Parte 8 L’anima gemella

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

 

L’aria proveniente dall’oceano Atlantico gli rinfresca il viso: sta rientrando dalla consueta corsa mattutina e comincia a sentire un lieve dolore al tallone d’Achille destro per via dell’eccessivo sforzo dovuto ai troppi chilometri percorsi. Ha preso l’abitudine di correre giornalmente la mattina da una decina d’anni circa: quell’esercizio fisico è il componente segreto che dà il giusto ritmo all’inizio della sua giornata. In lontananza intravede il faro che svetta alto e imponente a fare da guardia a quel tratto di costa che si apre su una delle più maestose meraviglie della Terra: le dune di Maspalomas. La vista dell’insegna del suo ristorante gli dà la giusta carica per colmare gli ultimi 800 metri che mancano al completamento del percorso che si è imposto di coprire. Lo aveva iniziato alla corsa un Americano di nome Alan Pembleton che aveva conosciuto sulla rampa C-14 della ferrovia Belgrano quasi 10 anni prima: era la fine del 1999. La ferrovia collega la città di Salta a quella di Puna attraverso un percorso che si snoda per 217 chilometri fatto di gallerie, ponti e viadotti. Gianni era approdato nella zona della Provincia di Salta, al confine con il Cile sulla Cordigliera delle Ande, dopo aver girovagato senza meta per circa sei mesi alla ricerca di un modo qualunque di uscire dalle sabbie mobili mentali nelle quali si trovava dopo la rottura definitiva con gli altri 3 componenti dei gruppo dei ‘quattro cavalieri della tavola rotonda’. Dopo gli eventi successi quel pomeriggio al ricevimento di matrimonio nella villa a Ravenna, per Gianni si erano susseguiti un paio di anni bui, durante i quali aveva lasciato l’università e si era rinchiuso completamente nella parte più grigia della sua esistenza. Non aveva più proferito parola con Paola, la sorella, sebbene lei avesse tentato varie volte di affrontare l’argomento: ad ogni tentativo, lui si defilava respingendola con un laconico e schietto: “no grazie!”. Tutto quello che un tempo era stato Gianni, quel ragazzone dinoccolato di un metro e novanta, magro e dai capelli neri come la pece sparati per aria da chili di gel, dopo la separazione violenta dei quattro si era come sciolto negli acidi del rancore e della rabbia. Quella sua particolare e tenera caratteristica che lo spingeva ad essere sempre indeciso sui fatti quotidiani della vita, si era accentuata a tal punto da farlo avvitare completamente su sé stesso: non era più in grado di vivere una vita normale. L’unica persona con cui aveva continuato a intrattenere rapporti era la sua bisnonna Alfonsina, la nonna materna, una signora quasi novantenne, energica, tenace e piena di voglia di vivere. Durante la guerra, Alfonsina era stata membro della brigata partigiana ‘Maiella’, quella che nelle prime ore della mattina del 21 aprile 1945 era entrata senza colpo ferire a Bologna insieme alle unità del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a e dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore. La voglia di combattere le ingiustizie che aveva contraddistinto lo stile di vita di Alfonsina durante la guerra, aveva caratterizzato l’atteggiamento della stessa anche a guerra finita: non c’era giorno che lei non trovasse il modo per difendere sé stessa o qualcuno vicino a lei per un torto subito o un diritto inalienabile violato o negato. E sebbene le energie non glielo permettessero più come un tempo, comunque anche alla soglia dei novant’anni, nonna Alfonsina continuava a mantenere vivo quello spirito combattivo con cui andava incontro alla vita a cuore aperto. Se qualcuno le pestava i piedi o ledeva anche solo minimamente i suoi diritti, Alfonsina, nonostante oramai il suo corpo fosse ricurvo dal peso degli anni, si difendeva con un vigore e una forza tali da far tremare anche il più trucido dei nemici. Un pomeriggio di aprile del 1999, Gianni, uscito da casa dei suoi genitori come sempre senza una meta prestabilita, aveva sentito più del solito la necessità di recarsi dalla nonna per scambiare qualche battuta grazie alla quale tirarsi un po’ su il morale. Era intento a gestire il botta e risposta con Alfonsina in merito ai commenti che quest’ultima faceva sulla caratura dei politici moderni, che lei considerava delle mezze calzette rispetto ai politici di quando era giovane, quando d’un tratto aveva sentito la voce della donna cambiare completamente discorso, senza nessun motivo apparente: “Se vai avanti così, la tua vita è finita ragazzo mio! Lasciatelo dire da una persona che ne ha passate tante e che da giovane ha visto la morte in faccia più di una volta. All’epoca, durante la seconda guerra mondiale, quando eravamo sfollati in campagna da alcuni parenti che ci ospitavano a causa dei bombardamenti che si erano susseguiti per ben due anni dal 1943 al 1945, ricordo che avevo passato dei momenti di paura folle. La stessa sensazione di paura folle l’avevo percepita in certe notti passate all’addiaccio durante il periodo della liberazione con la banda di partigiani. Se ripenso oggi a quella sensazione di paura che avevo provato durante quelle notti al freddo, sono sempre più convinta che quei momenti siano stati quanto di più vivo io abbia mai vissuto caro mio.” “Che cosa c’entra tutto questo con me nonna? Non riesco a capire dove tu voglia arrivare!” Gianni aveva cercato di defilarsi da quel discorso iniziato con un lungo preambolo, non tanto perché la prolissità della nonna lo annoiasse, quanto perché aveva timore del prologo di quel racconto. Ma per quanto lui fosse stato risoluto nel cercare di fermare Alfonsina, lei era stata più tenace nel continuare a tenerlo incollato a ciò che gli stava per dire. “Ti voglio dire una cosa Gianni: molti anni dopo la fine della guerra, un pomeriggio trovarono la mia amica d’infanzia morta suicida: si era impiccata con la cinghia dei pantaloni del marito appendendosi ai tubi dello scarico dell’acqua che passavano nel vano dei garage dove abitava. Avevamo condiviso l’infanzia, l’adolescenza e una parte della vita da adulte, sempre insieme. Quel pomeriggio, dopo il ritrovamento del corpo, il marito aveva trovato un biglietto che la mia amica aveva scritto prima di compiere quel gesto estremo: il biglietto era rivolto a me.” La nonna aveva indicato un cofanetto sulla credenza della sala da pranzo: “Apri quella piccola scatola di legno Gianni, ti prego!” La sua voce si era fatta sottile, con un impercettibile graffio alla fine di ogni parola. Dentro il cofanetto un biglietto con sopra scritto: “Per la mia Alfonsina” Cara Alfonsina, a volte la vita ci pone di fronte a delle sfide che ci sembrano insormontabili: noi insieme abbiamo superato decine di quelle sfide durante la guerra, rischiando varie volte di morire. In più di un’occasione, durante quei periodi , avevo sperato che tutto finisse al più presto. Ora, dopo anni che tutto è finito, ti posso dire che c’è una cosa molto peggiore del dover affrontare quotidianamente il rischio di morire: ed è  quello di vivere una vita così piatta e prevedibile da sentirsi già morti; non sentire più nelle vene la vita che scorre ti fa smettere di avere voglia di vivere. Tutto negli ultimi tempi è diventato così prevedibile, da non lasciare più spazio al bello  di vivere che un tempo si racchiudeva nell’incertezza di non sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. Trovo tutto questo un oltraggio alla vita al punto da fare un gesto che so tu non approverai mai.                                                      Con affetto Gianni aveva appena finito di leggere quella lettera e aveva il volto rigato dalle lacrime. “Rileggo quella lettera da 35 anni, dal giorno della sua morte, ogni sacrosanta mattina! E da 35 anni ogni mattina mi sveglio e so che, se voglio onorare quello che la mia amica ha rappresentato per me, devo darmi da fare per far sembrare questa mia vita il più avventurosa e stimolante possibile, perché di una cosa la mia amica aveva ragione: di inerzia si muore!” La nonna aveva smesso di parlare e si era appoggiata allo schienale della poltrona dove era solita sedere la sera davanti la TV e aveva per un attimo lasciato che i ricordi prendessero il sopravvento su quella strana conversazione. “Cosa devo fare nonna? Cosa devo fare?” Aveva ripetuto Gianni in lacrime, disperato. “Da due anni a questa parte non riesco più a capire da dove ricominciare e l’unico modo che ho trovato di vivere è quello di ripetere quotidianamente pochi, codardi comportamenti.” “Ma quello che stai facendo tu, ragazzo mio, non è vivere, ma sopravvivere; è il più grande insulto alla vita che un essere umano possa fare!” La nonna, con fare stanco, quasi avesse dovuto affrontare una fatica immane per il suo corpo carico di anni, si era alzata dalla poltrona e con una lentezza che non le apparteneva, era andata in camera da letto e dopo qualche secondo era tornata: stringeva tra le mani un foglio che aveva porto al nipote. “Tieni, consideralo il mio regalo per ricominciare a vivere.” “Che cos’è nonna?” Le aveva chiesto il nipote senza nemmeno leggere il contenuto di quel foglio. “Ho aperto un conto corrente, intestato a te: vattene Gianni! Ricomincia a vivere, non importa dove e non importa come, ma sfrutta le incertezze che derivano dal viaggiare senza una meta, per ritrovare il solco dentro cui ricostruire una vita!” E con quella frase la nonna si era di nuovo adagiata sulla poltrona: aveva bisogno di riprendere il filo dei suoi ricordi. Gianni era uscito dall’appartamento della nonna stanco come se avesse combattuto 15 round contro il campione del mondo dei pesi massimi. In ascensore aveva dato uno sguardo al foglio che la nonna gli aveva lasciato: sul foglio, l’estratto conto riportava 100 milioni di lire. Era rimasto tutta notte a fissare il soffitto senza minimamente appigliarsi a uno dei milioni di pensieri che si erano susseguiti nella sua testa e verso le 5 del mattino aveva aperto l’armadio, preso fuori il vecchio zaino che era solito usare quando con Pietro si facevano le loro escursioni sulle dolomiti e riempitolo di maglie, mutande, due paia di scarpe da ginnastica, qualche calzino e poco altro, si era vestito e senza nemmeno lavarsi denti e faccia era uscito da quella vita con un unico obiettivo in testa: raggiungere l’aeroporto Marconi per prendere il primo biglietto per chissà dove. Quello era stato l’inizio del suo girovagare per il Sudamerica che dopo 6 mesi lo aveva portato su quel treno, meglio conosciuto come ‘Tren de las Nubes’, il Treno delle Nuvole, per le altezze a cui viaggia. Alla stazione ingegnere Maury, a 2.358 metri sul livello del mare, era salita a bordo del treno una coppia: lui milionario americano di New York, 55 anni, tale Alan Pembleton e lei 22, di un paese sulla costa messicana a 240 chilometri a Nord-Ovest di Acapulco, dal nome esotico e molto difficile da pronunciare: Zihuatanejo. Gianni era rimasto colpito dalla bellezza che quella ragazza portava con una spontaneità quasi disarmante; si erano messi a parlare tutti 3 alternando l’inglese, che Gianni parlava in modo quasi perfetto grazie a diversi periodi di studio passati in Inghilterra, allo spagnolo che biascicava in modo cialtrone condendolo a volte con qualche parola inconsapevole di dialetto bolognese. Marisol, questo era il nome della ragazza, accennava un piccolo e rispettoso sorriso ogni volta che lui vomitava qualche castroneria in simil spagnolo; e più lei sorrideva, più Gianni trovava un senso alla vita. Giunti a Puerta de Tastil i tre erano scesi in cerca di un alloggio; quella sera a cena, grazie anche all’effetto generato dai numerosi bicchieri di tequila che si erano bevuti, i tre avevano gettato i loro cuori sul tavolo raccontandosi le vicissitudini delle loro più o meno fortunate vite passate. Quando era giunto il suo turno, Gianni non era stato in grado di tirare fuori granché e non tanto perché si vergognasse o fosse restio a raccontare cose che lo riguardavano, quanto perché tutto il rancore e la rabbia che aveva provato nei confronti della sorella e dei due amici fino a qualche tempo prima, erano di colpo svaniti. Era come se, chilometro dopo chilometro, in quei mesi passati all’avventura senza una meta certa e precisa, lui avesse metabolizzato quanto successo, trovandogli la giusta collocazione nello spazio e nel tempo e su quella avesse fatto forza per costruirsi un’altra esistenza e il nuovo Gianni fosse sbocciato, inaspettatamente, proprio quella sera, davanti a due sconosciuti: un americano pieno di soldi e lei, Marisol. Non sentiva più la necessità di sentirsi offeso e tradito, perché quei sentimenti lo avevano tenuto inchiodato a terra, mentre lui ora aveva voglia di volare e aver conosciuto Marisol era stato l’elemento che di colpo gli aveva fatto spuntare le ali. La mattina seguente quel trio improvvisato aveva preso strade diverse e prima di congedarsi Marisol gli aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo. Lui per qualche mese ancora aveva girovagato per l’America del sud: cominciava a prenderci gusto verso quel tipo di vita, non tanto per la mancanza di responsabilità che essa si portava dietro, quanto per le continue sfide quotidiane in essa contenute. Non c’era giorno in cui Gianni non dovesse affrontare una prova, grande o piccola che fosse; e più prove affrontava, più la ragion d’essere della sua vita si irrobustiva e lui giorno dopo giorno trovava gioia e felicità semplicemente per il fatto di potersi confrontare con la vita a muso duro, senza più paure. Un pomeriggio, si trovava a San Juan Chamula, nello stato del Chiapas in Messico: stava visitando la chiesa dove si celebrano i famosi riti di sincretismo religioso, quando gli si era avvicinata una donna che gli aveva chiesto se era interessato a una guida che gli spiegasse la storia della chiesa e dei dintorni. Gianni aveva accettato e alla fine di quel breve giro guidato, la donna si era congedata dicendogli il suo nome: si chiamava Marisol. A udire quel nome Gianni aveva ricordato lo sguardo della ragazza in quel tragitto a 4.000 metri d’altezza dentro il treno delle nuvole. Si era messo a rovistare nello zaino alla ricerca del biglietto con l’indirizzo; in quei mesi era come se avesse congelato le emozioni provate alla presenza di Marisol perché aveva ancora bisogno di stare solo con sé stesso.  Non l’aveva dimenticata; l’aveva solo messa in un cassetto della memoria in attesa di qualcosa di non ben definito. Ma in quel frangente, proprio lì fuori da quella chiesa caotica, aveva sentito il desiderio di perdersi ancora per un pò dentro i suoi occhi neri e grandi come perle rare. Aveva viaggiato in pullman per 21 ore: la fermata dove era sceso era adiacente alla spiaggia e Gianni, sebbene fossero le 10 di sera e non conoscesse nulla del luogo, avevo tolto le scarpe e a piedi nudi era andato fino in riva al mare. La sensazione di fresco dell’acqua che gli avvolgeva le dita dei piedi e della brezza marina che gli carezzava il viso, lo avevano per un istante reso orgoglioso di ciò che era diventato: in quell’istante di sollievo generato da quei due elementi della natura, l’aria e l’acqua, lui aveva percepito che era racchiusa l’essenza di tutto ciò per cui valeva la pena vivere e poco importava se il giorno dopo avesse scoperto che Marisol si era sposata col miliardario americano; lui era consapevole che da quel momento in poi sarebbe sopravvissuto ad ogni notizia, buona o cattiva che fosse. E in quel frangente si era messo a gridare come un folle: “GRAZIE NONNA ALFONSINAAAA! GRAZIEEE!” Lacrime di gioia scendevano copiose dai suoi occhi intanto che si toglieva la t-shirt, i jeans e gli slip. Si era quindi gettato nell’oceano lasciandosi trasportare dalla corrente nella posizione del morto. Aveva la sensazione che quello fosse il suo bagno ristoratore dopo una giornata di lungo e duro lavoro: ora era venuto il suo turno per riposare. Aveva dormito in spiaggia quella notte e la mattina seguente, dopo essersi lavato approfittando abusivamente della doccia all’aperto di un ristorante con vista mare, si era messo alla ricerca della casa di Marisol. I mesi successivi a quella mattina erano passati all’insegna della scoperta dell’amore vero. Il cuore di Gianni aveva finalmente trovato il luogo dove potersi ristorare senza bisogno di cercare per forza un perché alle cose e questo a lui piaceva tantissimo: più passavano le settimane più le cose tra lui e Marisol andavano per il meglio. Una mattina come tante però, si era svegliato e aveva sentito che nel cuore stava ricominciando a montare quella pesantezza che lo aveva gettato a terra prima di partire per quella sua avventura. Marisol era perfetta, il luogo nel quale vivevano era paradisiaco e coi soldi che la nonna gli aveva messo sul conto per un pò non avrebbero avuto problemi economici: ma nel profondo sentiva che doveva aggiungere un pezzo a quella sua vita. Anni prima, quando ancora stava con Anna, le aveva chiesto di seguirlo alle Canarie: voleva aprirsi un locale sulla spiaggia, perché quello era sempre stato il suo sogno, fin da quando si era recato in vacanza da piccolo, coi genitori, in quei luoghi. Per un pò aveva provato a far finta di niente ma poi gli erano tornate alla mente le parole della nonna: “di inerzia si muore.” Era l’estate dell’anno 2000. E così, solo come era arrivato, con lo zaino in spalla, solo se ne era andato: Marisol non era pronta a lasciare la famiglia e oltretutto sentiva che quello era il progetto di Gianni e non il loro progetto. E con grande rammarico di entrambi si erano lasciati, come spesso accade, facendosi mille promesse di un futuro ricongiungimento; e poi, più nulla per lunghissimo tempo. Sono passati 9 anni da quell’addio sofferto: sta ritornando dalla sua consueta corsa mattutina e arrivando nei pressi del suo ristorante si ferma di colpo: sul muretto antistante il locale è seduta una donna, capelli neri, di una bellezza da perdercisi dentro. Lui la riconosce perché ce l’ha dentro dal giorno che si sono conosciuti su quel treno in mezzo alle nuvole andine: è lei, Marisol. Per qualche istante la guarda, come se fosse parte di uno dei tanti sogni a occhi aperti che lui nel tempo ha fatto su di lei. “Finalmente sei arrivata!” Le parla come se si fossero lasciati il mese prima e non fosse invece passato quasi un decennio. Per alcuni minuti non si raccontano nulla: lasciano che i loro due sguardi si fondano per il tempo che serve a ricongiungere le loro due anime. Sembrano due alieni che comunicano col pensiero, da tanto sono immobili e sospesi nel tempo. “Mi ci sono voluti 9 lunghi anni per capire il motivo per cui mi hai abbandonata: poi, una mattina ho incontrato un prete matto di strada e gli ho raccontato la nostra breve ma intensa storia e lui mi ha detto che doveva andare così perché le nostre due anime non erano ancora pronte a sacrificarsi. Ora so nel profondo che la mia anima è pronta a viverti accanto per sempre, se tu lo vuoi ancora, qualunque cosa succeda. Sono qui per te e non voglio più andare da nessuna parte, se non insieme a te!” Quelle erano state le parole che avevano definitamente posto la parola fine a quella sottile inquietudine che aveva contraddistinto gli ultimi dieci anni della vita di Gianni.

Poi..boh…chissenefrega!

“Perché hai scelto me, o Musa?”

Perché in te stan due persone: la prima che fugge da qualcosa e la seconda che corre incontro a qualcosa…il giorno che queste due persone si incontreranno, nascerà un grande uomo!”

“Ma io voglio scrivere, o Musa!”

Scrivere non è un fine, esso è solo un mezzo…la vita è l’unico fine…

“E….” concluse…”ciò che dà valore al viaggio non è la sua destinazione finale, bensì la capacità di continuare a farsi domande lungo il tragitto…e scrivere, è uno dei tanti modi per cercare di darsi qualche risposta!

“E poi, o Musa?”

Poi, boh…chissenefrega!”…mi voltai a cercarla di nuovo..ma se n’era già andata!

For what it’s worth, it’s never too late…

For what it’s worth: it’s never too late or, in my case, too early to be whoever you want to be. There’s no time limit, stop whenever you want. You can change or stay the same, there are no rules to this thing. We can make the best or the worst of it. I hope you make the best of it.”.

Il pezzo sopra è preso da The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald….

…ho voluto condividerlo con Voi perché lo trovo molto attuale, molto focalizzato sul momento che stiamo vivendo…

speranza

grande concetto…un po’ sopravvalutato credo…preso da solo mi ha sempre trasferito l’idea che fosse un po’ monco…al limite oltraggioso…della serie: “mi siedo e aspetto che qualcosa succeda..che qualcuno faccia ciò che va fatto al mio posto per tirarmi fuori dalle sabbie mobili”…mi ha sempre dato l’idea cioè di immobilità, di immobilismo…di attesa di un mondo migliore…

….sper-onsabilità…

…mi piace di più..non è un errore grammaticale…la speronsabilità è la crasi di sper-anza e resp-onsabilità…sentire di appartenere a un futuro che desideriamo dal profondo e della cui realizzazione sappiamo di essere gli artefici primi e ultimi, in modo del tutto consapevole…desiderosi di voler fare bene, di metterci qualcosa di nostro per far funzionare la vita, TUTTI…giorno dopo giorno…senza mollare mai..e se le cose non dovessero funzionare..ci si rimbocca le maniche e si riparte..

…tutto ha inizio da un‘idea…e finisce con un‘idea…e dalla condivisione di decine, migliaia, milioni, infinite idee diverse si dà vita a qualcosa che è molto di più della somma delle singole parti…

”make the best of it. And I hope you see things that startle you. I hope you feel things you never felt before. I hope you meet people with a different point of view. I hope you live a life you’re proud of. If you find that you’re not, I hope you have the strength to start all over again” (The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald)

…ma le idee da sole non bastano…nel mezzo tra un’idea e l’altra servono impegno e sudore…di tutti.. insieme!

Connettere le proprie specificità

Secondo il noto neuro-psichiatra Daniel J. Siegel, il nostro benessere psicofisico è prevalentemente legato al concetto di integrazione che Siegel definisce come il risultato di una fusione tra un processo di mantenimento della propria diversificazione e unitarietà e quello di connessione col mondo esterno…

La nostra cifra stilistica, l’impronta cioè che lasciamo nel mondo là fuori grazie al modo in cui esprimiamo noi stessi nella particolare danza rituale di “corteggiamento” col prossimo, prende vita dalle meravigliose specificità che contraddistinguono i nostri più intimi tratti caratteristici, le nostre visioni del mondo, i nostri comportamenti, i pensieri…le emozioni, con l’unica finalità di incontrarsi a mezza via con le specificità e le diversità degli altri 7 miliardi di esseri che popolano questa terra..

Questa danza speciale e meravigliosa di mente, corpo e anima prende forza e nutrimento da 4 elementi fondamentali che costituiscono la linfa di una vita vissuta in armonia e connessione:

1. PASSIONE —> è il carburante che dà vita all’azione; quei vortici emozionali, sensazioni corporee, alti e bassi…sudori freddi..palpitazioni che ci fanno percepire che la vita si sente nel corpo oltreché nell’anima…

2. CONNESSIONE —> è la nostra parte sociale…sentirsi parte di un gruppo al cui benessere pensiamo di poter contribuire e da cui riceviamo un significato e un senso di appartenenza…

3. CORAGGIO —> il desiderio di prendersi qualche rischio, uscire dalle proprie aree di comfort per andare incontro ai nostri desideri, obiettivi, sogni…

4. IMMAGINAZIONE —> la capacità di far emergere da dentro una ispirazione creativa che ci spinge ad andare contro lo status quo, a pensare fuori dagli schemi, lontano dal volere comune..

Vi auguro una vita vissuta con PASSIONE grazie alla quale possiate intessere RELAZIONI soddisfacenti da cui ricavare quell’energia necessaria a estrapolare il CORAGGIO atto a vincere le vostre paure più o meno debilitanti con cui liberare nel mondo la vostra forza interiore creatrice attraverso cui IMMAGINARE un futuro migliore per voi e per il mondo nella sua totalità…

Amare è lottare

Amare si può solo all’ombra del coraggio,

tutto il resto puzza di oltraggio!

Codardi del mondo, potenti della terra

voi pensate al denaro e alla vil guerra.

Che per l’amore fedele, fiero e sincero,

serve forza, fiducia e passione del Vero.

Amanti e poeti del globo rissoso,

urlate di pancia col cuor generoso.

Buttatelo avanti senza mai indietreggiare,

che in vita si crepa di paura e timore.

Le genti han bisogno di Spe per qualcosa,

che di pane e formaggio, in tavola, ce n’è a iosa.

Su allora accorrete, gridanti e gioiosi,

Amor e Coraggio oggi si fan sposi!

Non serve alcun dono di materia e cartone,

ma una sana fiducia e tanta partecipazione .

Un amore perduto…

Avea negli occhi un sentore sfumato

di un amore lontano, atterrito, svanito.

In ogni suo sguardo affacciato sul mondo

c’erano tracce di dolore fecondo.

Pareva un nonnulla a gettar l’occhio in superficie,

ma sotto la buccia..una voragine vorace

che in ogni occasione, mondana o interiore,

creava sol guai nel profondo del cuore.

Da essa sgorgavano ricordi mai spenti

di notti d’estate e di abbracci bollenti.

Nel pensiero affannoso era lì al suo fianco,

Che meraviglia! Un tempo lei era stata il suo vanto!

Percepiva i suoi gemiti e i suoi baci financo!

E la mano gentile lentamente scendea

e in ruvide carezze si prodigava,

finché nel culmine di un posticcio piacere

ripiombava nel sonno di un eterno mai dire.