Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 9 È giunta l’ora

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Gianni sta camminando sul lungomare di Zihuatanejo alle 5 di un pomeriggio di fine maggio del 2015: il sole in quel periodo dell’anno rimane alto fino a tarda sera e il calore che emana gli dona una sensazione di appagamento momentaneo. Si guarda a destra e sinistra spaesato, come se non conoscesse nulla dei dintorni: eppure sono 4 anni che sta vivendo lì giorno dopo giorno. E pensare, riflette, che lo stesso lungomare lo aveva accolto 15 anni prima, quando, sceso dal bus proveniente dal Chiapas, si era spogliato e buttato dritto dentro l’oceano con nient’altro in testa se non la consapevolezza di essere al posto giusto nel momento giusto, senza necessità di rispondere ad alcun perché. Ora che quel luogo lo conosce come le sue tasche, si ritrova su quello stesso lungomare con una serie di perché a cui sa attribuire una risposta precisa, ma nessuna di quelle gli basta a riempire di significato la vita.

Ha passato gli ultimi tre mesi a girovagare nel nulla con il pensiero stando fermo col corpo, quasi immobile e questo non è affatto positivo e lui lo sa bene. Quindici anni prima era già caduto nelle trappole insidiose che gli aveva teso la sua mente e se non fosse stato per nonna Alfonsina all’epoca, probabilmente, pensa, sarebbe morto di depressione o sarebbe finito male, molto male.

Avrebbe voglia di partire ma questa volta è tutto diverso e non può farlo a cuor leggero come aveva fatto un tempo. E poi è consapevole che le cose cambiano e ripetersi, nella vita, non è certo l’elemento che gli può far fare un balzo in avanti.

Gli ultimi 6 anni sono volati e non sa se quello sia un bene o un male: da un lato, significa che tutto è stato talmente bello da non ricordare di avere avuto nemmeno un minuto di noia vicino a lei; ma, dall’altro, gli sembra che quegli anni siano passati a velocità così elevata da non essergli rimasto appiccicato nulla alle dita. Vorrebbe che il ricordo di Marisol gli giungesse spontaneo da chissà dove per fargli compagnia, come fosse un bel film da guardare comodo sul divano quando più ne ha bisogno. Si concentra, di solito la sera steso sul letto, per cercare di far riemergere i ricordi in modo forzoso, facendoli scorrere sul telo bianco della coscienza. Gli sembra a volte che l’idea di lei gli sfugga dalle mani e per timore di dimenticarsi di ciò che ha rappresentato per lui, costringe la propria mente a contorti e impegnativi voli pindarici per tenere vivi i minimi particolari di momenti importanti della loro storia. Ma più lui si sforza di voler riportare a galla i ricordi, più gli sembra che l’immagine di Marisol sbiadisca; più lui stringe le meningi come fossero limoni da spremere e far uscire qualcosa che somigli anche solo in parte alla loro vita passata, più le tracce della loro storia d’amore si disperdono, come foglie secche trasportate da un freddo vento d’autunno e lui cade in basso, sempre più in basso.

Aveva dovuto dire addio per sempre a Marisol il 25 febbraio del 2015: dopo una breve e fulminante malattia se n’era andata e lui, a tutto quello non era minimamente preparato e quella impreparazione la sentiva bruciare dentro sotto forma di domanda che si ripeteva con regolarità quasi maniacale: ‘Perché è successo proprio a lei?’

Si erano ritrovati quella mattina di 6 anni prima sul muretto di fronte al suo locale, a Maspalomas, e non si erano più lasciati. Avevano fatto avanti e indietro tra Gran Canaria e Messico per un po’, quando il lavoro di Gianni lo permetteva, finché la vita li aveva portati a decidere che Zihuatanejo fosse il posto dove volevano vivere. E così, aveva venduto il Bi-bi Italian restaurant e nella primavera del 2011 si era definitivamente trasferito in Messico. Dopo alcuni mesi di ovvio e necessario ambientamento, una sera, camminando a piedi nudi in riva al mare mano nella mano a Marisol, la brezza fresca proveniente dall’oceano gli aveva portato in dono la consapevolezza di sentirsi a casa, lì con lei, in quel luogo di cui fino a 15 anni prima non avrebbe nemmeno saputo scrivere e pronunciare il nome. Per tutti gli anni a venire passati vicino a lei, non aveva avuto più alcun bisogno di farsi domande perché qualunque cosa succedesse vicino a Marisol, quella era la risposta che gli serviva per essere felice.

Il sole di maggio inoltrato è alto nel cielo e da qualche giorno, ogni pomeriggio, si costringe a spingersi fino alla fine della baia di sabbia bianca, ai confini del comune di Ixtapa, cercando di cogliere dei segnali dall’ambiente che gli diano la forza per cambiare rotta, di nuovo, come già era successo tre volte negli ultimi 15 anni. Ha capito da tempo che la sua mente funziona meglio col movimento del corpo, come se le gambe che si muovono generassero la giusta dose d’energia per far girare nel modo corretto i pensieri. Ritiene che i pensieri siano come l’acqua: se non c’è movimento ristagnano fino a marcire. Ecco perché quel pomeriggio ha deciso di spingersi oltre il confine della baia: vuole sfidare sé stesso e mettere in circolo i suoi neuroni, per cercare di andare oltre quelle sue abitudini idiote che si è auto imposto da qualche mese a questa parte. Uscire anche solo di poco dalla gabbia che la sua mente gli ha costruito intorno, gli costa tanta fatica quanta spostare a mani nude un elefante.

Un passo dietro l’altro perso nei suoi pensieri girovaghi e si ritrova sul viale principale di Ixtapa: si sente meglio rispetto a quando era partito da casa circa un’ora prima. Percepisce in fondo all’anima che gli ha fatto bene sfidare le proprie debolezze e cambiare aria quel pomeriggio, sebbene quello che sta facendo non si possa annoverare tra i concetti di cambiamento radicale nella vita di una persona. Gira la testa a destra e sinistra intanto che cammina lungo il viale, per non perdersi nemmeno un attimo di quel momento di positività improvvisa, come se volesse assorbire in modo avido, tutti gli istanti di vita che si susseguono e d’un tratto si blocca: il suo sguardo ha percepito qualcosa che gli ha riportato alla mente dei fatti e legati a quei fatti una persona. Gli sembra una vita che non ripensa a lui: c’era stato un tempo in cui sembravano fratelli gemelli da tanto erano in sintonia, quasi in simbiosi l’uno con l’altro. Attraversa la strada, stando attento a non farsi investire dalle auto che a quell’ora del pomeriggio cominciano a muoversi frenetiche su e giù per il viale e si avvicina al bar che poco prima ha colpito i suoi sensi a tal punto da bloccarlo all’istante. È un locale raccolto, costituito da una piccola casa di mattoni giallo e arancio, con qualche tavolino all’aperto e un po’ di ombrelloni col logo della ‘Motta’ sparsi qua e là per riparare gli avventori dal sole cocente. Poco distante un parco giochi contribuisce a rendere il contesto molto gioioso grazie alle urla e agli schiamazzi dei bambini spensierati. Sul fianco del locale, in alto, attaccata al muro, l’insegna: Bar Iole. Gianni si siede: il nome su quell’insegna gli riporta alla memoria i pomeriggi passati con Pietro nel bar che aveva lo stesso nome di quello dove è seduto ora, dietro al liceo scientifico Enrico Fermi a Bologna. C’era stato un tempo in cui lui e Pietro si erano voluti veramente bene, un bene fatto di fiducia e reciproco rispetto eppure, se ci pensa, non se lo erano mai dichiarati. Quel fatto, visto dalla sua prospettiva attuale, gli sembra uno spreco di vita: viene preso da un’ansia che gli corrode le budella al pensiero che Pietro potesse non aver capito all’epoca che lui gli voleva un bene dell’anima, un bene fraterno. Sente il bisogno di contattarlo, di parlargli, di dirgli che ha bisogno di lui, che senza di lui, soprattutto ora nella situazione in cui si trova, non può vivere. Pensa che, se non fosse capitato ciò che è capitato tre mesi prima, probabilmente non gli sarebbe mai venuto in mente Pietro, o chi lo sa. Tutto era già scritto: era già scritto da qualche parte che prima o poi gli sarebbe ritornato in mente quel periodo meraviglioso passato con Pietro e che la morte di Marisol avrebbe scatenato una serie di eventi che lo avrebbero condotto lì seduto a quel tavolino del Bar Iole a Ixtapa. E quell’evento tragico a cui fino a poco tempo fa non riusciva a dare una spiegazione, se allarga un po’ gli orizzonti, ora ha più senso. Si asciuga le lacrime con il dorso delle dita e per la prima volta dopo mesi, sente allentarsi la pressione che percepiva all’altezza del petto: sta capendo che la vita scorre inesorabilmente in circolo, come una macina che spreme le olive, e se ha in serbo per qualcuno di riportarlo al punto di partenza, prima o poi ce lo riconduce. Il segreto è non provare nemmeno per un attimo a mettersi in mezzo per cercare di fermarla o anche di poco deviarne il movimento, perché si rischia di rimanerci stritolati sotto. È consapevole che tutte le volte che la sua mente è andata in tilt, è stato quando ha cercato di mettersi in mezzo per provare a cambiare alcune situazioni che non gli piacevano: e più cercava di controllarne l’esito, più esse gli sfuggivano di mano. Si alza, ha bisogno di correre a casa, di aprire il pc e di mettersi in contatto con Pietro attraverso amicizie comuni su Facebook, ha bisogno di lui nella sua vita, di nuovo come era stato un tempo. Pietro è sempre stato il suo elemento equilibratore: lui si era sempre potuto permettere di essere se stesso, con le sue insicurezze e i suoi alti e bassi, perché a fianco c’era sempre stato Pietro a cui appoggiarsi.

Si mette a correre, come anni prima gli aveva insegnato Alan Pembleton, l’americano miliardario a fianco del quale aveva conosciuto Marisol su quel trenino in mezzo alle nuvole sulla cordigliera delle Ande. “Run Giani run!” Gli ripeteva Alan durante quel pomeriggio, facendosi grosse, grasse risate ogni volta che pronunciava quelle parole, “and not to chase something, but to keep up with the beat of your heart!” E il suo cuore ora sta battendo all’impazzata ma non perché ha accelerato ancora il passo, bensì perché Pietro è di nuovo entrato nella sua vita e da lì Gianni non vuole più che se ne vada.

Parte 6 Il duplice malinteso

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Anna è seduta sul sedile posteriore dell’auto in un pomeriggio inoltrato di Maggio, a fianco a lei Paola; Gianni e Pietro occupano i sedili anteriori, Gianni è alla guida.

Hanno lasciato Bologna da circa quaranta minuti e dal momento in cui sono saliti in auto nessuno ha proferito parola; l’aria è pesante e quella spensieratezza che aveva unito i quattro un tempo, ora è solo un debole ricordo. Ognuno è assorto nei propri pensieri, buona parte dei quali riguardano qualcuno degli altri tre; covano sotto la cenere una serie di rancori incrociati che non aspettano altro che una scintilla per esplodere. Sono come quattro mine vaganti pronte a brillare al minimo tremore dell’ambiente circostante.

Anna sta riflettendo e scandagliando le relazioni che ha con gli altri tre componenti del gruppo: non prova nessuna forma di nostalgia per quanto avevano e quanto hanno perso, ma solo una asettica curiosità di capire quale fosse il collante che li ha tenuti così uniti per poco meno di vent’anni. In alcuni momenti ha pure provato a sforzarsi di rimettere insieme i pezzi sparsi della loro storia che sente non appartenerle più, ma appena si è trovata davanti, a turno, uno dei tre amici, quella buona volontà di provare a ricucire qualcosa, si è annegata nel mare dei rancori e  dei sensi di colpa.

Lei stessa, se si guarda dentro non è più quella di qualche mese prima: sono cambiate tante cose e la vicenda con Claudio Zanetti, il consulente con cui aveva avuto quella serata di trasgressione totale, ha definitivamente sancito la fine di ciò che Anna era stata in passato. Nei giorni successivi a quella vicenda, aveva attraversato dei momenti di totale confusione: non si riconosceva più e non aveva ancora capito che piega avrebbe preso la sua vita in futuro. Pian piano che i giorni passavano, quel senso di smarrimento e vuoto interiore, aveva lasciato il posto a un indurimento generale del suo modo di affrontare la vita e trattare gli altri. È diventata molto più impaziente verso le situazioni di indolenza e indecisione delle persone che si trova innanzi, Gianni in primis e quando qualcosa non va come lei desidera, si fa prendere da scatti di rabbia che la trasformano emotivamente e fisicamente. Anche i lineamenti si sono induriti, probabilmente anche a causa di un dimagrimento notevole che l’ha coinvolta negli ultimi mesi. Questo cambio importante nella vita di Anna è dovuto anche all’uso della cocaina: dopo la serata passata con Zanetti infatti, ha iniziato a farne uso con sempre più frequenza e questo contribuisce a far emergere il suo lato aggressivo e poco disponibile. Oramai sente che la strada imboccata è a senso unico: non può più tornare indietro ma solo spingere l’acceleratore a fondo guardando avanti.

Osserva il paesaggio fuori dal finestrino perdere nitidezza di contorni con l’aumentare della velocità dell’auto e ripensa a quella mattina, qualche mese prima, quando si è dovuta recare in ospedale per il raschiamento che avrebbe posto la parola fine su quella gravidanza inaspettata e indesiderata. Per un momento, dopo aver saputo di essere rimasta incinta, aveva pensato di tenere il bambino: in fondo, si era detta tra sé, quante ragazze madri ci sono a questo mondo che crescono i figli senza avere vicino la componente maschile? Ma poi quel pensiero aveva lasciato il posto ai timori di perdere ciò che aveva e ciò che in futuro avrebbe potuto diventare immolandosi completamente alle richieste del padre/padrone. Era più forte di lei: sentiva il desiderio di fare soldi, diventare ricca e potente come e più di quanto non lo fosse il padre e stava capendo che sarebbe stata disposta a tutto pur di non perdere quella occasione. Il denaro e il mondo che stava attorno ad esso erano gli unici aspetti per cui lei era disposta a fare sacrifici e scendere a compromessi; tutto il resto poteva essere cestinato. Questi erano stati i pensieri che l’avevano spinta ad abortire quella mattina, dopo alcuni giorni passati nell’angoscia dell’indecisione.

C’era poi un altro aspetto che prendeva i pensieri di Anna quel pomeriggio dentro l’auto che li stava conducendo a Ravenna al matrimonio di un amico comune: da quella mattina che aveva aperto il proprio cuore al fratello Pietro raccontandogli tutto quello che era successo con Zanetti, lo odiava. Lo odiava in primis perché la reazione che lui aveva avuto al racconto di quella sua serata sfrenata, pensava fosse la causa delle decisioni che lei aveva preso nelle settimane successive. Al fratello gli addossava la responsabilità per essersi fatta prendere completamente dalla droga. Lo colpevolizzava inoltre di averle fatto prendere la decisione di abortire e lo detestava perché di fronte a una sorella che gli aveva aperto il cuore con onestà, lui si era più preoccupato per Gianni e per il gruppo di amici. Anna pensava che sarebbe bastato che Pietro l’avesse stretta in un abbraccio infinito quella mattina, rassicurandola che tutto sarebbe andato bene, per farle riacquistare fiducia in sé stessa e forse tutto quello che era stato, avrebbe ripreso vigore.

Sentiva rancore anche nei confronti degli altri due amici e verso sé stessa: quello che c’era stato tra di loro in passato aveva deformato tutte le sue percezioni in fatto di scelte prese e da prendere. Quell’aborto, ora seduta lì in quella macchina con tre persone a cui era stata legata in modo fraterno e che ora non riconosceva più come tali, era anche e soprattutto la conseguenza di un senso di colpa che la corrodeva dentro in silenzio: da subito aveva considerato quanto successo con Zanetti un atto di tradimento verso gli amici più che verso il fidanzato e quel senso di colpa l’aveva spinta ad abortire per evitare che il gruppo dei quattro si sfaldasse.

Era una vita che ognuno dei componenti dentro a quel gruppo prendevano decisioni più o meno importanti facendosi guidare solo ed esclusivamente dal timore che l’amicizia si sarebbe potuta rompere. E questo aveva condizionato enormemente la la loro vita.

L’unica che in apparenza sembrava non essersi fatta traviare dal preservare il gruppo di amici era Paola che, con quella sua calma proverbiale e quell’equilibrio che sembrava avere radici orientali, non aveva mai rinunciato a se stessa.

Comunque questa forma di vita in comune con gli altri tre, Anna non la sopporta più: ha bisogno di prendere le decisioni pensando solo ed esclusivamente a sé stessa e poco importa se queste hanno degli influssi negativi sul gruppo; in poche parole, ha bisogno di riappropriarsi della propria vita.

E poi c’è Gianni: con lui le cose non andavano più come un tempo da mesi e ora, guardandolo lì intento a guidare, con quei suoi modi un po’ goffi e indecisi di affrontare ogni cosa, non comprende più quale sia stato l’elemento principale che l’aveva attratta di lui. L’unica certezza che ha, è che non lo ama più: nelle ultime settimane lui, com’era ovvio che fosse, aveva tentato più volte di fare l’amore, ma lei si era sempre negata. Di quella forma di sesso da fidanzati non le interessava più nulla: quel suo lato aggressivo da dominatrice sentiva appartenerlee percepiva che quella era la sua porta di accesso alla vita di domani. 

Infine Paola: le cose si complicano un po’ quando pensa a lei. In realtà è consapevole che entrambe, lei e l’amica, hanno lasciato in sospeso un argomento dopo quel pomeriggio di qualche anno prima alle Canarie, ma quello è un aspetto della sua vita che lei proprio non sa come affrontare e soprattutto, visto il desiderio che ha di entrare in certi ambienti che profumano di soldi e di potere, svelare la propria omosessualità, potrebbe essere deleterio per il suo futuro. È vero, è un atto di codardia, ma è espresso per raggiungere un obiettivo più importante. Ora, nella sua vita, non c’è spazio per una relazione, oltretutto un amore lesbico che nascerebbe all’insegna delle complicazioni e del dover dare spiegazioni a tutti, in prima battuta a suo padre.

Ha bisogno di semplificarsi la vita: non vuole avere inutili pesi e rotture di scatole. Paola è lì; la percepisce come qualcosa di sospeso nel tempo, quasi l’avesse congelata per tirarla fuori dal congelatore se un domani ne avrà bisogno. Di lei si fida ciecamente e soprattutto la stima e la rispetta per aver taciuto quanto successo tra loro due e non averle mai fatto pressioni di nessun genere, nonostante capisca che per lei non deve essere stato facile e per questo la rispetta e la stima ancora di più. Non vuole assolutamente riconoscere a sé stessa che le vuole bene, perché aprirsi a quel tipo di sentimenti nei suoi confronti, significherebbe aprire una breccia su una voragine dentro cui potrebbe perdersi facilmente.

Si gira a guardare l’amica seduta di fianco a lei; è incredibile quanto sia in grado di essere serena e felice in ogni situazione, anche in un’occasione come quella, nella quale la tensione fra i quattro è talmente densa da potersi tagliare con un coltello.

In realtà Paola è comunque molto rammaricata nell’animo: è brava ad incassare e nel tempo a farsene una ragione, ma la vicenda con Anna le ha fatto passare non poche notti insonni. Non prova rancore verso l’amica: ci è passata anche lei per quel tipo di indecisioni che riguardano la propria natura sessuale e sa che possono rappresentare degli scogli insormontabili, soprattutto quando si ha un padre come quello di Anna e una madre completamente alla mercé di un despota che vuole sempre prevaricare su tutto e tutti. È difficile affrancarsi da quel tipo di situazioni, oltretutto quando lo stesso padre è colui che ti può aprire le porte di un’arena fatta di soldi e potere. All’inizio aveva provato un misto di rabbia e invidia nei confronti di Gianni ma poi, col passare del tempo, il bene fraterno che prova e quella sua aria da eterno bambino, avevano sciolto ogni forma di rancore nei suoi confronti e ora, anzi, soffriva pure a vedere il fratello starci male per quel cambio di comportamenti molto marcato che Anna sta dimostrando nei suoi confronti. Tutto sommato Paola ora sente che la sua vita sta prendendo la piega giusta, sebbene non sia la piega che lei avrebbe desiderato, ma è consapevole che bisogna lasciare andare le cose come devono andare.

Nella parte anteriore dell’auto le cose per i due maschietti sul fronte pensieri negativi e rancori non vanno molto meglio.

Gianni è praticamente uno zombie da quando ha percepito che Anna è uscita dalla sua sfera di influenza. Continua a pensare e ripensare dove e quando ha fatto qualche passo falso che li ha condotti su quel binario morto della loro relazione; non riesce proprio a uscire da quell’impasse di pensieri. Le ha chiesto più volte di dirgli tranquillamente se nella sua vita c’è un’altra persona, ma lei continua a negare e a fargli presente, non senza qualche insulto di mezzo, che il motivo della loro crisi è dovuta ad altro che però non si è mai degnata di specificare. Gianni tra le altre cose non può più nemmeno contare sulla spalla amica e fidata dell’amico Pietro: quando in passato le cose con qualche ragazza per lui non si erano messe bene, Pietro gli era a fianco a dispensare consigli con aria decisa e maestra. Ma è qualche mese che, quando Gianni prova anche solo ad accennare ai problemi che ha con Anna, Pietro si defila completamente dal discorso e in alcune occasioni è pure scappato pur di non affrontare l’argomento. Gianni non capisce quel comportamento dell’amico: è vero che Pietro è fratello di Anna e potrebbe non avere voglia di immischiarsi, ma considerando l’affiatamento che c’era fra di loro un tempo, gli sembra un comportamento comunque molto strano e alquanto eccessivo nei suoi confronti. Tra le altre cose, mentre un tempo il loro rapporto era sempre stato all’insegna della presa in giro e della spensieratezza e loro su quello avevano tessuto le fila di un’amicizia spontanea e spassosa, ora a Gianni sembra di parlare con un bacchettone settantenne da tanto pomposo e viscoso è il modo di colloquiare dell’amico. Non ha più voglia di stare allo scherzo e in alcune occasioni Gianni ha cercato pure una scusa per evitare di doverlo sopportare oltremodo tanto è pesante nei suoi modi di esprimersi.

I pensieri di Pietro, a fianco, sul sedile del passeggero, sembrano viaggiare all’unisono con quelli di Gianni: l’argomento infatti è lo stesso e cioè Anna. Mentre Gianni è completamente in balia dei suoi pensieri perché non riesce a capire quella ritrosia della ragazza, Pietro lo è perché sa fin troppo di quello che ha combinato la sorella ultimamente e questo gli genera un senso di colpa micidiale nei confronti dell’amico fraterno. È talmente combattuto tra tenere la parte alla sorella non svelando quanto lei gli ha detto mesi prima da un lato e, dall’altro, cedere al bene che sente nei confronti dell’amico, raccontandogli ogni cosa, che preferisce quasi non frequentare più Gianni per evitare di stare male ogni volta. E questo aspetto gli sta provocando un dolore all’anima insopportabile perché conosce l’amico e sa che proprio ora avrebbe bisogno di averlo accanto.

Nei confronti di Anna invece prova un odio smisurato: non la considera quasi più sua sorella e ogni volta che lei apre bocca, lui interviene intromettendosi con modi rudi e volgari giusto per il piacere di farla arrabbiare. Ad averlo così infastidito di Anna non è stato ciò che ha fatto, bensì il fatto che lei ha generato tutto quel casino per legare l’asino dove vuole il padrone e il padrone in quel caso è il padre. L’odio che provava e prova per il padre ora lo ha esteso anche alla sorella che a lui sembra sempre più simile, nei modi di fare e pure nelle fattezze, a quel gerarca nazista del genitore.

È vero, come gli ha rinfacciato Anna mesi prima durante quella conversazione, lui ha combinato un gran casino quel giorno di qualche mese prima appiccando l’incendio doloso in azienda dal padre, ma per quel casino sta pagando quello che deve pagare e non si è di certo venduto ai soldi del genitore per comodità. 

I pensieri di Pietro inoltre sono molto confusi per via della probabile condanna che di lì a poco vedrà pendere sulla sua testa: ha parlato ultimamente con il suo avvocato il quale gli ha riferito di prepararsi al peggio, visto anche la reazione inaspettata avuta dal padre a quel suo gesto idiota di qualche mese prima.

“Parcheggia lì Gianni, sul prato, anche se dobbiamo fare due passi a piedi non fa nulla!”

L’auto coi quattro a bordo è giunta al luogo dove si svolgerà il matrimonio.

“Per te non farà nulla! Noi abbiamo i tacchi e camminare sull’erba non è per niente facile!” Anna risponde al fratello con un tono così sgarbato che Paola impercettibilmente le tocca un braccio come per trattenere quella sua irruenza. In quel frangente Anna guarda l’amica con fare truce: sembra che non voglia essere contraddetta da nessuno; è come se avesse un fuoco dentro che arde e la fa scattare per ogni piccola cosa.

“Va bene calmatevi voi due!“ Risponde Gianni facendo il pacificatore, “ora vi accompagno con la macchina fino davanti all’entrata e poi, se non trovo posto, vengo a parcheggiare qui.”

Il matrimonio si tiene nel parco di una delle ville più antiche del territorio ravennate, una residenza con 400 anni di storia alle spalle, completamente immersa nel verde, che affittano per festeggiare matrimoni di lusso.

Gianni ha lasciato i tre amici davanti alla porta di ingresso ed è andato a parcheggiare l’auto poco distante; quando entra all’interno del parco della villa, rimane sorpreso dal fatto che nessuno degli amici si sia fermato ad aspettarlo. Ancora scocciato da quella mancanza di rispetto nei suoi confronti, scorge Pietro poco distante sulla destra dell’entrata, vicino al tavolo degli aperitivi: è intento a parlare con una ragazza. È tipico suo pensa: appena arriva in un luogo che non conosce, deve marchiare il territorio come fosse un cagnolino che fa la pipì sugli alberi tutt’intorno. Ha bisogno di generare più contatti sociali possibili, meglio se con esponenti del sesso femminile.

Gianni si avvicina al tavolo degli aperitivi e si mette proprio dietro la ragazza con cui Pietro si sta intrattenendo e siccome questa, sebbene lui le stia appiccicato al sedere come fosse un francobollo, non vuole capire che se ne deve andare perché ha un’urgente bisogno di parlare con l’amico, le spara in faccia un:

“Senti, ci sono un milione di ragazzi alla festa, molto più carini del mio amico qui, credo tu meriti di meglio!” E con la mano la sposta letteralmente di lato; ha urgente bisogno di parlare con Pietro.

“Non sei stato carino con Sonia.” Lo rimprovera Pietro a voce alta.

“Ma che cazzo me ne frega di quella lì; ora tu mi dici che cazzo hai con me da qualche mese a questa parte!” Gianni è concitato e quello stato d’animo si percepisce nell’urgenza e nella trivialità che mette in ogni parola.

Nel frattempo è pure arrivata Paola.

“Ohh ma sei impazzito? Ti sei mangiato un fungo allucinogeno nel tragitto dal parcheggio a qui?” Pietro vuole cercare di far finta che tutto sia come un tempo e che quelle siano solo fantasie distorte di Gianni, ma un leggero tremore nella sua voce dimostra quanto lui ci stia male per quello che sta tenendo dentro.

“Che succede ragazzi? Qual è il problema adesso? Una volta voi due eravate inseparabili e ora sembra che veniate da due pianeti diversi da quanto uno è estraneo all’altro.” Paola prova a inserirsi nel discorso per fare da paciere.

“Tu Paola devi stare fuori da certe faccende che ci riguardano, hai capito?” Le risponde scorbutico Gianni.

“Ah sì, se la metti così Gianni hai proprio ragione me ne devo stare fuori da certe situazioni!”

La nonchalance di Paola in alcuni frangenti è micidiale per quanto riesce a mantenere la calma in situazioni nella quali altri reagirebbero bruscamente.

I due vedono Paola allontanarsi con passo leggero e Gianni torna alla carica con ancora più energia in corpo di prima:

“Pietro non prendermi per il culo: ti conosco da troppo tempo per non percepire che c’è qualcosa che non va con me!”

Gianni sta mettendo l’amico all’angolo; questa volta ha deciso di andare fino in fondo a costo di rimetterci l’amicizia, ma deve capire che cosa sta succedendo a loro quattro e a Pietro in particolare.

“Non te la devi prendere con me Gianni, prenditela con la tua ragazza va bene?” Pietro sta alzando la voce, lui che ha sempre fatto della arte retorica recitata con fare gentile la spina dorsale del suo modo di essere, ora sta perdendo le staffe.

“Che cosa c’entra ora Anna? Stai parlando a vanvera tu, ora?”

“Niente affatto Gianni, non sto parlando a vanvera, ma non ho nemmeno voglia di parlare con te di una cosa che riguarda voi due, tu e Anna! Non mi puoi costringere a parlare se non voglio farlo.”

Questa inaspettata risposta di Pietro, con tono grave e alquanto alterato, fa innervosire ancora di più Gianni:

“Che cazzo significa che non vuoi raccontarmi cos’è successo? Noi ci siamo sempre raccontati tutto Pietro, tutto!”

Gianni è concitato e in parte disperato perché lentamente sente la sua vita andare in frantumi: prima la fidanzata e amica da una vita; ora anche il suo amico fraterno.

“Che cosa ti ho fatto dimmi, per meritarmi la tua freddezza, soprattutto in un momento così complesso della mia vita?”

Quelle parole attivano le emozioni di Pietro al punto che, non sapendo più come uscire da quella situazione insopportabile, scappa più veloce che può da quella morsa verbale dentro la quale lo aveva stretto Gianni, lasciando l’amico immobile, lì in mezzo a decine di persone di cui conoscerà il 10%, con un bicchiere di prosecco in mano e la mandibola inferiore crollata come fosse un bracco che ha appena visto una allodola nel prato adiacente.

Dopo qualche istante di totale annebbiamento mentale, si riprende, appoggia il bicchiere ancora pieno sul tavolo e si mette alla ricerca frenetica di Anna: interroga tutti quelli che incontra e che conoscono entrambi, per sapere se l’hanno vista. Sembra un toro dentro l’arena, da tanto il suo incedere è concitato e furibondo; gli occhi sono fuori dalle orbite e sta assumendo un andatura rude e sgraziata tanto gli grava sul petto la necessità di sapere cosa sia successo alla fidanzata. Si alternano nella sua testa un milione di pensieri, tutti di natura negativa, che contribuiscono a far montare in lui un misto di ansia, paura e rabbia esplosivi.

Gli invitati che incontra lo guardano quasi fosse pazzo e probabilmente in quel frangente una vena di follia momentanea si è insinuata fra i suoi pensieri sani: non sta più rispondendo di sé, sente i battiti del cuore accelerare per ogni persona che incontra che non sa dirgli dove si trovi Anna.

Si sta recando verso la villa per cercare tracce di lei all’interno, quando si sente tirare per la giacca da dietro: si gira in modo così concitato che Paola pensa le voglia sferrare un pugno sul viso.

“Fermati fratello, fermati! Ti prego!”

Paola pensa che tutta quella folle corsa di Gianni, sia dovuta al fatto che Pietro, messo a conoscenza dalla sorella Anna in merito a quanto successo tra loro due quel pomeriggio nella stanza alle Canarie, gli abbia raccontato ogni cosa pervaso dai sensi di colpa.

“Fermati, ti prego! Posso spiegarti ogni cosa Gianni!”

Oramai il malinteso ha preso forza e da lì non si può più tornare indietro.

“Spiegarmi cosa Paola, spiegarmi cosa ? Cazzo!”

Gianni è sempre più agitato al pensiero che anche Paola sappia tutto e l’unico pirla a non essere al corrente di una cosa che lo riguarda è  proprio lui.

“E’ nato tutto per caso quel pomeriggio di cinque anni fa quando ci recammo alle Canarie.”

Gianni è in totale stato di confusione e le parole della sorella non stanno contribuendo certo a fare chiarezza.

“Vieni al dunque Paola!” Urla: la gente lì attorno lo osserva con fare incuriosito.

“Quello che è successo non è stato un semplice incontro di sesso, ma dietro c’era e c’è un sentimento profondo.”

Gli occhi di Gianni si sgranano: sta cominciando a capire qualcosa di quella storia intricata ma è talmente incredulo da essere quasi inebetito.

“Ma sentimento di cosa verso chi Paola? Cosa cazzo mi stai raccontando?”

In quel frangente Paola capisce che sono entrambi vittima di un malinteso e che Pietro non aveva raccontato nulla in merito alla storia che avevano avuto lei e Anna anni prima, ma oramai è troppo tardi, da lì si può solo avanzare.

“Gianni, io e Anna 5 anni fa abbiamo fatto sesso in quella quadrupla alle Canarie, intanto che tu e Pietro eravate in spiaggia!”

Paola ha vomitato quelle poche parole di getto, come se la velocità con cui le ha espresse facesse diminuire agli occhi di Gianni la gravità di quella confessione. Il fratello è immobile, a pochi passi da Paola, braccia penzolanti lungo il corpo: sembra un palloncino che si sta sgonfiando, man mano che la consapevolezza prende il controllo delle sue emozioni. Si lascia cadere in ginocchio sotto gli sguardi sempre più incuriositi dei presenti, alcuni dei quali si avvicinano per sincerarsi che stia bene. Paola gli si avvicina e piangendo gli prende la testa fra le braccia; lui non contraccambia l’abbraccio, le braccia ferme immobili lungo i fianchi quasi a fare da seconda pelle al corpo inginocchiato.

“Scusami tanto fratello mio, scusami tanto per quello che ho combinato!”

Lacrime amare scendono copiose rigandole il viso e inumidendo i capelli di Gianni che sembra ad ogni istante che passa sempre meno presente.

“Gianni parlami, dimmi qualcosa ti prego!”

Anche Paola adesso sta alzando la voce: è disperata, come se di colpo si rendesse conto del male che ha provocato a quel fratello con cui ha sempre condiviso ogni cosa, come se fossero dello stesso sesso. Fin da bambina, sebbene fosse due anni più piccola di Gianni, aveva sentito dentro un desiderio spontaneo di proteggerlo e di amarlo quasi fosse delicato e fragile come ceramica e ora era lì avvolta nel suo dolore per essere stata la causa della distruzione di tre rapporti contemporaneamente: quello tra loro due, quello tra  lui e Anna e infine la causa della distruzione dell’amicizia di tutti quattro.

“Da te non me lo sarei mai aspettato, non me lo sarei mai aspettato!” Le parla con un filo di voce: tutta l’energia che si sentiva in corpo fino a pochi minuti prima è evaporata. Le orecchie gli fischiano, tutto sembra girare vorticosamente intorno al suo corpo; a sprazzi gli sembra pure di non ricordare nemmeno dove si trovi. Scosta la sorella da sé con le ultime forze che gli sono rimaste in corpo.

“Mi fai schifo! Ma non per quello che sei veramente, ma per come ti comporti, tu con quell’aria da finto maestro zen, sei la peggiore di tutti noi, la peggiore!”

Si rialza e con passo incerto da zombie si dirige all’interno della villa in cerca dei bagni lasciando Paola lì in mezzo agli sguardi incuriositi dei presenti. Ha bisogno di sciacquarsi la faccia con l’acqua fredda. Non è nemmeno più tanto sicuro di voler incontrare Anna; non saprebbe come affrontarla e cosa dirle. Ha solo voglia di bagnarsi la faccia e fuggire via da quel palazzo che gli mette l’ansia, tanto è rimasto fermo all’epoca in cui lo hanno costruito. Per un attimo si sente come gli affreschi settecenteschi sui muri di quella villa imponente: anche lui e gli altri tre sono rimasti indietro a 18 anni prima quando si conobbero in quel villaggio turistico in Sardegna. Per certi versi è come se la loro storia non li abbia fatti evolvere verso la maturità. È come se fossero tutti rimasti al loro stato di bambini per una raggelante paura di cambiare: qualunque forma di cambiamento, anche il più infinitesimale, avrebbe potuto compromettere la loro amicizia e su quella minaccia che si erano auto imposti, tutti quattro avevano costruito una vita fatta di insane dipendenze reciproche.

Entra nel bagno e corre ai lavandini: gli sembra di soffocare e spera che la sensazione di fresco dell’acqua gli dia un po’ di sollievo. Si toglie la giacca e la appende al soffione asciugamani e si arrotola strette le maniche della camicia: con gesti ampi e voluttuosi comincia a gettarsi manate d’acqua sulla faccia, bagnandosi al contempo anche i pantaloni e la camicia.

“Mi spiace non avertelo detto prima Gianni, ma sono stato combattuto! Non dimenticarti che lei è sempre e comunque mia sorella ed io ero in mezzo tra due tipi di amore diversi: l’amore fraterno e il bene che io voglio a te amico mio.”

Gianni sente la voce di Pietro che gli arriva alle orecchie da dietro le spalle; probabilmente era talmente concitato entrando nella toilette, da non essersi reso conto che l’amico era lì.

“Certi tipi di relazioni quali quelle che noi inconsapevolmente abbiamo creato con la nostra amicizia alla lunga possono risultare malsane Gianni e infatti siamo arrivati al dunque: quello che abbiamo sempre cercato di scongiurare, la separazione del nostro gruppo di amici forte e coeso, si sta avverando oggi, nel luogo sbagliato e con modalità inaspettate. Ma credimi, venire a sapere dalla bocca della propria sorella, che fra le altre cose è la fidanzata del tuo migliore amico, che ha avuto un’avventura extraconiugale con uno sconosciuto più grande di lei di 20 anni, sotto l’effetto della cocaina e per di più a causa di quella storia di sesso lurido e marcio lei è rimasta incinta, non è una notizia semplice da affrontare per chi come me si è trovato in mezzo.”

Pietro fa una pausa e in quel frangente vede Gianni voltarsi: sembra una statua di gesso, immobile, è bagnato come fosse appena uscito in camicia e pantaloni da una vasca di acqua fredda, e dallo sguardo capisce di averlo perso per sempre.

Per Gianni è veramente troppo: in un pomeriggio, a distanza di nemmeno mezz’ora è venuto a conoscenza che Anna se l’è fatta con sua sorella anni prima e che ha avuto una storia di sesso e droga con uno di cui è rimasta pure incinta qualche settimana prima. Senza dire nulla all’amico, esce per sempre dalla sua vita sancendo definitivamente la fine di quell’alleanza malsana con quelle tre persone a cui aveva affidato la propria vita e a cui tanti anni prima avevano dato il nome di ‘quattro cavalieri della tavola rotonda.’

 

 

 

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Se desideri leggere il primo episodio del racconto ‘Il Coraggio‘, lo trovi di seguito:

Primo capitolo de “Il Coraggio”

Episodio 2

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari. Lo affascina da sempre la flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. A Pietro quel modo di essere dell’amico piace una cifra: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire dentro un gran desiderio di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.

“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”

“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”

“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”

Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di potersi spingere un po’ oltre senza provocare motti di offesa nell’altro.

“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.

“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro.

Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.

Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv; le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.

“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”

Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.

“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!”.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”

Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.

“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”

Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.

“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”

Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di respingerlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.

“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto….”

Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che solo lì l’amico troverà la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”

“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”

Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.

“Non lo so, sono confuso, ok..?”

Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada.

“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”

Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.

Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:

“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”

“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”

“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.

“E va bene, verrò a farti da balia!”

Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e quel banale tocco aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.

Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.

“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia….”

“E qual è sentiamo?”

“Mi domando se ciò che ho provato io, lo abbia provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”

Getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio.

“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”

“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a tua sorella per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. E in questo frangente, il Bar da Iole è un po’ come la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’é in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:

“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”

“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”

La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”

“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia.

“Scusa non volevo essere scortese, Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.

“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”

La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni;

“Stavamo parlando di te!” la risposta di Pietro arriva laconica e secca all’orecchio Gianni, lasciandolo quasi inebetito.

“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.

Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.

Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:

“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”

Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.

Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda.

Ma d’improvviso, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:

“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi…”, si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso,  e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.

“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”

Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco del momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei ‘4 cavalieri della tavola rotonda’.

A domani, col terzo episodio

***Buona giornata***

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Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dall’infanzia.

È una storia che parla di un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si annida la felicità.”

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Vita di coppia a quattro

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari: è sempre rimasto affascinato dalla flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. Forse, riflette Pietro, è la sua particolare forma di difesa contro le incertezze e i dubbi che lo assillano regolarmente; è il modo in cui il suo corpo scarica fuori la tensione generata dal doversi assumere la responsabilità di prendere delle decisioni. Sarà quel che sarà ma a Pietro quel modo di essere dell’amico lo fa letteralmente impazzire: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire un gran desiderio dentro di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.
“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”
“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”
“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”
Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di poter giocare senza generare offesa nell’altro.
“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.
“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro, amico da una vita.
Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.
Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv e le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.
“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e tu lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”
Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.
“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!” lo aveva schernito l’amico.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”
Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.
“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”
Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.
“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”
Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week

end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di ricacciarlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa in quel frangente, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.
“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto.”
Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che lì l’amico possa trovare la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”
“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”
Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.
“Non lo so, sono confuso va bene?”
Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada. Non deve avanzare alcuna ipotesi in merito; le risposte Gianni ce le ha tutte dentro; si tratta solo di trovare il giusto innesco affinché esse prendano la strada corretta per uscire allo scoperto. Se si sostituisse all’amico nella ricerca della

verità, gli fornirebbe un alibi a cui appigliarsi per rimanere all’interno delle proprie aree di confort che, in quel caso, significano rimanere incastrati all’ombra dei propri sentimenti.
“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”
Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.
Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end

al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:
“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”
“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”
“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.
“E va bene, verrò a farti da balia!”
Aveva ribattuto lui con fare svogliato e alzatosi in piedi si era incamminato verso il bar con lei a fianco. Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e questo aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel

panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.
Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.
“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia?”
“E qual è? Sentiamo.”
“Mi domando se ciò che ho provato io, lo ha provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”
In quel frangente getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio che lo scoprirsi a quel modo con l’amica gli provocherebbe.
“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”
Ha volutamente fatto quella domanda retorica all’amico ancora una volta per metterlo di fronte alle proprie responsabilità e in quel frangente Pietro viene colto di sorpresa da un pensiero: lui è molto bravo a fare le domande agli altri per permettere loro di trovare le

risposte ma è un vero fallimento quando si tratta di guardarsi dentro e prendere in mano la propria vita. Non ce la fa, è più forte di lui: anzi quel suo modo continuo di giocare a fare il mentore verso gli altri, Gianni in primis, è una forma di difesa che utilizza per evitare di guardarsi dentro. Farlo, in questa fase della sua vita e soprattutto col padre che si ritrova, vorrebbe dire trovarsi di fronte ad una voragine da cui ha una paura estrema di essere inghiottito.
“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a Anna per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti. Gianni è anche questo pensa Pietro: a volte gli sembra che nello stesso corpo dell’amico ci siano due personalità completamente diverse; da un lato il ragazzo indeciso che ha bisogno di mille conferme per ogni cosa che gli capita a tiro; e, dall’altro, lo schiacciasassi che, una volta individuati gli obiettivi, non molla l’osso costi quel che costi. Ma lui lo adora anche per questo: con lui, pensa, non ci si annoia mai; una volta sembra il cucciolo smarrito nel bosco a cui dover dare ogni forma di conforto materno e, dopo qualche istante, quel cucciolo si trasforma in una bestia feroce che ti sbrana se ti trova sulla sua strada.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. Il Bar da Iole è la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’è in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:
“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”
“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”
La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”
“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia. In quel frangente, quell’affermazione uscita malamente dalla sua bocca, ha generato in Anna un senso di sfida eccessivo. Ma, pensa, questo potrebbe essere un segnale che anche lei ha passato una settimana difficile e che l’elemento che l’ha resa difficile è stato quel bacio fuggevole del week end prima.
“Scusa non volevo essere scortese Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.
“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”
La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni: in questo loro due sono molto diversi. Lui cerca sempre di capire le situazioni in cui si trova prima di parlare; vuole capire a fondo quali sono le dinamiche tra le persone che sono coinvolte nella conversazione e solo una volta che ha compreso che ciò che sta per dire non offenderà nessuno dei presenti, allora si butta e comincia a

dialogare. Non lo fa per timidezza, ma perché ha un senso del rispetto quasi esagerato che lo porta sempre e comunque a pensare prima agli altri e poi a sé stesso. Questo vale ovviamente al di fuori della cerchia ristretta degli altri tre amici, con i quali invece si sente libero di essere sé stesso fino in fondo e sovrapporsi come e quando più gli garba, anche a volte eccedendo nei modi e nei toni.
“Stavamo parlando di te!”
Risponde laconico e secco il fratello Pietro, lasciando Gianni quasi a bocca spalancata. Vorrebbe intervenire per giustificare quanto ha appena dichiarato l’amico e fratello di Anna ma si trattiene perché sa che sarebbe molto peggio. È altrettanto convinto, conoscendo Anna, che quelle due semplici e in apparenza innocue parole, non passeranno inosservate allo scandaglio della sua mente e infatti:
“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.
Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la

verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.
Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:
“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”
Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.
Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda: noi esseri umani sembriamo esteriormente così stabili ma poi per un nonnulla ci rompiamo internamente. Ci vuole coraggio,

riflette, a vivere come fa Pietro, un grande coraggio: io, pensa, sono molto più para culo in questo senso; tendo cioè a verificare in ogni situazione quale possa essere il tornaconto migliore.’
E d’un tratto, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:
“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi:”
si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso, e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.
“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta Anna. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello

che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”
Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco di quel momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che

quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei 4 cavalieri della tavola rotonda.