Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 6 Il duplice malinteso

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Anna è seduta sul sedile posteriore dell’auto in un pomeriggio inoltrato di Maggio, a fianco a lei Paola; Gianni e Pietro occupano i sedili anteriori, Gianni è alla guida.

Hanno lasciato Bologna da circa quaranta minuti e dal momento in cui sono saliti in auto nessuno ha proferito parola; l’aria è pesante e quella spensieratezza che aveva unito i quattro un tempo, ora è solo un debole ricordo. Ognuno è assorto nei propri pensieri, buona parte dei quali riguardano qualcuno degli altri tre; covano sotto la cenere una serie di rancori incrociati che non aspettano altro che una scintilla per esplodere. Sono come quattro mine vaganti pronte a brillare al minimo tremore dell’ambiente circostante.

Anna sta riflettendo e scandagliando le relazioni che ha con gli altri tre componenti del gruppo: non prova nessuna forma di nostalgia per quanto avevano e quanto hanno perso, ma solo una asettica curiosità di capire quale fosse il collante che li ha tenuti così uniti per poco meno di vent’anni. In alcuni momenti ha pure provato a sforzarsi di rimettere insieme i pezzi sparsi della loro storia che sente non appartenerle più, ma appena si è trovata davanti, a turno, uno dei tre amici, quella buona volontà di provare a ricucire qualcosa, si è annegata nel mare dei rancori e  dei sensi di colpa.

Lei stessa, se si guarda dentro non è più quella di qualche mese prima: sono cambiate tante cose e la vicenda con Claudio Zanetti, il consulente con cui aveva avuto quella serata di trasgressione totale, ha definitivamente sancito la fine di ciò che Anna era stata in passato. Nei giorni successivi a quella vicenda, aveva attraversato dei momenti di totale confusione: non si riconosceva più e non aveva ancora capito che piega avrebbe preso la sua vita in futuro. Pian piano che i giorni passavano, quel senso di smarrimento e vuoto interiore, aveva lasciato il posto a un indurimento generale del suo modo di affrontare la vita e trattare gli altri. È diventata molto più impaziente verso le situazioni di indolenza e indecisione delle persone che si trova innanzi, Gianni in primis e quando qualcosa non va come lei desidera, si fa prendere da scatti di rabbia che la trasformano emotivamente e fisicamente. Anche i lineamenti si sono induriti, probabilmente anche a causa di un dimagrimento notevole che l’ha coinvolta negli ultimi mesi. Questo cambio importante nella vita di Anna è dovuto anche all’uso della cocaina: dopo la serata passata con Zanetti infatti, ha iniziato a farne uso con sempre più frequenza e questo contribuisce a far emergere il suo lato aggressivo e poco disponibile. Oramai sente che la strada imboccata è a senso unico: non può più tornare indietro ma solo spingere l’acceleratore a fondo guardando avanti.

Osserva il paesaggio fuori dal finestrino perdere nitidezza di contorni con l’aumentare della velocità dell’auto e ripensa a quella mattina, qualche mese prima, quando si è dovuta recare in ospedale per il raschiamento che avrebbe posto la parola fine su quella gravidanza inaspettata e indesiderata. Per un momento, dopo aver saputo di essere rimasta incinta, aveva pensato di tenere il bambino: in fondo, si era detta tra sé, quante ragazze madri ci sono a questo mondo che crescono i figli senza avere vicino la componente maschile? Ma poi quel pensiero aveva lasciato il posto ai timori di perdere ciò che aveva e ciò che in futuro avrebbe potuto diventare immolandosi completamente alle richieste del padre/padrone. Era più forte di lei: sentiva il desiderio di fare soldi, diventare ricca e potente come e più di quanto non lo fosse il padre e stava capendo che sarebbe stata disposta a tutto pur di non perdere quella occasione. Il denaro e il mondo che stava attorno ad esso erano gli unici aspetti per cui lei era disposta a fare sacrifici e scendere a compromessi; tutto il resto poteva essere cestinato. Questi erano stati i pensieri che l’avevano spinta ad abortire quella mattina, dopo alcuni giorni passati nell’angoscia dell’indecisione.

C’era poi un altro aspetto che prendeva i pensieri di Anna quel pomeriggio dentro l’auto che li stava conducendo a Ravenna al matrimonio di un amico comune: da quella mattina che aveva aperto il proprio cuore al fratello Pietro raccontandogli tutto quello che era successo con Zanetti, lo odiava. Lo odiava in primis perché la reazione che lui aveva avuto al racconto di quella sua serata sfrenata, pensava fosse la causa delle decisioni che lei aveva preso nelle settimane successive. Al fratello gli addossava la responsabilità per essersi fatta prendere completamente dalla droga. Lo colpevolizzava inoltre di averle fatto prendere la decisione di abortire e lo detestava perché di fronte a una sorella che gli aveva aperto il cuore con onestà, lui si era più preoccupato per Gianni e per il gruppo di amici. Anna pensava che sarebbe bastato che Pietro l’avesse stretta in un abbraccio infinito quella mattina, rassicurandola che tutto sarebbe andato bene, per farle riacquistare fiducia in sé stessa e forse tutto quello che era stato, avrebbe ripreso vigore.

Sentiva rancore anche nei confronti degli altri due amici e verso sé stessa: quello che c’era stato tra di loro in passato aveva deformato tutte le sue percezioni in fatto di scelte prese e da prendere. Quell’aborto, ora seduta lì in quella macchina con tre persone a cui era stata legata in modo fraterno e che ora non riconosceva più come tali, era anche e soprattutto la conseguenza di un senso di colpa che la corrodeva dentro in silenzio: da subito aveva considerato quanto successo con Zanetti un atto di tradimento verso gli amici più che verso il fidanzato e quel senso di colpa l’aveva spinta ad abortire per evitare che il gruppo dei quattro si sfaldasse.

Era una vita che ognuno dei componenti dentro a quel gruppo prendevano decisioni più o meno importanti facendosi guidare solo ed esclusivamente dal timore che l’amicizia si sarebbe potuta rompere. E questo aveva condizionato enormemente la la loro vita.

L’unica che in apparenza sembrava non essersi fatta traviare dal preservare il gruppo di amici era Paola che, con quella sua calma proverbiale e quell’equilibrio che sembrava avere radici orientali, non aveva mai rinunciato a se stessa.

Comunque questa forma di vita in comune con gli altri tre, Anna non la sopporta più: ha bisogno di prendere le decisioni pensando solo ed esclusivamente a sé stessa e poco importa se queste hanno degli influssi negativi sul gruppo; in poche parole, ha bisogno di riappropriarsi della propria vita.

E poi c’è Gianni: con lui le cose non andavano più come un tempo da mesi e ora, guardandolo lì intento a guidare, con quei suoi modi un po’ goffi e indecisi di affrontare ogni cosa, non comprende più quale sia stato l’elemento principale che l’aveva attratta di lui. L’unica certezza che ha, è che non lo ama più: nelle ultime settimane lui, com’era ovvio che fosse, aveva tentato più volte di fare l’amore, ma lei si era sempre negata. Di quella forma di sesso da fidanzati non le interessava più nulla: quel suo lato aggressivo da dominatrice sentiva appartenerlee percepiva che quella era la sua porta di accesso alla vita di domani. 

Infine Paola: le cose si complicano un po’ quando pensa a lei. In realtà è consapevole che entrambe, lei e l’amica, hanno lasciato in sospeso un argomento dopo quel pomeriggio di qualche anno prima alle Canarie, ma quello è un aspetto della sua vita che lei proprio non sa come affrontare e soprattutto, visto il desiderio che ha di entrare in certi ambienti che profumano di soldi e di potere, svelare la propria omosessualità, potrebbe essere deleterio per il suo futuro. È vero, è un atto di codardia, ma è espresso per raggiungere un obiettivo più importante. Ora, nella sua vita, non c’è spazio per una relazione, oltretutto un amore lesbico che nascerebbe all’insegna delle complicazioni e del dover dare spiegazioni a tutti, in prima battuta a suo padre.

Ha bisogno di semplificarsi la vita: non vuole avere inutili pesi e rotture di scatole. Paola è lì; la percepisce come qualcosa di sospeso nel tempo, quasi l’avesse congelata per tirarla fuori dal congelatore se un domani ne avrà bisogno. Di lei si fida ciecamente e soprattutto la stima e la rispetta per aver taciuto quanto successo tra loro due e non averle mai fatto pressioni di nessun genere, nonostante capisca che per lei non deve essere stato facile e per questo la rispetta e la stima ancora di più. Non vuole assolutamente riconoscere a sé stessa che le vuole bene, perché aprirsi a quel tipo di sentimenti nei suoi confronti, significherebbe aprire una breccia su una voragine dentro cui potrebbe perdersi facilmente.

Si gira a guardare l’amica seduta di fianco a lei; è incredibile quanto sia in grado di essere serena e felice in ogni situazione, anche in un’occasione come quella, nella quale la tensione fra i quattro è talmente densa da potersi tagliare con un coltello.

In realtà Paola è comunque molto rammaricata nell’animo: è brava ad incassare e nel tempo a farsene una ragione, ma la vicenda con Anna le ha fatto passare non poche notti insonni. Non prova rancore verso l’amica: ci è passata anche lei per quel tipo di indecisioni che riguardano la propria natura sessuale e sa che possono rappresentare degli scogli insormontabili, soprattutto quando si ha un padre come quello di Anna e una madre completamente alla mercé di un despota che vuole sempre prevaricare su tutto e tutti. È difficile affrancarsi da quel tipo di situazioni, oltretutto quando lo stesso padre è colui che ti può aprire le porte di un’arena fatta di soldi e potere. All’inizio aveva provato un misto di rabbia e invidia nei confronti di Gianni ma poi, col passare del tempo, il bene fraterno che prova e quella sua aria da eterno bambino, avevano sciolto ogni forma di rancore nei suoi confronti e ora, anzi, soffriva pure a vedere il fratello starci male per quel cambio di comportamenti molto marcato che Anna sta dimostrando nei suoi confronti. Tutto sommato Paola ora sente che la sua vita sta prendendo la piega giusta, sebbene non sia la piega che lei avrebbe desiderato, ma è consapevole che bisogna lasciare andare le cose come devono andare.

Nella parte anteriore dell’auto le cose per i due maschietti sul fronte pensieri negativi e rancori non vanno molto meglio.

Gianni è praticamente uno zombie da quando ha percepito che Anna è uscita dalla sua sfera di influenza. Continua a pensare e ripensare dove e quando ha fatto qualche passo falso che li ha condotti su quel binario morto della loro relazione; non riesce proprio a uscire da quell’impasse di pensieri. Le ha chiesto più volte di dirgli tranquillamente se nella sua vita c’è un’altra persona, ma lei continua a negare e a fargli presente, non senza qualche insulto di mezzo, che il motivo della loro crisi è dovuta ad altro che però non si è mai degnata di specificare. Gianni tra le altre cose non può più nemmeno contare sulla spalla amica e fidata dell’amico Pietro: quando in passato le cose con qualche ragazza per lui non si erano messe bene, Pietro gli era a fianco a dispensare consigli con aria decisa e maestra. Ma è qualche mese che, quando Gianni prova anche solo ad accennare ai problemi che ha con Anna, Pietro si defila completamente dal discorso e in alcune occasioni è pure scappato pur di non affrontare l’argomento. Gianni non capisce quel comportamento dell’amico: è vero che Pietro è fratello di Anna e potrebbe non avere voglia di immischiarsi, ma considerando l’affiatamento che c’era fra di loro un tempo, gli sembra un comportamento comunque molto strano e alquanto eccessivo nei suoi confronti. Tra le altre cose, mentre un tempo il loro rapporto era sempre stato all’insegna della presa in giro e della spensieratezza e loro su quello avevano tessuto le fila di un’amicizia spontanea e spassosa, ora a Gianni sembra di parlare con un bacchettone settantenne da tanto pomposo e viscoso è il modo di colloquiare dell’amico. Non ha più voglia di stare allo scherzo e in alcune occasioni Gianni ha cercato pure una scusa per evitare di doverlo sopportare oltremodo tanto è pesante nei suoi modi di esprimersi.

I pensieri di Pietro, a fianco, sul sedile del passeggero, sembrano viaggiare all’unisono con quelli di Gianni: l’argomento infatti è lo stesso e cioè Anna. Mentre Gianni è completamente in balia dei suoi pensieri perché non riesce a capire quella ritrosia della ragazza, Pietro lo è perché sa fin troppo di quello che ha combinato la sorella ultimamente e questo gli genera un senso di colpa micidiale nei confronti dell’amico fraterno. È talmente combattuto tra tenere la parte alla sorella non svelando quanto lei gli ha detto mesi prima da un lato e, dall’altro, cedere al bene che sente nei confronti dell’amico, raccontandogli ogni cosa, che preferisce quasi non frequentare più Gianni per evitare di stare male ogni volta. E questo aspetto gli sta provocando un dolore all’anima insopportabile perché conosce l’amico e sa che proprio ora avrebbe bisogno di averlo accanto.

Nei confronti di Anna invece prova un odio smisurato: non la considera quasi più sua sorella e ogni volta che lei apre bocca, lui interviene intromettendosi con modi rudi e volgari giusto per il piacere di farla arrabbiare. Ad averlo così infastidito di Anna non è stato ciò che ha fatto, bensì il fatto che lei ha generato tutto quel casino per legare l’asino dove vuole il padrone e il padrone in quel caso è il padre. L’odio che provava e prova per il padre ora lo ha esteso anche alla sorella che a lui sembra sempre più simile, nei modi di fare e pure nelle fattezze, a quel gerarca nazista del genitore.

È vero, come gli ha rinfacciato Anna mesi prima durante quella conversazione, lui ha combinato un gran casino quel giorno di qualche mese prima appiccando l’incendio doloso in azienda dal padre, ma per quel casino sta pagando quello che deve pagare e non si è di certo venduto ai soldi del genitore per comodità. 

I pensieri di Pietro inoltre sono molto confusi per via della probabile condanna che di lì a poco vedrà pendere sulla sua testa: ha parlato ultimamente con il suo avvocato il quale gli ha riferito di prepararsi al peggio, visto anche la reazione inaspettata avuta dal padre a quel suo gesto idiota di qualche mese prima.

“Parcheggia lì Gianni, sul prato, anche se dobbiamo fare due passi a piedi non fa nulla!”

L’auto coi quattro a bordo è giunta al luogo dove si svolgerà il matrimonio.

“Per te non farà nulla! Noi abbiamo i tacchi e camminare sull’erba non è per niente facile!” Anna risponde al fratello con un tono così sgarbato che Paola impercettibilmente le tocca un braccio come per trattenere quella sua irruenza. In quel frangente Anna guarda l’amica con fare truce: sembra che non voglia essere contraddetta da nessuno; è come se avesse un fuoco dentro che arde e la fa scattare per ogni piccola cosa.

“Va bene calmatevi voi due!“ Risponde Gianni facendo il pacificatore, “ora vi accompagno con la macchina fino davanti all’entrata e poi, se non trovo posto, vengo a parcheggiare qui.”

Il matrimonio si tiene nel parco di una delle ville più antiche del territorio ravennate, una residenza con 400 anni di storia alle spalle, completamente immersa nel verde, che affittano per festeggiare matrimoni di lusso.

Gianni ha lasciato i tre amici davanti alla porta di ingresso ed è andato a parcheggiare l’auto poco distante; quando entra all’interno del parco della villa, rimane sorpreso dal fatto che nessuno degli amici si sia fermato ad aspettarlo. Ancora scocciato da quella mancanza di rispetto nei suoi confronti, scorge Pietro poco distante sulla destra dell’entrata, vicino al tavolo degli aperitivi: è intento a parlare con una ragazza. È tipico suo pensa: appena arriva in un luogo che non conosce, deve marchiare il territorio come fosse un cagnolino che fa la pipì sugli alberi tutt’intorno. Ha bisogno di generare più contatti sociali possibili, meglio se con esponenti del sesso femminile.

Gianni si avvicina al tavolo degli aperitivi e si mette proprio dietro la ragazza con cui Pietro si sta intrattenendo e siccome questa, sebbene lui le stia appiccicato al sedere come fosse un francobollo, non vuole capire che se ne deve andare perché ha un’urgente bisogno di parlare con l’amico, le spara in faccia un:

“Senti, ci sono un milione di ragazzi alla festa, molto più carini del mio amico qui, credo tu meriti di meglio!” E con la mano la sposta letteralmente di lato; ha urgente bisogno di parlare con Pietro.

“Non sei stato carino con Sonia.” Lo rimprovera Pietro a voce alta.

“Ma che cazzo me ne frega di quella lì; ora tu mi dici che cazzo hai con me da qualche mese a questa parte!” Gianni è concitato e quello stato d’animo si percepisce nell’urgenza e nella trivialità che mette in ogni parola.

Nel frattempo è pure arrivata Paola.

“Ohh ma sei impazzito? Ti sei mangiato un fungo allucinogeno nel tragitto dal parcheggio a qui?” Pietro vuole cercare di far finta che tutto sia come un tempo e che quelle siano solo fantasie distorte di Gianni, ma un leggero tremore nella sua voce dimostra quanto lui ci stia male per quello che sta tenendo dentro.

“Che succede ragazzi? Qual è il problema adesso? Una volta voi due eravate inseparabili e ora sembra che veniate da due pianeti diversi da quanto uno è estraneo all’altro.” Paola prova a inserirsi nel discorso per fare da paciere.

“Tu Paola devi stare fuori da certe faccende che ci riguardano, hai capito?” Le risponde scorbutico Gianni.

“Ah sì, se la metti così Gianni hai proprio ragione me ne devo stare fuori da certe situazioni!”

La nonchalance di Paola in alcuni frangenti è micidiale per quanto riesce a mantenere la calma in situazioni nella quali altri reagirebbero bruscamente.

I due vedono Paola allontanarsi con passo leggero e Gianni torna alla carica con ancora più energia in corpo di prima:

“Pietro non prendermi per il culo: ti conosco da troppo tempo per non percepire che c’è qualcosa che non va con me!”

Gianni sta mettendo l’amico all’angolo; questa volta ha deciso di andare fino in fondo a costo di rimetterci l’amicizia, ma deve capire che cosa sta succedendo a loro quattro e a Pietro in particolare.

“Non te la devi prendere con me Gianni, prenditela con la tua ragazza va bene?” Pietro sta alzando la voce, lui che ha sempre fatto della arte retorica recitata con fare gentile la spina dorsale del suo modo di essere, ora sta perdendo le staffe.

“Che cosa c’entra ora Anna? Stai parlando a vanvera tu, ora?”

“Niente affatto Gianni, non sto parlando a vanvera, ma non ho nemmeno voglia di parlare con te di una cosa che riguarda voi due, tu e Anna! Non mi puoi costringere a parlare se non voglio farlo.”

Questa inaspettata risposta di Pietro, con tono grave e alquanto alterato, fa innervosire ancora di più Gianni:

“Che cazzo significa che non vuoi raccontarmi cos’è successo? Noi ci siamo sempre raccontati tutto Pietro, tutto!”

Gianni è concitato e in parte disperato perché lentamente sente la sua vita andare in frantumi: prima la fidanzata e amica da una vita; ora anche il suo amico fraterno.

“Che cosa ti ho fatto dimmi, per meritarmi la tua freddezza, soprattutto in un momento così complesso della mia vita?”

Quelle parole attivano le emozioni di Pietro al punto che, non sapendo più come uscire da quella situazione insopportabile, scappa più veloce che può da quella morsa verbale dentro la quale lo aveva stretto Gianni, lasciando l’amico immobile, lì in mezzo a decine di persone di cui conoscerà il 10%, con un bicchiere di prosecco in mano e la mandibola inferiore crollata come fosse un bracco che ha appena visto una allodola nel prato adiacente.

Dopo qualche istante di totale annebbiamento mentale, si riprende, appoggia il bicchiere ancora pieno sul tavolo e si mette alla ricerca frenetica di Anna: interroga tutti quelli che incontra e che conoscono entrambi, per sapere se l’hanno vista. Sembra un toro dentro l’arena, da tanto il suo incedere è concitato e furibondo; gli occhi sono fuori dalle orbite e sta assumendo un andatura rude e sgraziata tanto gli grava sul petto la necessità di sapere cosa sia successo alla fidanzata. Si alternano nella sua testa un milione di pensieri, tutti di natura negativa, che contribuiscono a far montare in lui un misto di ansia, paura e rabbia esplosivi.

Gli invitati che incontra lo guardano quasi fosse pazzo e probabilmente in quel frangente una vena di follia momentanea si è insinuata fra i suoi pensieri sani: non sta più rispondendo di sé, sente i battiti del cuore accelerare per ogni persona che incontra che non sa dirgli dove si trovi Anna.

Si sta recando verso la villa per cercare tracce di lei all’interno, quando si sente tirare per la giacca da dietro: si gira in modo così concitato che Paola pensa le voglia sferrare un pugno sul viso.

“Fermati fratello, fermati! Ti prego!”

Paola pensa che tutta quella folle corsa di Gianni, sia dovuta al fatto che Pietro, messo a conoscenza dalla sorella Anna in merito a quanto successo tra loro due quel pomeriggio nella stanza alle Canarie, gli abbia raccontato ogni cosa pervaso dai sensi di colpa.

“Fermati, ti prego! Posso spiegarti ogni cosa Gianni!”

Oramai il malinteso ha preso forza e da lì non si può più tornare indietro.

“Spiegarmi cosa Paola, spiegarmi cosa ? Cazzo!”

Gianni è sempre più agitato al pensiero che anche Paola sappia tutto e l’unico pirla a non essere al corrente di una cosa che lo riguarda è  proprio lui.

“E’ nato tutto per caso quel pomeriggio di cinque anni fa quando ci recammo alle Canarie.”

Gianni è in totale stato di confusione e le parole della sorella non stanno contribuendo certo a fare chiarezza.

“Vieni al dunque Paola!” Urla: la gente lì attorno lo osserva con fare incuriosito.

“Quello che è successo non è stato un semplice incontro di sesso, ma dietro c’era e c’è un sentimento profondo.”

Gli occhi di Gianni si sgranano: sta cominciando a capire qualcosa di quella storia intricata ma è talmente incredulo da essere quasi inebetito.

“Ma sentimento di cosa verso chi Paola? Cosa cazzo mi stai raccontando?”

In quel frangente Paola capisce che sono entrambi vittima di un malinteso e che Pietro non aveva raccontato nulla in merito alla storia che avevano avuto lei e Anna anni prima, ma oramai è troppo tardi, da lì si può solo avanzare.

“Gianni, io e Anna 5 anni fa abbiamo fatto sesso in quella quadrupla alle Canarie, intanto che tu e Pietro eravate in spiaggia!”

Paola ha vomitato quelle poche parole di getto, come se la velocità con cui le ha espresse facesse diminuire agli occhi di Gianni la gravità di quella confessione. Il fratello è immobile, a pochi passi da Paola, braccia penzolanti lungo il corpo: sembra un palloncino che si sta sgonfiando, man mano che la consapevolezza prende il controllo delle sue emozioni. Si lascia cadere in ginocchio sotto gli sguardi sempre più incuriositi dei presenti, alcuni dei quali si avvicinano per sincerarsi che stia bene. Paola gli si avvicina e piangendo gli prende la testa fra le braccia; lui non contraccambia l’abbraccio, le braccia ferme immobili lungo i fianchi quasi a fare da seconda pelle al corpo inginocchiato.

“Scusami tanto fratello mio, scusami tanto per quello che ho combinato!”

Lacrime amare scendono copiose rigandole il viso e inumidendo i capelli di Gianni che sembra ad ogni istante che passa sempre meno presente.

“Gianni parlami, dimmi qualcosa ti prego!”

Anche Paola adesso sta alzando la voce: è disperata, come se di colpo si rendesse conto del male che ha provocato a quel fratello con cui ha sempre condiviso ogni cosa, come se fossero dello stesso sesso. Fin da bambina, sebbene fosse due anni più piccola di Gianni, aveva sentito dentro un desiderio spontaneo di proteggerlo e di amarlo quasi fosse delicato e fragile come ceramica e ora era lì avvolta nel suo dolore per essere stata la causa della distruzione di tre rapporti contemporaneamente: quello tra loro due, quello tra  lui e Anna e infine la causa della distruzione dell’amicizia di tutti quattro.

“Da te non me lo sarei mai aspettato, non me lo sarei mai aspettato!” Le parla con un filo di voce: tutta l’energia che si sentiva in corpo fino a pochi minuti prima è evaporata. Le orecchie gli fischiano, tutto sembra girare vorticosamente intorno al suo corpo; a sprazzi gli sembra pure di non ricordare nemmeno dove si trovi. Scosta la sorella da sé con le ultime forze che gli sono rimaste in corpo.

“Mi fai schifo! Ma non per quello che sei veramente, ma per come ti comporti, tu con quell’aria da finto maestro zen, sei la peggiore di tutti noi, la peggiore!”

Si rialza e con passo incerto da zombie si dirige all’interno della villa in cerca dei bagni lasciando Paola lì in mezzo agli sguardi incuriositi dei presenti. Ha bisogno di sciacquarsi la faccia con l’acqua fredda. Non è nemmeno più tanto sicuro di voler incontrare Anna; non saprebbe come affrontarla e cosa dirle. Ha solo voglia di bagnarsi la faccia e fuggire via da quel palazzo che gli mette l’ansia, tanto è rimasto fermo all’epoca in cui lo hanno costruito. Per un attimo si sente come gli affreschi settecenteschi sui muri di quella villa imponente: anche lui e gli altri tre sono rimasti indietro a 18 anni prima quando si conobbero in quel villaggio turistico in Sardegna. Per certi versi è come se la loro storia non li abbia fatti evolvere verso la maturità. È come se fossero tutti rimasti al loro stato di bambini per una raggelante paura di cambiare: qualunque forma di cambiamento, anche il più infinitesimale, avrebbe potuto compromettere la loro amicizia e su quella minaccia che si erano auto imposti, tutti quattro avevano costruito una vita fatta di insane dipendenze reciproche.

Entra nel bagno e corre ai lavandini: gli sembra di soffocare e spera che la sensazione di fresco dell’acqua gli dia un po’ di sollievo. Si toglie la giacca e la appende al soffione asciugamani e si arrotola strette le maniche della camicia: con gesti ampi e voluttuosi comincia a gettarsi manate d’acqua sulla faccia, bagnandosi al contempo anche i pantaloni e la camicia.

“Mi spiace non avertelo detto prima Gianni, ma sono stato combattuto! Non dimenticarti che lei è sempre e comunque mia sorella ed io ero in mezzo tra due tipi di amore diversi: l’amore fraterno e il bene che io voglio a te amico mio.”

Gianni sente la voce di Pietro che gli arriva alle orecchie da dietro le spalle; probabilmente era talmente concitato entrando nella toilette, da non essersi reso conto che l’amico era lì.

“Certi tipi di relazioni quali quelle che noi inconsapevolmente abbiamo creato con la nostra amicizia alla lunga possono risultare malsane Gianni e infatti siamo arrivati al dunque: quello che abbiamo sempre cercato di scongiurare, la separazione del nostro gruppo di amici forte e coeso, si sta avverando oggi, nel luogo sbagliato e con modalità inaspettate. Ma credimi, venire a sapere dalla bocca della propria sorella, che fra le altre cose è la fidanzata del tuo migliore amico, che ha avuto un’avventura extraconiugale con uno sconosciuto più grande di lei di 20 anni, sotto l’effetto della cocaina e per di più a causa di quella storia di sesso lurido e marcio lei è rimasta incinta, non è una notizia semplice da affrontare per chi come me si è trovato in mezzo.”

Pietro fa una pausa e in quel frangente vede Gianni voltarsi: sembra una statua di gesso, immobile, è bagnato come fosse appena uscito in camicia e pantaloni da una vasca di acqua fredda, e dallo sguardo capisce di averlo perso per sempre.

Per Gianni è veramente troppo: in un pomeriggio, a distanza di nemmeno mezz’ora è venuto a conoscenza che Anna se l’è fatta con sua sorella anni prima e che ha avuto una storia di sesso e droga con uno di cui è rimasta pure incinta qualche settimana prima. Senza dire nulla all’amico, esce per sempre dalla sua vita sancendo definitivamente la fine di quell’alleanza malsana con quelle tre persone a cui aveva affidato la propria vita e a cui tanti anni prima avevano dato il nome di ‘quattro cavalieri della tavola rotonda.’

 

 

 

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

Pagare per un reato non commesso – Parte 8

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

L’aereo di Christian è in ritardo di un paio di ore rispetto all’orario previsto di atterraggio all’aeroporto di Entebbe in Uganda.

Durante il volo da Roma la sua testa non ha fatto altro che rimbalzare tra i pensieri relativi alla settimana appena conclusasi e i ricordi legati alla sua infanzia.

Da qualche tempo sente una nostalgia intensa di suo padre che, dall’età di 12 anni in poi, ha rifiutato come si rifiuta un corpo estraneo, lo stesso rifiuto che lui, osservandosi allo specchio, provava verso se stesso all’epoca.

Fino ai 20 anni non aveva più permesso a Khamisi di ficcare il naso nella sua vita e poi la confessione di Claretta di quella sera, aveva di colpo cambiato i suoi atteggiamenti verso di lui.

Avrebbe voglia di averlo al suo fianco, lì su quell’aereo a 12.000 metri d’altezza; vorrebbe guardarlo negli occhi per chiedergli semplicemente scusa, per tutto quello che gli ha fatto passare, per essere stato un figlio così ingrato, per aver denigrato la sua cultura e il colore della loro pelle, ma è consapevole che la vita non può essere riavvolta come si fa con il nastro di una videocassetta; non si possono rivivere i momenti passati modificandoli a proprio piacimento per rimediare agli errori fatti.

Chiama la hostess e si fa servire un whisky: il superalcolico scende lentamente bruciandogli leggermente la gola e poi giù per l’esofago fino a infiammargli le budella. Ha bisogno di farsi invadere la testa dai fumi onirici che solo l’alcool è in grado di provocargli.

Dopo lo show che ha fatto in diretta nazionale la settimana prima davanti a 5 milioni di telespettatori all’insegna del ‘mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa dicendo quello che penso’, la vita di Christian è stata completamente rivoluzionata da due aspetti: il primo, che si è beccato una querela da parte dell’onorevole Candiazzo per averlo pubblicamente offeso in diretta; e il secondo, che è stato convocato d’urgenza alla sede di Londra dell’associazione umanitaria, per una riunione durante la quale i membri del consiglio di amministrazione gli hanno comunicato, senza troppi giri di parole, che di persone come lui non sanno che farsene e che nel giro di 20 giorni dovrà lasciare l’Uganda dove da anni ha fatto base operativa per i suoi spostamenti nell’Africa Subsahariana.

Non è preoccupato per la sua carriera: le proposte stanno fioccando, soprattutto da quando sui blog e social di mezza Europa un gruppo di follower e sostenitori delle organizzazioni umanitarie lo ha eretto a sua insaputa a paladino della difesa di un sistema non corrotto di raccolta fondi.

È un’altra la preoccupazione che si fa gioco della sua testa provocandogli fastidiosi mal di stomaco: ed è quella sua costante incapacità di gestire la rabbia.

Non è in fondo molto cambiato da quando era adolescente: all’epoca era instabile emotivamente e insicuro a causa di quel corpo dentro cui si sentiva un ospite indesiderato e dava sfogo ad eccessi di rabbia inconsulta per ogni piccolo evento che destabilizzava la propria quotidianità. Oggi, sotto la superficie di un’apparente stabilità caratteriale, si nasconde lo stesso identico ragazzo di 25 anni prima, pronto a scattare e surriscaldarsi appena qualcosa non gli va a genio; nulla in tal senso è cambiato.

Non c’è dubbio, pensa, che se lui fosse stato al posto dei suoi capi, avrebbe reagito alla stessa maniera alla vista di quel loro collaboratore che in diretta tv si era comportato malamente al punto da mettere in cattiva luce l’associazione. Se ripensa ora alla figura fatta durante quella trasmissione, si sente un perfetto idiota: sarebbe stato sufficiente farsi prendere dalla corrente e galleggiarci in mezzo e nel giro di un paio di ore i giochi sarebbero finiti, lasciando tutti contenti nei loro ruoli più o meni importanti.

Si è comportato in modo scorretto ed è sacrosanto che sia stato cacciato fuori malamente. Ritiene che quel licenziamento con diffamazione, insieme alla querela sporta dall’onorevole Candiazzo, siano solo una piccola parte delle pene che gli spetterebbe pagare per quella sua vita vissuta all’insegna della reazione agli eventi senza riflessione alcuna. Il mondo, riflette intanto che la hostess gli serve un altro whisky, va avanti anche senza bisogno di supereroi del cazzo come lui.

Un irrefrenabile impulso alle gambe lo mette in stato di agitazione: avrebbe bisogno di muoversi. Deve trovare un diversivo che lo distragga, perché l’alcool non sta avendo gli effetti desiderati; si alza e si gira verso il fondo dell’aereo, fa qualche passo ma poi si risiede. Il concetto di passeggiata su un aereo è abbastanza ridicolo pensa. Si siede di nuovo al suo posto; si mette le cuffie e prova a guardare un film ma dopo qualche minuto i pensieri di prima ricominciano a muoversi sulla superficie della sua coscienza, creandogli sudori e forti disagi. Con tutto se stesso sta cercando di tenere a bada l’irrazionalità dei movimenti del proprio corpo ma invano e in quel frangente gira lievemente la testa verso il passeggero seduto a fianco: gli cade l’occhio sul titolo della prima pagina di cronaca scritto a caratteri cubitali:

Trovato il colpevole dell’omicidio della Garbatella: è lo zio!

Gli ritorna alla mente, come fosse successo il giorno prima, il titolo comparso su ‘Il Resto del Carlino’ del 12 agosto 1996.

Trovato il corpo senza vita di un ragazzo nelle campagne della bassa: gli inquirenti indagano sullo zio, ex campione di maratona due volte oro olimpico statunitense/keniano

Quel giorno gli è rimasto impresso nella testa quasi fosse la sua seconda data di nascita o di morte, dipende da quale punto di vista la si osserva. I fatti accaduti in quel periodo infatti, hanno segnato la morte del vecchio Christian e contemporaneamente la nascita di una persona nuova, caratterizzata da un diverso paradigma mentale, almeno in apparenza.

Dopo il litigio profondo avvenuto tra Claretta e Khamisi quella sera, quest’ultimo aveva deciso di andare a vivere temporaneamente in ufficio, in attesa di trovare una sistemazione più consona.

Da qualche settimana si era lasciato andare oltremodo alla bottiglia, fatto per lui del tutto nuovo non avendo in vita sua mai toccato una goccia di alcool. Gli stessi suoi collaboratori erano profondamente preoccupati a vederlo in una condizione del genere, lui che aveva fatto della rettitudine di comportamenti la propria guida di vita in un’esistenza condotta all’insegna del dare sempre il meglio di se. Alcune mattine lo avevano addirittura trovato in ufficio con la barba incolta, ancora avvolto nei fumi dell’alcool notturni e in un paio di occasioni si era presentato davanti a clienti importanti in condizioni abbastanza imbarazzanti. Era entrato in un vortice di pensieri negativi che gli creavano una devastante voragine che credeva di poter colmare con litri di vodka.

Solo di una cosa Khamisi era certo e risoluto: non voleva più avere nulla a che fare con Claretta, la quale dal canto suo aveva tentato vari riavvicinamenti nelle settimane successive al litigio e ogni volta si era vista rifiutare con sempre maggiore risolutezza. Più passava il tempo, più lui sentiva di essere stato tradito come non si sarebbe mai aspettato da una persona a cui aveva dedicato anima e corpo per metà della propria esistenza. Si sentiva inoltre usato e privato di una parte fondamentale della propria vita ai danni di quella famiglia Sartor che Claretta aveva a parole sempre rinnegato, ma che nei fatti, posta davanti al bivio tra difendere lui o i membri sgangherati di quel nucleo compatto, aveva propeso per i secondi.

Christian invece, dopo quanto aveva udito uscire quella sera dalla bocca della madre, aveva cambiato repentinamente opinione sul padre: lo considerava la vittima di una famiglia bastarda che lui odiava profondamente e tutta la rabbia provata verso di lui era di colpo scemata.

Provava pena e dolore per il padre e questi due sentimenti insieme scavavano a fondo portando in superficie un senso di colpa dalle tonalità dilaganti: era consapevole di essere stato un pessimo esempio di figlio e alla luce del tradimento di cui era stato vittima il padre, Christian all’epoca stava cominciando a rivalutare anche il sistema educativo che aveva adottato con lui fin da piccolo, fatto di non violenza e di dialogo. Non c’era stata volta in cui il padre, anche di fronte a suoi comportamenti eccessivi, non si fosse preso l’impegno di spiegargli senza mai alzare il tono di voce e con la calma proverbiale di un monaco tibetano, cosa significasse vivere seguendo certi valori.

Avrebbe avuto voglia di rimediare e cercare per quanto possibile di ricostruire un rapporto con lui: quel pensiero lo spingeva a volte fin sotto l’ufficio e, vedendo l’auto del padre parcheggiata nei posti riservati alla direzione, era tentato di salire con l’unico scopo di buttargli le braccia al collo, ma poi il timore che Khamisi avesse potuto rifiutare quell’approccio spontaneo, lo facevano ritornare sui suoi passi. Stava quindi fermo immobile per delle mezze ore a fissare le finestre là in alto al terzo piano, nella speranza che Khamisi da dentro si affacciasse e gli facesse cenno di salire.

E più si avvitava nelle indecisioni e nei dubbi in merito a come riportare il sereno nei rapporti tra lui e il padre, più gli saliva dentro un istinto rabbioso e feroce di vendetta nei confronti della madre. Aveva completamente sostituito l’odio che provava per il padre facendolo convergere completamente sulla figura di Claretta; ma mentre l’odio verso Khamisi era qualcosa di totalmente irrazionale, verso la madre era un sentimento ragionato, che stava pian piano prendendo possesso dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti, sostenuti da una serie di emozioni forti e dirompenti che lo spingevano a mettere in atto una strategia vendicativa ben precisa e mirata.

Dopo aver passato qualche giorno a riflettere in merito al da farsi, un pomeriggio che si trovava in camera sua, steso sul letto a contemplare il soffitto, gli era venuta una illuminazione: aveva preso l’elenco telefonico e aveva cercato l’indirizzo di casa Sartor, la famiglia di uno dei due fratelli della madre.

Il pomeriggio successivo, si era recato in corriera a Budrio, il paese dove abitava lo zio con la famiglia e aveva girovagato per una buona mezz’ora finché non aveva trovato la villetta dove abitava la famiglia Sartor. Era rimasto appostato dietro una grossa quercia che si ergeva maestosa proprio di fronte a quella casa fino a tarda sera, tanto da rischiare di perdere l’ultima corriera utile per ritornare in città.

Per i successivi sette giorni, si era recato in quel luogo, attrezzandosi addirittura con zaino, bibite e panini, stando ben attento a non farsi beccare: non aveva un’idea ben precisa di cosa avrebbe potuto ricavare da quei suoi appostamenti in stile detective americano, ma sentiva che più stava nei paraggi della villetta di suo zio, più in lui cresceva la consapevolezza di voler fare del male a qualcuno di quella famiglia, poco importava a chi.

La cosa più giusta da fare, aveva pensato Christian, sarebbe stata quella di farla pagare direttamente al fratello di Claretta, per vendicare tutto il dolore che costui aveva causato al padre, ma a considerare la stazza dell’uomo, aveva convenuto fra sé che sarebbe stato meglio indirizzare i suoi comportamenti vendicativi verso qualcuno maggiormente alla sua portata fisica. E per questo la sua scelta era ricaduta su un ragazzino gracile e dall’andatura incerta che Christian aveva presunto fosse Michele, il cugino che non aveva mai conosciuto di persona per espressa volontà della madre. L’intento di Christian non era colpire lui in prima persona ovviamente, ma attraverso di lui provocare un dolore forte e un danno allo zio. “Il fine giustifica i mezzi Christian” andava ripetendosi per farsi coraggio, man mano che la strategia vendicativa si impossessava di lui.

Individuata la figura verso cui indirizzare la propria azione, nei giorni successivi Christian aveva cominciato a pedinare il ragazzo: dove andava il cugino, a debita distanza, appostato da qualche parte c’era lui. Voleva individuare quale fosse il luogo migliore per poter agire senza essere visto da nessuno.

L’idea che gli era venuta, sebbene non l’avesse ancora studiata nei dettagli e potesse sembrare alquanto bislacca a prima vista, era quella di seguire il cugino in una delle tante strade di campagna che si aprivano ramificandosi dietro la casa dove abitava coi genitori, caricarlo con le buone o con le cattive sull’auto, portarlo in aperta campagna e lì menarlo a dovere per poi buttarlo in qualche fosso non prima di avergli appeso al collo un cartello con scritto:

mio padre è un bastardo figlio di puttana e va in giro ad ammazzare di botte le persone facendola franca ‘quasi’ sempre.

Aveva bisogno di una macchina e di un luogo appartato dove potesse passare inosservato il rapimento del cugino.

Per quanto riguardava l’auto, gli era venuta un’idea: quando suo padre era andato via di casa si era portato con sé qualche effetto personale ma aveva per lo più lasciato lì ogni cosa e tra questi oggetti c’erano pure le doppie chiavi dell’auto.

Nei suoi appostamenti serali sotto l’ufficio del padre, Christian aveva notato che il genitore dopo le 20 di solito non usciva dall’ufficio; quello era l’orario migliore per prendere l’auto all’insaputa del padre, correre al paese dove abitava lo zio, mettere in atto il suo piano per poi riportare la vettura dove l’aveva trovata, il tutto ovviamente stando molto attento a non farsi beccare.

Il cugino, ogni sera intorno alle 9 usciva dalla villetta e con la bicicletta copriva i 3 chilometri che lo separavano dalla piazza principale del paese per raggiungere i suoi amici. Quello era il momento ideale per colpire: Christian aveva potuto constatare che una parte del tragitto era completamente in aperta campagna e la strada non era per nulla trafficata dopo un certo orario.

La mattina del 10 agosto si era svegliato di soprassalto alle 5: aveva interpretato quello come il segnale che era giunta l’ora. Appena quell’idea gli era entrata nelle vene, le mani avevano cominciato a sudare copiosamente. Sebbene fosse un irruente e un irascibile per natura, quel suo atteggiamento non era mai sfociato in atti di violenza deliberata. Anzi lui era molto bravo a scatenarsi verbalmente, ma quando percepiva che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega nei fatti, si defilava come un topino di campagna, impaurito e intimorito. Non aveva idea di come il suo corpo avrebbe reagito una volta che si fosse trovato di fronte quel ragazzino mingherlino. Se pensava però a suo zio e all’odio che provava per lui, allora le pupille si facevano piccole come pallini da caccia e istantaneamente tutti i dubbi evaporavano sotto gli effetti di un feroce e focalizzato desiderio di vendetta.

La giornata era scivolata verso la fine a grande velocità tra un ripensamento e l’altro, finché non erano giunte le 19,15, ora in cui il suo piano avrebbe dovuto prendere il via. E così era stato: dopo essersi guardato allo specchio per alcuni minuti, per trovare il coraggio necessario ad affrontare quell’esperienza dai contorni incerti, Christian era uscito di casa, non prima di aver infilato nello zaino Invicta che usava per i libri dell’università, il cartello con la scritta che avrebbe appeso al collo del malcapitato cugino, un passamontagna, una tela cerata, un coltello da cucina che la madre era solita utilizzare per tagliare la carne e un paio di guanti di lattice usa e getta. Non voleva lasciare impronte né dentro la macchina del padre né tantomeno sul coltello che pensava di portare con sé semplicemente per intimidire il cugino. In cuor suo non aveva la minima idea di come maneggiare quell’arnese con una lama da 20 centimetri e sperava proprio che lì dove l’aveva messo rimanesse e che non ci fosse nemmeno la necessità di estrarlo.

Alle 19,50, dopo essere sceso alla fermata adiacente l’ufficio del padre, si era appostato poco distante: con suo grande rammarico aveva constatato che l’auto di Khamisi non era parcheggiata al solito posto. Un gesto di rabbia lo aveva colto all’improvviso: aveva calciato violentemente un muretto situato lì a fianco provocandosi una dolorosa fitta alle dita dei piedi. Quel dolore si sommava all’agitazione del momento: il primo degli imprevisti in quel piano slabbrato e dalla messa a punto sommaria, gli stava facendo perdere la calma che gli sarebbe servita nelle ore successive al fine di evitare spiacevoli errori.

Stava cercando di tenere a bada se stesso, quando aveva sentito il rumore di un’auto giungere dalla strada principale e dopo pochi istanti aveva notato che era quella del padre.

Il genitore era sceso dall’auto in evidente stato di ubriachezza: barcollava al punto da non reggersi quasi in piedi da tanto aveva bevuto. Vedere suo padre in quello stato, aveva generato in Christian due sentimenti contrastanti: da un lato era sollevato dal fatto che in quella condizione non si sarebbe certo reso conto che l’auto non era in parcheggio; ‘per l’ora in cui lui fosse stato di ritorno, il padre era probabilmente bello che addormentato’ pensava Christian intanto che si infilava i guanti di lattice.

D’altro canto, vederlo ridotto in quelle condizioni, aveva rinforzato il sentimento di odio nei confronti della famiglia Sartor: ‘se il padre, che era sempre stato una persona equilibrata e che non aveva mai in vita sua toccato una goccia di alcool, si era ridotto così a causa della confessione che 20 giorni prima gli aveva fatto Claretta, allora la vendetta che lui aveva messo in piedi era la cosa corretta da fare.’ Questi pensieri gli avevano dato la giusta carica per procedere attraverso i vari step del piano che aveva pressappoco disegnati in testa.

Aveva atteso qualche minuto per dare il tempo al padre di salire in ufficio e quindi, estratte le seconde chiavi dell’auto dalle tasche dei jeans, si era mosso, zoppicando a causa del dolore alle dita dei piedi, fino alla vettura.

Era arrivato nei pressi della villetta alle 20,50 e si era appostato a una cinquantina di metri dal cancello di uscita, un po’ defilato dal bordo della strada per non dare nell’occhio.

Aveva quindi steso accuratamente la tela cerata nel bagagliaio dell’auto, stando attento a non lasciarne scoperto nemmeno un centimetro, per evitare che macchie di sangue o altri indizi compromettenti rimanessero dentro l’auto.

Alle 21 esatte il cugino era uscito, come ogni sera, con la sua bicicletta: l’adrenalina aveva iniziato a pompare nelle vene di Christian e un impercettibile tremore alle gambe lo aveva scosso al punto che per un attimo aveva pensato di abbandonare, ma ripensare a Khamisi riverso a terra, massacrato di botte dal padre di quel ragazzo che era appena uscito con la bici, gli aveva ridonato la carica necessaria per andare avanti. Si era infilato il passamontagna e si era accodato a debita distanza al cugino. Michele dal canto suo pedalava guardandosi intorno con aria spensierata, del tutto ignaro di quello che sarebbe capitato di lì a qualche istante.

Avanti 500 metri, Christian poteva scorgere il rettilineo dove aveva deciso di far scattare il piano di rapimento; aveva quindi accelerato quel tanto che bastava per avvicinarsi a meno di una ventina di metri dalla bicicletta. A quel punto il cugino, sentendo il rumore di un’auto a ridosso della ruota posteriore della sua bici, si era voltato facendo segno al conducente di passare. Christian aveva accelerato e appena superato il ragazzo gli aveva tagliato la strada facendolo andare a sbattere contro la portiera destra dell’auto; Michele era rimasto in piedi per miracolo.

“Che cazzo fai?” Il suo petto sembrava una fisarmonica da tanto era agitato e in affanno.

In quel frangente Christian aveva estratto il coltello dallo zaino che teneva sul sedile passeggero e sceso dall’auto aveva fatto il giro attorno alla stessa, trovandosi a meno di due metri dal cugino, coltello alla mano.

“Sali in macchina senza fare storie!” Anche Christian era in forte stato di agitazione; le mani sudavano non solo per la concitazione del momento ma anche perché il lattice non faceva traspirare a dovere la pelle, considerando i 30 gradi umidi della serata estiva.

“Su, sali ti ho detto!” Christian parlava a voce alta, segno che non aveva perfettamente il controllo della situazione: sentiva le gocce di sudore che dal cuoio capelluto inzuppavano il passamontagna attraverso i capelli, e lentamente scendevano dal collo fino alla t-shirt.

“Che cazzo vuoi da me! Hai sbagliato persona cazzo! Io non so chi sei!” Michele urlava e si guardava intorno per capire quale spazio di fuga potesse avere al fine di liberarsi da quella aggressione inaspettata. Era talmente docile e mansueto di carattere, che trovarsi di fronte ad una situazione di quel tipo, messa in atto da un folle col passamontagna calato sul volto e pure con un coltello tra le mani, lo aveva completamente mandato in confusione mentale.

“Sali in macchina ti ho detto!” Aveva ripetuto Christian avvicinandosi a meno di un metro dal cugino brandendo il coltello con gesti maldestri.

Vedendosela brutta Michele aveva mollato la bicicletta spingendola violentemente contro Christian e voltandosi di scatto, aveva saltato il fosso e si era messo a correre in mezzo ai campi.

Quello era il secondo imprevisto della serata; le cose, pensava Christian, non dovevano andare così, proprio non dovevano andare così. Quella mossa del cugino lo aveva spiazzato al punto da immobilizzarlo per qualche istante; doveva agire in fretta altrimenti la distanza tra i due sarebbe stata incolmabile.

Aveva quindi stretto ben forte il coltello nella mano e si era messo all’inseguimento del cugino correndo più forte che poteva. Poco più avanti Michele, voltandosi e vedendo che l’uomo lo stava rincorrendo a una trentina di metri col coltello in mano, aveva accelerato il passo perdendo al contempo il coordinamento e l’aderenza al terreno e questo lo aveva fatto cadere a terra. Era in lacrime, piangeva in modo disperato: “lasciami in pace…non so chi tu sia! Io non ho fatto male a nessuno!”

Intanto che urlava, aveva alzato le mani a protezione della parte superiore del corpo: a vederlo così, sembrava una tartaruga schienata. Era congelato dalla sua stessa paura, quando Christian gli era piombato addosso con tutto il suo peso, immobilizzandolo a terra. Dalla concitazione il coltello gli era sfuggito di mano ed era caduto a pochi centimetri dal corpo di Michele.

Aveva cominciato a menarlo sul viso con entrambe le mani; erano pugni inesperti dati con gesti scoordinati, che comunque provocavano un dolore inaspettato al cugino che tentava invano di liberarsi dalla morsa.

“Non ti ribellare! Dovete pagare, tu e la tua famiglia, brutto bastardo del cazzo!”

Gridava senza minimamente preoccuparsi se qualcuno avesse potuto sentirlo nei dintorni e in quel frangente il cugino gli aveva sferrato una ginocchiata nei testicoli.

“Ahiaaa” Christian si era accasciato di lato mentre con la coda dell’occhio aveva scorto Michele rialzarsi in modo maldestro e ricominciare a correre per quello che poteva, visto lo stordimento provocato dai colpi presi sul viso.

Doveva reagire: le cose stavano andando nel peggiore dei modi. Se prima il cugino era solo un mezzo per arrivare a un fine e cioè lo zio, ora Michele, nella testa di Christian, era diventato fine a se stesso. Quel pensiero gli aveva pompato nelle vene la giusta dose di adrenalina: si era rialzato con un’agilità imprevista e ripreso in mano il coltello, si era rimesso all’inseguimento del cugino. Le gambe erano spinte da una forza inaspettata: la sua corsa era poderosa, sebbene avesse dolore alle dita del piede e i testicoli fossero in fiamme. A infondere quella forza agli arti inferiori, era un deleterio mix di odio e desiderio di vendetta che ora dallo zio si era totalmente trasferito al cugino.

Michele, poco più avanti, era in evidente stato di affanno e non correva più con quella lucidità iniziale. Questo fatto aveva infuso fiducia in Christian e quella fiducia si era trasformata in matematica certezza di potercela fare quando poco dopo il cugino era caduto di nuovo, esausto. Si era rannicchiato sul fianco destro e stava lì fermo immobile, quasi fosse in attesa che quell’uomo mascherato gli piombasse addosso e facesse con quel coltello ciò che doveva fare. Quella resa totale da parte di Michele, aveva generato in Christian una sensazione di disprezzo tale che quando gli si era avventato sopra era talmente accecato da dimenticarsi che tra le mani aveva il coltello.

Aveva sentito il cugino urlare dal dolore: era un urlo acuto, che sapeva di morte.

In un primo momento, a cavalcioni sulle ginocchia di Michele, non aveva compreso cosa avesse portato lo stesso ad urlare in quel modo; ma poi, abbassando lo sguardo di poco, aveva notato il manico del coltello spuntare dal fianco del ragazzo. Gli aveva conficcato i 20 centimetri della lama all’altezza del rene sinistro.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” Gli erano uscite di bocca alcune imprecazioni alla vista di ciò che aveva combinato. Si era quindi staccato dal corpo di Michele e accasciatosi li a fianco era rimasto fermo in quella posizione per almeno un minuto, con il cugino che si lamentava sommessamente.

La luce di agosto stava cominciando a scemare verso un buio che per quanto ancora incerto, rendeva comunque i contorni sfocati e indecisi, come sfocati e indecisi erano i pensieri che vorticavano nella testa di Christian alla velocità della luce.

“Aiutami, ti prego! Aiutami!” La voce flebile del cugino lo aveva riportato per un attimo alla realtà dei fatti. Oramai doveva andare fino in fondo; fermarsi a metà avrebbe voluto dire compromettere ogni cosa e sebbene solo ora cominciasse a rendersi conto nel profondo del casino che aveva combinato, di una cosa era certo: non voleva assolutamente andare in galera per il resto dei suoi giorni. Lui aveva fatto tutto per vendicare suo padre e quel gesto era la giusta ricompensa per il dolore che lo zio aveva provocato a Khamisi, pensava.

Doveva recuperare la giusta lucidità mentale per farla franca: rapidamente aveva ripercorso a ritroso col pensiero gli ultimi minuti di quella concitata situazione per fare mente locale in merito a eventuali tracce lasciate qua e là e non gli pareva di aver perduto nulla sul terreno.

Aveva quindi sollevato il busto e da quella posizione, appoggiando per terra entrambe le mani e facendosi forza sui polsi doloranti a causa delle percosse di poco prima date al ragazzo, si era alzato in piedi e giratosi verso il cugino poco distante si era chinato su di lui estraendo il coltello. Dalle labbra semi aperte di Michele era fuoriuscita una boccata di alito moribondo, quasi fosse una camera d’aria di uno pneumatico forato.

Christian si stava rendendo conto che di lì a poco, se lo avessero scoperto, lui sarebbe stato condannato per omicidio, vista la condizione disperata in cui versava il ragazzo. Ma oramai doveva spingersi fino alla fine: lui voleva a tutti i costi farla franca e quindi, lasciando il corpo del ragazzo a morire lentamente su quel terreno inumidito dalla guazza estiva, aveva ripercorso a ritroso la distanza che lo divideva dall’auto messa di traverso sulla strada, correndo concitatamente.

Giunto nei pressi della vettura, aveva buttato la bicicletta scassata di Michele nel fosso adiacente e dopo aver tolto la cerata dal bagagliaio, l’aveva posizionata sul sedile di guida per evitare che i suoi indumenti, qualora fossero stati sporchi di sangue, lasciassero tracce sospette sulla tappezzeria dell’auto del padre. E poi, dopo essersi tolto il passamontagna e avvolto il coltello dentro lo stesso, aveva infilato il fagotto dentro lo zaino posto sul sedile passeggero e invertito il senso di marcia era ripartito con guida nervosa e distratta.

Mentre guidava aveva acceso la luce di cortesia per controllarsi gli indumenti: così a prima vista gli sembravano puliti e quella scoperta gli aveva trasferito una profonda sensazione di contentezza. In quello stato di euforia non si era reso conto che con la ruota destra era andato fuori dalla carreggiata di quel tanto che era stato sufficiente a spingere l’auto fuori strada, facendola sprofondare di lato nel fosso.

Per una ventina di interminabili secondi Christian era rimasto immobile, mani ben salde sul volante, quasi fosse svenuto a causa del forte e inaspettato impatto. Poi di colpo si era ripreso, e in un istante di lucidità aveva compreso l’entità del disastro appena combinato. Con fare concitato aveva girato la testa verso destra e una volta accertatosi di aver riposto nello zaino tutti gli oggetti compromettenti, era uscito dall’auto togliendo in tutta fretta la tela cerata dal sedile del guidatore, riponendola nello zaino.

Il buio era penetrante e se da un lato favoriva la fuga, dall’altro ne rendeva difficoltoso l’incedere in una zona che non conosceva. Aveva quindi risalito l’argine del fosso e zaino in spalla si era diretto velocemente verso le luci delle prime case che vedeva in lontananza. Aveva un unico obiettivo in testa: ritornare a casa cercando per quello che poteva, di lasciarsi alle spalle quella vicenda dai contorni drammatici.

Il segnale di ‘allacciare le cinture’ riporta Christian alla realtà: erano anni che non ripensava nei dettagli a quanto successo quella sera e quei ricordi lo hanno definitivamente messo ko.

Uccidere un ragazzo che non c’entrava nulla con la vicenda che aveva portato al pestaggio di Khamisi e lasciare che la colpa ricadesse sul padre, erano due fatti concatenati di una gravità spaventosa e la cosa ancora più spaventosa era che sembrava che se ne stesse rendendo conto fino in fondo solo ora.

Non che in passato non avesse pensato a ciò che era successo quella sera ma per anni era stato talmente avvolto nelle nebbie del senso di vendetta nei confronti della famiglia Sartor, che per molto tempo aveva considerato quella come una giusta punizione.

Rimaneva ovviamente in sospeso da 20 anni sul conto della sua anima quello che aveva combinato al padre: era riuscito anni addietro ad archiviare alla meno peggio quel fatto, consapevole che la resa dei conti con Khamisi sarebbe arrivata prima o poi.

D’improvviso sente un impellente bisogno di scendere dall’aereo, si attacca con le mani ai braccioli, quasi volesse staccarli dal resto del seggiolino, gira la testa a destra e sinistra in modo concitato come se cercasse una via di fuga nei dintorni che gli permetta di scendere a terra prima degli altri passeggeri.

“Tutto bene?” La hostess, intenta a verificare che i passeggeri abbiano la cintura allacciata, si accorge che Christian è in evidente stato di confusione e gli lancia quella domanda con fare inquisitorio e preoccupato.

“Si si tutto bene; fra quanto saremo a terra?” La voce è impastata, come se si fosse risvegliato da poco da un lungo letargo.

“E’ questione di minuti..” risponde perplessa la ragazza, segno che la faccia di Christian non è tra le più confortanti ma a lui non interessa cosa stia pensando la hostess; l’unica cosa che conta ora è trovare il modo, per quanto possibile, di recuperare gli ultimi 20 anni di vita perduti.

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5