Retrospettiva di un’alba immerso nella meditazione

E chi avrebbe mai pensato che così, in modo semplice come fluire, ci saremo incontrati dentro un’alba fatta di respiri che andavano e venivano, là tra decine di pensieri confusi e nello spazio di un istante avremmo ritrovato quel desiderio mai andato via di abbandonarci al bisogno di esistere..

….ed è stato tutto un aprirsi di profumi e passioni e immagini luminose…lì sotto gli occhi a volte un po’ stanchi e annoiati della mia immaginazione…

Eri vestita di bianco..un vestito lungo che ti cadeva sui fianchi come una seconda pelle..come se l’Universo si fosse divertito, ancora una volta, a scolpire quelle tue forme perfette e a dare loro i natali nella parte più sudicia della mia coscienza…accendendo ogni mia fantasia e desiderio immaturo…

…perché non si può mica sempre tenere lo sguardo chinato sul cemento!

Noi siamo fatti per guardare in alto oltre le stelle per perderci nelle nostre più bastarde paure, con l’unico intento di superarle…di superarci…

Non siamo nati certo per rimanere uguali a noi stessi, piuttosto per appoggiarci e affidarci alle linee imperfette di una natura, la nostra, che nella sua essenza più infinita si ciba di divenire…consapevole che stasi è sinonimo di morte…del corpo, della mente…perfino di un’anima che si fa eterna solo per chi ha il coraggio di abbandonare e abbandonarsi..a se stessi in primis e poi alla vita…

Avete mai pensato alla nostra anima come a qualcosa di piantato per terra? Immagino di no..

..la nostra anima vola…libera, come libero si è sentito il mio sguardo quando tra le nebbie ed i bivi della mia esistenza ho di nuovo percepito che c’è un unico punto fisso…ed è interamente vestito di bianco..e si infila tra un respiro e il successivo…

Un volo in omaggio all’Italia

Stanotte ho sognato di volare…all’inizio ho provato paura…del vuoto, del non avere appigli, della distanza dal suolo, del non avere dettaglio alcuno in merito alla meta…ma poi mi sono lasciato andare…librandomi in cielo come se avessi volato dal primo giorno della mia vita…metri di vuoto sotto a sostenere il mio viaggio…ed io fiero e sicuro di me…

Scorrevano sotto, orgogliose del loro passato e speranzose per un futuro che oggi più che mai sentono incerto..l’una dopo l’altra Verona, Venezia e poi giù il litorale Adriatico..

…e lì…proprio all’altezza di Ravenna..ho sentito il desiderio di fare una piccola deviazione verso l’interno per spingermi fino a volare a pochi metri dalla cima delle Due Torri…Bologna….e la forza delle mie origini mi ha dato l’energia giusta per comprendere che quello era il volo giusto…non sapevo dove mi avrebbe portato, ma sentivo dentro che mi ci dovevo abbandonare, allentando completamente i freni inibitori…

…e allora mi sono spinto sempre più giù…ed è subito stata la volta di Firenze…adagiata quasi dormiente a fianco di un Arno che ha guardato all’insù e per un attimo mi è parso come intimorito, ma poi anch’egli si è di nuovo accasciato sul letto cullante, per proseguire il suo viaggio di sola andata…

…e tra un pensiero e il successivo sono stato colto in lontananza da una luce speciale…quella luce magica che solo a Roma al tramonto in certe sere di tarda primavera è in grado di avvolgere il cielo e la terra lasciando chi la osserva con nulla di più del desiderio di stare lì per il semplice gusto di esserci…

…Roma..la città eterna…

…fu un poeta che oramai quasi nessuno cita più a darle per primo pare l’appellativo di “città eterna”…intorno al 20 a.c…tale Albio Tibullo…

Non so cosa abbia spinto il poeta latino a definirla a quel modo all’epoca, ma so perfettamente perché oggi si merita ancora quel nome…

…Roma è la città eterna perché all’imbrunire è in grado di richiamare a sé la poca luce di un giorno che rimane, per farne un vestito di colori pastello con cui andrà, fiera, a riempire di balli, di grida, di gioia e anche di un pò di dolore, la notte…con l’unico scopo di danzare noncurante fino a stordirsi al sopraggiungere delle prime luci dell’alba…

..potrei proseguire nel racconto, ma questo è il mio viaggio…ora tocca a voi alzarvi delicatamente sulla punta dei piedi e spiccare il volo su questa meravigliosa Italia che non aspetta altro che di essere amata per ciò che è: una splendida signora di mezza età che esprime il meglio di sé a cavallo tra il giorno e la notte..

...ed è stato così dall’inizio dei tempi…

La felicità è una lunga pazienza

Solo che ci vuole tempo x essere felici. Molto tempo. Anche la felicità è una lunga pazienza.
Ci logoriamo la vita a guadagnare denaro, mentre bisognerebbe col denaro guadagnare il tempo. Questo è l’unico problema che mi abbia mai interessato.
” (Albert Camus – “La Morte Felice”)

Oggi mi sento così..ho voglia di fare una piccola passeggiata in mezzo ai paesaggi incerti, impervi e scivolosi del concetto di “felicità”..

Non sono mai stato molto attratto dalle dissertazioni in merito al cosa sia la felicità. Come tutte le emozioni, anche la felicità si sente e si ascolta…nel corpo, nel cuore…e nelle budella.. e ogni volta che si tenta di definirla, si perde in profondità e anche in ampiezza..contribuendo a renderla anche un po’ banale!

Definire il “cosa” di una emozione, significa annaspare in un freddo mare di razionalità…accontentandosi della sterilità di inutili sovrastrutture mentali che si scaricano a terra in orpelli retorici, che mancano di un sano coraggio di vivere..

E di colpo sperimentiamo la banalità di una lingua, volgare per certi aspetti e anche un po’ oltraggiosa, ogni volta che si tenta di sostituire il vissuto con la favella…perché la felicità va sentita e non certo spiegata…

Siamo esseri senzienti..fatti di alti e di bassi..e con gli alti e bassi dobbiamo confrontarci se vogliamo vivere a pieno le nostre più intime nature..

Benvenuti tra le rapide di quel fiume in piena che è la vita..dove l’unica cosa che conta è immergersi e lasciarsi trasportare!”

Ecco perché ho citato all’inizio la frase di Albert Camus..

..in quella frase Camus non si azzarda minimamente a spiegare la felicità ma fa una semplice associazione: avvicina la felicità a un concetto che è altrettanto impervio e bastardo quanto essa, se solo si prova a definirlo. Un concetto che contiene in sé l’idea di movimento racchiuso in una stasi: sto parlando del concetto di “pazienza

Si conosce la pazienza quando, stando fermi immobili si impara a godere della successione infinita di attimi che danzano nel movimento di un respiro, quell’andare e venire del fiato tra una inspirazione e la successiva che ci insegna a stare presenti alla vita e a noi stessi..

…e in quell’andare e venire della nostra bislacca concentrazione…noi cominciamo a percepire, nelle ossa e nel cuore, che la felicità è racchiusa in quello spazio magico che in trepidante attesa sospira tra un andata e un ritorno…

…a dirlo pare facile…facile come sentire dentro che l’eterno è racchiuso in un secondo…

…ma questa è un’altra storia…o forse no…

Sei gradi di separazione…

Si chiamava Frigyes Karinthy, di origine ungherese; correva l’anno 1929. Tra i più autorevoli scrittori del ventesimo secolo, è colui che ha dato vita, nel suo breve racconto dal titolo Catene, all’idea secondo cui ogni persona è collegata a chiunque altra sulla faccia della terra da una serie di legami, relazioni e collegamenti attraverso un numero di gradi di separazione massimo pari a 5.

In soldoni…siamo tutti parenti secondo Frigyes Karinthy…

Vorrei partire da qui quest’oggi: la chiamerei la “Teoria dei Congiunti”…Siete spaventati vero che mi metta a fare polemica in merito all’ultimo DPCM? E invece no…

Vorrei invece insieme a voi riflettere su un fatto, una banalità se volete ma, di meravigliose banalità è fatta la nostra quotidianità…

Penso che le idee, i concetti, le teorie, giuste o sbagliate che siano, servano in primis a farci riflettere; in particolare, quella che ho chiamato la “Teoria dei Congiunti” deve farci ritornare là dove ci siamo fermati..un paio di mesi fa..per fare un viaggio lungo una eternità, proiettando la mente alle nostre origini come specie.

Sì perché vedete, non è solo l’economia ad essersi fermata, ma ci siamo fermati anche noi, come nazione, come popolo..le genti di tutto il mondo….in un secondo è sembrato che tutto fosse finito, perduto, abbandonato..per sempre…

…e quando ci si ferma e si sta bloccati per un periodo di tempo abbastanza lungo da necessitare di aggrapparsi a matasse di pensieri raminghi e melmosi, d’improvviso una mattina la nostra mente prende il controllo sulle nostre vite in apparenza vuote per volare libera su concetti quali “inizio” e “fine”….

…sono sicuro che tutti, in questo periodo che non è ancora finito, chi più chi meno anche solo una volta, di sfuggita, in modo superficiale fin che volete, ci siamo fermati a riflettere in merito alla nostra provenienza, se non altro per cercare di mettere ordine tra una serie di fotogrammi sbiaditi e cercare di dare un senso alle nostre esistenze su cui ci illudiamo troppo spesso di avere il controllo…per dare un significato rinnovato al nostro viaggio, alla parte di vita che ancora ci attende innanzi..breve o lunga che sia!

Siamo tutti parenti…nasciamo tutti da una stessa pianta…un albero che, per quante infinite diramazioni possa avere, prende linfa, vitalità e sostentamento da un’unica serie di radici comuni..

..le nostre radici..i nostri antenati…noi stessi deriviamo TUTTI da lì…una meravigliosa origine comune…

…e a prescindere da chi domattina andremo a trovare, che sia un congiunto nel senso in cui lo intendiamo oggi, o qualcuno che avevamo bisogno e desiderio di rivedere e riabbracciare al di là del sangue che scorre nelle vene…o fosse anche semplicemente qualcuno il cui sguardo incrociate di sfuggita per strada…beh nel cuore abbiate la consapevolezza che chiunque esso sia..è un vostro fratello o una vostra sorella..PUNTO…

…perché alla fine da lì proveniamo e lì dobbiamo ritornare…in una sorta di abbraccio catartico con la nostra meravigliosa Madre Terra…

…Buona congiunzione a tutti…

…e mi raccomando sul modulo di autocertificazione non provate a inserire come motivazione la “Teoria dei congiunti”…essa è solo frutto della mente di un folle…la mia…e, come sapete, i folli di tutte le epoche devono stare sui roghi oppure rinchiusi per essere dimenticati…

I’m scared we won’t fly

I’m scared we won’t fly

Comincia così la canzone di questa storia d’amore…con il timore di non saper volare..

Non mi riferisco a progetti infiniti di una vita eterna prima e dopo la morte..non sono mai stato molto bravo a pensare a cosa verrà dopo in funzione di ciò che c’è stato prima…ho bisogno di vivere e di farlo ora..sentendomi vivo e basta!

…la canzone di questo amore parla di due persone che non hanno avuto il coraggio di spiccare il volo..perché di quello si tratta..e di farlo reiterandosi una promessa, mattina dopo mattina, con il cuore pieno l’uno dell’altra..

“..amore ti va un’altra tazza di caffè?..”

…non mi dite che non avete mai desiderato che un atto così banale come bere un caffè insieme la mattina appena alzati, durasse in eterno per il semplice fatto che al vostro fianco c’era lui o lei!?!…

..l’amore, o meglio le storie di un mancato amore..non parlano d’altro che di persone che hanno avuto paura di volare..persone a cui è mancato quel coraggio bastardo di bere un’altra tazza di caffè insieme, e poi un’altra e un’altra ancora…

…uomini e donne che non hanno avuto l’ardore di chiudere gli occhi e farsi prendere da quel soffio graffiante che lascia senza fiato tra un verso e l’altro di una meravigliosa poesia che parla di tutto e di niente e per questo ci fa sentire bene, ci fa sentire vivi..una poesia che si chiama vita..che nasce e finisce in un attimo e quell’attimo vive in eterno…

…come una sera all’imbrunire seduti coi piedi a strapiombo sul nulla di una esistenza che sentite essere tutta lì… solo perché lui o lei è al vostro fianco e non avete bisogno di nulla altro che di quello..e poco importa se dopo ci sarà il vuoto per sempre..è andata comunque bene così…

…ma…invece di guardarci negli occhi e buttarci tra le braccia dell’ignoto mano nella mano, ci siamo voltati indietro preferendo la sicurezza e la certezza di essere ancora per una volta e forse per sempre quei bravi ragazzi che fanno il loro dovere perché è così che ci vogliono..

..ed ora quel meraviglioso tramonto a strapiombo su una vita che potevamo costruire insieme un passo alla volta è la dietro le nostre spalle ricurve e si ciba di buio e di notte mentre le note di quella avvolgente canzone stanno a dirotto volgendo al termine..o forse sono già finite da un pezzo..

Amore beviamo ancora questa tazza di caffè insieme, per un’ultima volta…unisciti a me in questo attimo eterno di banale normalità..”

Quel desiderio profondo di gridare “Ehilà”

Ho fatto a cazzotti col mondo ed esso ha risposto alzando la guardia e rigandomi il volto di cicatrici indelebili…

Ho pianto insieme alle stelle, con lo sguardo rivolto verso orizzonti incerti nella continua speranza che una di quelle lucine fosse destinata a me in questo pezzo di cammino affannoso…e la vita mi ha messo a disposizione spalle noncuranti su cui riversare lacrime dense…ma in nessuna ho mai trovato il conforto cercato!

Ho interrogato ogni forma di Dio alla ricerca di risposte incomprensibili a domande idiote…e la vita regolarmente ha ribattuto gettandomi con violenza in fiumi di odio e di rabbia..ed io imperterrito a nuotare all’insù come un salmone invecchiato e disobbediente…affaticato e goffo…

..Ho cercato modelli di carta pesta e di cera su cui appiattire la mia anima pecora fatta a brandelli dal volere comune..nel tentativo di seguire ammutolito il flusso di corpi che balla al ritmo di un jingle stonato…ma ho percepito quella danza come una fibrillazione atriale dell’anima e di colpo mi sono ritrovato nella sala rianimazione delle mie paure più recondite…

…poi, tra la stanchezza e il dolore e un grande subbuglio tra le budella affrante, si è fatta strada una istintiva consapevolezza…ho cominciato a lasciarmi andare…facendomi trasportare noncurante dalla corrente là dove il destino ha deciso che io dovessi approdare…

…e come d’incanto ho ricominciato a lottare e ad avere una gran voglia di risalire il fiume controcorrente, perché questa è la mia più intima natura e la coerenza agli occhi dei miei valori più intimi e di ciò che sono è la mia impronta nel mondo, l’unico porto sicuro a cui ritornare la sera per un veloce ristoro, in attesa che le prime luci dell’alba infondano di nuovo in me il desiderio di gridare…

“…Ehilà!”