..un passo alla volta..

Qualcuno una volta ha scritto:

“Ogni esperienza nella vita modifica l’immagine che abbiamo di noi stessi..”

Mi piacciono le profondità e le ampiezze che si aprono dietro questa frase: credo che esista per tutti una seconda, una terza e…una ennesima chance per cambiare, per migliorare e migliorarsi..sempre e comunque, finché ce n’è, finché abbiamo fiato.

La nostra identità non è assolutamente fissa…ci hanno fatto credere fin da piccoli che ciò che siamo è ciò che ci dovremo portare dietro per tutta la vita…ma credetemi non è così…

Quanti danni alla nostra autostima vengono generati da quella bastarda vocina interiore che recita centinaia di volte al giorno:

“Non ce la puoi fare!!

“Non ce la puoi fare!”

“Non ce la puoi fare!”

Sono i nostri comportamenti reiterati, le nostre abitudini quotidiane, ma ancora prima, i nostri pensieri e atteggiamenti che forgiano ciò che siamo e l’idea che abbiamo delle nostre persone…ecco perché é così difficile cambiare e così doloroso il cambiamento, perché cambiare significa abbandonare e lasciar andare un pezzo di noi, implica dire addio a tutta una serie di fotogrammi che messi in sequenza l’uno in fila all’altro hanno dato un senso all’album della nostra vita!

Gli eventi esterni, quelli violenti al punto da colpirci lasciandoci a terra senza forze, sono i momenti nei quali di solito, presi dall’urgenza e dall’inesorabilità del caso, siamo costretti a dare un nuovo corso alle nostre esistenze.

Il mondo è cambiato..non sarà più lo stesso..se non vogliamo soccombere dobbiamo cambiare anche noi..abbandonando le vecchie posizioni per ripartire con una nuova idea in testa di chi vogliamo essere…

..Un passo alla volta..

cammina uomo a piedi scalzi,

che la somma di piccole fatiche incrementali

produce cambiamenti epocali!

Lascia che lacrime grevi solchino il corpo!

Non trattenerle, perché l’acqua salata è fonte di vita!

E dove c’è movimento, anche se di dolore, c’è vita!

E quando anche l’ultima goccia di sudore

sarà versata sul suolo insanguinato,

volgendoti indietro capirai che quello era il tuo cammino,

nel bene e nel male!

E sentirai sulla pelle una gran voglia di vivere!

Noi siamo fatti per muoverci e cambiare

Desidero anche oggi rimanere sul concetto di cambiamento a me tanto caro, concetto che, come pochi altri, disegna a pennello la nostra natura di esseri umani e lo voglio fare condividendo una poesia di Percy Bysshe Shelley dal titolo originale “The Cloud” scritto tra l’autunno/inverno del 1819 e l’inizio del 1820..esattamente 200 anni.

Nel poema ritornano costanti i temi e le immagini della “trasformazione” e della “metamorfosi”, un continuo alternarsi di nascita, morte e rinascita che trova il suo culmine nel verso del poema:

“Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire.”

Oggi siamo qui, domani siamo lì…liberiamoci da ogni genere di fardello e spingiamo in avanti i nostri corpi e le nostre menti lasciando che siano la vita e il caos a trasportarci senza bisogno di controllo alcuno..facciamo come la natura e i suoi elementi, abbandoniamo e abbandoniamoci nel rispetto delle nostre cangianti nature..

..la stasi crea inerzia e dove c’è inerzia c’è morte..noi siamo fatti per muoverci e cambiare, non certo per fermarci e trattenere..

Buona lettura a tutti…

La Nuvola

“Porto freschi acquazzoni per i fiori assetati dai corsi d’acqua e dai mari, e un’ombra lieve alle foglie avviluppate nei loro sogni meridiani. Dalle mie ali stillano le rugiade che svegliano i bocci a uno a uno, cullati in pace nel seno della madre, mentre lei danza intorno al sole.

Muovo con il flagello la grandine sferzante, e imbianco in basso le verdi pianure, e poi di nuovo mi dissolvo in pioggia, e rido, mentre passo tuonando. Setaccio laggiù la neve sui monti, e i grandi pini gemono atterriti, tutta la notte questo è il mio cuscino bianco, mentre dormo abbracciata alle raffiche.

Sublime sulle torri delle mie stanze celesti è assiso il lampo che mi fa da pilota, e sotto in una grotta è incatenato il tuono, che urlando lotta e si contorce, con moto lieve, sulla terra e sul mare, lui è il pilota che mi conduce, attratto dall’amore di quei geni che muovono nelle profondità violette del mare; sui ruscelli, le rocce, le colline, sulle pianure e i laghi, dovunque sogni, sotto montagne o fiumi, lo spirito che lui ama permane, mentre mi crogiolo nel riso azzurro del cielo e lui si dissolve in pioggia.

L’aurora sanguinante con occhi di meteora con le sue piume in fiamme distese, balza sul dorso del mio nembo in vela, quando la stella del mattino splende smorta, come sul dente di una vetta montana scossa e agitata da un terremoto, un’aquila scende e si riposa alla luce delle sue ali d’oro. E quando dal mare acceso il tramonto respira i suoi ardori di quiete e d’amore, e il manto rosso della sera cade dal fondo abisso in alto del cielo, io avvolta nelle ali sto nel mio nido aereo, ferma come una colomba che cova.

Quella ragazza sferica grave di bianco fuoco che i mortali chiamano luna, scivola baluginando sul mio vello disteso dai venti di mezzanotte e ovunque il passo dei suoi invisibili piedi – che solo gli angeli sanno udire – abbia sfrangiato il tessuto del mio tetto sottile, appaiono e spiano le stelle sul fondale. E rido nel vederle roteare e fuggire come uno sciame di api d’oro, e allargo lo strappo della tenda fatto dal vento finché i fiumi sereni, i laghi e i mari come lembi di cielo precipitati, sian lastricati di stelle e di luna. Cingo il trono del sole con una fascia incendiata e quello della luna con un filo di perle, e quando il turbine spiega il mio vessillo i vulcani son spenti e le stelle oscillano.

Da un capo all’altro gettata come un ponte, su un mare torrentizio, impermeabile al sole, resto sospesa, in alto, come un tetto, uniche sue colonne le montagne. L’arco trionfale che oltrepasso in marcia con l’uragano, il fuoco, la neve, con le forze dell’aria incatenate al carro, è l’arcobaleno dai colori infiniti, dove la sfera di fuoco intrecciava i suoi colori, e sotto la fresca terra sorrideva.

Sono la figlia dell’acqua e della terra, e la pupilla del cielo, traverso i pori dei mari e delle spiagge, mi trasformo, ma non posso morire. Perché dopo la pioggia, quando immacolata e nitida è la volta del cielo, e i venti e i raggi del sole coi loro convessi bagliori alzano la cupola azzurra dell’aria, io rido silenziosa a questo cenotafio, e come un bambino dal grembo o uno spettro dalla tomba esco dalla caverna della pioggia, e lo distruggo ancora.” (Percy Bysshe Shelley)

Il vento soffia sulle persiane a mezz’asta

C’è un vento stamane che soffia diritto sulle persiane a mezz’asta di casa mia, divenuta prigione da alcune settimane.

Porta con sé la voglia di andare lontano con l’unico intento di lasciarsi trasportare senza pensare a una meta precisa, avendo nel cuore il desiderio di cambiare dal profondo per rinascere diverso…mai più lo stesso!

L’essere umano nasce per rigenerarsi, istante dopo istante e in questo assomiglia tanto al vento; mai uguale a se stesso…sfuggevole, etereo…senza forma.

La nostra specie ahimè va in controtendenza rispetto alla sua più innata natura. Cerca costantemente rifugio, desidera mettere radici e così facendo costringe l’anima dell’universo a morire dentro una maleodorante risacca stagnante.

Lasciamoci condurre di più dalla corrente, spirando lontano al volgere della fine di ogni giorno, per ritornare all’alba di un indomani, diversi, più forti e più maturi… permettiamo alle nostre esistenze di esprimersi partendo dal midollo..per spingersi lontano..

…apro le finestre e a pieni polmoni respiro l’odore di nuovo…siamo giunti alla fine credetemi di questa nostra prigionia mentale..pronti per spiccare il volo sulle ali delle nostre più umane debolezze, alla ricerca di uno scoglio dove vivere dall’alba al tramonto, per poi domani tornare a spirare per ricominciare…lo so, lo sento, è scritto in quella porzione di vento a me dedicata..quella che questa mattina sbatte inesorabile sulle mie persiane a mezz’asta…

A proposito del concetto di “Incertezza”…

A proposito del concetto di “Incertezza”, Montaigne, nei suoi saggi dal titolo “Sopravvivi all’amore“, scrive: “Siamo fatti di tanti pezzetti. La nostra tessitura è così informe e bizzarra che ogni pezzo, o ogni momento, va per conto suo. Tra noi e noi stessi c’è la stessa differenza di quella che c’è tra noi e gli altri.”

Personalmente non ho trovato mai nulla di interessante negli uomini che predicano di avere una visione chiara di ogni situazione della loro vita al punto da non avere mai un cedimento, mai un ripensamento, quelle persone che fanno del motto: “io sono fatto così”, la loro ragione di vita al punto da svelare una stupidità o falsità di base…non mi sono mai interessate le loro vite un po’ perché non ho mai creduto a quello che andavano dicendo in merito alla loro fissità o stabilità che dir si voglia, e un po’ perché la natura stessa induce ogni cosa, ogni forma al cambiamento..esseri umani compresi.

Sarà per questo che il mio primo romanzo l’ho dedicato proprio a questo concetto..il concetto di incertezza