Ibsen e un bel paio di pantaloni sgualciti

Il 23 maggio 1906 moriva Henrik Ibsen. Di nazionalità norvegese, Ibsen viene considerato tra i padri della drammaturgia moderna, il primo a mettere a nudo le contraddizioni e il profondo maschilismo della borghesia ottocentesca.

Voglio porre alla Vostra attenzione la citazione sotto, tra le molteplici del poeta e drammaturgo norvegese:

Non si dovrebbero mai indossare i propri pantaloni migliori quando ci si trova a combattere per la libertà e la verità.

Qualsiasi forma di espressione della libertà e/o di una qualche verità relativa, richiede che ci si impegni fino in fondo e nel farlo non si abbiano vincoli di alcuna natura (i pantaloni migliori) che possano impedire di dare tutto il meglio di se…di spingersi un po’ oltre…con l’intento di sacrificarsi per la causa, finché ce n’è!

…perché quando si ha qualcosa da perdere…ci si ammorbidisce…e addio ideali…

…i poeti…i musicisti…i pittori…gli artisti in genere…sono i folli dai pantaloni bucherellati e sgualciti che, mettendono l’arte che fuoriesce dalle loro più intime profondità a servizio della libertà interiore di ognuno di noi, fanno un favore all’intera umanità…

…ho la sensazione che abbiamo riposto troppa fiducia in chi indossa sempre i suoi pantaloni migliori…

La letteratura è la dimostrazione che la vita non basta!

“E fu a quell’età… Venne la poesia a cercarmi. Non so, non so da dove uscì, da quale inverno o fiume. Non so come né quando, no, non erano voci, non erano parole, né silenzio, ma da una strada mi chiamava, dai rami della notte, all’improvviso tra gli altri, tra fuochi violenti o mentre rincasavo solo, era lì senza volto e mi toccava. Io non sapevo che cosa dire, la mia bocca non sapeva chiamare per nome, i miei occhi erano ciechi, e qualcosa pulsava nella mia anima, febbre o ali perdute, e mi formai da solo, decifrando quella bruciatura, e scrissi il primo verso vago, vago, senza corpo, pura sciocchezza, pura saggezza di colui che nulla sa, e vidi all’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, l’ombra trafitta, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’universo. E io, minimo essere, ebbro del grande vuoto costellato, a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell’abisso, ruotai insieme alle stelle, il mio cuore si distese nel vento.” (PABLO NERUDA)

Cerco la poesia e l’arte sotto svariate forme perché, come ha scritto Antonio Tabucchi, “La letteratura, come tutta l’arte, è la dimostrazione che la vita non basta..

…Oltretutto, non saprei immaginarmi vita ampia e profonda se non nel solco di una iperbole fatta di parole e immagini che danno alito e spinta ad un mondo interiore che nulla a che fare ha con la ragione costretta a forza in vocaboli e rozze immagini che circolano ovunque…

…ecco perché amo i poeti alla Neruda, perchè non hanno paura di andare contro e spingersi oltre il significato dei singoli vocaboli, per dare voce a quel mondo immaginifico di emozioni e sentimenti che non c’entrano nulla con il costrutto logico-razionale che, ognuno di noi per sé e la società tutta, abbiamo contribuito a creare nella sedimentazione dei minuti sopra i minuti…

…non siamo altro che vuoti pneumatici seduti sull’orlo di un precipizio che si apre a picco su una sensazione di immenso su cui, per paura dell’ignoto, abbiamo appoggiato dei coperchi fatti di superficialità e di effimero…

La poesia, come tutta l’arte, è in tal senso l’unico grande viatico che ci permette di aprire una breccia su un mare che in superficie puzza di assurdo e che, nelle sue più ardenti profondità, racchiude il senso di una vita a cui razionalmente non possiamo dare un significato se non abbozzando alla meno peggio un tentativo di essere che altro non è se non una copia di mille altre copie…

…e quindi non resta che affidarci fiduciosi e impavidi, come scrive il grande poeta, al richiamo atavico di rime e di versi che attirandoci a sé, ci permettono di vivere le profondità sperdute delle nostre singole anime con forza e vigore, sentendo fin dentro al midollo gli alti e i bassi che ne sono alla radice, il tutto senza alcun compromesso, consapevoli che per l’arte non c’è nulla di giusto o sbagliato, l’importante che sia vera, vera come il sangue, le lacrime e il sudore, vera come l’amore, la gioia e la passione!

Cos’è l’arte…?

Voglio augurare Buona Pasqua a tutti coloro che, come me, amano l’espressione artistica in ogni sua forma, citando una frase estratta dal libro “Story….” di Robert Mckee:

“Arte significa separare un pezzettino dal resto dell’universo e tenerlo in mano in modo tale che sembri essere la cosa più importante e affascinante del momento. “Piccolo”, in questo caso, significa conoscibile.”

Dunque Buona Pasqua a tutti, di cuore!

Scrivere è un pò come giocare a nascondino col nostro cervello

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Caro scrittore,

in quanto forma d’arte la scrittura creativa, così come tutte le altre forme d’arte, pittura in primis, ha un impatto sul nostro cervello e quindi sul cervello di chi ci legge, che chi scrive non può non conoscere nei dettagli. E’ banale sottolinearlo, ma la scrittura creativa è una forma di manipolazione dei meccanismi di funzionamento del cervello.

Come ha scritto il neurologo americano Vilayanur Ramachandran,  esistono dei principi universali che chi padroneggia un’arte deve saper utilizzare per generare una sensazione di soddisfazione nel cervello del fruitore di quella forma d’arte.

Tre esempi di questi principi sono:

  1. RIDONDANZA o IPERBOLE: in questo caso chi scrive si diverte a esagerare a dismisura una caratteristica di un personaggio della sua storia per produrre nel cervello del lettore un effetto piacevole o inquietante.
  2. RAGGRUPPAMENTO: immaginate un romanzo i cui primi capitoli sono a se stanti e non sembrano avere nessun intreccio l’uno nell’altro; immaginate poi che l’abilità dello scrittore, nel diramarsi della storia porti quei primi capitoli iniziali isolati come delle monadi ad amalgamarsi al punto da diventare un tutt’uno organico e simbiotico. Questo modo di portare la storia fino alle pagine finali del racconto o romanzo, provoca una sensazione di piacere nel cervello del lettore perché nel momento in cui il suo cervello comincia a capire i legami esistenti nell’intreccio è come se risolvesse un dilemma e questo genera piacere e quindi desiderio di proseguire pagina dopo pagina. Quindi, dapprima tieni separati diversi ‘ingredienti’ del tuo racconto e pian piano intrecciali, come fossi un pasticcere che introduce un ingrediente alla volta perché da che la sequenza di introduzione ha la stessa importanza o forse anche più, della dose.
  3. ISOLAMENTIO: questo accade quando chi scrive prende per esempio una caratteristica di un personaggio e la fa diventare rappresentativa del tutto. In questo caso la semplificazione crea sensazione di piacere nel cervello del lettore, evitando di sovraccaricarlo con dettagli che potrebbero portare alla noia. Quindi dove puoi semplifica!

Divertiti se ti va a disegnare un racconto utilizzando i 3 elementi di cui sopra e ti assicuro che il tuo modo di scrivere assumerà dei connotati di notevole interesse.

Buona scrittura

Giacomo