Noi siamo fatti per muoverci e cambiare

Desidero anche oggi rimanere sul concetto di cambiamento a me tanto caro, concetto che, come pochi altri, disegna a pennello la nostra natura di esseri umani e lo voglio fare condividendo una poesia di Percy Bysshe Shelley dal titolo originale “The Cloud” scritto tra l’autunno/inverno del 1819 e l’inizio del 1820..esattamente 200 anni.

Nel poema ritornano costanti i temi e le immagini della “trasformazione” e della “metamorfosi”, un continuo alternarsi di nascita, morte e rinascita che trova il suo culmine nel verso del poema:

“Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire.”

Oggi siamo qui, domani siamo lì…liberiamoci da ogni genere di fardello e spingiamo in avanti i nostri corpi e le nostre menti lasciando che siano la vita e il caos a trasportarci senza bisogno di controllo alcuno..facciamo come la natura e i suoi elementi, abbandoniamo e abbandoniamoci nel rispetto delle nostre cangianti nature..

..la stasi crea inerzia e dove c’è inerzia c’è morte..noi siamo fatti per muoverci e cambiare, non certo per fermarci e trattenere..

Buona lettura a tutti…

La Nuvola

“Porto freschi acquazzoni per i fiori assetati dai corsi d’acqua e dai mari, e un’ombra lieve alle foglie avviluppate nei loro sogni meridiani. Dalle mie ali stillano le rugiade che svegliano i bocci a uno a uno, cullati in pace nel seno della madre, mentre lei danza intorno al sole.

Muovo con il flagello la grandine sferzante, e imbianco in basso le verdi pianure, e poi di nuovo mi dissolvo in pioggia, e rido, mentre passo tuonando. Setaccio laggiù la neve sui monti, e i grandi pini gemono atterriti, tutta la notte questo è il mio cuscino bianco, mentre dormo abbracciata alle raffiche.

Sublime sulle torri delle mie stanze celesti è assiso il lampo che mi fa da pilota, e sotto in una grotta è incatenato il tuono, che urlando lotta e si contorce, con moto lieve, sulla terra e sul mare, lui è il pilota che mi conduce, attratto dall’amore di quei geni che muovono nelle profondità violette del mare; sui ruscelli, le rocce, le colline, sulle pianure e i laghi, dovunque sogni, sotto montagne o fiumi, lo spirito che lui ama permane, mentre mi crogiolo nel riso azzurro del cielo e lui si dissolve in pioggia.

L’aurora sanguinante con occhi di meteora con le sue piume in fiamme distese, balza sul dorso del mio nembo in vela, quando la stella del mattino splende smorta, come sul dente di una vetta montana scossa e agitata da un terremoto, un’aquila scende e si riposa alla luce delle sue ali d’oro. E quando dal mare acceso il tramonto respira i suoi ardori di quiete e d’amore, e il manto rosso della sera cade dal fondo abisso in alto del cielo, io avvolta nelle ali sto nel mio nido aereo, ferma come una colomba che cova.

Quella ragazza sferica grave di bianco fuoco che i mortali chiamano luna, scivola baluginando sul mio vello disteso dai venti di mezzanotte e ovunque il passo dei suoi invisibili piedi – che solo gli angeli sanno udire – abbia sfrangiato il tessuto del mio tetto sottile, appaiono e spiano le stelle sul fondale. E rido nel vederle roteare e fuggire come uno sciame di api d’oro, e allargo lo strappo della tenda fatto dal vento finché i fiumi sereni, i laghi e i mari come lembi di cielo precipitati, sian lastricati di stelle e di luna. Cingo il trono del sole con una fascia incendiata e quello della luna con un filo di perle, e quando il turbine spiega il mio vessillo i vulcani son spenti e le stelle oscillano.

Da un capo all’altro gettata come un ponte, su un mare torrentizio, impermeabile al sole, resto sospesa, in alto, come un tetto, uniche sue colonne le montagne. L’arco trionfale che oltrepasso in marcia con l’uragano, il fuoco, la neve, con le forze dell’aria incatenate al carro, è l’arcobaleno dai colori infiniti, dove la sfera di fuoco intrecciava i suoi colori, e sotto la fresca terra sorrideva.

Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire. Perché dopo la pioggia, quando immacolata e nitida è la volta del cielo, e i venti e i raggi del sole coi loro convessi bagliori alzano la cupola azzurra dell’aria, io rido silenziosa a questo cenotafio, e come un bambino dal grembo o uno spettro dalla tomba esco dalla caverna della pioggia, e lo distruggo ancora.” (Percy Bysshe Shelley)

Il vento soffia sulle persiane a mezz’asta

C’è un vento stamane che soffia diritto sulle persiane a mezz’asta di casa mia, divenuta prigione da alcune settimane.

Porta con sé la voglia di andare lontano con l’unico intento di lasciarsi trasportare senza pensare a una meta precisa, avendo nel cuore il desiderio di cambiare dal profondo per rinascere diverso…mai più lo stesso!

L’essere umano nasce per rigenerarsi, istante dopo istante e in questo assomiglia tanto al vento; mai uguale a se stesso…sfuggevole, etereo…senza forma.

La nostra specie ahimè va in controtendenza rispetto alla sua più innata natura. Cerca costantemente rifugio, desidera mettere radici e così facendo costringe l’anima dell’universo a morire dentro una maleodorante risacca stagnante.

Lasciamoci condurre di più dalla corrente, spirando lontano al volgere della fine di ogni giorno, per ritornare all’alba di un indomani, diversi, più forti e più maturi… permettiamo alle nostre esistenze di esprimersi partendo dal midollo..per spingersi lontano..

…apro le finestre e a pieni polmoni respiro l’odore di nuovo…siamo giunti alla fine credetemi di questa nostra prigionia mentale..pronti per spiccare il volo sulle ali delle nostre più umane debolezze, alla ricerca di uno scoglio dove vivere dall’alba al tramonto, per poi domani tornare a spirare per ricominciare…lo so, lo sento, è scritto in quella porzione di vento a me dedicata..quella che questa mattina sbatte inesorabile sulle mie persiane a mezz’asta…

Due spunti sull’attuale crisi derivati dal “Mito della Caverna” di Platone

Questa mattina voglio spingermi con Voi ad analizzare un testo che ha rappresentato e rappresenta uno dei capisaldi della filosofia occidentale: sto parlando del cosiddetto “Mito della Caverna” di Platone.

Il mito è un racconto allegorico nel quale la caverna rappresenta il mondo sensibile dentro cui è immerso fino al collo l’essere umano, schiavo e prigioniero dell’ignoranza. Il prigioniero che si libera dalle catene e inizia un percorso verso la luce è da paragonare al filosofo che con gradualità si spinge nel cammino che conduce alla vera conoscenza, prima passando attraverso le sensazioni e le apparenze, poi abbandonandosi allo studio delle proporzioni e della matematica; infine giungendo a conoscere le idee stesse, le idee di BELLO, GIUSTO e BENE (il Sole). Il filosofo poi dovrà fare ritorno tra i vecchi compagni di prigionia (l’uomo comune) per annunciare la Verità e assumersi il dovere di governare la città con rettitudine, prendendosi cura del BENE COMUNE…

Due considerazioni in merito al riassunto di poco sopra e al testo tradotto che trovate sotto:

1) Saremo in grado dopo questa crisi sanitaria, economica di riconoscere che essa, la crisi è anche e soprattutto una crisi ideologica? Riusciremo cioè a capire che ciò per cui abbiamo vissuto finora non sono altro che le ombre del Vero BENE, dell’idea di GIUSTO, del concetto di BELLO?

2) Ci mettiamo di impegno per cambiare radicalmente questa classe politica che non ha fatto altro che pensare al proprio interesse negli ultimi 70 anni di storia Repubblicana?

Noi uniti, come lo siamo ora dalle celle super accessoriate delle nostre case, abbiamo dalla nostra il potere di cambiare le cose e far volgere lo sguardo verso il BELLO e il bene COMUNE della nostra nazione…riformando dalle fondamenta una classe politica che DOVREBBE PENSARE AL NOSTRO BENE in primis e poi al proprio…

Prendiamo questo male come un’opportunità di ricominciare, voltando completamente pagina…

UTOPIA mi dite? Beh forse avete ragione; vi ricordo solo che fino a due settimane fa sarebbe stato oltraggioso anche solo pensare che 60 milioni di italiani sarebbero stati incarcerati nelle loro case, depredati dei loro diritti fondamentali, lasciando ai militari il governo e il presidio delle nostre città…il pensiero è in grado di creare la realtà in cui siamo immersi…

Buona lettura..per chi ha voglia di sognare…

Repubblica, libro VII, 514

«Dopo tutto questo» dissi, «paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover restare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.»

«Vedo» disse.

«Vedi allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro stesso, oggetti d’ogni genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiate nei modi più vari; com’è naturale alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.»

«Strana immagine descrivi» disse, «e strani prigionieri.»

«Simili a noi» dissi io. «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di se stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?»

«E come potrebbero» disse, «se sono costretti per tutta la vita a tenere la testa immobile?»

«E lo stesso non accadrà per gli oggetti che vengono fatti sfilare?»

«Sì.»

«Se dunque fossero in grado di discutere fra loro, non pensi che essi chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?»

«Necessariamente.»

«E se la prigione avesse un’eco dalla parete verso cui sono rivolti, ogni volta che uno dei portatori parlasse, credi penserebbero che a parlare sia qualcos’altro se non l’ombra che passa?»

«Per Zeus, io no di certo» disse.

«Insomma questi prigionieri» dissi io «considererebbero la verità come nient’altro che le ombre degli oggetti artificiali.»

«È del tutto necessario» disse.

«Osserva ora» io dissi «che cosa rappresenterebbero per costoro lo scioglimento dai loro legami e la guarigione dalla loro follia, se per natura accadesse loro qualcosa di questo genere. Quando uno fosse sciolto e improvvisamente costretto ad alzarsi, a girare il collo, a camminare, ad alzare lo sguardo verso la luce, tutto questo facendo soffrirebbe e a causa del riverbero non potrebbe fissare gli occhi sugli oggetti di cui prima vedeva le ombre; che cosa credi risponderebbe, se qualcuno gli dicesse che prima vedeva semplici illusioni, e che ora, più vicino all’essere e rivolto verso oggetti dotati di maggiore esistenza, vede in modo più corretto, e se inoltre, mostrandogli ognuno degli oggetti che sfilano, gli chiedesse che cosa è, e lo costringesse a rispondere? non credi che sarebbe in difficoltà e riterrebbe che ciò che vedeva prima era più vero di quel che adesso gli si mostra?»

«Molto di più» disse.

«E se ancora lo si obbligasse a rivolgere lo sguardo verso la luce stessa, non proverebbe dolore agli occhi, e non si volgerebbe per fuggire verso ciò che può guardare, non penserebbe che questo è in realtà più chiaro di quanto gli viene mostrato?»

«Proprio così» disse. «E se poi» dissi io «lo si portasse via con la forza, su per la salita aspra e ripida, e non lo si lasciasse prima di averlo trascinato alla luce del sole, non soffrirebbe forse, non protesterebbe per essere così trascinato? ed una volta giunto alla luce, gli occhi abbagliati dal suo splendore, potrebbe vedere una sola delle cose che ora chiamiamo vere?»

«No di certo» disse, «almeno di primo acchito».

«Avrebbe dunque bisogno, penso, di assuefazione, per poter vedere le cose di quassù. Prima potrebbe osservare, più agevolmente, le ombre, poi le immagini riflesse nell’acqua degli uomini e delle altre cose, infine le cose stesse; di qui potrebbe passare all’osservazione dei corpi celesti e del cielo stesso durante la notte, volgendo lo sguardo alla luce degli astri e della luna con maggior facilità che, di giorno, al sole e alla sua luce.»

«E come no?»

«E finalmente, penso, potrebbe fissare non già le parvenze del sole riflesse nell’acqua o in luoghi estranei, bensì il sole stesso nella sua propria sede, e contemplarlo qual è.»

«Necessariamente» disse.

«E allora giungerebbe ormai, intorno al sole, alla conclusione che esso, oltre a provvedere alle stagioni e al corso degli anni, e a regolare ogni cosa nel mondo visibile, è anche in qualche modo la causa di tutto ciò che essi vedevano nella caverna.»

«È chiaro» disse «che a quel punto giungerebbe a queste conclusioni.»

«Ma allora, ricordando la sua precedente dimora e il sapere di laggiù e i suoi compagni di prigionia, non credi che sarebbe felice del proprio mutamento di condizione, e compiangerebbe gli altri?»

«Certo.»

«Quanto poi agli eventuali onori e lodi che i prigionieri si tributavano reciprocamente, quanto ai premi conferiti a chi scorgeva più acutamente le ombre che passavano, e meglio ricordava quali di solito venivano prime, quali ultime e quali contemporaneamente, e su questa base indovinava più efficacemente il futuro passaggio, pensi che egli sarebbe ancora desideroso di ottenerli e invidioso di quelli che ricevono onori e potere fra i prigionieri, o piuttosto, condividendo quel che dice Omero, preferirebbe di molto “esser bifolco, servire un padrone, un diseredato”, e sopportare qualsiasi prova pur di non opinare quelle cose e vivere quella vita?»

«Così» disse «credo anch’io: tutto accetterebbe di soffrire piuttosto che vivere in quel modo.»

«Rifletti ancora su questo» dissi io. «Se costui, ridisceso, si sedesse di nuovo al suo posto, non avrebbe forse gli occhi colmi di oscurità, venendo di colpo dal sole?»

«Certo» disse.

«Ma se dovesse di nuovo discernere quelle ombre e disputarne con quelli che son sempre rimasti in catene, mentre vede male perché i suoi occhi non si sono ancora assuefatti, ciò che richiederebbe un tempo non breve, non si renderebbe forse ridicolo, non si direbbe di lui che, salito quassù, ne è tornato con gli occhi rovinati, e dunque non val la pena neppure di tentare l’ascesa? e chi provasse a scioglierli e a guidarli verso l’alto, appena potessero afferrarlo e ucciderlo, non lo ucciderebbero?»

«Sicuramente» disse.

«Quest’immagine pertanto, caro Glaucone» io dissi, «va applicata tutta intera a quel che dicevamo prima: la regione che ci appare tramite la vista è da paragonare alla dimora dei prigionieri, la luce del fuoco che sta in essa alla potenza del sole; ponendo poi la salita quassù e la contemplazione di quel che vi è quassù come l’ascesa dell’anima verso il luogo del noetico non t’ingannerai sulla mia aspettativa, dal momento che vuoi conoscerla. Dio solo sa se essa può esser vera. Questo è comunque quel che a me appare: all’estremo confine del conoscibile v’è l’idea

del buono e la si vede a stento, ma una volta vistala occorre concludere che essa è davvero sempre la causa di tutto ciò che vi è di retto e di bello, avendo generato nel luogo del visibile la luce e il suo signore, in quello del noetico essendo essa stessa signora e dispensatrice di verità e di pensiero; e che deve averla vista chi intenda agire saggiamente sia nella vita privata sia in quella pubblica.»

«Sono d’accordo anch’io» disse, «almeno come mi è possibile.»

«Su, allora» dissi io: «convieni anche su questo fatto, che non c’è da sorprendersi se chi è giunto fino a tal punto non voglia poi occuparsi delle faccende degli uomini, e la sua anima aspiri sempre a restare lassù: è in effetti del tutto verosimile che sia così, se anche questo sta nel modo descritto dalla nostra immagine.»

«Verosimile, certo» disse.

Da Platone, Repubblica, a cura di M. Vegetti, Milano, Rizzoli, 2006, libro VII, 514a-517d, pp. 841-851.

La letteratura è la dimostrazione che la vita non basta!

“E fu a quell’età… Venne la poesia a cercarmi. Non so, non so da dove uscì, da quale inverno o fiume. Non so come né quando, no, non erano voci, non erano parole, né silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, all’improvviso tra gli altri, tra fuochi violenti o mentre rincasavo solo, era lì senza volto e mi toccava. Io non sapevo che cosa dire, la mia bocca non sapeva chiamare per nome, i miei occhi erano ciechi, e qualcosa pulsava nella mia anima, febbre o ali perdute, e mi formai da solo, decifrando quella bruciatura, e scrissi il primo verso vago, vago, senza corpo, pura sciocchezza, pura saggezza di colui che nulla sa, e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, l’ombra trafitta, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’universo. E io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell’abisso, ruotai insieme alle stelle, il mio cuore si distese nel vento.” (PABLO NERUDA)

Cerco la poesia e l’arte sotto svariate forme perché, come ha scritto Antonio Tabucchi, “La letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta..

…Oltretutto, non saprei immaginarmi vita ampia e profonda se non nel solco di una iperbole fatta di parole e immagini che danno alito e spinta ad un mondo interiore che nulla a che fare ha con la ragione costretta a forza in vocaboli e rozze immagini che circolano ovunque…

…ecco perché amo i poeti alla Neruda, perchè non hanno paura di andare contro e spingersi oltre il significato dei singoli vocaboli, per dare voce a quel mondo immaginifico di emozioni e sentimenti che non c’entrano nulla con il costrutto logico-razionale che, ognuno di noi per sé e la società tutta, abbiamo contribuito a creare nella sedimentazione dei minuti sopra i minuti…

…non siamo altro che vuoti pneumatici seduti sull’orlo di un precipizio che si apre a picco su una sensazione di immenso su cui, per paura dell’ignoto, abbiamo appoggiato dei coperchi fatti di superficialità e di effimero…

La poesia, come tutta l’arte, è in tal senso l’unico grande viatico che ci permette di aprire una breccia su un mare che in superficie puzza di assurdo e che, nelle sue più ardenti profondità, racchiude il senso di una vita a cui razionalmente non possiamo dare un significato se non abbozzando alla meno peggio un tentativo di essere che altro non è se non una copia di mille altre copie…

…e quindi non resta che affidarci fiduciosi e impavidi, come scrive il grande poeta, al richiamo atavico di rime e di versi che attirandoci a sé, ci permettono di vivere le profondità sperdute delle nostre singole anime con forza e vigore, sentendo fin dentro al midollo gli alti e i bassi che ne sono alla radice, il tutto senza alcun compromesso, consapevoli che per l’arte non c’è nulla di giusto o sbagliato, l’importante che sia vera, vera come il sangue, le lacrime e il sudore, vera come l’amore, la gioia e la passione!

Volgiamo lo sguardo oltre le nostre paure

Oggi voglio dedicare a chi mi segue e mi legge alcuni versi di Pablo Neruda e lo faccio perché spero non dimenticheremo mai, quando sarà passato questo momento di lutto del corpo e dell’anima, quanto la bellezza della vita stia racchiusa nel significato che ognuno di noi le attribuisce…per alcuni bella, per altri insipida, per taluni tragica, per altri mitica…finché un bel giorno non ti tolgono tutto e allora la stessa, la vita intendo, assume un significato nuovo…e istante dopo istante, il cuore comincia a riprender vigore colmandosi di gioia, di oro e di argento finché anche l’ossigeno profuma di evento.

Alziamo lo sguardo verso un cielo profondo, innalzando con esso spirito e ardore per quello che un tempo non aveva più odore..l’odore di pioggia, di vento e di sole avevano perso la loro prole.

Affrettiamoci, dai, che comincia il gran ballo! Guardiamo all’insù che è tutto più bello, con cuore pulsante non proviamo rancore per ciò che è stato e per ciò che sarà, perché quello che conta ce lo abbiamo già: è il momento presente, così ricco di magia, da rendere eterna la vita tua e anche la mia!

Buona lettura…soffermatevi su ogni parola, concedendole l’importanza che merita…

Ode a un cinema di paese

“Amore mio, andiamo al cinema del paesino. La notte trasparente gira come un molino muto, elaborando stelle. Tu ed io entriamo nel cinema del paese, pieno di bambini e profumo di mele. Le vecchie pellicole, sono sogni già consumati. Lo schermo ha ormai colore di pietra o piogge. La bella prigioniera del villano ha occhi di laguna e voce di cigno, corrono i più vertiginosi cavalli della terra. I cowboys bucano con i loro spari la luna pericolosa dell’Arizona. Con l’anima trepidante attraversiamo questi cicloni di violenza, la formidabile lotta degli spadaccini sulla torre, sicuri come vespe, la valanga piumata degli indiani che si aprono a ventaglio nella prateria. Molti dei bambini del paese si sono addormentati, affaticati dalla giornata in bottega, stanchi di fregare nelle cucine. Noi no, amore mio. Non perdiamoci nemmeno questo sogno: finché saremo vivi faremo nostra tutta la vita vera ma anche i sogni: tutti i sogni sogneremo.” (Pablo Neruda)

Abbiamo perso anche questo tramonto

“Piena di te è la curva del silenzio” (Pablo Neruda)

Ho voglia di iniziare così questa mattina, con un pezzo di un grande della parola rimata e della poesia.

“Silenzio”: un termine tra i più bistrattati e incompresi nella nostra cultura, intrisa com’è di significato solo laddove esiste materia e suoi derivati; abituata a considerare il vuoto come mancanza di qualcosa..sempre alla ricerca di un “nulla” da riempire con qualcosa da fare e da dire…per la maggior parte di noi il silenzio è insapore, il silenzio è inodore, il silenzio è senza forma…

Il sapore del silenzio comincia a prendere forma in noi solo quando le sue grida si fanno sentire dal profondo e risalgono in superficie alla velocità della luce rimbalzando sulle pareti scosse della nostra anima ingrigita a causa della mancanza di qualcuno..e allora esso comincia a bussare alla nostra porta, noi dentro casa nudi, indifesi, impreparati perché incapaci di affrontarne le ampiezze e le profondità..

..e allora, nascosto nel buio di una inerzia beffarda, lancio nel vuoto queste mie parole…

…Per amore ho volutamente imboccato il sentiero più lungo e impervio del silenzio, lasciando andare per timore di qualcosa che non ho saputo gestire perchè più grande di me, perché fuori dalla mia comprensione, abbandonandomi a ciò che è stato per rispetto di te, perché ogni parola sarebbe stata di troppo…consapevole che…

…..“Abbiamo perso anche questo tramonto. Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano mentre la notte azzurra cadeva sul mondo. Ho visto dalla mia finestra la festa del ponente sui monti lontani. A volte, come una moneta mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.” (Pablo Neruda)