché di una cosa la mia amica aveva ragione: di inerzia si muore!” La nonna aveva smesso di parlare e si era appoggiata allo schienale della poltrona dove era solita sedere la sera davanti la TV e aveva per un attimo lasciato che i ricordi prendessero il sopravvento su quella strana conversazione. “Cosa devo fare nonna? Cosa devo fare?” Aveva ripetuto Gianni in lacrime, disperato. “Da due anni a questa parte non riesco più a capire da dove ricominciare e l’unico modo che ho trovato di vivere è quello di ripetere quotidianamente pochi, codardi comportamenti.” “Ma quello che stai facendo tu, ragazzo mio, non è vivere, ma sopravvivere; è il più grande insulto alla vita che un essere umano possa fare!” La nonna, con fare stanco, quasi avesse dovuto affrontare una fatica immane per il suo corpo carico di anni, si era alzata dalla poltrona e con una lentezza che non le apparteneva, era andata in camera da letto e dopo qualche secondo era tornata: stringeva tra le mani un foglio che aveva porto al nipote. “Tieni, consideralo il mio regalo per ricominciare a vivere.” “Che cos’è nonna?” Le aveva chiesto il nipote senza nemmeno leggere il contenuto di quel foglio. “Ho aperto un conto corrente, intestato a te: vattene Gianni! Ricomincia a vivere, non importa dove e non importa come, ma sfrutta le incertezze che derivano dal viaggiare senza una meta, per ritrovare il solco dentro cui ricostruire una vita!” E con quella frase la nonna si era di nuovo adagiata sulla poltrona: aveva bisogno di riprendere il filo dei suoi ricordi. Gianni era uscito dall’appartamento della nonna stanco come se avesse combattuto 15 round contro il campione del mondo dei pesi massimi. In ascensore aveva dato uno sguardo al foglio che la nonna gli aveva lasciato: sul foglio, l’estratto conto riportava 100 milioni di lire. Era rimasto tutta notte a fissare il soffitto senza minimamente appigliarsi a uno dei milioni di pensieri che si erano susseguiti nella sua testa e verso le 5 del mattino aveva aperto l’armadio, preso fuori il vecchio zaino che era solito usare quando con Pietro si facevano le loro escursioni sulle dolomiti e riempitolo di maglie, mutande, due paia di scarpe da ginnastica, qualche calzino e poco altro, si era vestito e senza nemmeno lavarsi denti e faccia era uscito da quella vita con un unico obiettivo in testa: raggiungere l’aeroporto Marconi per prendere il primo biglietto per chissà dove. Quello era stato l’inizio del suo girovagare per il Sudamerica che dopo 6 mesi lo aveva portato su quel treno, meglio conosciuto come ‘Tren de las Nubes’, il Treno delle Nuvole, per le altezze a cui viaggia. Alla stazione ingegnere Maury, a 2.358 metri sul livello del mare, era salita a bordo del treno una coppia: lui milionario americano di New York, 55 anni, tale Alan Pembleton e lei 22, di un paese sulla costa messicana a 240 chilometri a Nord-Ovest di Acapulco, dal nome esotico e molto difficile da pronunciare: Zihuatanejo. Gianni era rimasto colpito dalla bellezza che quella ragazza portava con una spontaneità quasi disarmante; si erano messi a parlare tutti 3 alternando l’inglese, che Gianni parlava in modo quasi perfetto grazie a diversi periodi di studio passati in Inghilterra, allo spagnolo che biascicava in modo cialtrone condendolo a volte con qualche parola inconsapevole di dialetto bolognese. Marisol, questo era il nome della ragazza, accennava un piccolo e rispettoso sorriso ogni volta che lui vomitava qualche castroneria in simil spagnolo; e più lei sorrideva, più Gianni trovava un senso alla vita. Giunti a Puerta de Tastil i tre erano scesi in cerca di un alloggio; quella sera a cena, grazie anche all’effetto generato dai numerosi bicchieri di tequila che si erano bevuti, i tre avevano gettato i loro cuori sul tavolo raccontandosi le vicissitudini delle loro più o meno fortunate vite passate. Quando era giunto il suo turno, Gianni non era stato in grado di tirare fuori granché e non tanto perché si vergognasse o fosse restio a raccontare cose che lo riguardavano, quanto perché tutto il rancore e la rabbia che aveva provato nei confronti della sorella e dei due amici fino a qualche tempo prima, erano di colpo svaniti. Era come se, chilometro dopo chilometro, in quei mesi passati all’avventura senza una meta certa e precisa, lui avesse metabolizzato quanto successo, trovandogli la giusta collocazione nello spazio e nel tempo e su quella avesse fatto forza per costruirsi un’altra esistenza e il nuovo Gianni fosse sbocciato, inaspettatamente, proprio quella sera, davanti a due sconosciuti: un americano pieno di soldi e lei, Marisol. Non sentiva più la necessità di sentirsi offeso e tradito, perché quei sentimenti lo avevano tenuto inchiodato a terra, mentre lui ora aveva voglia di volare e aver conosciuto Marisol era stato l’elemento che di colpo gli aveva fatto spuntare le ali. La mattina seguente quel trio improvvisato aveva preso strade diverse e prima di congedarsi Marisol gli aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo. Lui per qualche mese ancora aveva girovagato per l’America del sud: cominciava a prenderci gusto verso quel tipo di vita, non tanto per la mancanza di responsabilità che essa si portava dietro, quanto per le continue sfide quotidiane in essa contenute. Non c’era giorno in cui Gianni non dovesse affrontare una prova, grande o piccola che fosse; e più prove affrontava, più la ragion d’essere della sua vita si irrobustiva e lui giorno dopo giorno trovava gioia e felicità semplicemente per il fatto di potersi confrontare con la vita a muso duro, senza più paure. Un pomeriggio, si trovava a San Juan Chamula, nello stato del Chiapas in Messico: stava visitando la chiesa dove si celebrano i famosi riti di sincretismo religioso, quando gli si era avvicinata una donna che gli aveva chiesto se era interessato a una guida che gli spiegasse la storia della chiesa e dei dintorni. Gianni aveva accettato e alla fine di quel breve giro guidato, la donna si era congedata dicendogli il suo nome: si chiamava Marisol. A udire quel nome Gianni aveva ricordato lo sguardo della ragazza in quel tragitto a 4.000 metri d’altezza dentro il treno delle nuvole. Si era messo a rovistare nello zaino alla ricerca del biglietto con l’indirizzo; in quei mesi era come se avesse congelato le emozioni provate alla presenza di Marisol perché aveva ancora bisogno di stare solo con sé stesso.  Non l’aveva dimenticata; l’aveva solo messa in un cassetto della memoria in attesa di qualcosa di non ben definito. Ma in quel frangente, proprio lì fuori da quella chiesa caotica, aveva sentito il desiderio di perdersi ancora per un pò dentro i suoi occhi neri e grandi come perle rare. Aveva viaggiato in pullman per 21 ore: la fermata dove era sceso era adiacente alla spiaggia e Gianni, sebbene fossero le 10 di sera e non conoscesse nulla del luogo, avevo tolto le scarpe e a piedi nudi era andato fino in riva al mare. La sensazione di fresco dell’acqua che gli avvolgeva le dita dei piedi e della brezza marina che gli carezzava il viso, lo avevano per un istante reso orgoglioso di ciò che era diventato: in quell’istante di sollievo generato da quei due elementi della natura, l’aria e l’acqua, lui aveva percepito che era racchiusa l’essenza di tutto ciò per cui valeva la pena vivere e poco importava se il giorno dopo avesse scoperto che Marisol si era sposata col miliardario americano; lui era consapevole che da quel momento in poi sarebbe sopravvissuto ad ogni notizia, buona o cattiva che fosse. E in quel frangente si era messo a gridare come un folle: “GRAZIE NONNA ALFONSINAAAA! GRAZIEEE!” Lacrime di gioia scendevano copiose dai suoi occhi intanto che si toglieva la t-shirt, i jeans e gli slip. Si era quindi gettato nell’oceano lasciandosi trasportare dalla corrente nella posizione del morto. Aveva la sensazione che quello fosse il suo bagno ristoratore dopo una giornata di lungo e duro lavoro: ora era venuto il suo turno per riposare. Aveva dormito in spiaggia quella notte e la mattina seguente, dopo essersi lavato approfittando abusivamente della doccia all’aperto di un ristorante con vista mare, si era messo alla ricerca della casa di Marisol. I mesi successivi a quella mattina erano passati all’insegna della scoperta dell’amore vero. Il cuore di Gianni aveva finalmente trovato il luogo dove potersi ristorare senza bisogno di cercare per forza un perché alle cose e questo a lui piaceva tantissimo: più passavano le settimane più le cose tra lui e Marisol andavano per il meglio. Una mattina come tante però, si era svegliato e aveva sentito che nel cuore stava ricominciando a montare quella pesantezza che lo aveva gettato a terra prima di partire per quella sua avventura. Marisol era perfetta, il luogo nel quale vivevano era paradisiaco e coi soldi che la nonna gli aveva messo sul conto per un pò non avrebbero avuto problemi economici: ma nel profondo sentiva che doveva aggiungere un pezzo a quella sua vita. Anni prima, quando ancora stava con Anna, le aveva chiesto di seguirlo alle Canarie: voleva aprirsi un locale sulla spiaggia, perché quello era sempre stato il suo sogno, fin da quando si era recato in vacanza da piccolo, coi genitori, in quei luoghi. Per un pò aveva provato a far finta di niente ma poi gli erano tornate alla mente le parole della nonna: “di inerzia si muore.” Era l’estate dell’anno 2000. E così, solo come era arrivato, con lo zaino in spalla, solo se ne era andato: Marisol non era pronta a lasciare la famiglia e oltretutto sentiva che quello era il progetto di Gianni e non il loro progetto. E con grande rammarico di entrambi si erano lasciati, come spesso accade, facendosi mille promesse di un futuro ricongiungimento; e poi, più nulla per lunghissimo tempo. Sono passati 9 anni da quell’addio sofferto: sta ritornando dalla sua consueta corsa mattutina e arrivando nei pressi del suo ristorante si ferma di colpo: sul muretto antistante il locale è seduta una donna, capelli neri, di una bellezza da perdercisi dentro. Lui la riconosce perché ce l’ha dentro dal giorno che si sono conosciuti su quel treno in mezzo alle nuvole andine: è lei, Marisol. Per qualche istante la guarda, come se fosse parte di uno dei tanti sogni a occhi aperti che lui nel tempo ha fatto su di lei. “Finalmente sei arrivata!” Le parla come se si fossero lasciati il mese prima e non fosse invece passato quasi un decennio. Per alcuni minuti non si raccontano nulla: lasciano che i loro due sguardi si fondano per il tempo che serve a ricongiungere le loro due anime. Sembrano due alieni che comunicano col pensiero, da tanto sono immobili e sospesi nel tempo. “Mi ci sono voluti 9 lunghi anni per capire il motivo per cui mi hai abbandonata: poi, una mattina ho incontrato un prete matto di strada e gli ho raccontato la nostra breve ma intensa storia e lui mi ha detto che doveva andare così perché le nostre due anime non erano ancora pronte a sacrificarsi. Ora so nel profondo che la mia anima è pronta a viverti accanto per sempre, se tu lo vuoi ancora, qualunque cosa succeda. Sono qui per te e non voglio più andare da nessuna parte, se non insieme a te!” Quelle erano state le parole che avevano definitamente posto la parola fine a quella sottile inquietudine che aveva contraddistinto gli ultimi dieci anni della vita di Gianni.

Parte 7 L’indizio

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Anna e Paola hanno appena parcheggiato sul viale che conduce al lungomare pieno di negozi, la Renault Clio presa a noleggio qualche ora prima all’aeroporto Gando a Gran Canaria. La giornata è soleggiata e la temperatura è gradevole grazie anche all’influsso di una leggera brezza tiepida proveniente dall’Africa. Durante il volo entrambe erano state assenti e assorte e solo a tratti si erano scambiate qualche battuta per cercare di riordinare una serie di pensieri che sembravano provenire da due cervelli che lavoravano all’unisono, quasi le due donne fossero in perfetta sintonia cerebrale e reciprocamente sentissero vibrare nei dettagli quei pensieri che le loro due menti  stavano elaborando ognuna nella quiete del proprio silenzio. L’argomento principale di quella loro conversazione sgranata era quanto successo il pomeriggio precedente: dopo aver lasciato il bar dove si erano incontrate, in Piazza San Babila a Milano, le due donne si erano recate in taxi a casa di Anna. Durante il tragitto si erano messe a discutere di ciò che avrebbero potuto trovare una volta giunte a casa di Anna. “Che cosa ti aspetti di trovare a casa tua Anna che sia ricollegabile alla scomparsa di Gianni?” La domanda di Paola nascondeva una aspettativa quasi morbosa che qualunque cosa avessero trovato a casa dell’amica avrebbe potuto condurle in qualche modo dal fratello scomparso. “Non so se tu sai Paola, che a seguito dell’incendio ha appiccato alla fine del 1996 in azienda da nostro padre, Pietro l’anno successivo venne incriminato e condannato a scontare una pena di 5 anni.” “Si avevo letto qualcosa in merito, ma non me la sono sentita di chiamarti dopo quello che…” Anna aveva interrotto l’amica che stava cercando di giustificare quella sua mancanza per non essersi interessata all’arresto di Pietro. “No fermati Paola; non devi affatto giustificarti. Noi della famiglia abbiamo fatto ben di peggio nei confronti di Pietro: io è come se lo avessi dimenticato e cancellato completamente dalla mia vita. Mio padre addirittura si è spinto molto oltre: ha corrotto un giudice affinché deliberasse in merito all’esclusione di Pietro dall’asse ereditario e gli fosse riconosciuta solo la quota di 1/6 che spetta per legge per la cosiddetta legittima. Quindi come vedi non hai nulla da giustificarti in questa vicenda. Ma il punto in questione in questo frangente non è ciò che era successo a Pietro, bensì quello che successe alcuni anni dopo. Un sabato pomeriggio di qualche anno fa, credo 2 anni fa se non ricordo male, ero in casa stesa sul divano a cercare di riprendermi da una delle mie nottate selvagge, quando la cameriera irrompe nella sala dicendomi che c’è una persona che ha chiesto di me alla porta: io non avevo alcuna voglia di alzarmi a causa di un mal di testa pazzesco e avevo risposto bruscamente che non volevo vedere nessuno. L’uomo tuttavia aveva insistito pesantemente, dicendo tra le altre cose alla cameriera che voleva vedermi per una questione di vitale importanza. A quel punto, svogliata e quasi contrariata da quella insistenza per interposta persona, mi ero alzata alla meno peggio e come se fossi menomata da ambo gli arti, avevo percorso lo spazio che divideva la sala dalla porta di entrata. Non avevo capito immediatamente chi fosse, a distanza, ma man mano che mi avvicinavo, lo avevo riconosciuto dallo sguardo.” Anna si era fermata un secondo come per riordinare i pensieri: in realtà era per riprendere fiato e tenere a freno le emozioni che provava al ricordo di quell’incontro; due lacrime parallele, grosse come i goccioloni di un temporale di mezza estate, stavano scendendo da entrambe le guance. “Era lui Paola, mio fratello, colui che io avevo completamente gettato nel cestino della spazzatura anni prima, dimenticando ciò che aveva rappresentato per me in passato. Erano tanti anni che non lo vedevo ed era molto cambiato: sebbene lo sguardo fosse rimasto lo stesso, potevo scorgere in lui una vena di nostalgia, come se fosse rimasto inchiodato a qualcosa che non esisteva più. Per almeno un minuto siamo rimasti fermi immobili a guardarci negli occhi: io con indosso un pigiama e una vestaglia che costavano più di tutti i pasti che in 5 anni lui aveva consumato in carcere, e lui vestito di stracci della Caritas. Eravamo due facce di una stessa medaglia: la medaglia di due vite perdute, la mia e la sua a prescindere da ciò che l’aspetto esteriore poteva mascherare!” “E poi che è successo Anna?” L’amica era impaziente nella speranza che il racconto di Anna potesse in qualche modo ricondurre a Gianni. “Pietro aveva rotto quel silenzio tra di noi e con tono umile e sincero mi aveva chiesto se potevo prestargli mille euro perché doveva  comperare un biglietto aereo per raggiungere Gianni, sottolineando che era per una questione di vitale importanza. Io all’epoca, ero talmente sballata che mi ero imbestialita a quella richiesta; concentrata com’ero su me stessa non riuscivo ad accettare che mio fratello, dopo tutto quello che aveva combinato alla nostra famiglia, si presentasse in casa mia dopo anni che non si faceva vivo e mi chiedesse dei soldi, sebbene quei soldi servissero per raggiungere Gianni in qualche parte del mondo.” Le due lacrime di poco prima si erano trasformate in un pianto dirompente; Anna aveva avvolto il proprio viso con entrambe le mani e stava scuotendo la testa a destra e a sinistra, disperata. “Ti rendi conto Paola di quanto sono stata gretta e meschina! Ero talmente presa da me e dalla mia vita che non vedevo il dolore che stavo provocando: per ogni cosa che succedeva ero indotta a pensare che la colpa fosse sempre e comunque degli altri e che io non avessi alcuna responsabilità sui fatti!” “Dopo averlo fatto attendere sulla porta di casa come per fargli pesare la distanza esistente tra i nostri due mondi, ero corsa nello studio al piano superiore e avevo prelevato dalla cassaforte mille euro in contanti e scesa di nuovo al piano di sotto gli avevo gettato per terra i soldi, come fosse un accattone che ti vuoi levare dalla coscienza. Lui con umiltà si era chinato, aveva raccolto i soldi e se ne era andato per sempre dalla mia vita.” “E tu Anna non avevi chiesto nulla a Pietro in merito al luogo dov’era diretto?” La voce di Paola era lievemente contrariata alla notizia che Anna un paio di anni prima avrebbe potuto venire a conoscenza del luogo dove Gianni aveva deciso di stabilirsi per sempre ma aveva soprasseduto con totale indifferenza. “No Paola; ti ho detto che all’epoca ero sballata completamente!” “Ma non capisco cosa c’entri la storia che mi stai raccontando con il fatto che ora ci stiamo recando in tutta fretta a casa tua Anna?” “Spero di poter rispondere a questa tua domanda fra poco Paola.” E intanto che Anna rispondeva all’amica, il taxi aveva raggiunto la casa: Paola era scesa subito dietro di lei dall’auto e aveva dovuto accelerare il passo per starle dietro. L’amica sembrava come impazzita dalla necessità di comprendere. In casa, Anna aveva cominciato a rovistare in tutti i cassetti che trovava a portata di mano, svuotandoli completamente del contenuto e buttando tutto in terra, sotto lo sguardo attonito e riverente delle due collaboratrici domestiche e di Paola che se ne stava in disparte per non caricare ansia su ansia. “Dove cazzo l’ho messa!” Ripeteva tra sé. “Cosa stai cercando Anna? Se mi coinvolgi in questa tua ricerca folle, forse ti posso aiutare.” “Sto cercando una cartolina Paola, una cazzo di cartolina!” Nella voce di Anna c’era tutta la disperazione di chi sa che su quella cartolina avrebbe potuto trovare un indizio importante ma ha il dubbio di averla gettata via. “Fermati un attimo Anna, respira ti prego! Se continui a cercare come una matta senza adottare un criterio, non fai altro che aggiungere stress all’agitazione e questo di certo non aiuta nella ricerca. Rifletti un secondo: ritorna con la mente al giorno in cui l’hai ricevuta.” L’incursione verbale di Paola in quella corsa impazzita di Anna, aveva avuto l’effetto di calmarla, almeno momentaneamente; si era lasciata andare sull’ampio divano posto al centro della sala per cercare di riordinare le idee guardando il soffitto. “Mi è stata recapitata due anni fa, qualche settimana dopo che Pietro era venuto a casa: ero appena tornata dal lavoro e come spesso capitava, mi ero seduta in cucina a leggere la posta e tra le varie lettere e bollette da pagare mi ero ritrovata tra le mani la cartolina. In un primo momento non ci avevo dato peso più di tanto e l’avevo lasciata sull’isola posta al centro della cucina. La mattina successiva, mentre ero intenta a fare colazione, avevo buttato l’occhio al soggetto ritratto nella cartolina: era una foto delle dune di Maspalomas a Gran Canaria!” Alla parola ‘Maspalomas’ a Paola si erano illuminati gli occhi: il suo cervello aveva associato quel nome alla vacanza che i quattro amici avevano fatto insieme 25 anni prima. “Ma cosa c’era scritto Anna sul retro della cartolina?” Paola non si era resa conto che quella domanda l’aveva posta a nessuno: infatti Anna era sparita dalla cucina. Dopo qualche istante l’aveva vista sbucare dalla porta con in mano qualcosa. “Eureka! L’ho trovata finalmente: era dentro una scatola di vecchi ricordi dove ero solita mettere biglietti e lettere che Gianni e io ci scrivevamo quando eravamo fidanzati. Non ricordavo proprio di averla messa lì.” “Cosa c’è scritto Anna?” “Tieni…” Ricevuta la cartolina da Anna, Paola l’aveva girata e sul retro aveva letto:

La felicità si nasconde nei dettagli

Al posto della firma, una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Le due donne si erano guardate perplesse: “Che cavolo significa questa frase?” Si era domandata Paola con occhio bovino. “Riconosci la scrittura Anna?” Paola aveva passato la cartolina all’amica: sembrava una patata bollente che nessuna delle due era in grado di tenere in mano per più di qualche secondo da quanto continuavano a rimpallarsela da una all’altra. “E’ inconfondibilmente la scrittura di Pietro, non ho dubbi.” “Cosa è indicato sul timbro postale?” “12 novembre 2015: circa lo stesso periodo, settimana più, settimana meno, in cui Pietro si era recato qui a casa mia chiedendomi i 1.000 euro.” Intanto che parlava, Anna aveva girato la cartolina sul fronte: erano ritratte le famose dune naturali di sabbia desertica, dalla parte dove svetta imponente e maestoso il faro dell’isola. Paola si era avvicinata alla cartolina che Anna teneva tra le mani e, strizzando gli occhi, si era messa a scrutare centimetro per centimetro, alla ricerca di qualche indizio. Dopo qualche minuto aveva sollevato la testa e si era lasciata andare in un sospiro di rassegnazione. “Non vedo nulla Anna che possa minimamente ricondurre a Gianni.” Lo sguardo di Paola, da euforico e pieno di aspettative di poco prima si era come smorzato di colpo. “Nemmeno io Paola. E poi non capisco perché tutto questo mistero. Se Pietro aveva voglia di farmi sapere dove si trovava, poteva semplicemente scrivermi che era lì e che aveva voglia di vedermi.” “Saresti stata pronta Anna, all’epoca, a ricevere da tuo fratello una frase come quella che hai appena citato? Sii sincera! Dopo tutto quello che mi hai raccontato che gli avevi vomitato addosso quando era venuto a chiederti i soldi?” Anna a quella duplice domanda retorica dell’amica non aveva risposto, ma il suo sguardo si era perso nel vuoto tra un po’ ricordi e un vagone di rammarichi. “Sai quanto Pietro è sempre stato un maestro dell’arte maieutica; ti ricordi quanto era in grado, semplicemente ponendo le domande nel modo giusto e al momento giusto, di tirare fuori le verità nascoste che ognuno di noi, immaturi adolescenti all’epoca, non sapevamo nemmeno di avere dentro.” “E mentre quando eravamo ragazzi, esercitava questa sua passione con le parole, io credo che con questa cartolina lui abbia giocato benevolmente con te: solo quando fossi stata pronta dentro il tuo cuore a ricongiungerti con lui, se mai lo fossi stata, avresti messo l’energia necessaria per risolvere questo piccolo enigma.” Alla chiusura di quel breve monologo di Paola,  come se fosse stata colta da un fulmine a ciel sereno che le aveva squartato il cervello, Anna aveva strappato di mano la cartolina a Paola ed era corsa in fondo all’ampia cucina, nell’angolo dove era posizionata la madia di fine ottocento: aveva aperto un cassetto e a colpo sicuro aveva estratto una piccola lente di ingrandimento che era solita usare quando doveva leggere le clausole di qualche contratto, sempre scritte con caratteri da lillipuziano. “Cazzo Paola, vieni a vedere: ho trovato qualcosa!” La voce di Anna era un misto di eccitazione e incredulità. “Guarda lì:” le aveva detto porgendole la lente. “Non vedo nulla Anna.” “Osserva l’insegna di quel ristorante situato a fianco del faro; che cosa leggi?” Paola aveva strizzato gli occhi per mettere a fuoco quella scritta dai caratteri infinitesimali. “Bi-bi restaurant…” aveva letto con fare incerto e di colpo la voce le era calata di tono e intensità, diventando quasi un soffio d’alito dall’incredulità. “Bi-bi era il soprannome con cui Gianni era solito chiamarti nel periodo in cui eravate fidanzati e questa non può certo essere una coincidenza!” “È quello che penso io amica mia!” Le aveva risposto Anna con esultanza. “La felicità si annida nei dettagli Paola! La felicità si annida nei dettagli cazzo!” Per alcuni minuti sospesi nel nulla, le due amiche erano rimaste fuse in un abbraccio che assomigliava a un groviglio di corpi, tanto era carico di tensione e aspettative e avevano pianto ininterrottamente lacrime di felicità. Appena ripresesi da quel lungo abbraccio, Anna si era subito messa al PC per prenotare il primo volo per Gran Canaria. Ora sono lì, dentro quella utilitaria, in attesa di trovare il coraggio di scendere e andare incontro al loro destino. Nessuna delle due sa come si comporterà alla vista di Gianni e, sperano entrambe, di Pietro: alternano momenti di eccitazione data dal pensiero di ritrovarsi in quel luogo tutti insieme, di nuovo, dopo 25 anni, a fasi di dubbi e timori che le vecchie ferite e i rancori per cui si erano separati tanti anni prima, siano talmente incrostati attorno ai loro schemi mentali, da non permettere più a nessuno dei quattro di trovare la strada per un ricongiungimento. Percorrono il viale che divide la zona in cui hanno parcheggiato dal lungo mare che porta al faro, quasi trattenendo il respiro. Paola ha tentato più volte, ma invano, di prendere la mano di Anna, non tanto perché abbia voglia di fare la fidanzatina, ma per trovare il coraggio di affrontare qualcosa di cui non riesce minimamente ad immaginarne l’esito. Ma Anna non vuole essere distratta da nulla, nemmeno da un contatto con Paola: ha bisogno di concentrazione e anche solo pensare di tenere la mano all’amica la distrae da quel momento che ha per lei tutta l’aria della solennità. Si fermano a una cinquantina di metri dal ristorante: l’insegna, come indicato sulla cartolina che Paola aveva riposto nel suo zaino quasi fosse una reliquia rara e preziosa, indica ancora: ‘Bi-bi Italian restaurant’. Le due amiche si guardano: ora è Anna a cercare le mani di Paola; le sente umidicce a causa dell’agitazione. “Sempre insieme? Qualunque cosa succeda?” Ha bisogno di essere rassicurata che comunque vadano le cose, loro non si separeranno più. Ha paura di essere risucchiata di nuovo nella vecchia vita e Paola in tal senso è il suo biglietto di sola andata per un futuro diverso. “Sempre insieme! Promesso!” Le risponde l’amica con voce morbida e rassicurante guardandola fissa negli occhi. Le labbra di Anna si avvicinano a quelle di Paola a sfiorarle impercettibilmente. “Ti amo e ti ho sempre amata Paola! Ora lo so, come so che sto respirando, nel modo più semplice e diretto che conosca, e questo  basta a rendermi felice!” Quello slancio improvviso di Anna riempie il cuore di gioia dell’amica che con tono gentile, spostando lo sguardo impercettibilmente verso l’oceano spennellato d’argento dai raggi del sole, risponde: “Lo sapevo che ne sarebbe valsa la pena aspettarti per tutti questi anni.” Riprendono il cammino con gli stessi dubbi e perplessità di prima, ma con una certezza e un sollievo nel cuore: comunque andranno le cose, d’ora in poi gli oneri saranno divisi per due e questo ne allevierà le pene. “Buongiorno: siete aperti?” Anna butta lì quella domanda quasi fosse una dei milioni di turisti che ogni anno si recano in quel luogo per prendere il sole e non certo per cercare due amici perduti da una vita. “Si accomodatevi, siamo sempre aperti da queste parti.” Risponde con accento calabrese leggermente ritmato da una impercettibile cadenza spagnola, un signore sulla cinquantina, basso, tarchiato e pelato, con baffi neri lucenti. Anna e Paola rimangono interdette per un attimo: entrambe pensavano di trovare Gianni a muoversi tra i tavoli di quel ristorante, ma quello davanti a loro tutto è fuorché il fratello di Paola. Paola si munisce di coraggio e intanto che Anna occupa un tavolino  vicino all’entrata, va incontro a quell’uomo e con timidezza domanda: “Conosce per caso un certo Gianni Anselmi?” Vorrebbe fuggire: ha paura di sentirsi rispondere che da quelle parti non hanno mai sentito nessuno con quel nome. “Certo che lo conosco!” Risponde con fare amichevole e spontaneo l’uomo nel modo tipico che gli italiani all’estero hanno quando ritrovano altri connazionali. A quella risposta Anna, che stava ascoltando la conversazione quasi in disparte seduta al tavolo, si alza e si avvicina repentina ai due. “Sono stato il suo cameriere per anni in questo locale prima che  mi vendesse la baracca.” “Come ‘vendesse la baracca’?” “Si, ha venduto per seguire l’amore; sono oramai 6 anni che mi ha ceduto il locale. Negli ultimi periodi, prima di vendere, era più là che qua e poi ha deciso di trasferirsi definitivamente.” “Trasferirsi dove?” “In Messico.” Paola alla parola Messico ha come un sussulto, quasi una scossa elettrica che le infonde energia: si mette a rovistare nello zaino finché non trova la cartolina. “Non lo avevamo notato prima Anna;” si rivolge all’amica indicando il francobollo della cartolina che tiene tra le mani: “Questa cartolina non è stata affrancata da qui, ma dal Messico…” “Questo significa che Pietro e Gianni sono insieme!” Anna conclude la frase che Paola aveva lasciato in sospeso con una vena di euforia. Pensa per un attimo al fatto che anche se non riuscissero a incontrarsi più tutti quattro, la vita avrebbe comunque riequilibrato gli eventi nel modo corretto: lei e Paola insieme senza più nessuna barriera a tenerle lontane e Gianni e Pietro di nuovo a condividere la vita sostenendosi a vicenda come avevano fatto da ragazzi. I pensieri di Anna si dileguano al suono della voce del proprietario del locale: “L’ultima volta che l’ho visto è stato 2 fa, non ricordo di preciso l’anno: forse luglio o agosto del 2015, giù di lì.” L’uomo ha voglia di parlare: forse il ricordo del tempo passato con Gianni lì in quel ristorante gli genera piacere o forse semplicemente perché, in fondo, sente per quelle due donne lo stesso affetto che prova per lui. “Era solo e aveva fretta: mi ha salutato in modo superficiale e poi se n’è andato quasi avesse timore che io gli chiedessi informazioni sulla nuova vita. Non era più lo stesso Gianni che avevo conosciuto io: lo sguardo non era più quello di un tempo; avevo notato una vena di tristezza che lo condizionava.” Intanto che parla si reca in cucina e dopo qualche istante esce con una cartolina tra le mani. “Ecco, tenete;” porge la cartolina alle due donne; “da quello che posso capire, ne avete più bisogno voi di quanto non serva a me.” Anna gira la cartolina sul retro:

Gianni Anselmi

Paseos de la Reforma, 30

Zihuatanejo, Messico

Niente altro che l’indirizzo e una faccina sorridente, tipo emoticon, con l’occhio strizzato. Sul fronte della cartolina, una spiaggia di sabbia bianchissima, alcuni ombrelloni, e in lontananza un pò di hotel, sparsi qua e là. “Mi è stata recapita un paio di anni fa, a fine 2015 circa…” L’uomo lascia in sospeso la frase: ora è assorto nei suoi pensieri che  dopo poco vengono interrotti dalla voce di Anna: “Ma è la calligrafia di Pietro!” Anna abbassa le braccia, la cartolina ben stretta nella mano destra, lo sguardo rivolto impercettibilmente in alto a sinistra: sta riflettendo. “E’ come se ci stesse lasciando degli indizi Paola, con l’intento di spingerci ad andare nei luoghi dove ha vissuto Gianni.” “Ora sono io a non capire Anna;” Paola ha lo sguardo perso nel vuoto. “E’ come se Pietro abbia lasciato delle tracce dietro di sé nella speranza che un giorno ci decidessimo a iniziare questa sorta di caccia al tesoro in giro per il mondo.” “Si ma perché Anna? E anche se fosse, in questo caso quale dovrebbe essere il tesoro che dobbiamo cercare?” “Non lo so Paola, proprio non lo so ma più ci addentriamo in questa storia, più cresce in me il desiderio di andare avanti, di capire cosa ci sta sotto a questa vicenda.” Anna si siede, mette entrambi i gomiti su un tavolino a ridosso della cassa e appoggia il mento su entrambe le mani: è solita farlo fin da bambina quando si fa prendere da un sogno che la porta lontano. In questo caso il sogno riguarda lei e i suoi amici, i quattro cavalieri della tavola rotonda. La voce di Paola la riporta al presente da quel viaggio onirico in una dimensione che sa di vago. “Prendi il PC portatile Anna: cerchiamo il modo più diretto per recarci in questo posto dal nome impronunciabile! Anche io, più mi addentro in questa storia, più sento il bisogno di capire e soprattutto di riabbracciare mio fratello.”

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Se desideri leggere le precedenti puntate le puoi trovare qui di seguito:

Secondo racconto a puntate dal titolo :”Il Coraggio”

Episodio 3

Anna parcheggia l’Audi A8 nei posti riservati ai dirigenti di fronte all’entrata del palazzo di vetro sito nella zona sud di Milano. L’umidità generata dalla nebbia di inizio dicembre si cristallizza attorno ad ogni cosa a causa del freddo intenso e questo contribuisce a raggelare la sua anima, già fortemente provata dal crollo avuto nel bagno di casa sua la notte prima. Non riesce ancora a capacitarsi come sia stato possibile che un incontro in cui lei e Paola si sono scambiate solo poche frasi la sera precedente, possa aver generato emozioni tali da innescare una ricca e variopinta serie di comportamenti all’insegna dell’insicurezza. Se riflette bene però non è stato il tempo che si sono dedicate ad aver fatto la differenza in quel frangente, bensì è stata l’intensità con cui si sono sfiorate, guardate e cercate con l’anima, che ha creato in Anna una lacerazione tale da provocare quella brusca sterzata nella sua vita.

Anna ricorda, con un accenno di sorriso a rilassarle momentaneamente il viso, che Paola fra i quattro amici è sempre stata quella con la maggiore stabilità emotiva: anche quando avevano una quindicina d’anni, a lei è sempre sembrato di avere vicino un guru tibetano per quanto era in grado di trovare l’aspetto positivo e la quadra in ogni cosa. Sembrava che non ci fosse mai nulla che la scalfisse e al contempo riusciva ad avere una dolcezza, una morbidezza d’animo e di comportamenti che la sconvolgevano. Vorrebbe che lei fosse lì al suo fianco seduta sul sedile del passeggero.

Non si sente a suo agio in tutta quella fragilità, lei che da vent’anni a questa parte ha vestito i panni dell’indefessa manager in carriera pronta a calpestare tutto e tutti per un euro in più di fatturato. Pensa che in fondo è stato più semplice vivere così, mettendosi un vestito che non le apparteneva: è vero che ha abbandonato la parte più sincera di sé stessa, ma al contempo, questa perdita, le ha donato la tranquillità di non doversi più dare delle risposte continue. E in quell’istante le torna alla mente uno scambio di battute avuto vent’anni prima con Gianni:

“Tu Gianni, con quella continua necessità di conferme, hai lasciato alla parte di me più matura e sicura l’incombenza di muoversi nella quotidianità, mentre tu te la godevi in panciolle tra le pieghe delle tue incertezze!”

“Forse hai ragione Bi-bi, io vivo tra mille incertezze esteriori: è il mio modo di essere; non lo faccio per indolenza o per mancanza di coraggio. Semplicemente innanzi a una decisione da prendere preferisco barcollare da una scelta all’altra finché non sento che è venuto il momento di imboccare una strada invece di un’altra. All’inizio non mi sento di escludere una scelta a priori, sulla base dell’esperienza passata o di qualche pregiudizio. E poi sai molto bene che mentre sono un eterno indeciso negli aspetti quotidiani della vita, ho sempre avuto la barra del timone dritta e ferma sulle cose che contano veramente. I valori e i sentimenti verso tutto e tutti; quelli sono fissi da quando io ricordo che esista vita. Tu invece, dimostri questa apparente stabilità esteriore perché hai una paura fottuta di guardarti dentro e ammettere che il mondo che qualcun altro ha costruito per te, per quanto sia fatto d’oro, ti fa letteralmente cagare!”

Una lacrima scende morbida sui lineamenti di Anna scavati da un uso smodato della cocaina al ricordo di quell’ultimo dialogo avuto vent’anni prima con lui.

“Non ti permettere di parlare così di mio padre! Io non mi sono mai rivolta in quel modo riferendomi ai tuoi genitori!”

“Tu puoi dire ciò che desideri rivolta ai miei genitori: sai che sono io il primo ad essere ipercritico nei loro confronti! Qui non si tratta di cosa dire o non dire; qui si tratta di prendere in mano la propria vita e a me sembra che tu, più cresci e più sei schiava di un certo modo di apparire. Il punto è che se non ci si affranca dal passato, si rimane imbrigliati in una serie di rapporti viscosi che non ci fanno andare avanti!”

“Perché sarei succube di mio padre secondo te?”

“Diciamo che ti stai facendo allettare da un certo tipo di vita e stai abbandonando di conseguenza quello che è il nucleo dei tuoi valori, ciò in cui credi veramente.”

“Ah beh certo se aspetto di vedere cosa combinerai tu nella vita stiamo messi bene! Con quel tuo permeante idealismo con cui cerchi di condire ogni cosa che fai e dici, anche la più banale; guarda che con gli ideali non si campa caro mio!”

“Ma ti senti Bi-bi come stai parlando? Te ne rendi almeno un pò conto? Mi basterebbe sapere che sei consapevole di questo tuo cambiamento interiore!”

“Io non sto cambiando Gianni, sto solo crescendo; sei tu che sei il solito bambinone rimasto fermo a quando eravamo adolescenti!”

“Solo perché mi sto godendo ogni momento senza avere grandi idee in testa non significa che sia uno smidollato! E poi sai qual è il mio progetto di vita Anna e tu, se ben ricordi, ne saresti il fulcro!”

“Ah beh se vuoi sostenere che mollare tutto sia un progetto di vita, ti faccio i miei complimenti; hai veramente capito tutto dalla vita!”

Ricorda quella frase pronunciata da lei come se fosse uscita dalla sue labbra un secondo prima e non due decenni addietro; percepisce ancora dentro quanto essa avesse completamente spento la scintilla che di solito Gianni aveva negli occhi, quella stessa scintilla che anni prima l’aveva fatta innamorare di lui. Quella frase era stata la fine del loro rapporto, ora ne è certa, sebbene fossero andati avanti ancora qualche mese, tra molti bassi e pochi alti. E poi era successo il fattaccio che aveva portato alla separazione non solo di loro due ma addirittura dei quattro amici ‘i cavalieri della tavola rotonda’.

Quei ricordi le stanno facendo male: a causa di essi sta uscendo dal seminato. Non vuole continuare su questa falsa riga; deve assolutamente rimpossessarsi di quelle poche, solide certezze che l’hanno fatta andare avanti negli ultimi 20 anni.  Ma per un certo verso è come se una parte di lei, sebbene siano ricordi che le fanno dolore, non riesca a farne a meno. Sente un bisogno atavico di nuotarci dentro perché quello è il suo passato, quei ricordi sono tutto ciò che le rimane della sua vita, tutto ciò che le rimane della vera lei.

Scende dall’auto e si dirige in ufficio affrettando il passo: è in ritardo di un quarto d’ora abbondante e lei arriva sempre in anticipo, perché il capo deve essere sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Quell’energia motoria che ha messo nelle gambe, per un attimo le ridona la finta stabilità sulla quale aveva costruito la sua vita da adulta: si sente meglio dopo aver varcato la porta di entrata e Francesco, il custode alla reception, contribuisce a dare forza a quel momentaneo senso di energia con quel modo sempre molto aulico che ha nel dirle “Buongiorno Dottoressa!” Quello, pensa, fa parte del mondo che suo padre le ha costruito intorno, quel mondo che, fresca di laurea, l’aveva così affascinata da abbandonarcisi dentro. Ricorda che quando ancora frequentava l’università, mancavano pochi esami alla tesi, nei pomeriggi in cui non aveva voglia di studiare si recava in azienda dal padre e si faceva letteralmente ammaliare dalla percezione di comodità insita nella consapevolezza di essere la figlia del capo. Percepiva quello come un mondo semplice in cui vivere, un mondo in cui tutte le strade erano asfaltate; non  doveva far altro che mettersi in macchina e spingere l’acceleratore senza mai frenare, investendo qualunque ostacolo avesse incontrato sul percorso, fossero stati anche esseri umani. ‘Quanta gente’, riflette, ‘ho calpestato in questi due decenni; tutte quelle povere vittime e le relative famiglie che ho fatto cadere umiliandole solo per il gusto di sapere che ero io ad avere il potere.’ Non c’era altro, solo quello: il desiderio di sapere che da lei dipendevano i futuri di quelle povere vittime che di volta in volta si trovava di fronte. E lo stesso scialbo copione lo aveva traslato nella sua vita privata: tutti quegli incontri casuali con uomini di cui non conosceva nemmeno il nome, nascondevano in fondo un grande disprezzo per la vita, la sua vita. Quello era il mondo dentro cui, fino al giorno prima, aveva trovato le poche certezze che le servivano per vivere.

L’ascensore sale veloce verso il quattordicesimo piano del palazzo, quello riservato ai top manager dell’azienda: sente qualche goccia di sudore scenderle dalle ascelle giù sui fianchi a inumidire la camicetta che indossa sotto un tailleur gessato giacca e pantaloni di Armani. Guarda con agitazione l’orologio d’oro al polso sinistro; è in notevole ritardo per la riunione. Oltretutto in quel tipo di riunioni ci vogliono le palle e lei questa mattina le palle proprio non le ha. In altre occasioni sarebbe andata in bagno e si sarebbe tirata due righe di coca che nel giro di poco l’avrebbero resa tesa e aggressiva al punto giusto da affrontare il direttore vendite e i suoi quattro scagnozzi. Ma se pensa a tutta la merda che si è infilata su per il naso negli ultimi anni le viene quasi il vomito: deve appoggiarsi con una mano ad una delle pareti dell’ascensore per non cadere in terra. La droga era il suo biglietto di uscita per la porta di servizio da quel mondo effimero nel quale era entrata dalla porta principale: quando era sballata di cocaina si sentiva potente perché si dimenticava di quel peso che le dannava l’anima e che lei regolarmente ricacciava nell’oblio delle sue viscere facendo finta di niente. Oggi la droga proprio no e non perché si sia fatta qualche promessa di voler cambiare o intraprendere una nuova vita, bensì perché sente di essere  talmente in mezzo ad un fiume da non avere più la certezza se voler nuotare per stare a galla o lasciarsi andare per annegare: tutto a causa di quell’incontro con l’amica del giorno prima!.

Di colpo, si apre la porta dell’ascensore, e tutti i suoi pensieri si liquefanno alla vista del padre: ha la faccia di bronzo e la guarda come si potrebbe guardare il peggior nemico e non certo una figlia.

“Dove cazzo sei stata!” Sbraita apposta per far capire chi ha il bastone del comando in azienda.

“Che cazzo ti ho detto il primo giorno che sei entrata qui vent’anni fa?” Si è fermato ad attendere che lei risponda: da sempre, fin da quando lei e il fratello Pietro erano piccoli, lui utilizzava quella tecnica; l’interrogatorio. Faceva domande in modo aggressivo e arrogante e poi attendeva la risposta che quasi sempre era sbagliata e su quella calava l’asso di bastoni. Lui voleva e doveva sempre vincere con tutti, figlia in primis.

“Allora? Hai lasciato il cervello sul comodino per caso questa mattina?”

Lei stringe i pugni, abbassa lo sguardo come quando, bambina, lui la rimproverava per aver preso un sette in matematica. Per un attimo le passano per il cervello una serie di pensieri violenti e assassini: sente di odiarlo, un odio profondo per averla trattata a quel modo; ma più di tutti lo odia per averla ingannata, irretita. Se fosse stato un altro padre, pensa, a quest’ora lei avrebbe una famiglia con figli al seguito e starebbe pensando a come addobbare casa per il Natale imminente. E invece per il padre è sempre stata quello che lui non ha potuto trovare in Pietro, il fratello che tanti anni prima con un gesto immaturo pieno di rabbia e disprezzo aveva completamente deciso di tagliare i ponti con la famiglia d’origine e con quel tipo di vita. E così il padre si era concentrato su di lei, l’unica alternativa che gli era rimasta; aveva cominciato a trattarla come fosse il maschio primogenito da addomesticare come un pitbull pronto a scattare ai suoi ordini. Il padre domandava, lei rispondeva con una efficienza quasi teutonica: e quando si sentiva stanca e depressa, per non deludere le aspettative di quel genitore gerarca, sniffava un po’ di coca e via, pronta per ripartire sempre sull’attenti.

Lui è al corrente dei suoi vizietti ma non gli importa perché considera Anna come una delle macchine che ha negli stabilimenti produttivi in Thailandia: la macchina deve essere efficiente al limite della perfezione, deve funzionare h24 e se per funzionare ha bisogno di qualche tiro di coca chissenefrega delle conseguenze.

“Mi hai detto che un capo deve sempre essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e tante altre cose simili a questa.” Finalmente trova il modo di rispondergli, ma il tono di quella risposta contiene molta più verità dei contenuti verbali: è un misto tra remissività e rabbia repressa; voglia di fuggire e desiderio di fargliela pagare; necessità di vomitargli in faccia tutto ciò che pensa di lui e speranza di vederlo morire. Ma si trattiene, tanto è forte in lei quel senso di rispetto patriarcale.

Vede le teste delle persone affacciarsi in modo timido da dietro gli stipiti delle porte degli uffici che si aprono sul lungo corridoio che finisce dentro la sala riunioni: percepisce dagli sguardi, che tutti sperano che dallo scontro tra il generale e il colonnello, sgorghi sangue che li lasci entrambi senza vita a terra. ‘Questo,’ pensa, ‘è ciò che abbiamo seminato attorno a noi tu ed io caro il mio papà: odio!’

Là in fondo, nella sala riunioni, tutti sono seduti in attesa che arrivi lei e naturalmente stanno guardando quella scenetta divertente. Pensa che è giusto che lei paghi per tutti i torti fatti ai suoi dipendenti sebbene lo avesse fatto per compiacere suo padre: ma è adulta e deve assolutamente assumersi la responsabilità di quanto detto e fatto negli anni. Le torna ancora in mente la discussione avuta vent’anni prima con Gianni: aveva ragione lui, ha sempre avuto ragione lui; ora sente dentro che avrebbe dovuto ribellarsi a quel sistema che la teneva agganciata al passato!… e, come se qualcuno le avesse acceso d’improvviso una lampadina a illuminarle a giorno l’anima, sente un forte desiderio di abbracciare Gianni e di stringerlo con tutta sé stessa. Con una nota di disperazione pensa in quale stanza buia e disordinata della sua mente lo aveva ricacciato per tutti quegli anni.

“Ti ricordi quando partimmo per le Canarie?”

Ancora ricordi da quel pomeriggio di vent’anni prima a innestarsi in quei secondi di silenzio in cui il padre sta attendendo di ritrovare la macchina da guerra che ha costruito nella figlia.

“Che cazzo c’entrano adesso le Canarie!” Ricorda come fosse presente, che quella domanda di Gianni in merito alla vacanza alle Canarie l’aveva infastidita.

“Tu eri quella che si era portata via uno zainetto per una vacanza di una settimana! Te lo ricordi o no Bi-bi? Ti ricordi che Paola rideva del fatto che avevi con te solo un costume e un paio di slip che regolarmente ogni sera lavavi e stendevi?”

“E allora che cazzo c’entra questo con quanto ci siamo detti finora? E poi smettila di chiamarmi Bi-bi!”

Quello era il soprannome che lui le aveva dato qualche tempo dopo che si erano messi insieme semplicemente perché a lui lei ricordava vagamente Brigitte Bardot.

“C’entra perché quella Anna di qualche anno fa non ha nulla a che vedere con la Anna di adesso; tu hai ragione che nella vita si cambia ma non si può soprassedere ai nostri valori fondamentali: quelli sono e quelli rimangono bene o male per l’intera nostra esistenza. Tu invece stai pensando nel tuo profondo di abbandonare i tuoi valori per un po’ di effimero denaro e dimmi se sbaglio?”

Ricorda che quella frase l’aveva mandata su tutte le furie al punto che lo aveva cominciato ad insultare e lui se n’era andato.

Ritorna al presente sollecitata dalle movenze impazienti del padre che pretende delle risposte: a guardarlo bene oggi, le fa quasi pena, per quel suo essere sempre arrogante in ogni situazione, a casa come in azienda; l’arroganza è il suo marchio di fabbrica al punto che fa sfoggio della stessa con onore. Quella stessa arroganza l’ha trasferita, come se fosse un nuovo codice binario da inserire nel software comportamentale della figlia, anche ad Anna.

“Vieni un attimo nel mio ufficio! E voi tornatevene subito a lavorare branco di cialtroni!”

Il padre tira Anna per un braccio all’interno dell’ufficio chiudendosi la porta alle spalle e riportandola al presente.

“Ti rendi conto di che figura abbiamo fatto là fuori! Quelli ora stanno godendo come dei ricci per averci visto litigare!”

“Hai fatto tutto tu papà! Io ero solo in ritardo di un quarto d’ora, ma, ripeto, hai fatto tutto tu!”

Quella semplice risposta che denota un desiderio di Anna di ristabilire un equilibrio, sebbene in modo sommesso e quasi timido, viene vissuta dal padre come un atto deliberato di ammutinamento.

“No cara mia sei stata tu a provocarmi con questo tuo comportamento insubordinato! E non ti permettere mai più di contraddirmi perché io ti disintegro: faccio una telefonata e in quattro secondi sei fuori dall’azienda, dal consiglio di amministrazione e ti puoi dimenticare i tuoi vizietti da puttana! Quattro secondi ci metto!”

“Ora, rimedia a tutto sto casino che hai combinato: va in bagno a sistemarti che sembri una mezza matta e falli neri: stiamo perdendo il 2% sul progressivo anno su anno. Questo è inammissibile! Voglio la testa del direttore commerciale se entro la fine dell’anno non mi fa vedere di avere invertito la rotta drasticamente; sono stato chiaro?”

In altri frangenti Anna avrebbe risposto immediatamente con un ’sì’ come se fosse un dalmata che pende dalle labbra del padrone; in quel caso, quasi volutamente, si gira ed esce da quell’ufficio che sa di lercio senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Si chiude dentro il bagno riservato alla direzione e si appoggia con entrambi i palmi delle mani al piano del lavandino guardando la sua immagine riflessa nello specchio:

“Dove sei finita Anna? Dove sei finita Anna? Dove sei finita?”

Ripete a voce alta, quasi fosse un mantra, questa domanda intanto che gira impercettibilmente la testa a destra e sinistra.  Le sembra di avere un grande muro bianco davanti e dietro il vuoto: si sente completamente perduta senza più un passato a cui appoggiarsi e un futuro certo verso cui tendere. La mano, in modo automatico, entra nella borsa alla ricerca del cofanetto d’avorio intarsiato dentro cui tiene la dose che le serve per la giornata: non può affrontare quella riunione in questo stato e per di più senza un aiutino, pensa. È vero che le fa schifo pensare di assumere ancora cocaina ma le fa ancora più schifo affrontare da lucida quel tipo di situazioni, quindi dei due, sceglie il male minore. Deve cercare di navigare a vista, un passo alla volta.

Esce dal bagno, occhi pallati, capelli sparati in aria e leggermente inumiditi. Si dirige verso la sala riunioni a passo lento, con una serie di pensieri in testa da fargliela quasi scoppiare: non sa come iniziare, non sa cosa dire e soprattutto perché lo deve dire. Passa davanti alla porta  chiusa dell’ufficio del padre padrone e lo sente sbraitare qualcosa a qualcuno al telefono: a sentirlo da lì, dietro la porta, le sembra di rivivere un film al buio.

Ritiene non abbia senso che una di 45 anni, in virtù del fatto che le hanno appiccicato sul petto la targhetta di direttore generale,  entri nella sala riunioni e dica a una persona di 65, il direttore vendite, che tra le altre cose le sta pure simpatico, che se non inverte la rotta entro un mese può fare le valigie.

Ha quasi colmato la distanza che separa il bagno dalla sala riunioni; vede le facce dei presenti che da rilassate di poco prima si stanno indurendo e incupendo man mano che lei si si avvicina: tutto perché sta per entrare lei, Anna Gentiloni, la mangiatrice di uomini, nella vita professionale così come nella vita privata.

“Buongiorno a tutti!” È un buon esordio pensa e chi ben comincia è a metà dell’opera.

“E’ inutile che ci giriamo intorno ragazzi: quest’anno le cose non stanno andando come preventivato!”

Mentre parla, all’orizzonte dei suoi pensieri si comincia a delineare una istantanea: lei che prende una strada diversa, perché a qualunque età, riflette in modo soddisfatto, siamo sempre in tempo a invertire la rotta dei nostri atteggiamenti mentali e quindi, a invertire la rotta della nostra vita.

“Lorenzo!” si rivolge al direttore vendite, Lorenzo Pagliai, con un tono gentile ed equilibrato, nonostante la dopamina rilasciata dal suo corpo a causa della cocaina, spinga per renderla aggressiva: ma lei resiste, vuole farlo, deve farlo, per sé e per gli altri. In quel flash di poco fa ha capito che sta racchiusa una vita, la sua vita futura. O cambia adesso o è finita, per sempre.

“ho bisogno che in base alla tua esperienza ci fai capire quali sono le variabili in gioco che stanno determinando le nostre difficoltà quest’anno.”

Intanto che pronuncia l’ultima parola si è girata verso il direttore vendite che siede alla sua destra e lo sta guardando fisso negli occhi: vede l’incredulità sul suo volto. In 10 anni che lavorano a stretto contatto, non l’ha mai sentita chiedergli un consiglio o un parere in merito al suo lavoro. La loro relazione è sempre e solo stata all’insegna del ‘tu devi fare, altrimenti ne pagherai le conseguenze.’

“Beh, Anna, se devo essere sincero..” È incerto nella conversazione perché crede che dietro quel cambiamento repertino e improvviso del direttore ci sia un trucchetto fatto apposta per ingannarlo e Anna lo sta capendo e pensa a quanto è stata una merda in tutti quegli anni: ora però, riflette, non è il momento di piangere sul latte versato, ma quello di prendere in mano la propria vita e con coraggio cambiare completamente.

“Lorenzo, prima che tu prosegua voglio dirti una cosa e voglio dirla a tutti voi:” si rivolge al resto dei dirigenti riuniti all’interno di quella stanza:

“sono stata la persona peggiore che si possa incontrare durante una vita in questi ultimi anni e non ci sono parole per descrivere quanto mi dispiaccia ciò che vi ho fatto passare qui dentro e, suppongo, a casa con le vostre famiglie! Realmente ho bisogno di voi in questo momento!”

Gli sguardi dei presenti sono attoniti: lei percepisce una energia dentro che le dà vigore e le infonde un desiderio di esprimersi con tutta sé stessa, tirando fuori le mille sfumature del suo carattere, perché lei era così, era gioiosa, era leggera, era spensierata, era quella a cui bastava uno spazzolino, un paio di mutande e un dentifricio dentro uno zaino e via a girare il mondo insieme ai suoi tre anmici di sempre: lei era tutto quello e negli ultimi 20 anni si è trasformata in una grigia, puzzolente fotocopia di qualcun altro.

“Scusatemi ma ora proprio devo chiudere una situazione!”

Esce dalla porta della sala riunioni e di corsa si dirige verso l’ufficio del padre: senza nemmeno bussare entra come se volesse buttare giù il muro. Si sente libera di esprimersi e questo la porta a non sentire più quel carico di rabbia costante che le pesa sullo stomaco da una vita.

“Tu, brutta merda!” Si rivolge al padre con tono calmo e sicuro: non ha bisogno di urlare; sa che chi urla esprime debolezza e colui che ha davanti è un debole, un debole che ha avuto bisogno per tutta la vita di contornarsi di persone deboli che lo facessero sentire forte. Il padre è praticamente immobilizzato da quella calma interiore della figlia: percepisce di avere perso completamente il governo su di lei.

“Ti rendi conto che voragine di sentimenti hai creato attorno a te? E per cosa? Dimmi per quale motivo hai fatto tutto ciò?”

Il padre è bianco in volto, gli tremano le mani e Anna pensa che in altre occasioni ha dovuto affrontare scontri verbali ben peggiori nei quali si era ribellato con una aggressività da mettere paura; ma in quella occasione la sua determinazione lo ha praticamente inchiodato alla sua sedia.

“Allora, hai lasciato il cervello sul comodino brutto stronzo? Sto aspettando una risposta a una domanda molto semplice mi pare!” Lo sta incalzando e utilizza la tecnica che da sempre utilizzava lui con tutti: sente di aver in pugno quella conversazione. E siccome il padre non riesce a parlare, continua lei, scavando sempre più a fondo: vuole arrivare al nocciolo della questione:

“Il bello di questa vita è la varietà e tu invece sei un uomo monocorde e monocolore e credi che tutto ciò che ti riguarda sia ciò che deve riguardare anche il mondo che ti circonda: ma siamo tutti diversi! È questo il bello della vita!”

Lo guarda fisso negli occhi: per la prima volta è lui a non reggere quella conversazione e ad abbassare lo sguardo e questo le dà ancora più forza.

“Come ci si sente ad essere costantemente incalzati? Dimmi un pò, che sensazione dà doversi, in ogni situazione, giustificare? Chi sei tu, Dio per poterti permettere di far sentire le persone delle merde?”

Si stupisce di sé e di quanto riesca a mantenere la calma: se fino a un’ora prima le sembrava di non avere più appigli a cui aggrapparsi per proseguire, ora sente di potercela fare, percepisce che può e anzi deve ricominciare e quello è un ottimo inizio. Glielo aveva detto anche Gianni moltissimi anni prima:

‘se non ti affranchi dal tuo passato come potrai mai pensare di costruirti un futuro sulla base dei tuoi valori, di ciò in cui credi veramente?”

Sente di non avere più niente da dire in quell’azienda e che non ha più nulla da dire in quella vita che non sente più sua, anzi, che non è mai stata sua.

Senza nemmeno lasciare che il padre riorganizzi i propri pensieri per controbattere a quella incursione, lascia le chiavi dell’Audi A8 sulla scrivania in mogano, si gira e se ne va. Si dirige a passo deciso verso l’ascensore e nell’attesa che arrivi, lo sente da dietro sbraitare: ha recuperato la sua solita aggressività banale e scontata:

“Tu lurida puttana! Sei finita senza di me e senza questa azienda; non vali un cazzo e non hai mai contato un cazzo qui dentro!” Senza nemmeno voltarsi, solleva il braccio, dito medio alzato ben rivolto al padre che le sta alle spalle e con passo morbido e deciso entra nell’ascensore uscendo per sempre da quella vita.

E noi nel mezzo ad annaspare

Cose…sparse..sul piano inclinato di un ricordo che graffia le budella…

A volte…chi è andato…torna a noi attraverso una bava di luce che ruba la scena allo sguardo, spuntando incerta da dietro una finestra semichiusa..a volte è un oggetto lasciato distratto a impolverarsi su uno scaffale remoto di un angolo buio della casa a trasformarsi in nostalgia …e si fa strada tra i momenti passati a ricordarci che prima di ora ci fu qualcosa…e quel qualcosa è pieno zeppo di istanti…occhi negli occhi..mani che si toccano…vite che si intrecciano a caso.. sebbene poi nulla è per caso…fissi, immobili, come tanti iceberg gocciolanti lungo la nostra incerta rotta… sfuocati…

Un cane…piccolo…io più piccolo…lacrime agli occhi…disperazione e poi finalmente il calore di un abbraccio..percepire sicurezza..conforto…profumo..di nonno…

A volte le persone le ricordiamo controverse..ma forse a guardarle da certe distanze che solo il presente che osserva il passato può generare..si comprende che a essere controversa è stata la vita che ha girato attorno alle stesse…e allora va bene tutto…basta che si faccia sentire…perché senza “sentire” non c’è vivere…dobbiamo farcene una ragione…

È proprio tutto qui e ora…vissuto, ricordi, sogni…e noi nel mezzo ad annaspare, cercando di conferire un significato alla vita…