La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

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Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Khamisi è talmente assorto nei suoi ricordi da non rendersi conto che lì a fianco c’è il ‘don’ che lo osserva come un padre buono e gentile osserverebbe un figlio caduto.

È giunto il momento amico mio!” la frase che arriva all’orecchio di Khamisi nel silenzio della notte lo fa spaventare; si gira e vede don Sassi al suo fianco.

“Per fare cosa don?” Khamisi fa finta di non capire per darsi il tempo di riavvolgere i pensieri. Incrocia le braccia al petto, in un gesto istintivo di auto-protezione per riprendersi dallo stupore di poco prima.

“Quando mi chiamasti la prima volta in prigione: ricordi? Mi dicesti che avevi bisogno di confessare una cosa che ti pesava sull’anima e io non te ne diedi l’occasione e non te l’ho mai data anche in seguito veramente. Ora capisci il motivo?”

“No, in verità proprio no!” Khamisi ha il viso bolso come dopo una sbronza colossale.

Ora la tua anima è pronta per rimettere quel peso; in cella non lo era!

Khamisi ha sempre pensato che quella persona che si trova di fronte, sia dotata di poteri paranormali per quella sua capacità di leggerti dentro. Gli aveva ricordato suo padre, fin dal loro primo incontro: provenivano entrambi dai ‘bassifondi’ della vita e avevano visto in faccia quanto quest’ultima sa essere puttana e bastarda con qualcuno e ai pochi che ce l’hanno fatta lottando, ha lasciato in dono una straordinaria capacità di comprendere ciò che li circonda senza necessità di tante spiegazioni.

“In realtà don, il mio subconscio probabilmente è pronto ma non sono ancora in grado di esprimere a parole ciò che sento nel profondo.” Lo guarda di traverso, in modo sfuggevole e bislacco, accennando al contempo un impercettibile sorriso insicuro, come se si vergognasse di quella sua incapacità di espressione verbale.

Non importa Khamisi, le parole sono un di più in certi casi e quasi sempre rappresentano un limite rispetto a ciò che proviamo.

A sentire quella frase Khamisi si alza dall’altalena e butta le braccia al collo del don: piange e con le lacrime sente scivolare via anche il peso che aveva sullo sterno da una vita. Aveva ragione, pensa, le parole non servono a nulla per confessare un reato commesso. Si stacca da quell’abbraccio e guarda il prete negli occhi sebbene la penombra non gli permetta di osservare il suo sguardo nei dettagli:

“Mi manca la mia terra..” lascia quella frase in sospeso; ha bisogno che sia il suo interlocutore a riempirla di significato. Si asciuga le lacrime con una manica della felpa.

Anche a me manca la mia terra e mi manca lei.” Khamisi ha un sussulto a quella affermazione. Il don sembra guardare altrove, lontano, ma non nello spazio..è un ‘lontano’ che sa di passato…e il passato, si sa, è fisso…non torna più: il suo costante desiderio di vita annega in quei ricordi amari che sanno di rimpianto.

Cos’è quella faccia?” Gli domanda il prete con tono finto accusatorio; “sei di quelli che pensano che siccome uno si è fatto prete, non deve mai avere avuto una donna?” Khamisi sorride: effettivamente il suo cervello era stato catturato da quel pensiero distorto.

Ci siamo conosciuti un pomeriggio d’autunno inoltrato: io avevo appena litigato con mio padre e in quel frangente mi ero pure preso una cinghiata sulla schiena; sai all’epoca gli esseri umani erano talmente civili che i genitori trattavano i figli come bestie.

Usa il sarcasmo il don quando vuole evitare di diventare troppo volgare a parole; “dopo quell’ennesimo scontro avuto con mio padre, ero uscito di corsa ed ero andato a sedermi su una panchina nel parco dietro la sagrestia per raccogliere le idee. Ero assorto nei miei pensieri, volevo fuggire da quella casa e d’un tratto ecco comparire lei da dietro un albero: sul momento ricordo che pensai che stessi sognando da tanto era bella.” Si ferma; l’occhio impercettibilmente si inumidisce.

Io vivevo in un piccolo paese in mezzo ai monti in provincia di Belluno all’epoca e lei era venuta a trovare la nonna: viveva a Milano coi genitori, da una vita oramai.” Lo sguardo del don è sempre più perso nel vuoto a cercare di rimescolare i ricordi con il contegno della razionalità.

“E poi com’è andata?” Khamisi pensa che questa sì che si può annoverare tra le confessioni vere, dove entrambi gli interlocutori mettono sul tavolo i fatti che riguardano la loro vita.

E poi…” si ferma un secondo per respirare a fondo, “…io scelsi il seminario; ti ho detto che volevo fuggire…

Il prete tronca quella conversazione piena di mille risvolti emotivi che provocano dolore e Khamisi si accontenta di quella vaghezza, senza fare ulteriori domande; preferisce riempire i dubbi con la propria immaginazione. ‘Tanto,’ pensa, ‘cosa cambia? Indietro non si può più tornare quindi va bene così; va bene rispettare questa necessità del don di essere vago e laconico.’

“Pensi si possa, Pietro, arrivare al tramonto della vita senza avere qualche rimpianto?” Lo ha chiamato per nome perché è la prima volta che lo sente come un parigrado; in passato, per quanto si fossero spinti a parlare praticamente di tutto lo scibile umano, Khamisi comunque aveva mantenuto una certa distanza per rispetto dell’abito che portava il suo interlocutore. Per quanto don Sassi fosse un prete sopra le righe, comunque per Khamisi rappresentava una istituzione di quella società che lo aveva adottato e nella quale viveva e come tale andava rispettato. Ma in questo frangente lo sente veramente come un fratello.

Non credo si possa arrivare alla fine senza qualche rimpianto; è troppo difficile da interpretare la vita per non averne e sono tanti i dubbi a cui nessuno ci darà mai risposta.

Khamisi ride di quella affermazione; “certo che sei proprio un prete strano tu!”

“È per questo che ti voglio un bene dell’anima Khamisi, perché ti fai andare bene le cose e le persone per quello che sono!”

“Perchè conosci qualche alternativa?” Ridono entrambi di questa conversazione un po’ strana, che a prima vista sembra non avere né un capo né una coda ma che nasconde delle profondità emotive importanti.

E dalle risate di poco prima Khamisi estrae un ricordo dell’infanzia:

“Amavo correre a piedi nudi con lui, con Babatunde: mi dava un’idea di estrema libertà andare per le strade polverose di quei posti fino ad arrivare al mare: ho sempre pensato che di corsa sarei potuto arrivare ovunque…” Khamisi lascia sospese nel vuoto le parole, facendo trapelare una vena di tristezza nella voce.

“..E invece sei arrivato solo qui…” si inserisce il don in quella frase mozzata, con ancora più amarezza di quella espressa da Khamisi poco prima.

“No, la mia non voleva essere ingratitudine nei riguardi della vita e tantomeno nei tuoi confronti e ti chiedo scusa se ti ho dato questa impressione. Sono stato un uomo fortunato e se ci penso ho comunque fatto un sacco di cose, contando che per un terzo circa della mia vita sono stato rinchiuso in quella cella!”

“Hai ancora un sacco di cose in sospeso Khamisi: quella di adesso è solo una parentesi nella tua vita, credimi!”

“Ho 65 anni e dopo 20 anni di carcere mi fa paura anche solo pensare di andare a prendere l’autobus! Il carcere ti trasforma dentro le viscere, ti toglie ogni dignità e ogni desiderio di rinascere e quando esci da quel cancello, ti lascia a terra senza più alcuna prospettiva!”

“Si, soprattutto se paghi per qualcosa che non hai commesso;” afferma duro il prete. Era l’unico che aveva creduto all’innocenza di Khamisi; gli era bastato un semplice sguardo per capire che quell’uomo non avrebbe mai potuto commettere quel barbaro omicidio di cui era stato accusato.

“Dovevo comunque pagare per quello che avevo fatto a Babatunde tanti anni prima: è stato giusto così!”

“Hai pagato per un reato che non hai commesso Khamisi! Non sono le pene che gli uomini infliggono ad altri uomini a riequilibrare i fatti della vita, ma il modo in cui noi troviamo dentro le risposte alle colpe che ci portiamo sulle spalle! Tutto è nelle nostre mani caro mio, tutto!”

“Compreso andare a prendere l’autobus?” scherza Khamisi per allentare un po’ la tensione di quel momento.

“Compreso quello, testone mio.” Ridono entrambi di gusto.

“Prima mi hai detto che da piccolo pensavi che saresti potuto andare ovunque di corsa.”

“Sì lo ricordo come fosse adesso. Non avevo paura di nulla perché sentivo nel cuore che in qualunque situazione mi fossi trovato, le mie gambe e la corsa mi avrebbero salvato!”

“Ricomincia da lì Khamisi, ricomincia da quella percezione che avevi da piccolo.” La voce di don Sassi gli sembra provenire da molto lontano, da tanto è assorto nel ricordo degli allenamenti sfiancanti a cui lo sottoponeva Fever.

‘Ricominciare dalla corsa’, pensa, ‘ ma per andare dove?’

“All’epoca avevo una vita davanti;” la voce di Khamisi esce sottile e incerta a rimarcare il rammarico del tempo passato.

“Anche adesso ce l’hai, credimi! Tu hai una missione, proprio come ho io qui e come ogni uomo ha nella propria vita: la tua missione è ritrovare tuo figlio, nel cuore prima e fisicamente poi!”

Si sta allontanando il don quando pronuncia l’ultima parola di quella frase che colpisce Khamisi come un proiettile in pieno petto. Ora il freddo si è fatto insopportabile: è bene che rientri e pensi a quanto gli ha appena vomitato in faccia il prete. Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno