La confessione – Parte 9

Se desideri leggere i precedenti 8 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Dopo la toccata e fuga negli Stati Uniti di qualche settimana prima, la routine di Claretta ha ripreso i ritmi di sempre. Si tiene occupata 12 ore al giorno con il lavoro dichiarando ai pochi amici che si ritrova che lei vorrebbe avere una vita al di fuori dell’ospedale, ma purtroppo a impedirglielo è il ruolo che ricopre, pieno zeppo di impegni e responsabilità da abbattere a terra un rinoceronte. In realtà, sa in cuor suo che la prima a volersi ammazzare di lavoro è proprio lei. È il modo più facile ma anche più meschino per nascondere l’evidenza dei fatti a sé stessa: è una donna sola e da quando si è recata in Ohio da Jennifer, quella solitudine che per vent’anni non le era mai pesata e di cui anzi per un lungo periodo era andata pure fiera, ora la infastidisce a tal punto da rendere lo scorrere delle ore viscoso e a volte insignificante.

Durante il viaggio di ritorno dagli Stati Uniti, per un po’ si era perfino convinta che la cosa migliore da fare fosse quella di ricontattare Khamisi una volta tornata a casa.

Addormentatasi sugli scomodi sedili del velivolo, aveva sognato di loro due: erano in tuta da ginnastica e stavano correndo lungo il percorso vita a ridosso dei colli, proprio dietro la facoltà dì ingegneria, a due passi da casa, dove erano soliti allenarsi da giovani quando stavano insieme. Nel sogno Claretta a un certo punto del percorso era inciampata cadendo a terra rovinosamente e voltatasi per capire cosa fosse successo, aveva notato che i suoi piedi avevano urtato contro il corpo del nipote morto per mano di Khamisi: era riverso a terra supino e quando lei rialzatasi si era avvicinata al suo corpo guardandolo dall’alto, lui aveva spalancato gli occhi e con quello sguardo vitreo che sapeva di morte l’aveva fissata con ghigno sinistro; in quell’istante lei si era risvegliata di soprassalto.

Sentiva il cuore pulsare in gola, le mani erano sudate e dallo spavento di quella immagine non si era resa conto di aver urtato con un braccio il passeggero seduto a fianco a lei, che l’aveva guardata con fare cupo e alterato.

I minuti successivi li aveva passati all’insegna del recuperare terreno rispetto al presente, in un tentativo di salvare la propria mente dal ricordo di quel sogno inquietante. E quando la lucidità si era parzialmente rimpossessata di lei, aveva cominciato a riflettere che forse quel sogno era da interpretare in modo evocativo: era un segnale che il suo subconscio le stava lanciando per metterla in guardia sul fatto che un buco di 20 anni nella storia tra due persone era molto difficile da colmare.

Aveva passato i minuti successivi a immaginarsi loro due, lei e Khamisi, seduti ad un tavolino di un bar uno di fronte all’altra a guardarsi negli occhi con grande imbarazzo, senza avere alcun argomento di cui parlare. Vent’anni di vuoto erano tanti, forse pure troppi: oramai erano come due estranei e lei non avrebbe saputo da dove ricominciare e probabilmente nemmeno lui.

Tanti anni prima le loro due vite avevano preso strade completamente differenti e sul bivio della loro storia era piantata una lapide, quella del nipote Michele, troppo pesante da estirpare.

Era arrivata alla conclusione che non avrebbe avuto senso tentare un riavvicinamento: Khamisi faceva parte del suo passato e in quel passato c’erano state tante meravigliose luci e un’unica ma indelebile ombra che rendeva improponibile ogni forma dì ricongiungimento.

Sono le 7:30 e Claretta è in ritardo; si infila le scarpe lasciate la sera prima vicino al mobile a fianco dell’entrata e una furtiva occhiata a se stessa riflessa nello specchio posto a fianco della porta d’entrata le rimanda l’immagine di una donna piacevole esteriormente ma con lo sguardo un po’ perso nel nulla. ‘Fa niente’ pensa; ‘quello sguardo accomuna tutte le persone che si stanno avvicinando alla vecchiaia come me e che hanno la consapevolezza che è molto di più la vita che si ritrovano alle spalle di quanta ne rimanga loro da vivere.’ Sa che quello è un alibi che le serve per andare avanti comunque, nonostante quel pezzo di vita che sta vivendo non le piaccia granché.

Su quel pensiero bislacco e rassegnato, distratta apre la porta di casa e di colpo rimane folgorata: lui è li davanti a lei, fermo immobile come se fossero ore che attende che Claretta esca di casa.

Se n’era andato 14 anni prima da quella stessa casa appena dopo la laurea, quasi la vita vissuta a contatto con la madre nei precedenti 4 anni gli fosse pesata a dismisura.

Dopo i fatti successi quella sera del 10 agosto 1996, quando in un gesto di rabbia inconsulto e tanto odio nei confronti della famiglia Sartor, Christian aveva ucciso il cugino Michele, la situazione attorno alla famiglia era precipitata vergognosamente.

La madre, solo per essere stata la compagna di Khamisi, per i successivi due anni era stata vittima di minacce e intimidazioni da parte dei suoi due fratelli.

Christian dal canto suo, dopo aver combattuto con la sua coscienza per qualche mese, aveva col tempo ristabilito una parvenza di equilibrio esistenziale con la madre alla quale di sentiva molto vicino vedendola soffrire con grande dignità e forza d’animo.

Appena laureatosi però Christian aveva sentito l’urgenza di affrancarsi dalla madre, quasi i due avessero stipulato 4 anni prima un contratto a termine: uscendo dalla vita di Claretta voleva ardentemente sancire la fine di un pezzo di vita durante la quale non si era per nulla piaciuto e l’unico modo per farlo era quello di andare lontano per non tornare mai più. E con quella voglia di fuggire era andato incontro ai propri ideali, zaino in spalla, deciso a spingersi nelle zone del mondo più disastrate per mettere se stesso e ciò che aveva studiato a disposizione dei più deboli.

La madre all’epoca aveva provato in tutte le maniere di convincerlo a rimanere, facendogli pure capire che, viste le sue conoscenze all’interno dei vari ospedali della città, un posto nel quale poter iniziare una carriera da medico glielo avrebbe trovato. Ma Christian non aveva voluto sentire ragioni: sembrava come se si sentisse addosso il peso di essere un nero privilegiato e volesse rimettere sul piatto la sua vita agiata di ragazzo cresciuto in una famiglia borghese, pareggiando i conti con chi invece era stato meno fortunato di lui. Con questi ideali scolpiti nel cuore era partito e da quel giorno non era più tornato.

E ora, quel ragazzo diventato uomo, Claretta se lo ritrova davanti inaspettatamente. Un accenno di bianco si sta impossessando dei capelli del figlio all’altezza delle tempie e la donna nota che il suo viso è scavato dalla sofferenza. A vederlo lì immobile sull’uscio di casa gli ricorda Khamisi da giovane, nel periodo in cui si erano conosciuti a Montreal; e anche lo sguardo ricorda un po’ quello dell’ex compagno, sebbene quello di Christian sia avvolto da un impercettibile alone di insicurezza. Claretta in quello sguardo percepisce un’urgenza, una necessità impellente di parlare e di farlo proprio davanti a lei; l’urgenza che nota nei suoi occhi è tale da richiedere la precedenza su tutto, convenevoli compresi. Non si abbracciano nemmeno e si salutano con un semplice ‘ciao’ mentre lei gli fa spazio per farlo accomodare in casa.

“Ho bisogno di andare nel suo studio!” Quella è la prima frase che Claretta sente uscire dalle labbra di Christian: 14 anni di lontananza sono racchiusi in quelle 7 parole dalle quali lei capisce che non è la sola ad essere rimasta incastrata nei ricordi melmosi che riguardano Khamisi.

“Vai Christian; questa è casa tua e lo è da una vita. Non hai bisogno di attendere che io ti faccia strada!”

Claretta si accoda al figlio che si è già incamminato lungo il corridoio che finisce in bocca alla studio del padre.

Sembrano la vedova e il figlio che vanno a rendere omaggio in religioso silenzio e in totale devozione, alle reliquie del marito e padre defunto sepolte nel mausoleo di famiglia.

“Ho lasciato tutto com’era!” Claretta ci tiene a precisare che ha mantenuto intatto quello spazio, sebbene avrebbe potuto decidere di smantellarlo per destinarlo ad altri usi.

I primi anni, quando Christian era ancora lì in casa, aveva volutamente lasciata intatta quella stanza rifugio per dare al figlio la possibilità di capire, attraverso gli oggetti che segnavano le tappe della vita di Khamisi, chi era stato suo padre. E poi, una volta rimasta sola, aveva quasi dimenticato che nel grande appartamento c’era anche quella stanza, non entrandoci praticamente più e lasciando tutto come lo aveva lasciato Khamisi l’ultima volta che era entrato lì tanti anni prima: i trofei, le foto, perfino le scartoffie sulla scrivania erano fermi immobili da 20 anni come fossero la stanza museo di un re vissuto qualche secolo prima, ricreata a memoria per i posteri.

“Ogni cosa intorno a noi mamma è rimasta com’era, non solo questo studio!” La voce del figlio è sottile, quasi un soffio: sono giorni che pensa a quale potrebbe essere il modo migliore per portare alla luce del sole tutto il disastro che ha combinato, mandando in rovina la vita di suo padre e indirettamente anche quella di sua madre.

Una volta ritornato a Entebbe, era rimasto nel letto dell’appartamento che l’associazione gli aveva messo a disposizione, a fissare il soffitto per giorni, trascurando la presenza di sua moglie e pure di quel figlio appena nato, che si vergognava anche solo a guardare negli occhi.

“La mia vita e la tua sono rimaste ferme a 15 anni fa, sebbene abbiamo cercato entrambi di riempirne gli spazi contornandoci di mille attività diverse per dare un senso alle nostre giornate e rimediare ai nostri rispettivi sensi di colpa.”

Christian accende la luce dentro la stanza: istantaneamente viene preso da un’ondata di passato che definitivamente spazza via quel poco che era rimasto della sua già compromessa stabilità emotiva. Immergersi di colpo in quella stanza, così piena di oggetti e di vissuto appartenuti a quell’uomo, suo padre, che aveva fatto di alcuni principi fondamentali e del sacrificio necessario per vivere rispettandoli, la propria filosofia di vita, lo fa letteralmente crollare a terra sulle ginocchia.

A vederlo così, quasi fosse una vecchia rovina imperiale abbattuta dalla scure del tempo, la madre gli si avvicina e gli prende la testa fra le braccia condividendo con lui la disperazione di quel momento.

“Allontanati da me mamma perché quello che ti sto per dire non merita comprensione e abbracci.”

Claretta, a sentire quelle parole si discosta da Chistian quel tanto da permetterle di guardare il viso del figlio scavato dai rimorsi.

“Sono stato io..” Christian lascia la frase a metà: ha bisogno di tutto il fiato che ha nei polmoni per esternare quello che tiene nascosto dentro da 20 anni oltre una buona dose di coraggio, ma di fiato in quel momento non ne ha nemmeno un po’ a causa di un nodo che gli si è attorcigliato alla gola.

Gli occhi di Claretta si fanno grandi al sospetto di quanto il figlio sta per dirle: vorrebbe quasi uscire da quella stanza, da quell’appartamento, da quella vita, ma sono troppi anni che la loro famiglia si rimpalla segreti e bugie che ricadono sempre e solo su un’unica figura, Khamisi, per far finta di niente anche in questa occasione. Quella è la resa dei conti, sebbene i loro peccati, suoi e di quel figlio che si trova di fronte inginocchiato, non dovrebbero rimetterseli l’uno con l’altro ma raccontarli a Khamisi guardandolo negli occhi.

“Ero pieno di rabbia e rancore nei confronti della tua famiglia e ce l’avevo anche con te per il dolore che avevi provocato a papà tenendogli nascosto per tutto quel tempo il pestaggio causatogli dagli zii.” Christian piange, sguardo rivolto a terra e braccia dietro la schiena: sembra un condannato sul patibolo in attesa che la ghigliottina gli stacchi di netto la testa.

“Come hai potuto tenerti dentro questo segreto per tanti anni?” Claretta è sconvolta: intanto che parla si sposta dietro la scrivania e si siede sulla sedia dove un tempo era solito sedersi Khamisi e per un attimo le pare ancora di vederlo lì che si rilassa tra le sue cose.

“Proprio tu mi fai questa domanda? Tu che hai tenuto nascosto a papà per anni il segreto in merito al pestaggio che lo ha quasi ucciso?”

“Si ma io Christian non ho ammazzato nessuno! Tu invece hai ucciso un ragazzo, tuo cugino! Non aveva colpe cazzo e aveva solo 16 anni!” Claretta piange, si dispera al pensiero di essere stata lei, con quella semplice omissione, a causare tutta quella voragine. Basta un evento nella vita di una persona, pensa, per sconvolgere definitivamente la vita di più famiglie per sempre.

“All’epoca ero sbandato e lo sai! Volevo solo farla pagare allo zio e non era mia intenzione ammazzare Michele!”

La voce di Christian è pesante e carica di emozioni distruttive. Si rialza in piedi, gli occhi roteano quasi a cercare un appiglio nella stanza a cui aggrapparsi per mantenere la calma: si conosce, sa che in certe occasioni come quella, sebbene quanto sua madre abbia appena detto corrisponda alla verità, lui perde le staffe e diventa aggressivo, ma non vuole farlo perché non è quello il senso del suo essere lì a casa di Claretta.

“Si ma tuo padre, gli hai levato 20 anni di vita, 20 anni!”

“Perché tu non gli hai tolto 20 anni di vita? Sii sincera con te stessa, almeno per una volta! Gli sei stata vicina per tutti quegli anni sapendo che stavi ogni giorno omettendo di raccontargli una verità importante: questo non è comunque togliere momenti di vita a qualcuno non dandogli la possibilità di scegliere?”

Claretta piange: tenere nascosto agli occhi di Khamisi ciò che avevano combinato i suoi fratelli, ha gettato delle ombre sinistre su tutti i momenti belli che ci sono stati fra di loro in seguito.

“Mamma basta ti prego! Non ha più senso continuare a rimpallarci le colpe!”

Quella frase di Christian riporta Claretta alla realtà: alza gli occhi a incrociare lo sguardo di lui. In quello sguardo il figlio ci sente il calore del perdono e con quel tepore a tranquillizzargli le budella si apre alla madre, senza timore ne remore di parlare:

“Ti chiedo scusa: ho bisogno di sentirti dire che mi perdoni per quello che ho fatto!”

Christian piange: è andato in quella casa solo con l’intenzione di farsi perdonare dalla madre e non certo per litigare con lei. Non ha più voglia di discutere, di arrabbiarsi, di odiare, di offendersi per nulla; sono due decenni che vive col fiatone a causa di quel peso che è lì fisso sullo sterno e non lo sopporta più. Ora ha solo bisogno di essere capito e di lasciare scivolare via per sempre la rabbia con cui ha convissuto per tutti quegli anni.

Claretta, sentendo le parole del figlio, si alza, gli si avvicina e lo abbraccia: è un abbraccio vero, che pesca nel profondo e che trasferisce ad entrambi la sensazione che le loro rispettive anime hanno deposto definitivamente le armi.

“Anche io ho bisogno del tuo perdono Christian, ma credo che questo fatto sia solo una parte di qualcosa di più ampio, perché entrambi abbiamo bisogno che lui ci perdoni…”

“Lo credo anche io ma non so proprio da dove cominciare mamma.”

“Nemmeno io Christian, ma credo che provarci sia già un buon inizio.”

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Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7


Pagare per un reato non commesso - Parte 8

Perdonarsi equivale a perdonare – Parte 7

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Uganda mia amata – Parte 3


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Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Il taxi si ferma davanti a una dignitosa casetta in stile vittoriano sita un po’ fuori città. La bandiera americana, piantata sul prato del giardino in leggera pendenza è a mezz’asta, in segno di rispetto per il lutto che ha coinvolto la persona che abita in quel luogo.

Con mani tremolanti Claretta lascia 30 dollari al tassista: il tremore è dovuto in parte al motivo per cui si trova in quel luogo, ma anche alla concitazione per il viaggio inaspettato che ha appena affrontato. 

Tutto era cominciato 22 ore prima: Claretta era concentrata davanti al PC nel suo ufficio al settimo piano dell’ospedale Maggiore di Bologna, seduta in modo rigido sulle spalle e inarcato sulla schiena, avambracci ben appoggiati sulla scrivania sempre ricolma di carte e cartelline adagiate in modo sparso e confuso. 

Erano giorni in cui il disordine mentale generato a seguito di quella ridicola scenetta fatta davanti ai suoi collaboratori e ai due carabinieri, nel tentativo rivelatosi comunque fortunato di disinnescare il rapimento dell’infermiera da parte di quella donna in preda al panico, si stava prendendo gioco di lei e di tutto quello che le capitava sotto mano, creando caos nei dintorni della sua quotidianità. In quel disordine mentale si insinuava sinistra una serie di ricordi intrecciati che prendevano possesso delle sue budella in modi barbari e grotteschi. Il tema principale di quell’andirivieni di pensieri agitati era Khamisi, che da un po’ di giorni era ritornato alla ribalta della sua mente. 

C’era stato un tempo in cui lo aveva amato fin dentro le viscere, ma il solo ricordo di ciò che aveva combinato per bieca vendetta ai danni del figlio di suo fratello quella sera di 20 anni prima, le creava ancora brividi intensi lungo tutta la colonna vertebrale. Non gli aveva mai perdonato quel fatto e per questo, da quando la sentenza del tribunale di Bologna aveva appiccicato sulla schiena di Khamisi una condanna per omicidio a 20 anni di galera, lei aveva posto la parola ‘fine’ su quell’uomo e su tutto quello che tra di loro c’era stato negli anni precedenti. 

Capitava spesso che si domandasse dove fosse finito l’amore profondo che provava per Khamisi un tempo: ‘possibile,’ pensava, ‘che fosse bastato un singolo evento, per quanto grave questo fosse stato, per fare evaporare completamente quel sentimento profondo che lei aveva provato per venti lunghi anni?’ Era svanito come certe nebbie mattutine nelle giornate di primavera inoltrata, che un minuto prima si avvolgono in modo ostinato e persistente attorno alle cose e poi di colpo si dileguano nel nulla. 

Nei primi periodi, dopo i fatti accaduti in quell’agosto del 1996, era stata la rabbia che provava nei confronti di Khamisi a controbilanciare e acquietare l’amore che lei aveva provato per lui. Dopo qualche anno, quel sentimento di rabbia che aveva coperto ogni emozione, aveva lasciato il posto a un neutro fastidio che pian piano si era dileguato cedendo il posto a un  ‘nulla’ che la faceva da padrone tra le viscere di Claretta. Khamisi da quel momento in poi era diventato parte del suo passato; nel bene e nel male era riuscita a metterci una pietra sopra.

La suoneria del cellulare l’aveva fatta rinsavire di colpo da quei suoi pensieri a ritroso. Aveva risposto con voce impastata senza guardare il display:

“Pronto, chi parla?”

“Clareta!” Dall’altra parte una voce di donna che parlava inglese con un tipico accento degli Stati Uniti del sud aveva pronunciato il suo nome. Claretta aveva associato immediatamente a quella voce la figura di Jennifer, la moglie di Oscar Fever, l’allenatore di Khamisi. 

Le due donne si erano tenute in contatto di tanto in tanto sia telefonicamente, sia attraverso lunghe e accorate lettere e sebbene da qualche anno quella relazione a distanza si fosse ridotta per frequenza, l’intensità era rimasta quella di un tempo: si volevano veramente bene anche se non si erano mai frequentate assiduamente.

“Yes, it’s me; how are you?” Claretta aveva iniettato nel microfono del telefono quella domanda con fare un po’ incerto, come se avesse percepito dalla voce della donna che qualcosa non andava.

“Oscar is dead!” Per alcuni secondi che le erano sembrati secoli, il silenzio aveva preso il sopravvento. Claretta aveva abbassato la testa e aveva pianto, in modo dignitoso e dimesso. 

In pochi istanti le si erano riproposti, come fossero gli avanzi mal digeriti della cena del giorno prima, una serie di ricordi che riguardavano un pezzo di giovinezza vissuta con Khamisi: le era tornato in mente quel ragazzo timido e maldestro con le parole, che aveva abbandonato una carriera folgorante per stare con lei e aveva ricordato il pestaggio causato dai due fratelli e tutto quello che c’era stato dopo di bello e di brutto tra di loro. 

I ricordi avevano trasformato il pianto dignitoso e dimesso di poco prima in una dirompente disperazione; lacrime copiose avevano irrigato le sue guance fermando la propria corsa sul piano della scrivania in vetro.

“Jennifer, I’m coming!” ‘Sto arrivando’ era l’unica cosa che era riuscita a dire a quella donna, senza chiederle nulla di più. 

Di colpo, la morte di Fever l’aveva portata in un’altra dimensione della propria esistenza, fatta di punti di vista completamente nuovi, sostenuti da schemi mentali a cui non era più abituata. Per un attimo Claretta aveva di nuovo sentito la presenza di Khamisi in fondo all’anima. Era stato solo per un istante, ma quell’istante aveva dato di nuovo forza e vigore a un sentimento a cui lei non sapeva e soprattutto non voleva attribuire un nome e tantomeno un significato. L’unica cosa che si era permessa di ricordare a se stessa era stata che un tempo, vicino a Khamisi aveva portato avanti la propria esistenza senza bisogno di graffiare la vita e le persone che la circondavano come invece era successo in seguito; era un modo di esprimersi costellato di migliaia di tonalità piacevoli da percepire dentro le viscere e da condividere col mondo. Khamisi era un uomo di animo morbido e quella morbidezza le aveva permesso di costruire vicino a lui una vita fatta di migliaia di sfumature, senza paura di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Era uscita di corsa dall’ospedale, diretta all’aeroporto senza nemmeno pensare che avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva tanto oramai Oscar ‘was dead’, ma quella corsa folle verso l’aeroporto non era certo per andare incontro a Oscar Fever, bensì per cercare di recuperare i pezzi perduti del proprio passato. Le era sembrato che velocizzare i ritmi avesse potuto invertire il corso degli eventi in una sorta di macchina spazio/temporale attivata con la  sola forza delle gambe. 

Fortunatamente, giunta alla biglietteria dell’aeroporto era riuscita a trovare le coincidenze giuste per permetterle di arrivare a New York e prendere il primo volo della mattina successiva per Columbus in Ohio.

Ora è lì, a Columbus, ai piedi di quella piccola collinetta sgonfia alla cui estremità è situata la casa di Oscar e Jennifer, senza alcuna valigia, tanta confusione in testa e numerose perplessità. 

Pensa a quanto è strano il cervello che gioca a carte coperte con l’anima delle persone per un terzo della vita e poi un pomeriggio qualunque si diverte a scoprirle di colpo, lasciandole in balia di sentimenti di difficile interpretazione e gestione, forti e contrastanti. ‘Perché,’ si domanda intanto che osserva la cura con cui hanno rasato il prato che contorna la villetta, ‘appena ha saputo della morte di uno dei pochi pezzi di passato che lei e Khamisi avevano in comune, si è precipitata in tutta fretta e in modo irrazionale a Columbus, quasi fosse un quartiere della città in cui vive e non una metropoli dall’altra parte del mondo?’ 

È consapevole che Oscar per Khamisi era stato come e forse più di un padre e per questo ha sentito il dovere, alla notizia della sua morte, di recarsi in quel posto. 

Ma c’è di più: lei sente il bisogno di annusare ciò che stava alla base del rapporto fra i due uomini, prima che il profumo di Oscar svanisca dalle cose  dentro quella casa e di lui rimanga solo un dolce ricordo lontano; è come se, immergendosi nei ricordi della vita di Fever, Claretta sperasse di recuperare gli anni persi vicino a Khamisi.

È persa nei suoi pensieri al punto da non rendersi conto che Jennifer è sulla porta di casa che le fa segno di accomodarsi. L’ultima volta che si erano viste era stato 22 anni prima e il cambiamento fisico che Claretta nota sulla donna a cinquanta metri di distanza, fa emergere in lei la consapevolezza di quanto tempo sia passato e soprattutto di quanta vita sia rimasta appesa a quella sera che Khamisi aveva deciso di uscire di casa per sempre. 

La vista di Jennifer trasferisce a Claretta un po’ di consapevolezza: quella casa e Jennifer sono l’unica chance che ha di concedersi il lusso per un po’ di parlare del passato di Khamisi e indirettamente del suo, traslando i ricordi sul presente. Ha bisogno di far finta per un attimo che nulla si sia interrotto, come se gli ultimi 20 anni lei e Khamisi li avessero passati insieme e fossero invecchiati l’uno a fianco dell’altra senza soluzione di continuità.

Le due donne si prendono in un lungo abbraccio, senza proferire alcuna parola. Dopo un interminabile minuto durante il quale i loro corpi sembrano diventati una cosa sola e le rispettive lacrime hanno inumidito gli indumenti all’altezza delle spalle, Jennifer fa accomodare Claretta all’interno della casa. 

Ciò che stupisce Claretta entrando in quella casa, è il silenzio che le invade le orecchie  in modo brutale, quasi fosse il più assordante dei rumori. Non che si aspettasse di trovare una rock band che suona a tutto volume all’interno. Quell’assenza totale di rumore assomiglia tantissimo ai silenzi dell’anima nella quale lei ha vissuto negli ultimi 20 anni e sa di morte. Di colpo le lacrime si impossessano del suo volto e in quell’istante si rende conto che lei e Jennifer, dopo essersi abbracciate sulla porta di casa poco prima, non si sono scambiate alcuna parola, quasi fossero mute. 

La parete della sala di fronte all’entrata è tappezzata di foto di Jennifer e Oscar ritratti durante la loro lunga vita insieme: 55 anni senza soluzione di continuità sono lì appesi, quasi fosse la mostra fotografica di due star di Hollywood ritratte in numerosi istanti della loro vita vissuta insieme. A Claretta quella parete ricorda un fiume il cui flusso continuo porta l’esistenza a valle: è sempre stata convinta che non avere buchi di continuità sia l’unico modo per stare insieme a una persona per tutta una vita, e quella parete piena di foto ne è la conferma. Il segreto, pensa Claretta, è sacrificarsi perseverando e combattendo quotidianamente senza mai mollare: muoversi come un ballerino di salsa in mezzo agli alti e bassi dell’esistenza di coppia per trovare un senso alle follie dell’altro, sempre e comunque. Perdere continuità per una coppia, è come per un auto perdere aderenza sull’asfalto: le conseguenze di una singola sbandata potrebbero essere deleterie e appena due persone decidono di dividersi anche solo per un po’, pensa Claretta, le follie dell’altro, viste da lontano, diventano insopportabili. 

Così è accaduto a lei nei confronti di Khamisi: non ha più voluto ascoltare ciò che quell’uomo a cui aveva dedicato 20 anni della sua vita avrebbe avuto da raccontarle, ammesso e non concesso che lui avesse qualcosa da dirle. E quel suo rifiuto a prescindere, ha creato un vuoto incolmabile la cui conseguenza è stata una serie di silenzi micidiali dentro la sua anima che lei ha cercato di riempire alla meno peggio. 

Intanto che riflette si muove a ridosso della parete per osservare le foto con cura: Jennifer le sta a fianco, in silenzio. 

Verso il centro di quella parete, Claretta viene attratta da una foto in bianco e nero: in essa è ritratto un meraviglioso paesaggio marino. Sulla parte destra della foto, leggermente defilato rispetto al paesaggio marino, nota un piccolo dettaglio sfocato: si avvicina col viso al muro di quel tanto che basta per capire che quel dettaglio sfocato in realtà è un ragazzo di colore che corre.

“It is the only picture of Khamisi that he wanted to keep hanging on the wall; the only one! That picture shows the first meeting between Oscar and Khamisi in Kenya 55 years ago; they did not know each other yet.” 

Era la foto che Oscar aveva scattato quel pomeriggio di 55 anni prima quando si era avventurato per le spiagge di Watamu con la macchina fotografica, con l’intento di fotografare le meraviglie del paesaggio incontaminato e d’un tratto era rimasto folgorato ‘dall’Eterno’ come aveva dichiarato a quel giornale anni dopo: quell’eterno che correva era Khamisi.

“I remember that at the beginning when Oscar had returned home with Khamisi, I was a little jealous of the relationship that ran between the two.” 

Lo sguardo di Jennifer si perde per un istante nel vuoto al ricordo di quegli anni; sono ricordi ancora carichi di emozioni al punto da sembrare che tutto si sia svolto il giorno prima e non 50 anni indietro nel tempo.

“But then after a few months, I realized that what bound Oscar and Khamisi went beyond the race: they were two kindred souls who had found themselves in that glimpse of life and the marathon was simply the common thread. Oscar had met the son I could not give him; and so after a while it had been for me!”

Oscar e Jennifer avevano trovato in Khamisi il figlio che non avevano potuto avere. 

Ora è Jennifer a piangere, con dignità e rispetto per quel marito morto da qualche giorno e per quella meravigliosa avventura che è stata la loro vita e di cui Khamisi per un decennio ne è stato parte fondamentale.

“Claretta, we left him; we left him alone to his destiny, and this is something that I will never forgive myself!”

Quelle parole di Jennifer suonano come un’accusa pesante che Claretta si sente caricata come un macigno da due tonnellate sulla propria coscienza e che in un primo momento rifiuta totalmente:

“Maybe you’re right Claretta but don’t forget that Khamisi killed my nephew in a barbaric and premeditated way, a 16 years old helpless and innocent boy!”

“Yes, but each of us has an extraordinary characteristic as human beings: the ability to forgive!” 

Quella frase lanciata lì da Jennifer in modo schietto e diretto è come un getto d’acqua ghiacciata sulla schiena di Claretta che in quel frangente comincia a percepire dal profondo una maleodorante verità che sale su fino alla superficie della sua coscienza: elaborare la complessa architettura del perdono nei confronti di Khamisi, per lei avrebbe significato intraprendere un viaggio dentro la sua anima alla ricerca del perdono di sé stessa in primis e quel viaggio lei non aveva mai avuto la forza di cominciarlo.

La cosa più difficile da accettare per Claretta non è stata che Khamisi avesse ucciso il figlio di suo fratello per vendetta, bensì che a scatenare tutto quell’odio in lui fosse stato il segreto che lei aveva tenuto a covare sotto la cenere per 20 anni. 

‘Claretta we left him alone..’ la voce di Jennifer di poco prima, ora rimbomba nella testa della donna con significati dalle tonalità del tutto nuove.

‘Perdonare equivale a perdonarsi!’, questo è il pensiero con cui Claretta comprende che deve rientrare in Italia al più presto.

 

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