L’incontro…(racconto a puntate)

Edi Barzizza era seduto al bancone del bar faccia rivolta al bicchiere di whisky, sguardo perso nel vuoto. ‘In certe occasioni,’ stava riflettendo, ‘la bottiglia di whisky sembra veramente l’unica entità a questo mondo in grado di capirmi; risponde sempre nel modo giusto alle domande che io le pongo.’

Da anni oramai era entrato nel gorgo senza fine del ‘è sempre colpa degli altri‘ e in funzione di questo schema mentale stantio e fuorviante, interpretava negativamente ogni contatto più o meno importante con gli esseri umani. Questo modo di interpretare la vita lo aveva isolato completamente da tutto e tutti e l’unico con cui intratteneva rapporti a parte il bicchiere di whisky, per quanto fugaci e superficiali, era Egidio, il barista basso, tarchiato e pelato del bar Luce, l’unico che cercava di capirlo e di ascoltarlo, un po’ perché in fondo si era affezionato a quell’uomo e un po’ perché ogni sera Edi gli lasciava sul bancone del bar 50 euro in cambio di una smodata quantità di alcool di scadente qualità.

Alle spalle di Edi, una manciata sparuta di pensionati si sfidava a sovrapporre una serie di voci egocentriche in un chiassoso monologo a 4 che aveva come unico, concitato argomento, le imminenti elezioni politiche che si sarebbero svolte di lì a qualche settimana. Sebbene Edi fosse seduto a poco meno di due metri da dove si teneva quella inutile disputa verbale, percepiva le varie voci dei protagonisti lontane al punto da sembrare provenire da una stanza attigua distrattamente insonorizzata. Non riusciva proprio a comprendere perché per ogni argomento più o meno impegnativo, gli esseri umani dovessero esprimere la propria opinione, come se ci fosse qualche legge che vietasse di recarsi in un bar e bere in religioso silenzio: ‘dovrebbero mettere una tassa sulle stronzate’ aveva pensato fra sé mentre un accenno di sorriso gli allungava impercettibilmente le labbra; ‘allora si che l’Italia risolverebbe tutti i problemi del debito pubblico!’

Si era scolato un altro bicchiere di whisky da discount, la cui etichetta scimmiottava in modo cialtrone e slabbrato la marca di un famoso whisky scozzese; tutto andava bene pur di mettere ancora più distanza tra sé e quelle voci provenienti dal palcoscenico di un mondo di cui lui non si sentiva più parte da almeno un lustro, precisamente da quella sera in cui la sua vita aveva repentinamente deciso di sterzare, facendolo andare a sbattere contro il ciglio alberato di una cruda realtà a cui lui non era preparato.

Su quel pensiero aveva alzato lo sguardo di quel tanto che bastava per intravedere la sua immagine riflessa sulla parete a specchio posta di fronte al bancone, sulle mensole della quale erano posizionate in modo ordinato e preciso le bottiglie di alcolici di vario tipo e gradazione e in quel frangente aveva notato una figura riflessa nello specchio che si stagliava all’altezza del suo orecchio destro: era un uomo vestito di nero e sebbene fosse seduto in fondo all’ampio salone, e Edi da lì non riuscisse a vederne le sembianze nel dettaglio, comunque riusciva a percepire gli occhi di quella persona direttamente piantati dentro i  suoi e questo, sebbene i suoi sensi fossero annichiliti dalla quantità di alcool che anche quella sera si era scolato, gli aveva trasferito un senso di disagio che si era fatto gioco delle sue viscere.

Non aveva il coraggio di voltarsi: era sicuro che non avrebbe retto quello sguardo un minuto di più;m e per questo aveva abbassato la testa e guardando il bicchiere appoggiato lì vicino si era abbandonato definitivamente al liquido giallognolo di bassa fattura, sperando che l’ennesimo bicchiere fosse quello definitivo per quella sera.

Era talmente avvolto dai fumi dell’alcool, da non essersi reso conto che l’uomo con cui poco prima aveva per un istante incrociato lo sguardo si era avvicinato ed ora gli era proprio dietro le spalle: era talmente vicino che poteva percepire il suo respiro regolare che sapeva di caffè misto a tabacco di ottima qualità.

“Fra qualche istante ti alzerai e pianterai il coltello da cucina che vedi al di là del bancone appoggiato vicino allo shaker, nella gola del pensionato seduto di spalle, quello con la felpa verde a righe orizzontali.”

La voce dell’uomo era calma e sicura e si appoggiava sui toni bassi e questo gli aveva trasferito una sensazione di solletico al basso ventre che per un istante gli era piaciuta, nonostante i contenuti di ciò che gli aveva riferito fossero alquanto sinistri.

Edi aveva quindi cercato di voltarsi per vedere nei dettagli il volto dell’uomo e replicare senza esitazione a quelle assurde parole, ma lo stesso glielo aveva impedito appoggiando una mano sulla sua spalla destra e con fare minaccioso:

“Ti conviene non voltarti se non vuoi che la tua spalla si sbricioli all’istante.”

Di colpo le nebbie dei fumi dell’alcool che fino a poco prima avevano stordito i sensi di Edi erano evaporati e una goccia di sudore aveva solcato la sua tempia sinistra…

…to be continued…..

L’apparenza dell’effimero

Estratto dal mio ultimo libro: “Qualunque cosa succeda non fermarti mai”

Il taxi è appena ripartito dopo aver lasciato Christian Mutai davanti alla sede degli studi televisivi della capitale. Si sente a disagio ad entrare in quegli ambienti fatti di effimero e di modi di comunicare in politichese che non gli sono affini, lui che è abituato a ben altri contesti dove si fa della concretezza il filo conduttore di ogni giornata, perché per ogni cosa, da dove proviene, è sempre una questione di vita o di morte.

Gli era capitato altre due volte di essere invitato ad uno di quei talk show dove il presentatore, come un abile ammaestratore di leoni, tiene a bada le diverse voci contrastanti degli ospiti presenti, i cui palinsesti lui stesso ha contribuito a generare per mantenere alta l’attenzione del telespettatore.

“Un po’ di sangue in scena deve sempre sgorgare caro Mutai!” Così gli aveva detto Paoloni, il presentatore impomatato e con tanto pelo sullo stomaco, ridendo copiosamente l’ultima volta che era stato invitato proprio lì in quegli studi televisivi: “perchè se non sgorga un po’ di sangue durante la trasmissione l’audience cala, capisce?” Aveva proseguito con quel suo ghigno maldestro intanto che una truccatrice lo inseguiva con gesti veloci e furtivi atti a cancellare ogni traccia di rughe dal contorno occhi.

‘Se non sgorga un po’ di sangue in studio l’audience cala…’ aveva riflettuto spesso Christian in merito a quella frase. Erano anni che viveva in contesti di guerra e lavorava come medico per associazioni umanitarie di mezzo mondo e del sangue vero ne aveva visto sgorgare a fiumi e in quella frase stantia, che nascondeva appena sotto la superficie una idiota e brutale inconsapevolezza in merito a cosa significasse davvero lo sgorgare del sangue, ci aveva percepito un atavico e insano desiderio dell’uomo di combattere i propri simili anche dove non ce ne sarebbe la necessità. Ecco perché, nonostante considerasse l’Italia la sua patria e attribuisse ad essa grandi meriti in vari campi e settori, tornava nel Belpaese di rado e principalmente solo quando l’associazione umanitaria, di cui era un dirigente operativo sul campo da qualche anno, gli imponeva di presenziare in quelle trasmissioni al fine di raccogliere fondi per la causa.

Quando viene però, è sempre e solo per una toccata e fuga: ogni volta che torna, il rumore di fondo che proviene dall’arena degli strilloni e degli imbonitori di corte è sempre più forte e fastidioso. Quegli studi di cui aveva appena varcato la soglia, sono una delle casse di risonanza principali di quel modo urlante e battagliero di condurre la vita e Christian si sente completamente a disagio in quell’ambiente.

Vede venirgli incontro Ester, con fare baldanzoso e tracotante: è l’assistente tutto fare del presentatore, Paoloni. Saltella in modo sgraziato, come fosse una gazzella azzoppata e un po’ fuori peso, brandendo nella mano destra, che tiene alzata come una scimitarra pronta a ferire, alcuni fogli che contengono il copione di quanto da lì a qualche ora andrà in scena. E gli torna in mente quella frase ridicola: ‘se non sgorga un po’ di sangue l’audience cala…’ e sa che dovrà recitare la sua parte questa sera. Si sente una scimmia dentro un circo fatto da imbecilli, messo in piedi perché altri imbecilli possano dare un senso alla propria esistenza; ‘Panem et circensem’ pensa, intanto che un rigurgito acido gli infiamma lo sterno.

“Dottor Mutai buon pomeriggio, come sta?” La donnetta tuttofare gli pone quella domanda anch’essa parte di un copione e intanto che lui cerca una risposta pronta all’uso, lei sta già guardando altrove perché la sua giornata è impostata in modo rigido, rigoroso e schedulato e quella domanda è posta proprio lì nel punto preciso indicato dal copione e poco importa la risposta. Christian lo sa, ne è convinto perché oramai lo conosce, che è Paoloni in persona a tessere le fila di quel circo mediatico: lui è un preciso, quasi maniaco della perfezione e tutto deve essere condotto nel migliore dei modi. Oggi lui, come quell’assistente saltellante dai modi di fare slabbrati e volgari, è la sua scimmia e come tale deve comportarsi.

“Mi segua dottore: intanto le lascio i fogli con le domande che Paoloni le sottoporrà in trasmissione e un suggerimento di risposte che lei dovrebbe essere così gentile di seguire.” Eccola lì la frase che aspettava: tutto è costruito a regola d’arte e anche le risposte devono seguire un preciso palinsesto per dare la sensazione a chi segue la trasmissione da casa, che la condotta si giochi sul filo del rasoio tra una mediocre e noiosa decenza e un feroce combattimento verbale. ‘Che cosa c’entra tutto questo’, pensa, ‘con il campo profughi ugandese dove presto il mio servizio come medico da molti anni? Dove si può collocare un Paoloni o migliaia di altre comparse come lui, che utilizzano termini a sproposito, che si impomatano e imbellettano, con quella parte di mondo da cui provengo e di cui oramai mi sento parte integrante?’ L’Africa è un continente ostile pensa, ma quando ti entra nelle vene è come la droga, non ne puoi più fare a meno e lui si sente un drogato rispetto a quella terra che per metà, da parte di padre, ha nel sangue.

Opera da una decina d’anni come medico nel campo profughi del distretto di Arua in Uganda e da tre è diventato il direttore delle operazioni nell’africa sub sahariana per l’associazione di cui è membro. In quel campo vede arrivare ogni giorno in media 3.000 profughi, soprattutto donne e bambini, in fuga dal Sud Sudan in cerca di acqua, cure sanitarie, aiuti di ogni genere: in una parola in cerca di un po’ di vita sotto forma di speranza.

In quel frangente gli torna in mente una frase che gli ripeteva suo padre quando era piccolo in quella lingua appartenuta a suo nonno, per mantenere intatta la tradizione: “katika kila hali daima jaribu kupata maoni yako juu ya ukweli na kamwe kufuata kundi la kondoo!”, “in ogni situazione cerca sempre di farti una tua opinione in merito ai fatti e mai seguire il gregge di pecore!”

Se dovesse seguire alla lettera quella frase, pensa, lui dovrebbe prendere il palinsesto che l’assistente di Paoloni gli ha appena messo tra le mani poco prima e cestinarla: ma di coerenza nella sua vita ne è rimasta ben poca pensa, ammesso e non concesso che ne abbia mai avuta. Ricorda che nei primi anni di esercizio della professione medica era tutto diverso: era spinto da un idealismo di fondo che dava un senso così denso di emozioni alle sue giornate vissute nelle zone del mondo più disperate, là dove sono le condizioni di vita a porti sempre di fronte a una schiettezza e franchezza di pensiero tali per cui non c’è spazio per la raffinata arte della ricercatezza retorica solo per il gusto di colpire e ‘arrivare’ al pubblico, come si ama dire in certi ambienti oggi.

“Mi segua di qua la prego: la conduco nel suo camerino per il trucco!” Interrompe i suoi pensieri Ester.

“Chi sono gli altri ospiti questa sera?” Christian azzarda quella domanda, e subito dopo se ne pente: ha paura della risposta che non tarda ad arrivare:

“l’onorevole Candiazzo; Paola Gruber, la famosa attrice; lo psicologo dell’infanzia Bertier e naturalmente Diego Picotti, il famoso critico televisivo!”

Quel ‘naturalmente’ riferito a Diego Picotti lo fa sussultare: l’ultima volta che era stato in trasmissione, Diego Picotti lo aveva fatto imbestialire al punto che dalla regia avevano dovuto mandare uno slot pubblicitario non programmato per permettere ai due, lui e Picotti, di riprendersi e riappacificarsi alla meno peggio dietro le quinte. Quello, pensa, è un tuttologo saccente che mette il naso in ogni cosa con la presunzione di saperne più dei diretti interlocutori. Le altre persone appena citate dall’assistente, solo in apparenza sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, in realtà sono intrecciate e amalgamate da Paoloni a regola d’arte come fosse un barman che mixa i vari ingredienti per ricavarne un cocktail micidiale. È da quel cocktail, fatto di tiri incrociati verbali e finti battibecchi idioti, che lui spreme un mezzo punto percentuale di audience in più.

Christian questo pomeriggio è schifato da tutta quella finzione: è vero, come gli dice sempre Pontavice, il medico parigino a capo dell’associazione, che alla fine ciò che conta è che entrino nella casse dell’associazione più fondi possibile, ma trova tutto ciò comunque ridicolo.

È consapevole di essersi perso per strada negli ultimi anni: tutta quella politica di cui si è circondato per compiacere coloro che stanno sopra di lui. Si sente un soldato alla mercé di un gruppo di manigoldi che per ogni euro che entra per la causa umanitaria, 80 centesimi se li intascano in cene, compensi da calciatori di serie A e alberghi di lusso.

All’inizio, quando era un giovane chirurgo alle prime armi, pieno di ideali e buoni propositi, l’unica cosa che gli interessava era quella di prendere in mano il bisturi quando serviva incidere o il filo da sutura quando serviva ricucire; tutto il resto non esisteva. Lui era concentrato su ciò che sapeva fare meglio. Quello, fare il chirurgo nei luoghi di guerra più truci e cruenti, era ciò che aveva nel sangue ed era l’unico aspetto su cui desiderava concentrarsi. Lo doveva a sé stesso e lo doveva soprattutto a suo padre che, con quel gesto folle e idiota di tanti anni prima, lui aveva condannato e rinnegato per sempre.

È qualche mese che riflette e ritiene di essere stato un figlio molto difficile da gestire: ora se ne rende conto più che mai, soprattutto da quando Amara ha dato alla luce loro figlio.

“Capirai come ti sei comportato da figlio, solo quando diventerai padre!” Gli aveva detto suo padre qualche settimana prima che lo incarcerassero. Ed effettivamente aveva ragione: ora lo sta capendo.

Le poche volte che torna in Italia sarebbe tentato di recarsi a Bologna e andarlo a trovare, ma è passata una vita e non saprebbe proprio da dove cominciare e quindi è più facile far finta di niente: oramai, pensa, il solco è tracciato, la sua vita è impostata e così deve andare fino alla fine.

Bussano alla porta del suo camerino: una testa impomatata che incornicia un viso con un filo di abbronzatura impeccabile fa capolino da dietro la porta: è Paoloni, che lo saluta sfoggiando un sorriso smaltato a 50 denti. A Christian Paoloni sembra un cavallo da tanto quei denti sono bianchi e grandi.

“Caro il mio dottore, come sta? Ha passato bene questo periodo  dall’ultima volta che ci siamo visti?”

Ha sempre un tatto invidiale sto imbecille, pensa; gli verrebbe da rispondere: ‘certo benissimo grazie; ho visto morire circa 6.000 bambini per malnutrizione e malaria, almeno altrettante donne di AIDS e altre malattie endemiche ma per il resto tutto bene, grazie’, ma in realtà accenna un timido: “tutto bene grazie e lei?”

“Io alla grandissima caro dottore; d’altronde lei lo sa meglio di me: la positività genera successo. È matematica questa, non semplice opinione, la positività genera successo!” Ci tiene a ripetere quella frase, un po’ per rimarcare che è farina del suo sacco e lui ne va più che fiero e un po’ per sottolineare quanto sia un uomo avvolto dal successo e dalla fama, lui che si è costruito a forza di post it attaccati alla specchiera del bagno pieni di messaggi e frasi da Baci Perugina. A Christian viene naturale fare un paragone con le frasi che suo padre Khamisi gli ripeteva quando era piccolo, frasi che a sua volta il nonno Shalyakula, che lui non aveva mai conosciuto, aveva tramandato a suo padre: ‘quelle sì,’ riflette, ‘che erano frasi poderose, mica queste quattro parole che sciorina inconsapevole sto cialtrone incipriato.’ In quelle frasi Christian percepiva l’odore della vita vissuta a contatto con la fatica e il sudore di metterci sempre e comunque la faccia e il cuore.

“Senta Mutai: io ho bisogno che lei mi faccia un grandissimo favore:” calca sulle doppie ’s’ per rimarcare l’importanza di ciò che gli chiederà e lo guarda con quei suoi occhietti vispi da viperotta furba e maligna, incorniciati  da una montatura di occhiali da mille euro e senza lasciare che lui replichi alcunché, riprende quel suo monologo ridicolo con fare baldanzoso e gesti ampi: “Nel camerino a fianco c’è il caro onorevole Candiazzo, che lei sa quanto ha fatto e sta facendo per la causa di tutte le associazioni umanitarie come la sua, portando la voce dei più deboli in Parlamento; mi ha detto che avrebbe bisogno di parlarle..” Lascia quella frase volutamente in sospeso, strizzando impercettibilmente l’occhio sinistro come per dargli l’opportunità di interpretare liberamente il motivo di quell’incontro e prima che Christian possa anche solo respirare, lo vede catapultarsi fuori dallo stanzino e lo sente bussare nel camerino attiguo. Percepisce la viscidità di quell’uomo dal tono con cui si rivolge al potente onorevole: “caro onorevole, come sta?” Il copione è sempre lo stesso ma è il tono di voce a dirla tutta:  la voce del conduttore si sposta sui toni alti, come fosse un mezzo soprano che vuole colpire il pubblico con giochi di falsetto.

Passano alcuni interminabili minuti e lo sente ritornare quatto quatto verso il suo camerino e con voce soffiata, quasi fosse nell’anticamera del medico della mutua: “l’onorevole la può ricevere ora!”

Ha fatto tutto lui, pensa Christian, ponendo le domande e dandosi pure le risposte: gli sembra di essere dentro un frullatore acceso, insieme a pezzi di banana, mela e arancia e il succo che ne verrà fuori di lì a poco avrà sicuramente il sapore amaro della sconfitta di sé e di quello che pensava di essere diventato.

Ricorda che c’era stato un periodo, subito dopo la laurea che era veramente orgoglioso di ciò che pensava e di come lo difendeva a testa alta, senza timore di offendere o dover propendere per qualcuno per qualche tornaconto personale.

Si alza svogliato dalla sedia, si toglie i fazzoletti di carta che la truccatrice gli aveva infilato tra il colletto della camicia e il collo per evitare che le varie ciprie di colori e tonalità diversi potessero macchiare il bianco cangiante di quel suo indumento inamidato alla perfezione e a passo incerto si reca nel camerino a fianco.

“Posso onorevole?” Si affaccia dentro lo stanzino che in apparenza è identico a quello dove lui è stato fino a qualche istante prima ma, a un occhio più avvezzo alle sfumature, profuma di lercio potere manicheo.

L’uomo è seduto sulla sedia girevole, la mano destra leggiadramente rivolta verso una manicure che gli sta limando le unghie e con la sinistra sta parlando al cellulare con linguaggio sciolto e disinvolto, dovuto anche al pesante accento romano che l’accompagna:

“Aò dije che nun me faccia incazzà come l’artra vorta, intesi?” Ride sguaiatamente e intanto che l’interlocutore dall’altra parte della linea sta rispondendo a quella sua frase, si rivolge sottovoce alla manicure con occhio da cerbiatto effemminato: “mi mette sulle unghie quella lacca trasparente e lucida che mi ha messo la scorsa settimana?” Sembra sdoppiato di personalità da tanto riesce a passare da modi truci da osteria di periferia a un italiano forbito e aulico.

“Ecchime caro, scusa ma stavo a fà na cosa de vvitale imbortanza! Hoccapito che lui sti sordi nun ce l’ha, ma famo in modo che li trovi, siamo intesi? Sciao caro sciao, un abbraccio.”

Se la ride di gusto mentre chiude la conversazione con occhio porcino, come di chi è consapevole che cadrà sempre e comunque in piedi, vista la posizione che occupa e si rivolge a Christian cambiando completamente tono e registro addirittura senza inflessioni dialettali.

“Carissimo dottore, che si dice da quelle parti!”

È talmente affettato nei modi, da sembrare appena uscito da una sessione linguistica tenuta dall’Accademia della Crusca.

“Onorevole come sta?” Ora Christian è entrato in modalità ‘politichese’ perché sa che con certe persone bisogna ballare, anche se la musica non è tra quelle più gradite.

“Come sto Mutai, bella domanda! Sto come un povero vecchio politico stanco dei giochi di quartiere del proprio partito; ma cosa vuole, questa è la strada che abbiamo intrapreso tanti anni fa oramai e questa ci dobbiamo far piacere!” Si guarda soddisfatto le unghie appena metallizzate dalla manicure mentre parla.

“Mi ha comunicato Paoloni che mi voleva parlare onorevole..” Lascia in sospeso quella frase, non saprebbe cos’altro dire.

“Si dottore le devo parlare di una cosa un po’ delicata:” in quel frangente fa cenno alla manicure di lasciarli soli.

“La scorsa settimana ho avuto un colloquio con uno dei deputati europei della mia corrente di partito e ho subito pensato a lei Mutai: questa persona si occupa in commissione europea di autorizzare le operazioni di rilascio fondi verso le organizzazioni umanitarie europee che operano in giro per il mondo. In quell’occasione mi ha parlato della possibilità di accedere ad un fondo molto cospicuo…” Si ferma: guarda Christian fisso negli occhi come se stesse riconfigurando il sistema operativo che ha nell’hard disk del suo cervello per prepararlo a ricevere quanto sta per dire e soprattutto nelle modalità con cui lo dirà : “..io ho pensato a lei e alla vostra associazione dottore…” Eccola qua la frase che si aspettava da qualche minuto, pensa Christian: questo è il modo velato che hanno certi politici faccendieri come quello che si trova innanzi, di fare i favori chiedendo una fetta della torta in cambio.

usitumie kile unachoamini kwa kweli kwa dhahabu na almasi”, gli ritorna in mente quella frase che il padre era solito ripetergli come fosse un mantra e che gli traduceva pressapoco così quando era piccolo: “non barattare mai ciò in cui credi veramente, per un po’ di oro e diamanti!”

“Che numeri abbiamo dottore, mi faccia capire un po’ giusto per farmi un’idea  dell’entità dei fondi che potremmo ottenere;” parla al plurale come per trasmettere al suo interlocutore che lui è parte in causa e ci sta mettendo anima e corpo per portare a compimento positivamente quella operazione: Christian percepisce che gli occhi di quell’uomo sono mossi da una scintilla là in fondo che si chiama avidità.

“Di che numeri sta parlando onorevole?”

“I profughi, quanti profughi sono dottore?” Sputa quella domanda con fare alterato, come fosse un professore impaziente al cospetto di un alunno che ritiene un po’ ritardato e che tratta come tale.

“Parliamo di circa 3.000 profughi al giorno provenienti dal Sud Sudan onorevole!” La voce di Christian si sta indebolendo e più perde energia più si abbassa di tono: gli si sta cominciando a delineare innanzi agli occhi quella che sarà la strategia malvagia di quel manigoldo.

“Dobbiamo aumentarli dottore; portiamoli a 5.000 al giorno! Tanto chi cazzo sta a controllare..3.000, 5.000 sono bazzecole. Dobbiamo ciucciare dalla vacca finché c’è latte, per evitare che altri vitelli si attacchino alle mammelle prima di noi! Quelli ci pagano un tot a profugo, capisce? E il mio uomo lì ha le mani in pasta al punto da poterci favorire..” Intanto che pronuncia l’ultima parola strizza l’occhio e gli stringe l’avambraccio per ottenere consenso e condivisione in merito alla bestialità che ha appena affermato.

Christian è basito, ha quasi il vomito dalla schiettezza con cui quel grassoccio figuro che si trova innanzi, dalle unghie laccate e i capelli di stoppa color melanzana bruciata, gli parla di certi argomenti.

“Comunque dottore, la farò contattare  nei prossimi giorni dalla mia segreteria: ci facciamo un bel pranzo di lavoro la prossima settimana e definiamo insieme la miglior strategia di attacco per massimizzare il ritorno dell’investimento. Sa quel ristorante che c’è a Trastevere dove ci incontrammo un paio di anni fa? Quello che le piace tanto..”

Ora sembra un magnate di industria: parla di massimizzazione dell’investimento senza chiarire che cosa lui metta di suo in quell’affare da cui vorrà sicuramente massimizzare il ritorno di una bella tangente e questa è l’unica cosa che Christian ha ben chiara in testa.

“Olgaaa!” Il politico ha finito il suo sermone e lo congeda con un cenno della mano senza dargli diritto di replica alcuna e richiama la manicure che con fare lesto e pronto riprende a curare con gesti sicuri e gentili le estremità del suo corpo come fosse un giardiniere intento a potare con deferenza e rispetto i rami di una quercia millenaria dall’illimitato valore.

Christian torna nel proprio camerino: si slaccia i primi due bottoni della camicia e si allenta il nodo della cravatta. Gli manca letteralmente il respiro: non sa cosa fare; pensa pure che forse la soluzione migliore sia quella di fuggire, dileguarsi senza quasi lasciare tracce dietro di sé, tanto, pensa, quello è un mondo di persone talmente concentrate su se stesse, che probabilmente non si renderebbero nemmeno conto che manca un medico in trasmissione che tra le altre cose era stato invitato quella sera per parlare di argomenti che tutti ritengono di una pesantezza infinita e che potrebbero far calare tremendamente l’audience a favore di qualche trasmissione più frivola su altri canali. Fuggire però, riflette a fondo prendendo un lungo respiro, significherebbe lasciare aperta una questione e lui odia lasciare in sospeso le cose: guarda la sua immagine riflessa nello specchio del camerino.

“wapiganaji wanapigana kwa sababu ambazo wanaamini mpaka wanahisi moyo wao wa mwisho katika miili yao, wakiacha hakuna jiwe lisilopigwa”, ancora la voce di suo padre provenire dalla sua adolescenza in quell’idioma che a lui da piccolo sembrava un gargarismo, a riportarlo nel solco delle proprie responsabilità:

“i guerrieri combattono per le cause in cui credono finché sentono  che c’è un ultimo battito a tenerli in vita, non lasciando nulla di intentato.”

Deve andare fino in fondo questa sera, lo deve a quelle migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalle ostilità e dai maltrattamenti, lo deve a suo padre, per tutto quello che lui gli ha fatto passare, lo deve ai Bantu, la sua etnia di origine.

“Andiamo in onda fra 10 minuti.” La faccia dell’assistente di scena fa capolino da dietro la porta di quella stanzetta angusta  riportandolo alla realtà.

A vederlo da dietro lo schermo del televisore lo studio appare molto  più grande di quanto non sia: a Christian sembra di essere un enorme topo dentro una scatola di scarpe illuminata a giorno da  una serie di faretti talmente poderosi da far quasi bruciore alla pelle.

Dopo un conciso e ben strutturato preambolo fatto da Paoloni, sempre rivolto verso la telecamera a mostrare il suo profilo migliore, il conduttore presenta i vari ospiti elencandoli in ordine di importanza:

“Diamo il benvenuto all’onorevole Candiazzo di ‘La democrazia in mano ai popoli’; buonasera onorevole. Direttamente da Hollywood l’attrice italiana più conosciuta oltreoceano: Paola Gruber; buonasera Paola. Reduce dal suo ultimo successo editoriale dal titolo ‘L’alba dei nostri schemi di pensiero erotico/sentimentali’, abbiamo il piacere di avere tra noi lo psicologo Roberto Bertier; buonasera dottore. Beh, credo non ci sia bisogno di presentazione alcuna: il critico televisivo Diego Picottiii; ciao Diego. E infine, direttamente dallo scenario apocalittico del campo profughi di Arua in Uganda il direttore delle manovre operative nell’africa sub sahariana per conto di Amnesty for African Children, il dottor Christian Mutai; buonasera anche a lei dottore.”

Che maestro dell’apparenza che è Paoloni, pensa Christian: è in grado di creare suspense dal nulla; gli basta avere un microfono attaccato al colletto della camicia e i riflettori sparati addosso e il gioco è fatto, crea un evento planetario anche attorno alla festa della patata fritta.

“Allora, partiamo proprio da lei dottore: che mi dice della situazione attuale nel campo profughi che lei dirige?”

“Attualmente la situazione si sta aggravando di sei mesi in sei mesi: tenga conto che nell’ultima metà anno abbiamo registrato circa 750.000 profughi provenienti dal Sud Sudan; sono tutte persone in fuga dalla terribile guerra civile in corso in quel paese. Noi dobbiamo ringraziare i privati cittadini che ci mettono a disposizione le loro terre per poter ospitare i profughi in sempre maggiore quantità.”

“Scusa se ti interrompo Sartor” interviene il tuttologo, Diego Picotti, con quella sua arroganza sempre sopra le righe: “Un mio amico che è stato da quelle parti ultimamente, mi dice però che il flusso migratorio dei profughi sta diminuendo nell’ultimo anno..”

‘Ecco che ha inizio il circo,’ pensa Christian: ‘il primo dei pagliacci ha fatto il suo ingresso in scena sparando la sua cazzata, ben addomesticato da quel lestofante azzeccagarbugli di Paoloni. Io ora dovrei,’ ripassa fra sé il copione datogli dall’assistente nel pomeriggio, ‘stando a quello che era indicato, fare la voce grossa e dare del cialtrone a questo tuttologo da strapazzo.’

I pensieri di Christian si susseguono vorticosamente. Non ha proprio voglia di stare lì a fare la scimmia ammaestrata questa sera: sente il desiderio di cose semplici e non di complicazioni orchestrate a regola d’arte  che nascondono secondi fini di basso profilo: ‘è vero che lo fa per una giusta causa ma ci sarà pure un modo, pensa, per ricavare fondi oltre quello di presentarsi sul palcoscenico facendo la marionetta per mezzo punto di audience in più!’

“Mi scusi Picotti, ma a lei ste cazzate chi gliele ha dette?” Gli è uscita di bocca questa domanda che per gli standard di Paoloni è eccessiva; perché e pur vero che ‘un po’ di sangue in studio deve sgorgare ..’ , ma così è troppo, così si infrangono le regole dell’emittente. Christian osserva Paoloni arrossire, sebbene sia così pieno di fondotinta da sembrare una cotica di maiale cotta sulla brace.

“Il dottore non è abituato a certi tipi di dialogo,” ride imbarazzato Paoloni mentre si rivolge al pubblico da casa, occhi fissi sulla telecamera e riprende: “e poi sappiamo esserci stati in passato altri diverbi tra lui e Diego Picotti che a quanto pare non si sono ancora placati.” Guarda la telecamere con labbro caprino accennando un sorriso fugace.

“No scusa Paoloni se ti interrompo..”, si sente in corpo una sfrontatezza questa sera che era da un po’ che non percepiva ribollire dentro, ma quello che è successo nelle due ore precedenti è veramente troppo.

“Osserva la cosa da un altro punto di vista: non sono io a essermi disabituato a certi tipi di dialogo; siete tutti voi, tu in primis, che cercate il dibattito e lo scontro per una cosa per la quale non esiste dibattito alcuno. Lì dove sto da oltre 10 anni, ogni giorno si aggiungono 3/4.000 persone a quelle che sono già presenti e ognuna di quelle persone ha bisogno di poco per poter sopravvivere. È tutto qui; non servono riflettori e tuttologi del cazzo come questo qui seduto al mio fianco per capirlo: tu, io, il ciccione politico corrotto qui vicino, siamo solo delle comparse di questo mondo, sebbene crediamo e ci fregiamo di governarne le dinamiche. Molto semplice, come lo è la vita vissuta a certe latitudini dalle quali io provengo e alle quali voglio tornare al più presto.”

E su quella frase si alza, si strappa il microfono di dosso gettandolo a terra e esce di scena sotto lo sguardo impietrito delle altre 4 scimmie dentro lo studio e del domatore Paoloni che sono oramai una quarantina di secondi che sta facendo il gesto con le dita di chiudere e mandare la pubblicità. Il regista dentro la sala regia dal canto suo ha lasciato correre perché è convinto che quella sarà la scena che farà fare il botto all’emittente in termini di visualizzazioni su Youtube.

Christian scende i tre scalini dello studio e d’improvviso è come se sentisse la voce del padre, orgoglioso per quello che ha fatto nei minuti precedenti:

ukweli lazima uletwe kwenye uso, chochote gharama”, “la verità va fatta venire a galla, costi quel che costi”, e questa sera quella verità gli è probabilmente costata un paio di centinaia di migliaia di euro in fondi della comunità europea ma fa niente; ora ha solo voglia di tornare a casa sua, in Uganda.

Oltre il palcoscenico

Anche quella mattina, come le precedenti 16.425 mattine, il signor tuttodunpezzo si era svegliato con una sola consapevolezza in testa: la convinzione di avere tutto sotto controllo.

Come al solito, una volta alzatosi, era entrato in un vortice fatto di un susseguirsi frenetico di attimi, gesti e comportamenti ripetuti, meccanici e identici a quelli delle 16.425 mattine precedenti: scendi dal letto, infila le ciabatte, prendi la tuta da casa appesa all’attaccapanni, infila la tuta, vai in bagno, alza la tavoletta, fai la pipì, tira l’acqua, lava le mani, di corsa in cucina, prendi la caffettiera dal pensile in alto a destra, riempila d’acqua, mettici la polvere di caffè, chiudila, mettila sul fuoco, nell’attesa che il caffè salga controlla la 24 ore, verifica che il contenuto soddisfi tutto ciò che serve per la fitta rete di appuntamenti della mattina, senti il fischio della caffettiera che annuncia che il caffè è pronto, versalo nella tazzina, prendi i biscotti dal pensile di sinistra, apri la confezione, intingine due per volta nella tazza in totale 4 perché danno il giusto apporto di calorie e zucchero, metti la tazza nel lavandino, spegni la luce della cucina, vai in bagno, accendi la luce della specchiera, prendi lo spazzolino, mettici il dentifricio, inserisci lo spazzolino nella bocca muovendolo con gesti morbidi in senso verticale…in quel mentre il signor tuttodunpezzo, preso come al solito dal suo costante andirivieni di pensieri rivolti all’attimo successivo, aveva sollevato la testa e di colpo era rabbrividito: la faccia riflessa nello specchio non era la sua faccia! Quell’immagine che si trovava di fronte era quella di un uomo sui 65 anni, con le rughe a fare da contorno a un paio di occhi che laggiù nel profondo nascondevano, neppure tanto bene, una serie di cicatrici le cui radici galleggiavano in modo incerto e impacciato dentro un magma di dubbi, sensi di colpa, incertezze, timori e ansie.

Si era dovuto appoggiare al mobile alle sue spalle per evitare di cadere sotto il peso insopportabile della vista di quel volto scavato e bolso che di colpo aveva riportato la sua mente al presente: sentiva le gocce di sudore scendere dal collo giù fino al coccige a solcargli la schiena con piccoli rivoli di liquido salmastro; le mani chiuse a pugno, strette come se stessero tenendo ben saldi i pesi e le difficoltà di una vita che tuttodunpezzo aveva fatto finta non esistessero, coprendoli con comportamenti posticci e meccanici; il respiro affannato. Teneva la testa leggermente rivolta verso il pavimento per evitare di osservare, ancora una volta, quell’immagine di sé stesso che non riconosceva.

D’un tratto una serie di quesiti fugaci gli avevano squarciato la mente: e se il vero sé fosse proprio quel volto che si era ritrovato innanzi pochi istanti prima e che lui aveva completamente smesso di guardare con gli occhi dell’anima e della consapevolezza nelle precedenti 16.425 mattine? Possibile che si fosse al punto rintanato nell’inconsapevolezza, da smettere di vivere il presente? Qual era stato il momento in cui lui aveva abbandonato il solco dentro cui aveva vissuto per un pò, perdendosi nel nulla della propria mente razionale?

…e poi una lacrima a rigargli il volto attempato: due occhi neri, profondi, da perdercisi dentro; dietro quegli occhi un treno; lei che sale, senza voltarsi, lasciando lui sulla banchina avvolto tra mille dubbi, perplessità e un dolore lacerante al petto…aveva 20 anni, energia da vendere e tanta voglia di costruire qualcosa con lei…

..a quella lacrima di prima ne stanno seguendo altre e altre ancora in un flusso continuo che lava via tutte le scorie che si sono sedimentate negli ultimi 45 anni della sua vita…

..si è accasciato al suolo, rannicchiandosi attorno alle sue ginocchia, come faceva quando era piccolo e suo padre lo sgridava e lui si andava a rintanare in cantina, là vicino al bancone di lavoro di legno tarlato…

…ci hanno trasformato in tante slot machine…ma non dimentichiamoci che dentro ognuno di noi c’è un mondo fatto di colori forti, sanguigni, i colori delle nostre emozioni…basta solo avere il coraggio di abbandonarsi alla forza dirompente con cui esse cercano di scuoterci per riportandoci al presente concentrandoci su ciò che proviamo istante dopo istante con la consapevolezza che qualunque cosa succeda alla fine tutto andrà per il verso giusto e se qualcosa sarà andato storto significa che quella non è la fine…

..quindi signor tuttodunpezzo ora rialzati e dai un nuovo corso al tua esistenza..si è sempre in tempo..perché non è finita finché non è finita..

Le descrizioni..la pittura e il viaggio…

Cari amici,

le descrizioni che sostengono la storia dei personaggi principali di un racconto, dovrebbero essere considerate alla stregua di un paesaggio sullo sfondo che fa da contorno all’istantanea che ritrae  un momento di vita dei protagonisti di un bel quadro: dovrebbero essere delle semplici spennellate dai toni sfocati e quasi sfuggenti.

Fatta questa premessa, voglio darvi qualche consiglio per rendere il modo di scrivere più fluido e dinamico quando dovete/volete descrivere un contesto nel quale sono calati i personaggi della vostra storia o le emozioni che gli stessi stanno provando in merito ad una determinata situazione che gli capita nell’evolversi dell’intreccio: cercate di inserire ciò che avete pensato di descrivere tra un dialogo e l’altro, quasi foste dei pittori che danno qualche pennellata furtiva e distratta qua e là per riempire il contorno che fa da corollario al personaggio principale.

Usate la parola in questo caso come fosse una traccia di colore dimesso, lasciando al lettore il compito di riempire i vuoti che volutamente avete lasciato, con la propria immaginazione; solo così il lettore stesso farà propria la storia, riempiendola di un significato che assume i connotati e le tonalità del proprio vissuto.

Ricordatevi che i protagonisti della vostra storia non siete voi in qualità di scrittori, bensì i personaggi che avete creato i quali, nella testa del vostro lettore, devono prendere vita con modalità e tonalità differenti in funzione dei diversi schemi mentali con cui ognuno di noi interpreta il mondo e la propria vita; ed ecco allora che l’esercizio delle scrittura diventa uno degli esercizi di stile più belli che esistano, perché scrivere in questo caso significa illuminare di immenso i milioni di differenti mondi possibili che sono presenti nella testa dei vostri lettori.

Dovreste quindi evitare quei lunghi orpelli sintattico/grammaticali del tutto avulsi dal contesto,  fatti solo di pesanti e fuorvianti giri di parole che altro senso non hanno se non quello di far vedere (a chi poi non ho mai capito?) quanto siamo bravi a districarci tra i mille andirivieni della lingua italiana.

La scrittura per me è fatta apposta per mettere le ali alle menti dei vostri lettori, permettendo loro di partire per un viaggio meraviglioso dentro sé stessi che non ha nulla da invidiare ai viaggi veri e propri che facciamo con i nostri trolley più o meno pesanti dai quali si ritorna diversi rispetto a come si era prima di partire.

E come nel viaggio, ciò che ci rimane dentro non è per filo e per segno ogni singolo particolare del paesaggio che nel nostro percorrere ha riempito il contesto, bensì le sensazioni e le emozioni provate nei diversi momenti dello stesso, così nella lettura, ciò che ci rimane dentro non sono le chilometriche descrizioni minuziose e dettagliate, ma le emozioni che il ‘non detto’ che si annida in un racconto ben congegnato ha scatenato in noi.

 

Estratto dal mio ultimo libro “Il disgusto”

Capitolo I

Il pomeriggio in barca

Il disgusto è un’emozione che dilania le viscere di chi la prova, la cui origine si può far risalire alla notte dei tempi dell’infanzia di ognuno di noi; se si radica all’interno della mente del malcapitato è in grado di assumere forme subdole al punto da creare il vuoto tra lo stesso e l’oggetto dell’emozione.

Di questa caratteristica lacerante Gianni Anselmi, quel pomeriggio che decise di accettare l’invito in barca a vela sulle acque agitate del Lago di Garda, era completamente all’oscuro. D’altronde chi, al suo posto, si sarebbe mai immaginato che da quelle semplici e in apparenza innocue 4 ore passate insieme a Nicla e Alfonso, il suo amico di una vita, gigione e leale, sarebbe nato un putiferio di dimensioni inenarrabili.

“Ti va di unirti a noi Gianni? Ci troviamo a Riva del Garda insieme alla mia istruttrice di vela e ci facciamo un pomeriggio all’insegna della spensieratezza.”

“Ho capito Alfonso: avete bisogno di una zavorra per il catamarano!”

Aveva scherzato Gianni con una vena di tristezza negli occhi, la stessa vena di tristezza che avvolgeva da un po’ di anni ogni cosa che lui decideva di fare e di pensare.

“No in realtà mi farebbe molto piacere tu ti distraessi per un pomeriggio: sai quanto gli ultimi anni siano stati pesanti per noi in termini professionali e per te a livello personale!”

Mentre pronunciava l’ultima parola, Alfonso aveva abbassato lo sguardo in segno di rispetto per una vicenda piena di risvolti dolorosi che avevano colpito l’amico e la moglie.

“Mi sembra una vita che non mi prendo più un momento tutto per me…”

Quella frase lasciata a metà in fondo in fondo nascondeva un senso di colpa tanto irrazionale quanto ingiustificato nei confronti della moglie Bettina al solo pensiero di non passare 4 ore del week end insieme a lei.

“Gianni ti ho già detto decine di volte che non hai nulla di cui sentirti in colpa in merito a questa vicenda; non cade il mondo se per un pomeriggio non sei a casa con lei cazzo!”

Alfonso era l’unico che era rimasto vicino all’amico dopo la morte di Ramona: tutti gli altri presunti amici, dopo i primi tentativi posticci e maldestri di sostenere la coppia facendo finta che le cose fossero come prima, si erano dileguati come le nebbie di primavera, disperdendosi tra i mille rivoli delle loro vite frenetiche piene di impegni e di chissenefrega in fondo se a una coppia di amici è morta una figlia di appena qualche anno.

“Lo so Alfonso ma tu sai quanto il nostro lavoro ci porti in giro per il mondo durante la settimana e quanto poco tempo mi rimane da dedicare a mia moglie!”

“Si ma non credo che il motivo per cui tu ti senti in colpa sia da ricondurre al poco tempo che dedichi a lei; io penso che ci sia qualcosa di più di questo!”

Quella frase di Alfonso aveva rimbalzato in modo spigoloso e sgraziato sulla tela bianca della coscienza di Gianni per poi colpire le pareti della sua consapevolezza facendolo vacillare sotto i colpi di sensazioni sinistre e alquanto fastidiose. Era consapevole anche lui che se non fosse successo quello che era successo…..

Arrivava sempre e solo lì col pensiero e con i ricordi, oltre non riusciva a spingersi, come se farlo avrebbe significato mettere in discussione tutto quanto era successo nella sua vita negli ultimi 20 anni.

“E cosa c’è di più sentiamo Alfonso…”

“C’è che ti stai riempiendo la testa di alibi perfetti Gianni e tu lo sai e tutto parte da quel senso di colpa ridicolo dentro cui ti vedo nuotare da qualche anno a questa parte, come se a decretare la morte di Ramona fossi stato tu.”

Alfonso era molto schietto con l’amico e lo era sempre stato e questa era la colla più potente che teneva insieme la loro amicizia da 23 anni.

“Ma cosa devo fare: abbandonare la barca, dopo tutto quello che abbiamo passato Bettina ed io?”

“Non ho detto questo; penso però che, se il solo fatto di prenderti un sabato pomeriggio tutto per te scatena dei sensi di colpa eccessivi e oggettivamente incomprensibili, sotto sotto ci sia qualcosa che tu non vuoi far venire a galla per evitare di mettere in discussione tutto.”

“Va bene accetto Alfonso, piuttosto di subirmi un’altra seduta di psicoterapia spicciola accetto il giro in catamarano!”

Gianni aveva chiuso quella conversazione che, come decine di altre avute con l’amico negli ultimi 4 anni, lo avrebbe sicuramente messo con le spalle al muro donandogli delle sensazioni spiacevoli da cui si riprendeva solo dopo giorni, quasi fosse stato investito da un camion.

“Ora mi piaci gnoccolone mio!” Così Alfonso chiamava Gianni: ‘il suo gnoccolone’, a causa della forma non proprio longilinea del suo fisico che, nonostante fosse perennemente a dieta, mostrava sempre qualche chilo di troppo in punti che nessuno si sarebbe mai aspettato.

Si erano conosciuti all’università di Bologna, al secondo anno della facoltà di architettura e dopo alcuni mesi passati ad annusarsi, quasi fossero due pugili al primo round di un incontro di 15, la loro amicizia era esplosa come una mina in un lago profondo, spruzzando con milioni di piccole gocce d’acqua le vite di chi viveva nei dintorni. I primi tempi, più di qualcuno fra i loro amici, aveva pensato che i due avessero una relazione amorosa da tanto profondo ed emotivo era il legame che li univa. Sì perché tra i due amici correva una relazione fatta di continue e profonde analisi interiori; l’uno era il campo di riflessione dell’altro e finché non arrivavano a una conclusione su fatti più o meno importanti della vita di entrambi, continuavano a lavorare sulle loro rispettive vite aiutandosi a vicenda ad uscire dalle sabbie mobili.

Questa era la loro forza e in funzione di questo modo di trattarsi a vicenda avevano consolidato un’amicizia imperitura.

Alfonso per questo non era mai piaciuto a Bettina, la moglie di Gianni; inconsciamente lei sapeva che il legame tra i due era molto più archetipico e impregnante di quanto lei e Gianni potessero aspirare nella loro vita di coppia sentimentale. La infastidiva comprendere nelle viscere che la naturalezza con cui i due amici si trattavano era ben lungi da tutta quella serie di comportamenti posticci e mozzati su cui lei e Gianni avevano impostato la loro relazione da 20 anni a questa parte: se si osservava dall’esterno mentre viveva accanto a Gianni, le sembrava di osservare due attori alle prime armi irrigiditi da un ruolo che non avevano mai fatto completamente loro.

E in questo stagno dalle acque un pò torbide che era la loro relazione, anche il sesso aveva assunto un connotato di meccanicità che gettava manciate di sabbia tra le anime di quei due amanti dai comportamenti impoveriti.

Poi era nata Ramona e Ramona dopo qualche tempo era morta e quell’intervallo di qualche anno, in cui da due che erano stati un tempo, avevano iniziato un cammino a tre che profumava di famiglia, era stato talmente breve da lasciare Gianni e Bettina completamente senza appiglio alcuno a cui aggrapparsi per risalire verso un luogo chiamato “felicità”.

La “mania” del controllo e l’istinto — The secret writer

Cari lettori, è arrivato il momento di arricchire questo blog e direi che il modo migliore per farlo è scrivere il mio primo articolo. Sinceramente non ho la minima idea di come si debba scrivere un blog, ma allo stesso tempo penso che non seguirò alcuna linea standard, lascerò che la mia mente e le […]

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