Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Stai a casa tua – Parte 4

“If you want I can drive you home…”

Giovanni è tra i pochi che sanno parlare un discreto inglese da quelle parti. È da qualche settimana che si stanno allenando insieme sulla pista di atletica adiacente all’ippodromo di Bologna. Si è creato un legame molto forte fin dai primi giorni tra Khamisi e quel ragazzo di qualche anno più giovane di lui. Giovanni pende dalle sue labbra: non gli sembra vero che la stella mondiale della maratona si stia allenando proprio dove si allena lui. Gli sta sempre attaccato alle calcagna per chiedergli consigli e farsi raccontare cosa si prova a vincere due medaglie d’oro, l’ultima delle quali, quella di Montreal di qualche mese prima, battendo pure il record del mondo. A Khamisi piace fare da mentore a quel ragazzo e in quella nuova veste si sente orgoglioso di sé, perché percepisce che il perimetro dentro il quale si muoveva fino a qualche settimana prima era una sorta di gabbia che si era costruito attorno per il timore di vivere al di fuori dei confini della maratona.

“No thanks Giovanni, I prefer taking a walk: I want to take a breath of fresh air in order to clear my mind.”

Quella frase fa sorridere il ragazzo che replica senza cattiveria:

“You’re amazing! We trained for almost four hours this afternoon and while I don’t even have the strength to put on my socks, you still want to walk; that’s why I will never become a champion!”

Si fa una grassa risata su quella sua affermazione che in apparenza mette a nudo un proprio limite ; il ragazzo è genuino e spontaneo e questo a Khamisi piace molto. Pensa che quello è il tipo di spontaneità che il suo mentore Fever deve aver riscontrato nei suoi occhi la prima volta che si incontrarono, una decina di anni prima sulla spiaggia di Watamu.

Osservandosi riflesso in quel ragazzo capisce di essere cambiato e non gli sembra di averlo fatto in meglio: percepisce che vincere due medaglie d’oro alle olimpiadi non significa per forza di cose distinguersi se non esclusivamente sul piano atletico. Quella maschera che indossava fino a qualche settimana prima non lo soddisfa più: ora sente di voler fare la differenza aiutando gli altri a crescere e migliorarsi.

Non è stato facile decidere di trasferirsi a Bologna per un periodo, abbandonando la vecchia routine in Ohio, il proprio allenatore e una vita che, grazie ai successi ottenuti negli ultimi anni, cominciava ad avere una parvenza di agiatezza; ma posto di fronte alla scelta tra due priorità, la corsa o seguire l’amore, ha preferito scegliere la seconda, sebbene la decisione sia stata sofferta. Ma proprio ora, dentro quello spogliatoio ingiallito da due file di luci bislacche, con la muffa sui muri delle docce e quell’odore di umidità che sa di povero, sente che la strada intrapresa è quella giusta, non solo per ciò che prova verso Claretta, ma anche e soprattutto per sé stesso. Li sente di poter ricominciare, dal basso, come era stato una decina di anni prima.

E deve ringraziare Fever che qualche settimana prima si era rivelato per quello che ha sempre percepito fosse: un uomo con una integrità di valori tale da rinunciare a un tornaconto di immagine e di natura economica per il bene di qualcun altro. Se non ci fosse stato Fever, pensa, probabilmente sarebbe ancora lì a riflettere quale delle due strade scegliere. La voce del suo allenatore gli rimbomba ancora nelle orecchie mentre sta rimettendo gli indumenti sudati dentro la borsa.

Qualche settimana prima, un pomeriggio si era recato nel suo ufficio alla Ohio State University, per confrontarsi con lui in merito alla indecisione se prendersi o meno un periodo sabbatico. Ricorda ancora che aveva così tanta paura in corpo che era rimasto fermo immobile davanti alla porta chiusa del suo ufficio per alcuni minuti, quasi fosse una statua di gesso e per ben due volte aveva deciso di rinunciare, ripercorrendo a ritroso il lungo corridoio e le scale che dall’entrata dell’edificio conducevano all’ufficio del suo allenatore per poi, in entrambi i casi, ritornare sui suoi passi e fermarsi di nuovo davanti a quell’uscio chiuso, quasi fosse un pastore tedesco preposto alla difesa personale dell’uomo dentro quella stanza. 

“Ciao Khamisi: che fai qui oggi? Avevo detto di prenderti il pomeriggio di riposo!”

Fever lo stava rimproverando con tono paterno: aveva compreso che se non era lui a imporre a Khamisi delle pause precise e strutturate in momenti specifici della giornata, il forte senso di responsabilità che il ragazzo si sentiva caricato sulle spalle, non gli permetteva di capire quando fosse giunto il momento di fermarsi. Sembrava una macchina senza fine che non aveva bisogno di niente altro che di un pò di benzina per farla correre in modo continuativo.

“Devo parlarti Oscar..” la faccia era seria, come se avesse appena ricevuto una notizia drammatica; era fermo in piedi, le braccia distese immobili lungo il corpo, in attesa che Fever gli desse il permesso di proseguire a parlare.

“Che c’è ragazzo che non va? Da quando abbiamo ripreso gli allenamenti un paio di settimane fa, noto che non sei più concentrato come prima.”

Ed effettivamente era così: dopo quella mattina a Montreal quando lui e Claretta si erano raccontati un po’ di cose che riguardavano le loro rispettive vite, alcune delle quali molto intime, i due avevano deciso di prendersi un mese abbondante per girare gli Stati Uniti insieme. Durante quel viaggio senza una meta prestabilita, quella affinità che entrambi avevano sentito dentro nei primi minuti di conoscenza, si era trasformata in un sentimento molto intenso che avvolgeva i loro corpi e le loro menti.

Verso fine settembre però, i doveri avevano richiamato entrambi all’ovile e Claretta era dovuta ripartire per Bologna dove frequentava il secondo anno di medicina. Da quel momento la vita dei due era diventata quasi un inferno fatto di telefonate brevi, tante lettere e un dolore debilitante per quella lontananza che li imbrigliava in un’apatia fuorviante.

Dal canto suo Khamisi aveva ripreso gli allenamenti ma la concentrazione che lo contraddistingueva in allenamento e in gara fino a qualche mese prima, sembrava averlo abbandonato e mentre un tempo tutto veniva con estrema naturalezza, ora sentiva pesantemente le fatiche sfiancanti a cui lo sottoponevano Fever e il team di preparatori atletici e medici che la federazione statunitense aveva messo loro a disposizione dopo il primo dei due successi olimpici. Le cose non andavano più come un tempo e Khamisi alternava momenti in cui pensava di chiudere quella relazione impossibile vista la distanza fisica e anche culturale, a fasi in cui odiava sé stesso per quella sua costante incapacità di aprire i propri orizzonti mentali abbandonandosi alla vita senza troppi pensieri e ragionamenti.

Si trovava di fronte al primo grande dilemma della sua esistenza: l’amore per una ragazza o quello per la corsa e quella mattina si era recato da Fever sperando che lui avesse la soluzione pronta in tasca da porgergli su un vassoio d’argento.

“Mister, mi sembra di non riuscire più a trovare uno scopo in quello che faccio: ho la testa altrove e mi pesa fare tutto ciò che fino a un po’ di tempo fa consideravo la mia vita.”

Fever lo stava lasciando parlare, in religioso silenzio: oramai lo conosceva da anni e sapeva che Khamisi per dire una cosa a volte si perdeva in giri infiniti.

“Vorrei poter riportare le lancette dell’orologio al giorno in cui ho vinto l’oro a Montreal e da lì ripartire, prendendo una direzione completamente diversa.”

Fever sapeva qual era l’argomento che generava conflitto interiore in Khamisi: il ragazzo infatti, gli aveva presentato Claretta al ritorno da quella loro vacanza, come un buon figlio fa col proprio padre, portando a casa la fidanzata ufficiale. In quella occasione Fever e la moglie si erano dimostrati così gentili nei confronti dei due, che Khamisi era rimasto quasi stupito, conoscendo i modi duri e poco propensi ad esternare emozioni del suo allenatore.

“E che direzione vorresti prendere ragazzo?” Fever non poteva sostituirsi a Khamisi in quella decisione, doveva tenere duro e lasciare che fosse lui a uscire allo scoperto prendendosi le proprie responsabilità. Sebbene dentro di sé si dispiaceva perché avrebbe voluto aiutarlo, quel bivio era una parte troppo importante della vita dell’atleta per potersi sostituire a lui: in quel caso non si stava discutendo di migliorare la performance di gara, ma si parlava di vita.

“Non so che fare Oscar, veramente non so che fare..” Aveva abbassato lo sguardo, in segno di resa.

“Dentro di te Khamisi una decisione l’hai già presa: è solo che non vuoi ammetterlo a te stesso, ma tu sai qual è la cosa giusta da fare in questo momento, credimi. Non siamo eterni Khamisi, non siamo eterni…” Aveva lasciato quella frase in sospeso e per un istante aveva liberato la propria mente a vagare nel nulla; “tutto quello che tu oggi vivi come una forte energia data dall’adrenalina in corpo che ti spinge a eccellere, i riflettori, la fama, le onorificenze, un domani, se deciderai di non salire sul primo aereo diretto in Italia, ti sembrerà solo un enorme ammasso di paccottiglia con cui riempirai la soffitta buia e polverosa di casa tua.”

“Non sei arrabbiato con me?” Il ragazzo aveva bisogno del benestare del proprio allenatore; voleva la sua benedizione. In fin dei conti, se ci pensava bene, al mondo non aveva altri che lui: aveva lasciato il proprio villaggio dieci anni prima e da quel momento non aveva più avuto alcuna notizia dei suoi parenti e dell’amato padre. Per questo motivo, aveva bisogno che Fever gli dicesse che le cose tra di loro stavano andando bene e sarebbero andate comunque bene, qualunque strada lui avesse deciso di intraprendere.

“Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero?” Khamisi aveva notato una scintilla ricolma di passione nello sguardo assorto di Fever che in quel momento aveva sorriso; era un sorriso di pancia, pieno di mille, meravigliose sfumature e Khamisi le percepiva tutte, come fossero sue. “Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.”

Fever si ferma per un attimo: desidera che ciò che ha appena detto e ciò che sta per dire vengano recepiti dal ragazzo come elementi importanti del suo discorso. “La vita Khamisi non ha alcun senso se non la puoi condividere con le persone che ami, proprio nessun senso…” aveva ripetuto abbassando impercettibilmente la voce. “Io non credo tu ti sia mai fermato a riflettere per cercare di dare un senso a ciò che fai; tu corri per scappare da qualcosa e non per andare incontro a qualcosa e questo alla lunga può essere devastante.”

In effetti se ci rifletteva a fondo, lui era quello che tanti anni prima aveva preso alla lettera la frase del padre ‘qualunque cosa succeda ragazzo, non fermarti mai,’ ma quella frase su cui aveva costruito la propria esistenza fino ad allora, non bastava più per dare un senso a una vita, ammesso e non concesso che fosse mai bastata.

Khamisi non aveva mai notato, in 10 anni che si conoscevano, quel lato del suo allenatore così intenso e emotivo e questo fatto lo aveva nei primi istanti di quella conversazione un po’ destabilizzato: per tutto il tempo che avevano vissuto a stretto contatto, lui non aveva solo appreso consigli, tecniche e suggerimenti legati alla corsa dal proprio allenatore, ma quest’ultimo gli aveva trasferito anche un modello comportamentale fatto di disciplina, rigore e tanta passione per il sacrificio che copriva l’intero arco della sua giornata, dentro e fuori dalle sessioni di allenamento. Questa rigida struttura mentale, Khamisi l’aveva fatta propria al punto che era diventata la colonna vertebrale delle sue giornate, quella attraverso cui dava senso alla propria vita. Se lui avesse dovuto raccontare sé stesso ad un estraneo, si sarebbe descritto come una persona metodica, determinata e con un grande senso del dovere verso quella che solo in apparenza poteva sembrare come la dedizione ad uno sport come un altro, ma che in realtà celava una profondità di significati a cui lo stesso Khamisi faceva fatica a dare una interpretazione puntuale. Il rigore che stava dietro la disciplina della corsa era il modello di vita a cui si era ispirato Khamisi da dieci anni a questa parte: se avesse tolto di mezzo quello, avrebbe perduto ogni forma di appiglio per galleggiare e andare avanti. In quel modello comportamentale non c’era mai stato uno spazio dedicato al ‘lasciarsi andare’ ed era per questo motivo che lui si sentiva a disagio a trovarsi di fronte un Fever che metteva a nudo, senza filtri, le proprie emozioni.

“Abbiamo fatto grandi cose insieme Khamisi, cose che ad altri non riuscirebbero in tre vite e io sono orgoglioso e fiero di aver lavorato con te in questi anni e sono orgoglioso e fiero di quello che sei diventato, come uomo in primis e poi come atleta. Spero di poter fare ancora tante cose insieme a te ma credimi, te lo dico senza rammarico e senza alcun rimpianto, se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice di questa terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me.”

Fever si era fermato un attimo: aveva bisogno di riprendere fiato. Ciò che stava uscendo dalla sua bocca quel pomeriggio, seguiva delle dinamiche bizzarre che sembravano sfuggire al dominio del proprio cervello razionale: era come se il contenuto di quello che stava dicendo vivesse di vita propria. Se qualche giorno prima fosse andato in studio un giornalista per un intervista e gli avesse chiesto di raccontargli gli impegni suoi e del maratoneta per i successivi quattro anni, avrebbe sciorinato una quantità di date e appuntamenti sportivi da far rabbrividire anche il più organizzato dei manager. Ma quel pomeriggio a parlare non era il Fever allenatore tutto d’un pezzo la cui unica missione nella vita era portare all’eccellenza gli atleti che seguiva, bensì il Fever padre di quel figlio che lui e la moglie avevano tanto desiderato ma che una natura ingrata non gli aveva concesso; e quel padre desiderava ardentemente il meglio per Khamisi, che in quel momento non vedeva come un mero strumento per fare soldi e ottenere gloria personale, bensì come un ragazzo che aveva profondamente bisogno di fare le proprie esperienze e costruirsi una vita a tutto tondo.

“Quel giorno al tuo villaggio dieci anni fa ho fatto una promessa a tuo padre che mi aveva appena detto con fare duro che mi sarei dovuto impegnare per meritarmi te: l’impegno che ci ho messo per farti arrivare dove sei arrivato è stato il mio modo di tenere fede a quella promessa. Ora però, se devo essere onesto fino in fondo, devo lasciarti andare, perché preferisco rischiare di perderti sapendoti felice che tenerti legato a me per avido interesse, vedendoti morire dentro lentamente.”

Quelli sono i pensieri che si sta portando dietro intanto che esce dagli spogliatoi della pista di atletica della polisportiva Arcoveggio di Bologna, borsa sulle spalle. Sono 5 settimane che è lontano dalla sua vecchia vita e se ci riflette non gli manca neanche un po’; anche quando pensa a Fever, sebbene avrebbe voglia di vederlo e abbracciarlo, subito dopo però sente dentro una contentezza mai provata prima: si sente libero di decidere, pensare e addirittura essere ciò che vuole, senza programmi predefiniti.

Ha un’unica intenzione in testa questa sera: coprire camminando, sebbene faccia parecchio freddo e sia una sera in cui la nebbia la fa da padrona, i 5 chilometri che lo dividono dall’appartamento che si è preso in affitto nel centro della città. Tutto il resto, i pensieri, i sensi di colpa verso il cugino, cosa succederà domani, ora è in grado di chiuderli in un angolino buio del proprio cervello e lasciare che la vita faccia il proprio corso.

Questa sera non vedrà Claretta, perché lei fra due giorni ha un esame molto importante e ha bisogno di tempo per ripassare. Va bene così; anche lui ha bisogno dei propri spazi e sebbene senta di amarla profondamente percepisce dentro anche la necessità di conoscere nuove persone, fare amicizie nuove, integrarsi; ha bisogno di vivere.

Esce dalla cancellata arrugginita della polisportiva e si dirige di buon passo verso casa e in un attimo di vita sospeso nel tempo prova un senso di felicità, non per qualcosa in particolare ma perché si sente bene a prescindere e questa sensazione, pensa, è fantastica. Si sente libero, ha voglia di annusare la vita a pieni polmoni: più di tutto gli dona felicità il pensiero di non sapere cosa farà e soprattutto, chi sarà domani. Fino al giorno prima non si era mai posto il problema di chi fosse: lui correva e la corsa era la sua vita e non gli era mai passato per l’anticamera del cervello di pensare che esistessero milioni di altri mondi fantastici là fuori pronti ad accoglierlo se solo lo avesse desiderato. Questa sera invece, d’improvviso, sente di essere pronto per segnare in modo marcato e deciso il proprio futuro e di farlo in modo nuovo. Questo solco indelebile si poggia su un’unica e sola certezza: non porsi più alcun problema per il domani. Sa che non sarà facile per il tipo di carattere che ha e soprattutto per l’educazione rigida impostagli dal padre ma quello è ciò che desidera nel profondo ed è ciò per cui si impegnerà mettendoci tutto sé stesso.

Una macchina inchioda in modo violento alle sue spalle: gli sportelli si aprono e d’improvviso, nel tempo che gli ci vuole per voltarsi e capire cosa stia accadendo, un oggetto lo colpisce violentemente al fianco sinistro, seguito da un rumore sordo e in quell’istante un dolore lancinante gli toglie il respiro: a colpirlo è sicuro sia stato un bastone o qualcosa di simile. Cade a terra in modo rovinoso, la borsa vola a un paio di metri dal suo corpo; fa fatica a respirare, tanto è forte il dolore che lo sta invadendo senza ritegno. In testa un migliaio di pensieri che vorticano a velocità folle, ma nessuna idea di chi o cosa possa averlo colpito: pensa a chi nei giorni e settimane passate possa aver pestato i piedi al punto da generare una reazione di quel tipo, ma non gli viene in mente nulla. Sono tutti pensieri che viaggiano alla velocità della luce e in quel frangente vede con la coda dell’occhio un oggetto che non riesce bene a distinguere a causa della concitazione del momento; l’oggetto gli colpisce con una violenza inaudita la faccia tra il naso e l’occhio sinistro aprendogli una ferita di dieci centimetri da cui comincia a sgorgare sangue come fosse una fontana e lasciandolo a terra in stato di semi incoscienza. Sente in modo ovattato e mellifluo, a causa di quello stato di mezzo svenimento in cui si trova, una serie di calci e pugni e bastonate in varie parti del corpo. Percepisce che l’occhio colpito dall’oggetto di prima è gonfio e tumefatto, come fosse una palla da tennis di spugna inzuppata di olio. Il sangue che gli cola dal naso gli entra in bocca invadendogli il palato con quel tipico sapore ferroso. Si gira di lato e vomita, un po’ per la paura, un po’ per i colpi che ha ricevuto all’altezza dello stomaco.

Al suo orecchio arrivano delle voci che sembrano provenire da lontano ma è quasi sicuro che siano lì a due passi da lui:

“Negro di merda! Devi stare a casa tua e non venire a rompere i coglioni nel nostro paese hai capito?” Un altro calcio all’altezza delle costole a sfondargli la parte destra del bacino e poi una serie infinita di altri pugni, e calci e imprecazioni. Khamisi cerca di difendersi invano, di coprirsi il volto, di proteggersi le gambe ma sono in due e hanno pure una mazza da baseball per ciascuno e quei tentativi sono oltremodo vani.

“Te la faccio vedere io la maratona, brutto bastardo schifoso: io ti ammazzo. Devi scopare quelli della tua razza hai capito brutto bastardo!”

“Basta dai, ora andiamo che potrebbero vederci!” Incita sottovoce la seconda persona; “così lo ammazzi; ora gli abbiamo dato la lezione che si merita!”

Khamisi è riverso a terra in un bagno di sangue, i rumori dal mondo circostante gli arrivano ovattati: i suoi sensi percepiscono gli eventi che colpiscono il suo corpo in modo quasi distaccato: non ha nemmeno più la forza di muoversi né di lamentarsi.

Prima di risalire in macchina uno dei due gli sferra con la mazza da baseball un ultimo micidiale colpo sul tendine d’Achille che sotto la forza di quel fendente si frantuma come fosse di cristallo e subito dopo i due risalgono in macchina e sgommando se ne vanno. In quegli ultimi secondi di coscienza e semi lucidità sente ancora la voce calda di Fever a accompagnarlo in quel suo lungo viaggio: ‘se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice della terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me….’ e poi il nulla più totale si impossessa di lui.

Se vuoi leggere i primi 3 episodi, di seguito trovi i link:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3