Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

Helsinki – Parte 10

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

L’incredibile avventura che lo ha visto protagonista negli ultimi due mesi, comincia a pesare sulle gambe di quel sessantacinquenne di origini Bantu. La vecchia rottura del tendine d’Achille provocata da quel colpo fatale con la mazza da baseball di quarant’anni prima si fa sentire di tanto in tanto sebbene in modo impercettibile, come fosse un eco lontana in un antro sconfinato, ma Khamisi non si lascia intimorire da quel dolorino che tiene a bada con una forza di volontà che non ha paragoni. Oltretutto la causa per cui ogni cosa ha avuto inizio è troppo importante per farsi abbattere da un dolore fisico di quel genere e vuole portare a termine quel compito per onorare l’impegno che si è preso col don rispettando i tempi prestabiliti. Da qualche settimana poi c’è un altro aspetto di quella vicenda che a Khamisi sta molto a cuore: non deludere i milioni di fan che da un po’ lo stanno seguendo e sostenendo sul blog creato apposta per quell’avventura dall’abile e amabile Mario Fazzi.

Khamisi aveva ricominciato ad allenarsi qualche settimana dopo essere uscito dal carcere e ogni cosa era nata in modo del tutto casuale. Una mattina come tante, si era svegliato di soprassalto intorno alle 5, come gli capitava praticamente ogni giorno e senza alcuna motivazione apparente a parte una impercettibile e frizzante energia alle gambe, invece di rimanere nel letto per un’ora come faceva di solito a rimirare le ombre disegnate sul soffitto, si era alzato quasi subito e senza nemmeno lavarsi la faccia aveva indossato un paio di Converse coi buchi e, uscito dalla cascina, si era messo a correre. 

All’inizio le sue articolazioni avevano gridato vendetta, indolenzite dal quel letargo di quasi vent’anni a cui la galera le aveva forzosamente costrette: per ogni falcata che Khamisi faceva tentando di spingere in avanti il proprio corpo, mentalmente i suoi pensieri lo spingevano indietro, tanta era la fatica che l’uomo percepiva su tutto il corpo. Poi, dal terzo chilometro in avanti, qualcosa dentro di lui aveva cominciato a cambiare: Khamisi aveva sentito pian piano disciogliersi nelle prime gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, tutte le inerzie che fino a quel momento gli avevano intimato di desistere, quasi fossero un’aspirina in mezzo bicchiere di acqua minerale. 

Mattina dopo mattina era riuscito a percorrere qualche chilometro in più e alla fine della prima settimana aveva colmato i 10 chilometri con una disinvoltura incoraggiante, seppure ancora tra mille perplessità mentali e qualche dolore articolare. 

Al di là della distanza fisica percorsa, che comunque lo rendeva fiero di sé, la cosa che gli trasferiva maggiore soddisfazione era percepire che per ogni chilometro in più che lui percorreva sulle gambe, prendeva forza e vigore quella incoraggiante fiducia in se stesso che lo aveva accompagnato per i primi 45 anni della sua vita e che di colpo, una sera, si era perduta nei meandri dell’odio e del rancore verso quei due bastardi senza lode dei fratelli Sartor e di Claretta. 

La corsa lo stava riportando dentro quel solco fatto di perseveranza e fiducia di sé dentro il quale aveva ottenuto così tanti successi nella prima parte della sua vita.

L’aria fresca dell’estate finlandese gli infonde la giusta dose di positività che gli serve a coprire gli ultimi 20 chilometri che lo dividono dal traguardo situato a Kaivopuisto, il parco in riva al mare che si estende nella parte meridionale di Helsinki. 

La solitudine iniziale che aveva accompagnato l’atleta nelle prime settimane, ha lasciato il posto, durante le ultime tappe di quello strano giro d’Europa iniziato quasi 60 giorni prima, a una moltitudine di persone che, percorso dopo percorso, si vanno ad aggiungere ai supporter del corridore keniano. Più l’impresa che lo sta vedendo protagonista prende forza conquistando follower sul web, più cresce il numero di fan che lo seguono fisicamente per parti del percorso o addirittura per l’intera durata delle singole tappe, informandosi sui dettagli delle stesse direttamente online sul blog di Khamisi che Mario, ex manager della finanza caduto in disgrazia e appassionato di computer, si premura di curare con dovizia di particolari.

“55 maratone in 55 giorni Khamisi, pari a 2.300 chilometri che dividono Bologna da Helsinki e uno sponsor che crede nel progetto e il gioco è fatto!”

Il ricordo di quell’impresa titanica cominciata quasi per caso gli permette di affrontare le fatiche mentali di quell’ultima tappa. 

Insieme a Mario Fazzi, che come Khamisi da qualche mese era entrato a far parte degli ospiti fissi della comunità del don dopo essere caduto in disgrazia a causa di uno dei crack finanziari più clamorosi che avevano coinvolto una banca famosa del Veneto, un pomeriggio di 3 mesi prima si erano seduti all’ombra dei peschi piantati sul retro della cascina con un unico obiettivo in testa: mettere a punto il piano di salvataggio di Osiride, la creatura nata 25 anni prima a opera di quel prete istrionico da tutti conosciuto come ‘il don’.

“E perché qualche sponsor dovrebbe essere interessato a un vecchio  di colore di 65 anni che decide di distruggersi i talloni in una corsa di 2.300 chilometri tra Bologna e Helsinki?”

 Khamisi era completamente avulso dalle logiche che contribuivano a rendere virale un evento sul web, ma non lo era Mario che in quel frangente lo aveva guardato con due occhietti intelligenti e vispi, incorniciati da un paio di occhialini tondi alla John Lennon e gli aveva risposto:

“Perché l’avventura che affronterà quel vecchio di 65 anni, farà guadagnare allo sponsor un sacco di soldi attraverso il blog che  curerò io, debitamente messo a punto per seguire, tappa dopo tappa, questa sorta di giro d’Europa di corsa.”

“E a noi cosa ce ne viene in tasca Mario e soprattutto perché Helsinki e non un’altra città a caso?” 

Khamisi proprio non voleva capire e Mario, con la pazienza di un frate certosino, per l’ennesima volta aveva cercato di spiegargli quali sarebbero stati gli estremi dell’accordo che lui avrebbe proposto al manager di quell’azienda di integratori sportivi finlandese che conosceva da anni e che gli doveva un favore grande come una casa per cui non avrebbe potuto dire di no.

“Helsinki, perché l’azienda di integratori è finlandese; e  tu, perché immagina solo il clamore che susciterebbe sapere che una vecchia gloria della maratona, due volte oro olimpico, pluripremiato campione mondiale, a 65 anni decide di correre una maratona al giorno per 55 lunghi giorni di seguito: 2.300 chilometri di corsa in 55 giorni! Pensa che casino mediatico si creerebbe dietro questa impresa titanica!” 

Khamisi aveva lo sguardo allucinato: più Mario entrava nei dettagli di quel piano, più lui non riusciva a comprendere dove volesse arrivare.

“E immagina per un attimo Khamisi, che tutti gli appassionati sportivi del mondo accedano al blog di questo ex maratoneta per seguirne le tappe: milioni di accessi alla settimana Khamisi, milioni!” 

La voce di Mario si era dolcemente appoggiata sui toni bassi, per rimarcare l’importanza di ciò che aveva appena detto e il suo sguardo, alla parola ‘milioni’, si era perso nel vuoto al ricordo dei soldi che gli erano passati tra le mani per un certo periodo della sua vita.

“E pensa se su quel blog l’azienda sponsor finlandese inserisse un semplice, banalissimo banner pubblicitario che rimanda al loro shop online: immagina le tonnellate di euro che entrerebbero nelle casse di quell’azienda. E tutto grazie alle sole tue gambe Khamisi!” 

La strategia di Mario, spiegata in quel modo così semplice che anche un bambino di prima elementare avrebbe compreso, cominciava ad essere un po’ più chiara anche nella testa di Khamisi. 

Ma Mario non aveva ancora calato l’asso di bastoni che avrebbe sancito definitivamente l’inizio di quella folle avventura, l’ennesima nella vita frastagliata di Khamisi.

“E quando quei milioni di persone verranno a sapere che abbiamo messo in piedi tutto sto casino mediatico/sportivo per salvare le finanze di una piccola onlus di nome Osiride gestita da un prete visionario e fuori dagli schemi che ha dedicato la propria vita a salvare le famiglie dalla povertà e non a baciare il culo a qualche alto prelato del Vaticano, immagina l’effetto moltiplicatore che avrà tutto ciò sulla tua avventura!”

Quella conversazione tra Khamisi e Mario Fazzi di quel pomeriggio era stata preceduta da un incontro avvenuto qualche giorno prima tra i due e il don nella sala mensa di Osiride.

“Ragazzi è finita!” Queste erano state le parole con cui aveva esordito il don quella sera davanti a un Mario e un Khamisi attoniti per quello che il prete si stava accingendo a raccontare, rosso in viso e con la cenere negli occhi.

“Mi hanno decimato i finanziamenti provenienti dallo stato sti bastardi; senza quelli sono finito, non potrò mantenere la baracca!” Intanto che pronunciava quelle parole aveva alzato il dito indice in aria e lo aveva mosso varie volte a formare un po’ di cerchi immaginari.

“Non possono farlo don..” Aveva replicato Khamisi con fare ingenuo a quella notizia che aveva la veemenza di un cazzotto in pieno volto.

“Oh certo che possono farlo caro mio! Stiamo parlando dei politici; loro possono fare tutto!” Aveva replicato il don, non senza una vena di sarcasmo e con il dolore dipinto nelle pupille.

Mario ascoltava i due, quasi stesse osservando una coppia di alieni parlare lì davanti a lui una lingua sconosciuta e più i due uomini parlavano più i suoi occhi si sgranavano. 

Mario Fazzi era originario del Polesine ed era cresciuto in una famiglia di una povertà annichilente. L’odore della povertà Mario Fazzi se l’era tenuto appiccicato addosso per tutta la vita, anche quando il lavoro lo aveva portato a guadagnare montagne di soldi. Si era fatto da solo e odiava farsi aiutare da qualcuno e ogni volta che nella sua esistenza aveva sentito parlare di aiuti di stato o sovvenzioni, lui si era girato dall’altra parte e aveva pedalato più forte che poteva per dimostrare che ce l’avrebbe potuta fare solo con la forza delle proprie gambe. Considerava gli aiuti di stato degli espedienti, niente altro che alibi che mettevano dei freni alla conquista dell’eccellenza. Grazie alla sua forza di volontà e alla sua perspicacia, Mario era arrivato molto in alto, più in alto di tutti e da lassù era caduto più in basso di chiunque altro, perché cadendo non aveva fatto come tanti che erano andati in cerca di un appiglio viscido che sapeva di compromesso a cui aggrapparsi con l’unico scopo di salvarsi le terga. Lui non voleva essere aiutato da nessuno, tantomeno da qualche lestofante con le mani in pasta nella politica. Sentire i due uomini, il don e Khamisi, parlare di finanziamenti e aiuti di stato gli faceva venire l’orticaria.

“Ma in questi anni hai aiutato migliaia di famiglie povere Pietro!”

Il don, a quell’ennesima ingenuità di Khamisi, aveva sbuffato impercettibilmente; “Khamisi ti rendi conto che non viviamo a Disneyland ma in una delle nazioni più corrotte della terra? I finanziamenti che arrivano dalla politica vengono stanziati solo ed esclusivamente per far crescere il prestigio dei politici che per sostenere una causa devono sempre e comunque trovarci un interesse personale. Quando la causa stessa non serve più a far crescere il loro potere, l’abbandonano come se nulla fosse! 

Pare ci sia a capo della commissione preposta al rilascio dei fondi alle onlus, un certo onorevole Candiazzo che non so per quale motivo sta facendo carte false per bloccare i finanziamenti destinati a Osiride, manco qualcuno dei nostri gli avesse pestato un callo!” 

In realtà Candiazzo era venuto a conoscenza, grazie alla rete di scagnozzi di cui si contornava per tenere in piedi i suoi loschi affari da politicante spregiudicato, che il padre di quel medico che lo aveva pubblicamente denigrato in trasmissione qualche settimana prima, stava collaborando con il don nella comunità di Osiride e per una questione di mera vendetta personale stava bloccando i fondi che erano già stati stanziati in precedenza per la onlus del don.

Mario stava facendo la scarpetta per non lasciare nel piatto neanche un piccolo rimasuglio di sugo, quando con occhio sgranato aveva interrotto la conversazione tra i due:

“Signori ma perché continuate a sbattere contro le pareti della scatola che vi siete costruita intorno, lamentandovi al tempo stesso di essere in gabbia?”

“Che cazzo dici Mario? C’erano dei funghi allucinogeni nel sugo della pasta?” 

Il don aveva replicato a quella incursione di Mario con quella frase da osteria di periferia. Diventava scurrile quando la posta in gioco si alzava e se qualcuno gli faceva notare la trivialità del suo linguaggio lui replicava: “per caso uno dei dieci comandamenti vieta ai preti di dire le parolacce?”.

“Dico solo che ci sono decine di sistemi per evitare di farsi prendere per il collo o per il culo, decidi tu don quale delle due espressioni ti piace di più, da qualche politico corrotto.”

“Uhh abbiamo l’economista Keynes tra le nostre fila Khamisi e non lo sapevamo!” Il don aveva schernito Mario ridendoci su.

“Datemi qualche giorno e vi faccio vedere io chi è Keynes!” 

Mario aveva preso quella frase come una sfida personale e dopo essersi pulito la bocca con un tovagliolo di carta talmente ruvida da sembrare una lametta di un rasoio, si era alzato e aveva lasciato Khamisi e il don da soli al tavolo, nella solitudine della loro incomprensione.

Quello era stato l’antefatto che aveva condotto Mario e Khamisi sotto un pesco quel pomeriggio a discutere del salvataggio di Osiride. 

“10 centesimi per ogni visitatore che clicca sul banner dell’azienda di integratori inserito sul tuo blog Khamisi e abbiamo risolto i problemi di Osiride, e indirettamente anche i nostri, per sempre; più ovviamente i diritti per lo sfruttamento della tua immagine. Per non parlare poi di quello che si scatenerà quando le altre aziende che gravitano attorno al mondo degli sportivi, verranno a conoscenza che la bolla creata attorno a questo circo mediatico si sta ingigantendo a dismisura: faranno carte false amico mio pur di accaparrarsi uno spazio pubblicitario. Tutto qui Khamisi: semplice come respirare!” 

Con queste parole Mario si era congedato da Khamisi quel pomeriggio, lasciandolo solo con i suoi pensieri.

Alla fine l’ex mararoneta aveva convenuto tra sé che, per quanto l’impresa fosse titanica, doveva provarci e lo doveva al don e alle centinaia di famiglie che quotidianamente aiutava con la sua associazione.

Grazie a quei pensieri Khamisi ha tenuto a bada la fatica dell’ultima tappa e ora si trova a 4 chilometri dalla fine di quel suo lungo viaggio iniziato 55 giorni prima in una afosa giornata di Giugno in Piazza Maggiore, a Bologna. 

Ricorda ancora l’emozione provata di sentirsi contornato da un nugolo di persone, una trentina non di più, compresi Mario, il don e un operatore di una TV locale, che lo incitavano per sostenerlo in quella impresa che nessuno pensava, lui per primo, sarebbe mai riuscito a portare a termine. 

55 lunghi giorni attraverso 7 nazioni: Austria, repubblica ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e il nugolo di 30 persone che quella mattina a Bologna lo avevano sostenuto in quella sua folle corsa, ora, a un paio di migliaia di metri dal traguardo finale, sono diventati quasi 4 milioni di follower sparsi in tutto il mondo sui diversi social e diverse migliaia di uomini, donne e bambini che in diretta, lì sul lungo mare di Helsinki lo stanno sostenendo, toccando e incitando, proprio a lui, quel keniano alto e magro di origine Bantu, che da un posto sperduto in mezzo all’africa aveva percorso, in 65 anni di vita, decine di migliaia di chilometri sulle proprie gambe e dentro al proprio cuore grazie ad una sola e unica cosa: lo spirito di sacrificio e il desiderio di superare gli alti e bassi della vita con tenacia, sempre a testa alta grazie ai principi fondamentali che suo padre gli aveva scolpito a caratteri cubitali sulle pareti del cuore.

Finalmente entra nel parco di Kaivopuisto e si appresta a percorrere l’ultimo chilometro: potrebbe anche non muovere le gambe da tanta folla gli si è assiepata attorno che lo spinge e lo incita. 

Vede i cartelloni pubblicitari ai bordi delle strade: sono decine gli sponsor oramai che si sono aggiunti al primo, la Runtorade, l’azienda di integratori sportivi finlandese che mesi prima Mario aveva convinto con quella sua proverbiale parlantina da commerciale navigato, a saltare a bordo di una impresa a cui nessuno all’inizio aveva veramente creduto e di cui avevano accettato la sfida solo perché dovevano un favore personale al Dr. Mario Fazzi, che tra le altre cose sapeva delle cose troppo compromettenti sul team di manager che gestivano la filiale italiana.

Alla vista del mare Khamisi si ferma per un attimo e con lui le migliaia di fan che gli sono dietro: per un attimo anche il tempo sembra fermarsi al cospetto di quella specie di guerriero della vita di origine Bantu. 

La folla è in attesa di capire cosa passi per la testa del keniano che in quell’istante si toglie le scarpe; Khamisi ha bisogno di sentire la fatica direttamente sotto la pianta dei piedi. Chiude a fessura gli occhi e respirando la salsedine proveniente dal mare a pieni polmoni, riprende la sua corsa a piedi nudi, spingendo come un folle sulle gambe, ancora più di quanto avesse fatto in precedenza. 

Il traguardo è a poche centinaia di metri, gli ultimi, dopodiché ancora una volta, pensa, come era stato anni prima per ognuna delle sue imprese, i riflettori si spegneranno dietro di lui e di quella vittoria non rimarranno che alcuni meravigliosi ricordi che col passare del tempo, se non li potrà condividere con qualcuno di caro, andranno a riempire la soffitta impolverata della sua anima. 

Questo è l’ultimo delle migliaia di pensieri e ricordi che hanno accompagnato Khamisi per i passati 55 giorni, quello con cui taglia il traguardo e per un’ultima volta, prima di accasciarsi a terra esausto, si volta verso destra a rimirare il mare e in quel momento i suoi occhi incrociano quelli di lei e lì poco distante quelli di lui, Claretta e Christian. I loro rispettivi sguardi si fondono a distanza in un abbraccio infinito e in quel momento Khamisi risente nel cuore vibrare forte la voce di Oscar Fever di tanti anni prima: 

Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero? Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.

Domani l’ultima puntata…

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

Pagare per un reato non commesso – Parte 8

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

L’aereo di Christian è in ritardo di un paio di ore rispetto all’orario previsto di atterraggio all’aeroporto di Entebbe in Uganda.

Durante il volo da Roma la sua testa non ha fatto altro che rimbalzare tra i pensieri relativi alla settimana appena conclusasi e i ricordi legati alla sua infanzia.

Da qualche tempo sente una nostalgia intensa di suo padre che, dall’età di 12 anni in poi, ha rifiutato come si rifiuta un corpo estraneo, lo stesso rifiuto che lui, osservandosi allo specchio, provava verso se stesso all’epoca.

Fino ai 20 anni non aveva più permesso a Khamisi di ficcare il naso nella sua vita e poi la confessione di Claretta di quella sera, aveva di colpo cambiato i suoi atteggiamenti verso di lui.

Avrebbe voglia di averlo al suo fianco, lì su quell’aereo a 12.000 metri d’altezza; vorrebbe guardarlo negli occhi per chiedergli semplicemente scusa, per tutto quello che gli ha fatto passare, per essere stato un figlio così ingrato, per aver denigrato la sua cultura e il colore della loro pelle, ma è consapevole che la vita non può essere riavvolta come si fa con il nastro di una videocassetta; non si possono rivivere i momenti passati modificandoli a proprio piacimento per rimediare agli errori fatti.

Chiama la hostess e si fa servire un whisky: il superalcolico scende lentamente bruciandogli leggermente la gola e poi giù per l’esofago fino a infiammargli le budella. Ha bisogno di farsi invadere la testa dai fumi onirici che solo l’alcool è in grado di provocargli.

Dopo lo show che ha fatto in diretta nazionale la settimana prima davanti a 5 milioni di telespettatori all’insegna del ‘mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa dicendo quello che penso’, la vita di Christian è stata completamente rivoluzionata da due aspetti: il primo, che si è beccato una querela da parte dell’onorevole Candiazzo per averlo pubblicamente offeso in diretta; e il secondo, che è stato convocato d’urgenza alla sede di Londra dell’associazione umanitaria, per una riunione durante la quale i membri del consiglio di amministrazione gli hanno comunicato, senza troppi giri di parole, che di persone come lui non sanno che farsene e che nel giro di 20 giorni dovrà lasciare l’Uganda dove da anni ha fatto base operativa per i suoi spostamenti nell’Africa Subsahariana.

Non è preoccupato per la sua carriera: le proposte stanno fioccando, soprattutto da quando sui blog e social di mezza Europa un gruppo di follower e sostenitori delle organizzazioni umanitarie lo ha eretto a sua insaputa a paladino della difesa di un sistema non corrotto di raccolta fondi.

È un’altra la preoccupazione che si fa gioco della sua testa provocandogli fastidiosi mal di stomaco: ed è quella sua costante incapacità di gestire la rabbia.

Non è in fondo molto cambiato da quando era adolescente: all’epoca era instabile emotivamente e insicuro a causa di quel corpo dentro cui si sentiva un ospite indesiderato e dava sfogo ad eccessi di rabbia inconsulta per ogni piccolo evento che destabilizzava la propria quotidianità. Oggi, sotto la superficie di un’apparente stabilità caratteriale, si nasconde lo stesso identico ragazzo di 25 anni prima, pronto a scattare e surriscaldarsi appena qualcosa non gli va a genio; nulla in tal senso è cambiato.

Non c’è dubbio, pensa, che se lui fosse stato al posto dei suoi capi, avrebbe reagito alla stessa maniera alla vista di quel loro collaboratore che in diretta tv si era comportato malamente al punto da mettere in cattiva luce l’associazione. Se ripensa ora alla figura fatta durante quella trasmissione, si sente un perfetto idiota: sarebbe stato sufficiente farsi prendere dalla corrente e galleggiarci in mezzo e nel giro di un paio di ore i giochi sarebbero finiti, lasciando tutti contenti nei loro ruoli più o meni importanti.

Si è comportato in modo scorretto ed è sacrosanto che sia stato cacciato fuori malamente. Ritiene che quel licenziamento con diffamazione, insieme alla querela sporta dall’onorevole Candiazzo, siano solo una piccola parte delle pene che gli spetterebbe pagare per quella sua vita vissuta all’insegna della reazione agli eventi senza riflessione alcuna. Il mondo, riflette intanto che la hostess gli serve un altro whisky, va avanti anche senza bisogno di supereroi del cazzo come lui.

Un irrefrenabile impulso alle gambe lo mette in stato di agitazione: avrebbe bisogno di muoversi. Deve trovare un diversivo che lo distragga, perché l’alcool non sta avendo gli effetti desiderati; si alza e si gira verso il fondo dell’aereo, fa qualche passo ma poi si risiede. Il concetto di passeggiata su un aereo è abbastanza ridicolo pensa. Si siede di nuovo al suo posto; si mette le cuffie e prova a guardare un film ma dopo qualche minuto i pensieri di prima ricominciano a muoversi sulla superficie della sua coscienza, creandogli sudori e forti disagi. Con tutto se stesso sta cercando di tenere a bada l’irrazionalità dei movimenti del proprio corpo ma invano e in quel frangente gira lievemente la testa verso il passeggero seduto a fianco: gli cade l’occhio sul titolo della prima pagina di cronaca scritto a caratteri cubitali:

Trovato il colpevole dell’omicidio della Garbatella: è lo zio!

Gli ritorna alla mente, come fosse successo il giorno prima, il titolo comparso su ‘Il Resto del Carlino’ del 12 agosto 1996.

Trovato il corpo senza vita di un ragazzo nelle campagne della bassa: gli inquirenti indagano sullo zio, ex campione di maratona due volte oro olimpico statunitense/keniano

Quel giorno gli è rimasto impresso nella testa quasi fosse la sua seconda data di nascita o di morte, dipende da quale punto di vista la si osserva. I fatti accaduti in quel periodo infatti, hanno segnato la morte del vecchio Christian e contemporaneamente la nascita di una persona nuova, caratterizzata da un diverso paradigma mentale, almeno in apparenza.

Dopo il litigio profondo avvenuto tra Claretta e Khamisi quella sera, quest’ultimo aveva deciso di andare a vivere temporaneamente in ufficio, in attesa di trovare una sistemazione più consona.

Da qualche settimana si era lasciato andare oltremodo alla bottiglia, fatto per lui del tutto nuovo non avendo in vita sua mai toccato una goccia di alcool. Gli stessi suoi collaboratori erano profondamente preoccupati a vederlo in una condizione del genere, lui che aveva fatto della rettitudine di comportamenti la propria guida di vita in un’esistenza condotta all’insegna del dare sempre il meglio di se. Alcune mattine lo avevano addirittura trovato in ufficio con la barba incolta, ancora avvolto nei fumi dell’alcool notturni e in un paio di occasioni si era presentato davanti a clienti importanti in condizioni abbastanza imbarazzanti. Era entrato in un vortice di pensieri negativi che gli creavano una devastante voragine che credeva di poter colmare con litri di vodka.

Solo di una cosa Khamisi era certo e risoluto: non voleva più avere nulla a che fare con Claretta, la quale dal canto suo aveva tentato vari riavvicinamenti nelle settimane successive al litigio e ogni volta si era vista rifiutare con sempre maggiore risolutezza. Più passava il tempo, più lui sentiva di essere stato tradito come non si sarebbe mai aspettato da una persona a cui aveva dedicato anima e corpo per metà della propria esistenza. Si sentiva inoltre usato e privato di una parte fondamentale della propria vita ai danni di quella famiglia Sartor che Claretta aveva a parole sempre rinnegato, ma che nei fatti, posta davanti al bivio tra difendere lui o i membri sgangherati di quel nucleo compatto, aveva propeso per i secondi.

Christian invece, dopo quanto aveva udito uscire quella sera dalla bocca della madre, aveva cambiato repentinamente opinione sul padre: lo considerava la vittima di una famiglia bastarda che lui odiava profondamente e tutta la rabbia provata verso di lui era di colpo scemata.

Provava pena e dolore per il padre e questi due sentimenti insieme scavavano a fondo portando in superficie un senso di colpa dalle tonalità dilaganti: era consapevole di essere stato un pessimo esempio di figlio e alla luce del tradimento di cui era stato vittima il padre, Christian all’epoca stava cominciando a rivalutare anche il sistema educativo che aveva adottato con lui fin da piccolo, fatto di non violenza e di dialogo. Non c’era stata volta in cui il padre, anche di fronte a suoi comportamenti eccessivi, non si fosse preso l’impegno di spiegargli senza mai alzare il tono di voce e con la calma proverbiale di un monaco tibetano, cosa significasse vivere seguendo certi valori.

Avrebbe avuto voglia di rimediare e cercare per quanto possibile di ricostruire un rapporto con lui: quel pensiero lo spingeva a volte fin sotto l’ufficio e, vedendo l’auto del padre parcheggiata nei posti riservati alla direzione, era tentato di salire con l’unico scopo di buttargli le braccia al collo, ma poi il timore che Khamisi avesse potuto rifiutare quell’approccio spontaneo, lo facevano ritornare sui suoi passi. Stava quindi fermo immobile per delle mezze ore a fissare le finestre là in alto al terzo piano, nella speranza che Khamisi da dentro si affacciasse e gli facesse cenno di salire.

E più si avvitava nelle indecisioni e nei dubbi in merito a come riportare il sereno nei rapporti tra lui e il padre, più gli saliva dentro un istinto rabbioso e feroce di vendetta nei confronti della madre. Aveva completamente sostituito l’odio che provava per il padre facendolo convergere completamente sulla figura di Claretta; ma mentre l’odio verso Khamisi era qualcosa di totalmente irrazionale, verso la madre era un sentimento ragionato, che stava pian piano prendendo possesso dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti, sostenuti da una serie di emozioni forti e dirompenti che lo spingevano a mettere in atto una strategia vendicativa ben precisa e mirata.

Dopo aver passato qualche giorno a riflettere in merito al da farsi, un pomeriggio che si trovava in camera sua, steso sul letto a contemplare il soffitto, gli era venuta una illuminazione: aveva preso l’elenco telefonico e aveva cercato l’indirizzo di casa Sartor, la famiglia di uno dei due fratelli della madre.

Il pomeriggio successivo, si era recato in corriera a Budrio, il paese dove abitava lo zio con la famiglia e aveva girovagato per una buona mezz’ora finché non aveva trovato la villetta dove abitava la famiglia Sartor. Era rimasto appostato dietro una grossa quercia che si ergeva maestosa proprio di fronte a quella casa fino a tarda sera, tanto da rischiare di perdere l’ultima corriera utile per ritornare in città.

Per i successivi sette giorni, si era recato in quel luogo, attrezzandosi addirittura con zaino, bibite e panini, stando ben attento a non farsi beccare: non aveva un’idea ben precisa di cosa avrebbe potuto ricavare da quei suoi appostamenti in stile detective americano, ma sentiva che più stava nei paraggi della villetta di suo zio, più in lui cresceva la consapevolezza di voler fare del male a qualcuno di quella famiglia, poco importava a chi.

La cosa più giusta da fare, aveva pensato Christian, sarebbe stata quella di farla pagare direttamente al fratello di Claretta, per vendicare tutto il dolore che costui aveva causato al padre, ma a considerare la stazza dell’uomo, aveva convenuto fra sé che sarebbe stato meglio indirizzare i suoi comportamenti vendicativi verso qualcuno maggiormente alla sua portata fisica. E per questo la sua scelta era ricaduta su un ragazzino gracile e dall’andatura incerta che Christian aveva presunto fosse Michele, il cugino che non aveva mai conosciuto di persona per espressa volontà della madre. L’intento di Christian non era colpire lui in prima persona ovviamente, ma attraverso di lui provocare un dolore forte e un danno allo zio. “Il fine giustifica i mezzi Christian” andava ripetendosi per farsi coraggio, man mano che la strategia vendicativa si impossessava di lui.

Individuata la figura verso cui indirizzare la propria azione, nei giorni successivi Christian aveva cominciato a pedinare il ragazzo: dove andava il cugino, a debita distanza, appostato da qualche parte c’era lui. Voleva individuare quale fosse il luogo migliore per poter agire senza essere visto da nessuno.

L’idea che gli era venuta, sebbene non l’avesse ancora studiata nei dettagli e potesse sembrare alquanto bislacca a prima vista, era quella di seguire il cugino in una delle tante strade di campagna che si aprivano ramificandosi dietro la casa dove abitava coi genitori, caricarlo con le buone o con le cattive sull’auto, portarlo in aperta campagna e lì menarlo a dovere per poi buttarlo in qualche fosso non prima di avergli appeso al collo un cartello con scritto:

mio padre è un bastardo figlio di puttana e va in giro ad ammazzare di botte le persone facendola franca ‘quasi’ sempre.

Aveva bisogno di una macchina e di un luogo appartato dove potesse passare inosservato il rapimento del cugino.

Per quanto riguardava l’auto, gli era venuta un’idea: quando suo padre era andato via di casa si era portato con sé qualche effetto personale ma aveva per lo più lasciato lì ogni cosa e tra questi oggetti c’erano pure le doppie chiavi dell’auto.

Nei suoi appostamenti serali sotto l’ufficio del padre, Christian aveva notato che il genitore dopo le 20 di solito non usciva dall’ufficio; quello era l’orario migliore per prendere l’auto all’insaputa del padre, correre al paese dove abitava lo zio, mettere in atto il suo piano per poi riportare la vettura dove l’aveva trovata, il tutto ovviamente stando molto attento a non farsi beccare.

Il cugino, ogni sera intorno alle 9 usciva dalla villetta e con la bicicletta copriva i 3 chilometri che lo separavano dalla piazza principale del paese per raggiungere i suoi amici. Quello era il momento ideale per colpire: Christian aveva potuto constatare che una parte del tragitto era completamente in aperta campagna e la strada non era per nulla trafficata dopo un certo orario.

La mattina del 10 agosto si era svegliato di soprassalto alle 5: aveva interpretato quello come il segnale che era giunta l’ora. Appena quell’idea gli era entrata nelle vene, le mani avevano cominciato a sudare copiosamente. Sebbene fosse un irruente e un irascibile per natura, quel suo atteggiamento non era mai sfociato in atti di violenza deliberata. Anzi lui era molto bravo a scatenarsi verbalmente, ma quando percepiva che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega nei fatti, si defilava come un topino di campagna, impaurito e intimorito. Non aveva idea di come il suo corpo avrebbe reagito una volta che si fosse trovato di fronte quel ragazzino mingherlino. Se pensava però a suo zio e all’odio che provava per lui, allora le pupille si facevano piccole come pallini da caccia e istantaneamente tutti i dubbi evaporavano sotto gli effetti di un feroce e focalizzato desiderio di vendetta.

La giornata era scivolata verso la fine a grande velocità tra un ripensamento e l’altro, finché non erano giunte le 19,15, ora in cui il suo piano avrebbe dovuto prendere il via. E così era stato: dopo essersi guardato allo specchio per alcuni minuti, per trovare il coraggio necessario ad affrontare quell’esperienza dai contorni incerti, Christian era uscito di casa, non prima di aver infilato nello zaino Invicta che usava per i libri dell’università, il cartello con la scritta che avrebbe appeso al collo del malcapitato cugino, un passamontagna, una tela cerata, un coltello da cucina che la madre era solita utilizzare per tagliare la carne e un paio di guanti di lattice usa e getta. Non voleva lasciare impronte né dentro la macchina del padre né tantomeno sul coltello che pensava di portare con sé semplicemente per intimidire il cugino. In cuor suo non aveva la minima idea di come maneggiare quell’arnese con una lama da 20 centimetri e sperava proprio che lì dove l’aveva messo rimanesse e che non ci fosse nemmeno la necessità di estrarlo.

Alle 19,50, dopo essere sceso alla fermata adiacente l’ufficio del padre, si era appostato poco distante: con suo grande rammarico aveva constatato che l’auto di Khamisi non era parcheggiata al solito posto. Un gesto di rabbia lo aveva colto all’improvviso: aveva calciato violentemente un muretto situato lì a fianco provocandosi una dolorosa fitta alle dita dei piedi. Quel dolore si sommava all’agitazione del momento: il primo degli imprevisti in quel piano slabbrato e dalla messa a punto sommaria, gli stava facendo perdere la calma che gli sarebbe servita nelle ore successive al fine di evitare spiacevoli errori.

Stava cercando di tenere a bada se stesso, quando aveva sentito il rumore di un’auto giungere dalla strada principale e dopo pochi istanti aveva notato che era quella del padre.

Il genitore era sceso dall’auto in evidente stato di ubriachezza: barcollava al punto da non reggersi quasi in piedi da tanto aveva bevuto. Vedere suo padre in quello stato, aveva generato in Christian due sentimenti contrastanti: da un lato era sollevato dal fatto che in quella condizione non si sarebbe certo reso conto che l’auto non era in parcheggio; ‘per l’ora in cui lui fosse stato di ritorno, il padre era probabilmente bello che addormentato’ pensava Christian intanto che si infilava i guanti di lattice.

D’altro canto, vederlo ridotto in quelle condizioni, aveva rinforzato il sentimento di odio nei confronti della famiglia Sartor: ‘se il padre, che era sempre stato una persona equilibrata e che non aveva mai in vita sua toccato una goccia di alcool, si era ridotto così a causa della confessione che 20 giorni prima gli aveva fatto Claretta, allora la vendetta che lui aveva messo in piedi era la cosa corretta da fare.’ Questi pensieri gli avevano dato la giusta carica per procedere attraverso i vari step del piano che aveva pressappoco disegnati in testa.

Aveva atteso qualche minuto per dare il tempo al padre di salire in ufficio e quindi, estratte le seconde chiavi dell’auto dalle tasche dei jeans, si era mosso, zoppicando a causa del dolore alle dita dei piedi, fino alla vettura.

Era arrivato nei pressi della villetta alle 20,50 e si era appostato a una cinquantina di metri dal cancello di uscita, un po’ defilato dal bordo della strada per non dare nell’occhio.

Aveva quindi steso accuratamente la tela cerata nel bagagliaio dell’auto, stando attento a non lasciarne scoperto nemmeno un centimetro, per evitare che macchie di sangue o altri indizi compromettenti rimanessero dentro l’auto.

Alle 21 esatte il cugino era uscito, come ogni sera, con la sua bicicletta: l’adrenalina aveva iniziato a pompare nelle vene di Christian e un impercettibile tremore alle gambe lo aveva scosso al punto che per un attimo aveva pensato di abbandonare, ma ripensare a Khamisi riverso a terra, massacrato di botte dal padre di quel ragazzo che era appena uscito con la bici, gli aveva ridonato la carica necessaria per andare avanti. Si era infilato il passamontagna e si era accodato a debita distanza al cugino. Michele dal canto suo pedalava guardandosi intorno con aria spensierata, del tutto ignaro di quello che sarebbe capitato di lì a qualche istante.

Avanti 500 metri, Christian poteva scorgere il rettilineo dove aveva deciso di far scattare il piano di rapimento; aveva quindi accelerato quel tanto che bastava per avvicinarsi a meno di una ventina di metri dalla bicicletta. A quel punto il cugino, sentendo il rumore di un’auto a ridosso della ruota posteriore della sua bici, si era voltato facendo segno al conducente di passare. Christian aveva accelerato e appena superato il ragazzo gli aveva tagliato la strada facendolo andare a sbattere contro la portiera destra dell’auto; Michele era rimasto in piedi per miracolo.

“Che cazzo fai?” Il suo petto sembrava una fisarmonica da tanto era agitato e in affanno.

In quel frangente Christian aveva estratto il coltello dallo zaino che teneva sul sedile passeggero e sceso dall’auto aveva fatto il giro attorno alla stessa, trovandosi a meno di due metri dal cugino, coltello alla mano.

“Sali in macchina senza fare storie!” Anche Christian era in forte stato di agitazione; le mani sudavano non solo per la concitazione del momento ma anche perché il lattice non faceva traspirare a dovere la pelle, considerando i 30 gradi umidi della serata estiva.

“Su, sali ti ho detto!” Christian parlava a voce alta, segno che non aveva perfettamente il controllo della situazione: sentiva le gocce di sudore che dal cuoio capelluto inzuppavano il passamontagna attraverso i capelli, e lentamente scendevano dal collo fino alla t-shirt.

“Che cazzo vuoi da me! Hai sbagliato persona cazzo! Io non so chi sei!” Michele urlava e si guardava intorno per capire quale spazio di fuga potesse avere al fine di liberarsi da quella aggressione inaspettata. Era talmente docile e mansueto di carattere, che trovarsi di fronte ad una situazione di quel tipo, messa in atto da un folle col passamontagna calato sul volto e pure con un coltello tra le mani, lo aveva completamente mandato in confusione mentale.

“Sali in macchina ti ho detto!” Aveva ripetuto Christian avvicinandosi a meno di un metro dal cugino brandendo il coltello con gesti maldestri.

Vedendosela brutta Michele aveva mollato la bicicletta spingendola violentemente contro Christian e voltandosi di scatto, aveva saltato il fosso e si era messo a correre in mezzo ai campi.

Quello era il secondo imprevisto della serata; le cose, pensava Christian, non dovevano andare così, proprio non dovevano andare così. Quella mossa del cugino lo aveva spiazzato al punto da immobilizzarlo per qualche istante; doveva agire in fretta altrimenti la distanza tra i due sarebbe stata incolmabile.

Aveva quindi stretto ben forte il coltello nella mano e si era messo all’inseguimento del cugino correndo più forte che poteva. Poco più avanti Michele, voltandosi e vedendo che l’uomo lo stava rincorrendo a una trentina di metri col coltello in mano, aveva accelerato il passo perdendo al contempo il coordinamento e l’aderenza al terreno e questo lo aveva fatto cadere a terra. Era in lacrime, piangeva in modo disperato: “lasciami in pace…non so chi tu sia! Io non ho fatto male a nessuno!”

Intanto che urlava, aveva alzato le mani a protezione della parte superiore del corpo: a vederlo così, sembrava una tartaruga schienata. Era congelato dalla sua stessa paura, quando Christian gli era piombato addosso con tutto il suo peso, immobilizzandolo a terra. Dalla concitazione il coltello gli era sfuggito di mano ed era caduto a pochi centimetri dal corpo di Michele.

Aveva cominciato a menarlo sul viso con entrambe le mani; erano pugni inesperti dati con gesti scoordinati, che comunque provocavano un dolore inaspettato al cugino che tentava invano di liberarsi dalla morsa.

“Non ti ribellare! Dovete pagare, tu e la tua famiglia, brutto bastardo del cazzo!”

Gridava senza minimamente preoccuparsi se qualcuno avesse potuto sentirlo nei dintorni e in quel frangente il cugino gli aveva sferrato una ginocchiata nei testicoli.

“Ahiaaa” Christian si era accasciato di lato mentre con la coda dell’occhio aveva scorto Michele rialzarsi in modo maldestro e ricominciare a correre per quello che poteva, visto lo stordimento provocato dai colpi presi sul viso.

Doveva reagire: le cose stavano andando nel peggiore dei modi. Se prima il cugino era solo un mezzo per arrivare a un fine e cioè lo zio, ora Michele, nella testa di Christian, era diventato fine a se stesso. Quel pensiero gli aveva pompato nelle vene la giusta dose di adrenalina: si era rialzato con un’agilità imprevista e ripreso in mano il coltello, si era rimesso all’inseguimento del cugino. Le gambe erano spinte da una forza inaspettata: la sua corsa era poderosa, sebbene avesse dolore alle dita del piede e i testicoli fossero in fiamme. A infondere quella forza agli arti inferiori, era un deleterio mix di odio e desiderio di vendetta che ora dallo zio si era totalmente trasferito al cugino.

Michele, poco più avanti, era in evidente stato di affanno e non correva più con quella lucidità iniziale. Questo fatto aveva infuso fiducia in Christian e quella fiducia si era trasformata in matematica certezza di potercela fare quando poco dopo il cugino era caduto di nuovo, esausto. Si era rannicchiato sul fianco destro e stava lì fermo immobile, quasi fosse in attesa che quell’uomo mascherato gli piombasse addosso e facesse con quel coltello ciò che doveva fare. Quella resa totale da parte di Michele, aveva generato in Christian una sensazione di disprezzo tale che quando gli si era avventato sopra era talmente accecato da dimenticarsi che tra le mani aveva il coltello.

Aveva sentito il cugino urlare dal dolore: era un urlo acuto, che sapeva di morte.

In un primo momento, a cavalcioni sulle ginocchia di Michele, non aveva compreso cosa avesse portato lo stesso ad urlare in quel modo; ma poi, abbassando lo sguardo di poco, aveva notato il manico del coltello spuntare dal fianco del ragazzo. Gli aveva conficcato i 20 centimetri della lama all’altezza del rene sinistro.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” Gli erano uscite di bocca alcune imprecazioni alla vista di ciò che aveva combinato. Si era quindi staccato dal corpo di Michele e accasciatosi li a fianco era rimasto fermo in quella posizione per almeno un minuto, con il cugino che si lamentava sommessamente.

La luce di agosto stava cominciando a scemare verso un buio che per quanto ancora incerto, rendeva comunque i contorni sfocati e indecisi, come sfocati e indecisi erano i pensieri che vorticavano nella testa di Christian alla velocità della luce.

“Aiutami, ti prego! Aiutami!” La voce flebile del cugino lo aveva riportato per un attimo alla realtà dei fatti. Oramai doveva andare fino in fondo; fermarsi a metà avrebbe voluto dire compromettere ogni cosa e sebbene solo ora cominciasse a rendersi conto nel profondo del casino che aveva combinato, di una cosa era certo: non voleva assolutamente andare in galera per il resto dei suoi giorni. Lui aveva fatto tutto per vendicare suo padre e quel gesto era la giusta ricompensa per il dolore che lo zio aveva provocato a Khamisi, pensava.

Doveva recuperare la giusta lucidità mentale per farla franca: rapidamente aveva ripercorso a ritroso col pensiero gli ultimi minuti di quella concitata situazione per fare mente locale in merito a eventuali tracce lasciate qua e là e non gli pareva di aver perduto nulla sul terreno.

Aveva quindi sollevato il busto e da quella posizione, appoggiando per terra entrambe le mani e facendosi forza sui polsi doloranti a causa delle percosse di poco prima date al ragazzo, si era alzato in piedi e giratosi verso il cugino poco distante si era chinato su di lui estraendo il coltello. Dalle labbra semi aperte di Michele era fuoriuscita una boccata di alito moribondo, quasi fosse una camera d’aria di uno pneumatico forato.

Christian si stava rendendo conto che di lì a poco, se lo avessero scoperto, lui sarebbe stato condannato per omicidio, vista la condizione disperata in cui versava il ragazzo. Ma oramai doveva spingersi fino alla fine: lui voleva a tutti i costi farla franca e quindi, lasciando il corpo del ragazzo a morire lentamente su quel terreno inumidito dalla guazza estiva, aveva ripercorso a ritroso la distanza che lo divideva dall’auto messa di traverso sulla strada, correndo concitatamente.

Giunto nei pressi della vettura, aveva buttato la bicicletta scassata di Michele nel fosso adiacente e dopo aver tolto la cerata dal bagagliaio, l’aveva posizionata sul sedile di guida per evitare che i suoi indumenti, qualora fossero stati sporchi di sangue, lasciassero tracce sospette sulla tappezzeria dell’auto del padre. E poi, dopo essersi tolto il passamontagna e avvolto il coltello dentro lo stesso, aveva infilato il fagotto dentro lo zaino posto sul sedile passeggero e invertito il senso di marcia era ripartito con guida nervosa e distratta.

Mentre guidava aveva acceso la luce di cortesia per controllarsi gli indumenti: così a prima vista gli sembravano puliti e quella scoperta gli aveva trasferito una profonda sensazione di contentezza. In quello stato di euforia non si era reso conto che con la ruota destra era andato fuori dalla carreggiata di quel tanto che era stato sufficiente a spingere l’auto fuori strada, facendola sprofondare di lato nel fosso.

Per una ventina di interminabili secondi Christian era rimasto immobile, mani ben salde sul volante, quasi fosse svenuto a causa del forte e inaspettato impatto. Poi di colpo si era ripreso, e in un istante di lucidità aveva compreso l’entità del disastro appena combinato. Con fare concitato aveva girato la testa verso destra e una volta accertatosi di aver riposto nello zaino tutti gli oggetti compromettenti, era uscito dall’auto togliendo in tutta fretta la tela cerata dal sedile del guidatore, riponendola nello zaino.

Il buio era penetrante e se da un lato favoriva la fuga, dall’altro ne rendeva difficoltoso l’incedere in una zona che non conosceva. Aveva quindi risalito l’argine del fosso e zaino in spalla si era diretto velocemente verso le luci delle prime case che vedeva in lontananza. Aveva un unico obiettivo in testa: ritornare a casa cercando per quello che poteva, di lasciarsi alle spalle quella vicenda dai contorni drammatici.

Il segnale di ‘allacciare le cinture’ riporta Christian alla realtà: erano anni che non ripensava nei dettagli a quanto successo quella sera e quei ricordi lo hanno definitivamente messo ko.

Uccidere un ragazzo che non c’entrava nulla con la vicenda che aveva portato al pestaggio di Khamisi e lasciare che la colpa ricadesse sul padre, erano due fatti concatenati di una gravità spaventosa e la cosa ancora più spaventosa era che sembrava che se ne stesse rendendo conto fino in fondo solo ora.

Non che in passato non avesse pensato a ciò che era successo quella sera ma per anni era stato talmente avvolto nelle nebbie del senso di vendetta nei confronti della famiglia Sartor, che per molto tempo aveva considerato quella come una giusta punizione.

Rimaneva ovviamente in sospeso da 20 anni sul conto della sua anima quello che aveva combinato al padre: era riuscito anni addietro ad archiviare alla meno peggio quel fatto, consapevole che la resa dei conti con Khamisi sarebbe arrivata prima o poi.

D’improvviso sente un impellente bisogno di scendere dall’aereo, si attacca con le mani ai braccioli, quasi volesse staccarli dal resto del seggiolino, gira la testa a destra e sinistra in modo concitato come se cercasse una via di fuga nei dintorni che gli permetta di scendere a terra prima degli altri passeggeri.

“Tutto bene?” La hostess, intenta a verificare che i passeggeri abbiano la cintura allacciata, si accorge che Christian è in evidente stato di confusione e gli lancia quella domanda con fare inquisitorio e preoccupato.

“Si si tutto bene; fra quanto saremo a terra?” La voce è impastata, come se si fosse risvegliato da poco da un lungo letargo.

“E’ questione di minuti..” risponde perplessa la ragazza, segno che la faccia di Christian non è tra le più confortanti ma a lui non interessa cosa stia pensando la hostess; l’unica cosa che conta ora è trovare il modo, per quanto possibile, di recuperare gli ultimi 20 anni di vita perduti.

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

For what it’s worth, it’s never too late…

For what it’s worth: it’s never too late or, in my case, too early to be whoever you want to be. There’s no time limit, stop whenever you want. You can change or stay the same, there are no rules to this thing. We can make the best or the worst of it. I hope you make the best of it.”.

Il pezzo sopra è preso da The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald….

…ho voluto condividerlo con Voi perché lo trovo molto attuale, molto focalizzato sul momento che stiamo vivendo…

speranza

grande concetto…un po’ sopravvalutato credo…preso da solo mi ha sempre trasferito l’idea che fosse un po’ monco…al limite oltraggioso…della serie: “mi siedo e aspetto che qualcosa succeda..che qualcuno faccia ciò che va fatto al mio posto per tirarmi fuori dalle sabbie mobili”…mi ha sempre dato l’idea cioè di immobilità, di immobilismo…di attesa di un mondo migliore…

….sper-onsabilità…

…mi piace di più..non è un errore grammaticale…la speronsabilità è la crasi di sper-anza e resp-onsabilità…sentire di appartenere a un futuro che desideriamo dal profondo e della cui realizzazione sappiamo di essere gli artefici primi e ultimi, in modo del tutto consapevole…desiderosi di voler fare bene, di metterci qualcosa di nostro per far funzionare la vita, TUTTI…giorno dopo giorno…senza mollare mai..e se le cose non dovessero funzionare..ci si rimbocca le maniche e si riparte..

…tutto ha inizio da un‘idea…e finisce con un‘idea…e dalla condivisione di decine, migliaia, milioni, infinite idee diverse si dà vita a qualcosa che è molto di più della somma delle singole parti…

”make the best of it. And I hope you see things that startle you. I hope you feel things you never felt before. I hope you meet people with a different point of view. I hope you live a life you’re proud of. If you find that you’re not, I hope you have the strength to start all over again” (The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald)

…ma le idee da sole non bastano…nel mezzo tra un’idea e l’altra servono impegno e sudore…di tutti.. insieme!