Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

La Terra presa a prestito dai nostri figli…

Un proverbio dei nativi americani cita pressappoco così:

“Non ereditiamo la terra dai nostri antenati. La prendiamo in prestito dai nostri figli.”

Mi piace questa frase…mi piace perché si focalizza su ciò che verrà dopo e non su ciò che c’è stato prima…si concentra sui doveri più che sui diritti…si focalizza in una parola sul nostro senso di responsabilità…su ciò che possiamo e dobbiamo metterci al di là di ciò che ci metteranno e ci hanno messo gli altri per far funzionare la terra nel pezzo di pista su cui ci è richiesto di correre…

…perché la vita è una enorme staffetta…e a noi è dovuto correre e lucidare il testimone curandolo al meglio, con un unico vero obiettivo…affidarlo alle mani dei nostri figli meglio di come ce l’hanno lasciato i nostri genitori…e così via..in un gioco che si spera duri il più a lungo possibile…

Mi sa che qualcosa però è andato storto…o forse non abbiamo capito…perché ho la sensazione che tutti preferiamo sederci sugli spalti e là sulla pista nessuno abbia più voglia di correre…

…e tutti a lamentarci che un tempo la corsa era più appassionante e divertente di quanto non sia oggi…

...Mah…

For what it’s worth, it’s never too late…

For what it’s worth: it’s never too late or, in my case, too early to be whoever you want to be. There’s no time limit, stop whenever you want. You can change or stay the same, there are no rules to this thing. We can make the best or the worst of it. I hope you make the best of it.”.

Il pezzo sopra è preso da The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald….

…ho voluto condividerlo con Voi perché lo trovo molto attuale, molto focalizzato sul momento che stiamo vivendo…

speranza

grande concetto…un po’ sopravvalutato credo…preso da solo mi ha sempre trasferito l’idea che fosse un po’ monco…al limite oltraggioso…della serie: “mi siedo e aspetto che qualcosa succeda..che qualcuno faccia ciò che va fatto al mio posto per tirarmi fuori dalle sabbie mobili”…mi ha sempre dato l’idea cioè di immobilità, di immobilismo…di attesa di un mondo migliore…

….sper-onsabilità…

…mi piace di più..non è un errore grammaticale…la speronsabilità è la crasi di sper-anza e resp-onsabilità…sentire di appartenere a un futuro che desideriamo dal profondo e della cui realizzazione sappiamo di essere gli artefici primi e ultimi, in modo del tutto consapevole…desiderosi di voler fare bene, di metterci qualcosa di nostro per far funzionare la vita, TUTTI…giorno dopo giorno…senza mollare mai..e se le cose non dovessero funzionare..ci si rimbocca le maniche e si riparte..

…tutto ha inizio da un‘idea…e finisce con un‘idea…e dalla condivisione di decine, migliaia, milioni, infinite idee diverse si dà vita a qualcosa che è molto di più della somma delle singole parti…

”make the best of it. And I hope you see things that startle you. I hope you feel things you never felt before. I hope you meet people with a different point of view. I hope you live a life you’re proud of. If you find that you’re not, I hope you have the strength to start all over again” (The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald)

…ma le idee da sole non bastano…nel mezzo tra un’idea e l’altra servono impegno e sudore…di tutti.. insieme!

Il Coraggio

Sapete, tra tutte le qualità dell’essere umano, qual è quella che prediligo? Il Coraggio

Giovanni Falcone ha scritto:

L’importante non è stabilire se uno ha paura o meno, ma saper convivere con la propria paura e non farsi condizionare dalla stessa. Ecco, il coraggio è questo, altrimenti non è più coraggio ma incoscienza.

E’ una frase molto forte perché stabilisce un principio fondamentale, un perimetro dentro cui esprimere a pieno il proprio coraggio: esso non è assenza di paura, anzi il coraggio è la consapevolezza dei propri limiti, è riconoscere che siamo umani e in quanto tali soggetti al dominio delle emozioni primarie..paura in testa…

Il coraggio quindi è abbandonarsi al riso tanto quanto al pianto…è riconoscere apertamente di aver sbagliato senza colpevolizzarsi…è percepire di essere caduti e nella caduta trovare i presupposti e la forza per rialzarsi…

…in questo alternarsi continuo di alti e di bassi meravigliosi, il coraggio è trovare dentro l’energia per andare avanti comunque, nonostante la paura…nonostante tutto..finché ce n’è!

In esso è racchiuso il concetto di responsabilità…sapere riconoscere la propria forza nel rispetto del prossimo e delle situazioni..di chi ci sta vicino e di chi ci sta di fronte, occhi dentro gli occhi…

…ecco la magia insita nel coraggio…

…grazie ad esso puoi permetterti di toccare il cielo con un dito, mantenendo al contempo i piedi ben piantati per terra…

Ora tocca a te…dimmi un pò: qual è la qualità dell’essere umano che più ti affascina?