Pagare per un reato non commesso – Parte 8

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

L’aereo di Christian è in ritardo di un paio di ore rispetto all’orario previsto di atterraggio all’aeroporto di Entebbe in Uganda.

Durante il volo da Roma la sua testa non ha fatto altro che rimbalzare tra i pensieri relativi alla settimana appena conclusasi e i ricordi legati alla sua infanzia.

Da qualche tempo sente una nostalgia intensa di suo padre che, dall’età di 12 anni in poi, ha rifiutato come si rifiuta un corpo estraneo, lo stesso rifiuto che lui, osservandosi allo specchio, provava verso se stesso all’epoca.

Fino ai 20 anni non aveva più permesso a Khamisi di ficcare il naso nella sua vita e poi la confessione di Claretta di quella sera, aveva di colpo cambiato i suoi atteggiamenti verso di lui.

Avrebbe voglia di averlo al suo fianco, lì su quell’aereo a 12.000 metri d’altezza; vorrebbe guardarlo negli occhi per chiedergli semplicemente scusa, per tutto quello che gli ha fatto passare, per essere stato un figlio così ingrato, per aver denigrato la sua cultura e il colore della loro pelle, ma è consapevole che la vita non può essere riavvolta come si fa con il nastro di una videocassetta; non si possono rivivere i momenti passati modificandoli a proprio piacimento per rimediare agli errori fatti.

Chiama la hostess e si fa servire un whisky: il superalcolico scende lentamente bruciandogli leggermente la gola e poi giù per l’esofago fino a infiammargli le budella. Ha bisogno di farsi invadere la testa dai fumi onirici che solo l’alcool è in grado di provocargli.

Dopo lo show che ha fatto in diretta nazionale la settimana prima davanti a 5 milioni di telespettatori all’insegna del ‘mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa dicendo quello che penso’, la vita di Christian è stata completamente rivoluzionata da due aspetti: il primo, che si è beccato una querela da parte dell’onorevole Candiazzo per averlo pubblicamente offeso in diretta; e il secondo, che è stato convocato d’urgenza alla sede di Londra dell’associazione umanitaria, per una riunione durante la quale i membri del consiglio di amministrazione gli hanno comunicato, senza troppi giri di parole, che di persone come lui non sanno che farsene e che nel giro di 20 giorni dovrà lasciare l’Uganda dove da anni ha fatto base operativa per i suoi spostamenti nell’Africa Subsahariana.

Non è preoccupato per la sua carriera: le proposte stanno fioccando, soprattutto da quando sui blog e social di mezza Europa un gruppo di follower e sostenitori delle organizzazioni umanitarie lo ha eretto a sua insaputa a paladino della difesa di un sistema non corrotto di raccolta fondi.

È un’altra la preoccupazione che si fa gioco della sua testa provocandogli fastidiosi mal di stomaco: ed è quella sua costante incapacità di gestire la rabbia.

Non è in fondo molto cambiato da quando era adolescente: all’epoca era instabile emotivamente e insicuro a causa di quel corpo dentro cui si sentiva un ospite indesiderato e dava sfogo ad eccessi di rabbia inconsulta per ogni piccolo evento che destabilizzava la propria quotidianità. Oggi, sotto la superficie di un’apparente stabilità caratteriale, si nasconde lo stesso identico ragazzo di 25 anni prima, pronto a scattare e surriscaldarsi appena qualcosa non gli va a genio; nulla in tal senso è cambiato.

Non c’è dubbio, pensa, che se lui fosse stato al posto dei suoi capi, avrebbe reagito alla stessa maniera alla vista di quel loro collaboratore che in diretta tv si era comportato malamente al punto da mettere in cattiva luce l’associazione. Se ripensa ora alla figura fatta durante quella trasmissione, si sente un perfetto idiota: sarebbe stato sufficiente farsi prendere dalla corrente e galleggiarci in mezzo e nel giro di un paio di ore i giochi sarebbero finiti, lasciando tutti contenti nei loro ruoli più o meni importanti.

Si è comportato in modo scorretto ed è sacrosanto che sia stato cacciato fuori malamente. Ritiene che quel licenziamento con diffamazione, insieme alla querela sporta dall’onorevole Candiazzo, siano solo una piccola parte delle pene che gli spetterebbe pagare per quella sua vita vissuta all’insegna della reazione agli eventi senza riflessione alcuna. Il mondo, riflette intanto che la hostess gli serve un altro whisky, va avanti anche senza bisogno di supereroi del cazzo come lui.

Un irrefrenabile impulso alle gambe lo mette in stato di agitazione: avrebbe bisogno di muoversi. Deve trovare un diversivo che lo distragga, perché l’alcool non sta avendo gli effetti desiderati; si alza e si gira verso il fondo dell’aereo, fa qualche passo ma poi si risiede. Il concetto di passeggiata su un aereo è abbastanza ridicolo pensa. Si siede di nuovo al suo posto; si mette le cuffie e prova a guardare un film ma dopo qualche minuto i pensieri di prima ricominciano a muoversi sulla superficie della sua coscienza, creandogli sudori e forti disagi. Con tutto se stesso sta cercando di tenere a bada l’irrazionalità dei movimenti del proprio corpo ma invano e in quel frangente gira lievemente la testa verso il passeggero seduto a fianco: gli cade l’occhio sul titolo della prima pagina di cronaca scritto a caratteri cubitali:

Trovato il colpevole dell’omicidio della Garbatella: è lo zio!

Gli ritorna alla mente, come fosse successo il giorno prima, il titolo comparso su ‘Il Resto del Carlino’ del 12 agosto 1996.

Trovato il corpo senza vita di un ragazzo nelle campagne della bassa: gli inquirenti indagano sullo zio, ex campione di maratona due volte oro olimpico statunitense/keniano

Quel giorno gli è rimasto impresso nella testa quasi fosse la sua seconda data di nascita o di morte, dipende da quale punto di vista la si osserva. I fatti accaduti in quel periodo infatti, hanno segnato la morte del vecchio Christian e contemporaneamente la nascita di una persona nuova, caratterizzata da un diverso paradigma mentale, almeno in apparenza.

Dopo il litigio profondo avvenuto tra Claretta e Khamisi quella sera, quest’ultimo aveva deciso di andare a vivere temporaneamente in ufficio, in attesa di trovare una sistemazione più consona.

Da qualche settimana si era lasciato andare oltremodo alla bottiglia, fatto per lui del tutto nuovo non avendo in vita sua mai toccato una goccia di alcool. Gli stessi suoi collaboratori erano profondamente preoccupati a vederlo in una condizione del genere, lui che aveva fatto della rettitudine di comportamenti la propria guida di vita in un’esistenza condotta all’insegna del dare sempre il meglio di se. Alcune mattine lo avevano addirittura trovato in ufficio con la barba incolta, ancora avvolto nei fumi dell’alcool notturni e in un paio di occasioni si era presentato davanti a clienti importanti in condizioni abbastanza imbarazzanti. Era entrato in un vortice di pensieri negativi che gli creavano una devastante voragine che credeva di poter colmare con litri di vodka.

Solo di una cosa Khamisi era certo e risoluto: non voleva più avere nulla a che fare con Claretta, la quale dal canto suo aveva tentato vari riavvicinamenti nelle settimane successive al litigio e ogni volta si era vista rifiutare con sempre maggiore risolutezza. Più passava il tempo, più lui sentiva di essere stato tradito come non si sarebbe mai aspettato da una persona a cui aveva dedicato anima e corpo per metà della propria esistenza. Si sentiva inoltre usato e privato di una parte fondamentale della propria vita ai danni di quella famiglia Sartor che Claretta aveva a parole sempre rinnegato, ma che nei fatti, posta davanti al bivio tra difendere lui o i membri sgangherati di quel nucleo compatto, aveva propeso per i secondi.

Christian invece, dopo quanto aveva udito uscire quella sera dalla bocca della madre, aveva cambiato repentinamente opinione sul padre: lo considerava la vittima di una famiglia bastarda che lui odiava profondamente e tutta la rabbia provata verso di lui era di colpo scemata.

Provava pena e dolore per il padre e questi due sentimenti insieme scavavano a fondo portando in superficie un senso di colpa dalle tonalità dilaganti: era consapevole di essere stato un pessimo esempio di figlio e alla luce del tradimento di cui era stato vittima il padre, Christian all’epoca stava cominciando a rivalutare anche il sistema educativo che aveva adottato con lui fin da piccolo, fatto di non violenza e di dialogo. Non c’era stata volta in cui il padre, anche di fronte a suoi comportamenti eccessivi, non si fosse preso l’impegno di spiegargli senza mai alzare il tono di voce e con la calma proverbiale di un monaco tibetano, cosa significasse vivere seguendo certi valori.

Avrebbe avuto voglia di rimediare e cercare per quanto possibile di ricostruire un rapporto con lui: quel pensiero lo spingeva a volte fin sotto l’ufficio e, vedendo l’auto del padre parcheggiata nei posti riservati alla direzione, era tentato di salire con l’unico scopo di buttargli le braccia al collo, ma poi il timore che Khamisi avesse potuto rifiutare quell’approccio spontaneo, lo facevano ritornare sui suoi passi. Stava quindi fermo immobile per delle mezze ore a fissare le finestre là in alto al terzo piano, nella speranza che Khamisi da dentro si affacciasse e gli facesse cenno di salire.

E più si avvitava nelle indecisioni e nei dubbi in merito a come riportare il sereno nei rapporti tra lui e il padre, più gli saliva dentro un istinto rabbioso e feroce di vendetta nei confronti della madre. Aveva completamente sostituito l’odio che provava per il padre facendolo convergere completamente sulla figura di Claretta; ma mentre l’odio verso Khamisi era qualcosa di totalmente irrazionale, verso la madre era un sentimento ragionato, che stava pian piano prendendo possesso dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti, sostenuti da una serie di emozioni forti e dirompenti che lo spingevano a mettere in atto una strategia vendicativa ben precisa e mirata.

Dopo aver passato qualche giorno a riflettere in merito al da farsi, un pomeriggio che si trovava in camera sua, steso sul letto a contemplare il soffitto, gli era venuta una illuminazione: aveva preso l’elenco telefonico e aveva cercato l’indirizzo di casa Sartor, la famiglia di uno dei due fratelli della madre.

Il pomeriggio successivo, si era recato in corriera a Budrio, il paese dove abitava lo zio con la famiglia e aveva girovagato per una buona mezz’ora finché non aveva trovato la villetta dove abitava la famiglia Sartor. Era rimasto appostato dietro una grossa quercia che si ergeva maestosa proprio di fronte a quella casa fino a tarda sera, tanto da rischiare di perdere l’ultima corriera utile per ritornare in città.

Per i successivi sette giorni, si era recato in quel luogo, attrezzandosi addirittura con zaino, bibite e panini, stando ben attento a non farsi beccare: non aveva un’idea ben precisa di cosa avrebbe potuto ricavare da quei suoi appostamenti in stile detective americano, ma sentiva che più stava nei paraggi della villetta di suo zio, più in lui cresceva la consapevolezza di voler fare del male a qualcuno di quella famiglia, poco importava a chi.

La cosa più giusta da fare, aveva pensato Christian, sarebbe stata quella di farla pagare direttamente al fratello di Claretta, per vendicare tutto il dolore che costui aveva causato al padre, ma a considerare la stazza dell’uomo, aveva convenuto fra sé che sarebbe stato meglio indirizzare i suoi comportamenti vendicativi verso qualcuno maggiormente alla sua portata fisica. E per questo la sua scelta era ricaduta su un ragazzino gracile e dall’andatura incerta che Christian aveva presunto fosse Michele, il cugino che non aveva mai conosciuto di persona per espressa volontà della madre. L’intento di Christian non era colpire lui in prima persona ovviamente, ma attraverso di lui provocare un dolore forte e un danno allo zio. “Il fine giustifica i mezzi Christian” andava ripetendosi per farsi coraggio, man mano che la strategia vendicativa si impossessava di lui.

Individuata la figura verso cui indirizzare la propria azione, nei giorni successivi Christian aveva cominciato a pedinare il ragazzo: dove andava il cugino, a debita distanza, appostato da qualche parte c’era lui. Voleva individuare quale fosse il luogo migliore per poter agire senza essere visto da nessuno.

L’idea che gli era venuta, sebbene non l’avesse ancora studiata nei dettagli e potesse sembrare alquanto bislacca a prima vista, era quella di seguire il cugino in una delle tante strade di campagna che si aprivano ramificandosi dietro la casa dove abitava coi genitori, caricarlo con le buone o con le cattive sull’auto, portarlo in aperta campagna e lì menarlo a dovere per poi buttarlo in qualche fosso non prima di avergli appeso al collo un cartello con scritto:

mio padre è un bastardo figlio di puttana e va in giro ad ammazzare di botte le persone facendola franca ‘quasi’ sempre.

Aveva bisogno di una macchina e di un luogo appartato dove potesse passare inosservato il rapimento del cugino.

Per quanto riguardava l’auto, gli era venuta un’idea: quando suo padre era andato via di casa si era portato con sé qualche effetto personale ma aveva per lo più lasciato lì ogni cosa e tra questi oggetti c’erano pure le doppie chiavi dell’auto.

Nei suoi appostamenti serali sotto l’ufficio del padre, Christian aveva notato che il genitore dopo le 20 di solito non usciva dall’ufficio; quello era l’orario migliore per prendere l’auto all’insaputa del padre, correre al paese dove abitava lo zio, mettere in atto il suo piano per poi riportare la vettura dove l’aveva trovata, il tutto ovviamente stando molto attento a non farsi beccare.

Il cugino, ogni sera intorno alle 9 usciva dalla villetta e con la bicicletta copriva i 3 chilometri che lo separavano dalla piazza principale del paese per raggiungere i suoi amici. Quello era il momento ideale per colpire: Christian aveva potuto constatare che una parte del tragitto era completamente in aperta campagna e la strada non era per nulla trafficata dopo un certo orario.

La mattina del 10 agosto si era svegliato di soprassalto alle 5: aveva interpretato quello come il segnale che era giunta l’ora. Appena quell’idea gli era entrata nelle vene, le mani avevano cominciato a sudare copiosamente. Sebbene fosse un irruente e un irascibile per natura, quel suo atteggiamento non era mai sfociato in atti di violenza deliberata. Anzi lui era molto bravo a scatenarsi verbalmente, ma quando percepiva che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega nei fatti, si defilava come un topino di campagna, impaurito e intimorito. Non aveva idea di come il suo corpo avrebbe reagito una volta che si fosse trovato di fronte quel ragazzino mingherlino. Se pensava però a suo zio e all’odio che provava per lui, allora le pupille si facevano piccole come pallini da caccia e istantaneamente tutti i dubbi evaporavano sotto gli effetti di un feroce e focalizzato desiderio di vendetta.

La giornata era scivolata verso la fine a grande velocità tra un ripensamento e l’altro, finché non erano giunte le 19,15, ora in cui il suo piano avrebbe dovuto prendere il via. E così era stato: dopo essersi guardato allo specchio per alcuni minuti, per trovare il coraggio necessario ad affrontare quell’esperienza dai contorni incerti, Christian era uscito di casa, non prima di aver infilato nello zaino Invicta che usava per i libri dell’università, il cartello con la scritta che avrebbe appeso al collo del malcapitato cugino, un passamontagna, una tela cerata, un coltello da cucina che la madre era solita utilizzare per tagliare la carne e un paio di guanti di lattice usa e getta. Non voleva lasciare impronte né dentro la macchina del padre né tantomeno sul coltello che pensava di portare con sé semplicemente per intimidire il cugino. In cuor suo non aveva la minima idea di come maneggiare quell’arnese con una lama da 20 centimetri e sperava proprio che lì dove l’aveva messo rimanesse e che non ci fosse nemmeno la necessità di estrarlo.

Alle 19,50, dopo essere sceso alla fermata adiacente l’ufficio del padre, si era appostato poco distante: con suo grande rammarico aveva constatato che l’auto di Khamisi non era parcheggiata al solito posto. Un gesto di rabbia lo aveva colto all’improvviso: aveva calciato violentemente un muretto situato lì a fianco provocandosi una dolorosa fitta alle dita dei piedi. Quel dolore si sommava all’agitazione del momento: il primo degli imprevisti in quel piano slabbrato e dalla messa a punto sommaria, gli stava facendo perdere la calma che gli sarebbe servita nelle ore successive al fine di evitare spiacevoli errori.

Stava cercando di tenere a bada se stesso, quando aveva sentito il rumore di un’auto giungere dalla strada principale e dopo pochi istanti aveva notato che era quella del padre.

Il genitore era sceso dall’auto in evidente stato di ubriachezza: barcollava al punto da non reggersi quasi in piedi da tanto aveva bevuto. Vedere suo padre in quello stato, aveva generato in Christian due sentimenti contrastanti: da un lato era sollevato dal fatto che in quella condizione non si sarebbe certo reso conto che l’auto non era in parcheggio; ‘per l’ora in cui lui fosse stato di ritorno, il padre era probabilmente bello che addormentato’ pensava Christian intanto che si infilava i guanti di lattice.

D’altro canto, vederlo ridotto in quelle condizioni, aveva rinforzato il sentimento di odio nei confronti della famiglia Sartor: ‘se il padre, che era sempre stato una persona equilibrata e che non aveva mai in vita sua toccato una goccia di alcool, si era ridotto così a causa della confessione che 20 giorni prima gli aveva fatto Claretta, allora la vendetta che lui aveva messo in piedi era la cosa corretta da fare.’ Questi pensieri gli avevano dato la giusta carica per procedere attraverso i vari step del piano che aveva pressappoco disegnati in testa.

Aveva atteso qualche minuto per dare il tempo al padre di salire in ufficio e quindi, estratte le seconde chiavi dell’auto dalle tasche dei jeans, si era mosso, zoppicando a causa del dolore alle dita dei piedi, fino alla vettura.

Era arrivato nei pressi della villetta alle 20,50 e si era appostato a una cinquantina di metri dal cancello di uscita, un po’ defilato dal bordo della strada per non dare nell’occhio.

Aveva quindi steso accuratamente la tela cerata nel bagagliaio dell’auto, stando attento a non lasciarne scoperto nemmeno un centimetro, per evitare che macchie di sangue o altri indizi compromettenti rimanessero dentro l’auto.

Alle 21 esatte il cugino era uscito, come ogni sera, con la sua bicicletta: l’adrenalina aveva iniziato a pompare nelle vene di Christian e un impercettibile tremore alle gambe lo aveva scosso al punto che per un attimo aveva pensato di abbandonare, ma ripensare a Khamisi riverso a terra, massacrato di botte dal padre di quel ragazzo che era appena uscito con la bici, gli aveva ridonato la carica necessaria per andare avanti. Si era infilato il passamontagna e si era accodato a debita distanza al cugino. Michele dal canto suo pedalava guardandosi intorno con aria spensierata, del tutto ignaro di quello che sarebbe capitato di lì a qualche istante.

Avanti 500 metri, Christian poteva scorgere il rettilineo dove aveva deciso di far scattare il piano di rapimento; aveva quindi accelerato quel tanto che bastava per avvicinarsi a meno di una ventina di metri dalla bicicletta. A quel punto il cugino, sentendo il rumore di un’auto a ridosso della ruota posteriore della sua bici, si era voltato facendo segno al conducente di passare. Christian aveva accelerato e appena superato il ragazzo gli aveva tagliato la strada facendolo andare a sbattere contro la portiera destra dell’auto; Michele era rimasto in piedi per miracolo.

“Che cazzo fai?” Il suo petto sembrava una fisarmonica da tanto era agitato e in affanno.

In quel frangente Christian aveva estratto il coltello dallo zaino che teneva sul sedile passeggero e sceso dall’auto aveva fatto il giro attorno alla stessa, trovandosi a meno di due metri dal cugino, coltello alla mano.

“Sali in macchina senza fare storie!” Anche Christian era in forte stato di agitazione; le mani sudavano non solo per la concitazione del momento ma anche perché il lattice non faceva traspirare a dovere la pelle, considerando i 30 gradi umidi della serata estiva.

“Su, sali ti ho detto!” Christian parlava a voce alta, segno che non aveva perfettamente il controllo della situazione: sentiva le gocce di sudore che dal cuoio capelluto inzuppavano il passamontagna attraverso i capelli, e lentamente scendevano dal collo fino alla t-shirt.

“Che cazzo vuoi da me! Hai sbagliato persona cazzo! Io non so chi sei!” Michele urlava e si guardava intorno per capire quale spazio di fuga potesse avere al fine di liberarsi da quella aggressione inaspettata. Era talmente docile e mansueto di carattere, che trovarsi di fronte ad una situazione di quel tipo, messa in atto da un folle col passamontagna calato sul volto e pure con un coltello tra le mani, lo aveva completamente mandato in confusione mentale.

“Sali in macchina ti ho detto!” Aveva ripetuto Christian avvicinandosi a meno di un metro dal cugino brandendo il coltello con gesti maldestri.

Vedendosela brutta Michele aveva mollato la bicicletta spingendola violentemente contro Christian e voltandosi di scatto, aveva saltato il fosso e si era messo a correre in mezzo ai campi.

Quello era il secondo imprevisto della serata; le cose, pensava Christian, non dovevano andare così, proprio non dovevano andare così. Quella mossa del cugino lo aveva spiazzato al punto da immobilizzarlo per qualche istante; doveva agire in fretta altrimenti la distanza tra i due sarebbe stata incolmabile.

Aveva quindi stretto ben forte il coltello nella mano e si era messo all’inseguimento del cugino correndo più forte che poteva. Poco più avanti Michele, voltandosi e vedendo che l’uomo lo stava rincorrendo a una trentina di metri col coltello in mano, aveva accelerato il passo perdendo al contempo il coordinamento e l’aderenza al terreno e questo lo aveva fatto cadere a terra. Era in lacrime, piangeva in modo disperato: “lasciami in pace…non so chi tu sia! Io non ho fatto male a nessuno!”

Intanto che urlava, aveva alzato le mani a protezione della parte superiore del corpo: a vederlo così, sembrava una tartaruga schienata. Era congelato dalla sua stessa paura, quando Christian gli era piombato addosso con tutto il suo peso, immobilizzandolo a terra. Dalla concitazione il coltello gli era sfuggito di mano ed era caduto a pochi centimetri dal corpo di Michele.

Aveva cominciato a menarlo sul viso con entrambe le mani; erano pugni inesperti dati con gesti scoordinati, che comunque provocavano un dolore inaspettato al cugino che tentava invano di liberarsi dalla morsa.

“Non ti ribellare! Dovete pagare, tu e la tua famiglia, brutto bastardo del cazzo!”

Gridava senza minimamente preoccuparsi se qualcuno avesse potuto sentirlo nei dintorni e in quel frangente il cugino gli aveva sferrato una ginocchiata nei testicoli.

“Ahiaaa” Christian si era accasciato di lato mentre con la coda dell’occhio aveva scorto Michele rialzarsi in modo maldestro e ricominciare a correre per quello che poteva, visto lo stordimento provocato dai colpi presi sul viso.

Doveva reagire: le cose stavano andando nel peggiore dei modi. Se prima il cugino era solo un mezzo per arrivare a un fine e cioè lo zio, ora Michele, nella testa di Christian, era diventato fine a se stesso. Quel pensiero gli aveva pompato nelle vene la giusta dose di adrenalina: si era rialzato con un’agilità imprevista e ripreso in mano il coltello, si era rimesso all’inseguimento del cugino. Le gambe erano spinte da una forza inaspettata: la sua corsa era poderosa, sebbene avesse dolore alle dita del piede e i testicoli fossero in fiamme. A infondere quella forza agli arti inferiori, era un deleterio mix di odio e desiderio di vendetta che ora dallo zio si era totalmente trasferito al cugino.

Michele, poco più avanti, era in evidente stato di affanno e non correva più con quella lucidità iniziale. Questo fatto aveva infuso fiducia in Christian e quella fiducia si era trasformata in matematica certezza di potercela fare quando poco dopo il cugino era caduto di nuovo, esausto. Si era rannicchiato sul fianco destro e stava lì fermo immobile, quasi fosse in attesa che quell’uomo mascherato gli piombasse addosso e facesse con quel coltello ciò che doveva fare. Quella resa totale da parte di Michele, aveva generato in Christian una sensazione di disprezzo tale che quando gli si era avventato sopra era talmente accecato da dimenticarsi che tra le mani aveva il coltello.

Aveva sentito il cugino urlare dal dolore: era un urlo acuto, che sapeva di morte.

In un primo momento, a cavalcioni sulle ginocchia di Michele, non aveva compreso cosa avesse portato lo stesso ad urlare in quel modo; ma poi, abbassando lo sguardo di poco, aveva notato il manico del coltello spuntare dal fianco del ragazzo. Gli aveva conficcato i 20 centimetri della lama all’altezza del rene sinistro.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” Gli erano uscite di bocca alcune imprecazioni alla vista di ciò che aveva combinato. Si era quindi staccato dal corpo di Michele e accasciatosi li a fianco era rimasto fermo in quella posizione per almeno un minuto, con il cugino che si lamentava sommessamente.

La luce di agosto stava cominciando a scemare verso un buio che per quanto ancora incerto, rendeva comunque i contorni sfocati e indecisi, come sfocati e indecisi erano i pensieri che vorticavano nella testa di Christian alla velocità della luce.

“Aiutami, ti prego! Aiutami!” La voce flebile del cugino lo aveva riportato per un attimo alla realtà dei fatti. Oramai doveva andare fino in fondo; fermarsi a metà avrebbe voluto dire compromettere ogni cosa e sebbene solo ora cominciasse a rendersi conto nel profondo del casino che aveva combinato, di una cosa era certo: non voleva assolutamente andare in galera per il resto dei suoi giorni. Lui aveva fatto tutto per vendicare suo padre e quel gesto era la giusta ricompensa per il dolore che lo zio aveva provocato a Khamisi, pensava.

Doveva recuperare la giusta lucidità mentale per farla franca: rapidamente aveva ripercorso a ritroso col pensiero gli ultimi minuti di quella concitata situazione per fare mente locale in merito a eventuali tracce lasciate qua e là e non gli pareva di aver perduto nulla sul terreno.

Aveva quindi sollevato il busto e da quella posizione, appoggiando per terra entrambe le mani e facendosi forza sui polsi doloranti a causa delle percosse di poco prima date al ragazzo, si era alzato in piedi e giratosi verso il cugino poco distante si era chinato su di lui estraendo il coltello. Dalle labbra semi aperte di Michele era fuoriuscita una boccata di alito moribondo, quasi fosse una camera d’aria di uno pneumatico forato.

Christian si stava rendendo conto che di lì a poco, se lo avessero scoperto, lui sarebbe stato condannato per omicidio, vista la condizione disperata in cui versava il ragazzo. Ma oramai doveva spingersi fino alla fine: lui voleva a tutti i costi farla franca e quindi, lasciando il corpo del ragazzo a morire lentamente su quel terreno inumidito dalla guazza estiva, aveva ripercorso a ritroso la distanza che lo divideva dall’auto messa di traverso sulla strada, correndo concitatamente.

Giunto nei pressi della vettura, aveva buttato la bicicletta scassata di Michele nel fosso adiacente e dopo aver tolto la cerata dal bagagliaio, l’aveva posizionata sul sedile di guida per evitare che i suoi indumenti, qualora fossero stati sporchi di sangue, lasciassero tracce sospette sulla tappezzeria dell’auto del padre. E poi, dopo essersi tolto il passamontagna e avvolto il coltello dentro lo stesso, aveva infilato il fagotto dentro lo zaino posto sul sedile passeggero e invertito il senso di marcia era ripartito con guida nervosa e distratta.

Mentre guidava aveva acceso la luce di cortesia per controllarsi gli indumenti: così a prima vista gli sembravano puliti e quella scoperta gli aveva trasferito una profonda sensazione di contentezza. In quello stato di euforia non si era reso conto che con la ruota destra era andato fuori dalla carreggiata di quel tanto che era stato sufficiente a spingere l’auto fuori strada, facendola sprofondare di lato nel fosso.

Per una ventina di interminabili secondi Christian era rimasto immobile, mani ben salde sul volante, quasi fosse svenuto a causa del forte e inaspettato impatto. Poi di colpo si era ripreso, e in un istante di lucidità aveva compreso l’entità del disastro appena combinato. Con fare concitato aveva girato la testa verso destra e una volta accertatosi di aver riposto nello zaino tutti gli oggetti compromettenti, era uscito dall’auto togliendo in tutta fretta la tela cerata dal sedile del guidatore, riponendola nello zaino.

Il buio era penetrante e se da un lato favoriva la fuga, dall’altro ne rendeva difficoltoso l’incedere in una zona che non conosceva. Aveva quindi risalito l’argine del fosso e zaino in spalla si era diretto velocemente verso le luci delle prime case che vedeva in lontananza. Aveva un unico obiettivo in testa: ritornare a casa cercando per quello che poteva, di lasciarsi alle spalle quella vicenda dai contorni drammatici.

Il segnale di ‘allacciare le cinture’ riporta Christian alla realtà: erano anni che non ripensava nei dettagli a quanto successo quella sera e quei ricordi lo hanno definitivamente messo ko.

Uccidere un ragazzo che non c’entrava nulla con la vicenda che aveva portato al pestaggio di Khamisi e lasciare che la colpa ricadesse sul padre, erano due fatti concatenati di una gravità spaventosa e la cosa ancora più spaventosa era che sembrava che se ne stesse rendendo conto fino in fondo solo ora.

Non che in passato non avesse pensato a ciò che era successo quella sera ma per anni era stato talmente avvolto nelle nebbie del senso di vendetta nei confronti della famiglia Sartor, che per molto tempo aveva considerato quella come una giusta punizione.

Rimaneva ovviamente in sospeso da 20 anni sul conto della sua anima quello che aveva combinato al padre: era riuscito anni addietro ad archiviare alla meno peggio quel fatto, consapevole che la resa dei conti con Khamisi sarebbe arrivata prima o poi.

D’improvviso sente un impellente bisogno di scendere dall’aereo, si attacca con le mani ai braccioli, quasi volesse staccarli dal resto del seggiolino, gira la testa a destra e sinistra in modo concitato come se cercasse una via di fuga nei dintorni che gli permetta di scendere a terra prima degli altri passeggeri.

“Tutto bene?” La hostess, intenta a verificare che i passeggeri abbiano la cintura allacciata, si accorge che Christian è in evidente stato di confusione e gli lancia quella domanda con fare inquisitorio e preoccupato.

“Si si tutto bene; fra quanto saremo a terra?” La voce è impastata, come se si fosse risvegliato da poco da un lungo letargo.

“E’ questione di minuti..” risponde perplessa la ragazza, segno che la faccia di Christian non è tra le più confortanti ma a lui non interessa cosa stia pensando la hostess; l’unica cosa che conta ora è trovare il modo, per quanto possibile, di recuperare gli ultimi 20 anni di vita perduti.

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

Quel colore non mi dona – Parte 6

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

Alcune giornate cominciano proprio male e finiscono ancora peggio: quella che sta per finire, per Christian Mutai è una di quelle.

Tutto era cominciato qualche ora prima, quel pomeriggio, quando Christian aveva ricevuto un normalissimo rifiuto ad un casting a cui aveva partecipato: stavano conducendo delle selezioni per un telefilm che sarebbe andato in onda nell’autunno successivo su una delle maggiori emittenti nazionali.

Gli sembrava di aver interpretato bene la parte che i due selezionatori gli avevano chiesto di recitare e aveva risposto con una sicurezza che non era da lui alle varie domande che gli avevano posto. Ma uno dei due secondo lui, lo aveva guardato in modo strano per tutta la durata del provino e più gli montava dentro quella sensazione di essere osservato e giudicato, più la sua performance si spostava verso la mediocrità; e in lui cresceva un istinto ferino di reagire mandando a quel paese entrambi gli individui.

E così era stato quando, dopo aver atteso quasi un’ora in uno stanzino freddo dalle luci tristi insieme ad altre dieci persone, era stato chiamato all’interno della sala dove avevano svolto i casting e quell’uomo che in precedenza riteneva lo avesse guardato con disprezzo, gli aveva detto con un finto sorriso laccato: “mi spiace, ma la nostra scelta per il protagonista del telefilm è ricaduta su un altro aspirante; mi raccomando non demoralizzarti che nella vita ci saranno altre occasioni!” E su quella frase l’uomo si era alzato congedando un adolescente Christian Mutai senza un minimo cenno di saluto o altri convenevoli e voltandosi di spalle al ragazzo gli aveva buttato lì in modo distratto un: “puoi andare.”

Christian aveva percepito quella frase come uno sfoggio di superiorità e arroganza. Aveva quindi stretto i pugni e con tutta la rabbia che aveva in corpo era corso verso l’uomo come fosse un toro dentro l’arena sollecitato dal matador. Si era mosso con una tale veemenza in corpo da costringere l’uomo a ritrarsi portando al contempo le mani al viso per proteggersi. Christian gli si era piazzato di fronte e alzando un dito in segno di sfida gli aveva vomitato addosso tutto quello che pensava:

“Tu lurido bastardo figlio di puttana, credi di poterti permettere di trattarmi con sufficienza solo per il colore della mia pelle?”

L’uomo era stato preso talmente alla sprovvista da quella reazione eccessiva e fuori luogo da non riuscire a muoversi né a parlare, sebbene l’attore principale di quella scena patetica fosse un gracile e insicuro ragazzo di appena 19 anni.

“Abbi il coraggio di guardarmi in faccia e dirmi che siccome ho questo viso di merda hai deciso di prendere un bianco! Abbilo questo coraggio!”

Mentre urlava, il ragazzo si avvicinava sempre più all’uomo il quale non aveva più spazio per indietreggiare, trovandosi oramai a ridosso del muro, impietrito quasi avesse visto una mummia. Christian stava per sferrare un altro colpo a suon di scimitarra verbale quando si era sentito prendere per le ascelle e sollevare letteralmente di peso da un energumeno di quasi due metri che faceva parte della sicurezza del teatro. L’uomo lo aveva portato di peso giù dal palco e trascinato fino all’estremità opposta dello stesso, dove si trovavano due uffici molto piccoli, uno dei quali occupato da due loschi figuri che, appena il buttafuori aveva lasciato cadere a terra il corpo di Christian, gli avevano ordinato di alzarsi in piedi e con toni minacciosi, guardandolo negli occhi come due cobra a cui hanno pestato la coda, gli avevano ordinato di andarsene e di non farsi mai più vedere nei paraggi o gliela avrebbero fatta pagare cara.

Ora si ritrova seduto sul water del bagno di casa sua e ripensa alla scena patetica che lo ha visto protagonista qualche ora prima; dentro di sé sa di essersi comportato molto male con toni a dir poco eccessivi, ma l’arroganza alimentata dalla rabbia che riempie di significato ogni suo gesto, lo fa reagire ponendosi sulla difensiva come se pensasse di essere sempre e comunque dalla parte della ragione.

Sente le voci lontane del padre e della madre che stanno discutendo in salotto animatamente, seppur con una costante vena di rispetto e desiderio di capirsi reciprocamente, che rende così forte e coesa la loro coppia da fargli quasi schifo. L’argomento che mette a confronto i due genitori oggi è Christian stesso e quelle sue reazioni violente e aggressive nei confronti del mondo, genitori compresi. Dal bagno non riesce a sentire tutto quello che si dicono ma fa niente, non ha voglia di sapere che cosa pensano di lui e della sua condotta e soprattutto non gliene frega niente, come non gli importa nulla del mondo che lo circonda. Lui si sente una vittima della vita e come tale ritiene di avere diritto di essere aggressivo e arrabbiato a prescindere. Solleva la testa di quel tanto che basta a incrociare lo sguardo con quello della sua immagine riflessa nell’enorme specchio posto proprio di fronte al water: un irrefrenabile impulso di rabbia gli fa stringere impercettibilmente la mascella, indurendogli il viso. Le labbra sono ancora tinte in modo pasticciato e volgare di quel rossetto che si era passato con gesti inesperti e stizziti un’ora prima, quando aveva deciso di mettere in scena quella pagliacciata ridicola sotto gli occhi increduli del padre. Un sorriso amaro gli dilata le labbra: si sente un joker dalla pelle scura. Ride: pensa che la sua faccia dipinta a quel modo, non sia tanto peggio di come risulta ai suoi occhi normalmente. A volte si immagina quanto sarebbe diversa la sua vita se fosse bianco: in quei voli pindarici della fantasia, si vede approcciare gli altri con benevolenza e morbidezza di atteggiamenti, sicuro di muoversi nel mondo dentro un corpo da bianco e in quei pochi istanti si lascia avvolgere da una sensazione di tranquillità che gli accarezza le interiora, donandogli un fugace momento di felicità. Ma lui è nero e quei pensieri dolci e benevoli verso la vita sente di non poterseli permettere.

Si odia profondamente, come odia il padre per avergli trasmesso geneticamente quel colore della pelle che su di lui ritiene stonare: lui è uno che ha pensieri da bianco e si sente bianco dentro, pensa, e come può uno con quei ragionamenti, andare in giro con quel corpo nel quale non si trova per nulla a suo agio. Ritiene che madre natura sia stata molto ingrata con lui: dei due genitori, uno bianco e l’altro nero, lui ha preso il colore dal padre e questo gli ha creato fin da piccolo non poche difficoltà di integrazione con i coetanei, per non parlare poi nella fase adolescenziale, dei problemi avuti con le ragazze. Per questo preferisce rinunciare alle opportunità che la vita gli pone innanzi, perché tanto sa che le cose non andranno per il verso giusto, mai; è entrato in modalità negativa per cui interpreta tutto nel modo sbagliato. Se qualcuno lo guarda male, il suo cervello immediatamente recepisce quello sguardo come un giudizio in merito alla sua pelle e quindi, o fugge rasentando i muri come fosse un topo di fogna, oppure, quando si sente di poter sfidare quel mondo che lui ritiene ostile e meschino a muso duro, affronta il malcapitato di turno creando quasi sempre un grande scompiglio, mettendosi nei guai. Un paio di volte Khamisi è dovuto pure correre in centrale di polizia perché il ragazzo si era azzuffato con qualcuno a causa di una interpretazione errata dei modi di fare di quest’ultimo. E ogni volta, ai modi gentili e rispettosi del padre che aveva cercato di spiegare al figlio che non aveva nulla da vergognarsi, lui regolarmente aveva ribattuto con aggressività e parole offensive.

Lo stesso è accaduto quel pomeriggio: il padre era ritornato dalla pista di atletica dove una volta alla settimana allena i ragazzi under 18. Si era appena tolto le scarpe e si stava rilassando seduto su una poltrona di vimini posta vicino all’ampia finestra della cucina: stava sorseggiando un enorme bicchiere di latte freddo, quando aveva sentito la porta principale aprirsi e subito dopo, il rumore forte e sordo della stessa che si richiudeva gli aveva trasferito la certezza che il figlio era rincasato e che fosse arrabbiato per qualcosa o con qualcuno. Khamisi quel pomeriggio non aveva proprio voglia di sentire le solite imprecazioni contro la sua terra di origine, sul colore della sua pelle e altre varie illazioni di simile portata, che uscivano dalla bocca di suo figlio senza alcun freno inibitore.

Quella appena conclusasi, per Khamisi, era stata una giornata molto positiva e voleva ardentemente che continuasse su quelle tonalità positive. Erano anni oramai che le cose professionalmente parlando, gli stavano andando alla grande: sebbene avesse dovuto dire addio alla carriera a causa di quel pestaggio brutale e bastardo quella sera di 20 anni prima, dopo un periodo di riabilitazione durato quasi un anno, aveva sentito forte il desiderio di aiutare gli altri a eccellere, in ogni campo e qualunque fossero le propensioni di coloro che si affidavano a lui per ricevere le sue consulenze. Quel suo desiderio si era trasformato nel tempo in una delle società di consulenza in materia di coaching e formazione più importanti del paese. Insieme al proprio team, Khamisi collaborava da anni con alcune fra le aziende italiane ed estere più importanti, al fine di introdurre e alimentare il concetto di eccellenza all’interno delle stesse.

Era assorto nei suoi pensieri e si stava facendo cullare dalle tonalità delicate degli stessi, quando d’improvviso era stato riportato bruscamente alla realtà da uno zaino che gli era volato a fianco dei piedi. Si era voltato e aveva visto il volto di Christian trasformato dalla rabbia, quasi fosse in preda ad una crisi di nervi.

Dopo aver lanciato lo zaino come per risvegliare il padre dal torpore dei suoi pensieri, il ragazzo si era fermato sulla porta della cucina, braccia rigide lungo il corpo e pugni chiusi. Non accennava ad avvicinarsi al padre e non certo per paura che questo reagisse in modo inconsulto a quelle sue manifestazioni di odio e aggressività, bensì perché lo disprezzava talmente tanto da voler tenere sempre una distanza fisica tra di loro. Khamisi non aveva mai alzato la voce e tantomeno le mani con il figlio: odiava la violenza in tutte le sue forme e, da dopo che era stato malmenato fino quasi a essere ucciso, la odiava ancora di più.

Claretta, la sua compagna e mamma di Christian, interpretava questa modalità educativa di Khamisi come una mancanza di fermezza nei confronti del figlio, addossandogli in alcuni casi la responsabilità dei comportamenti aggressivo sociopatici del figlio. Di solito era lei che doveva sedare il figlio in situazioni come quella che si stava delineando in casa loro quel pomeriggio del 1996, affrontandolo a muso duro, a volte scontrandosi con una rudezza tale da lasciarla senza energie per tutto il giorno successivo.

Anche Claretta, come e forse più di Khamisi, non amava chi si faceva largo a suon di parolacce, insulti e imprecazioni ed era molto preoccupata per quel lato aggressivo e violento del carattere di Christian, considerando soprattutto l’attitudine alla violenza che avevano i membri maschi della sua famiglia di origine. Aveva paura che i cromosomi di suo padre e dei fratelli fossero entrati a far parte del patrimonio genetico del figlio.

“Vuoi calmarti e dirmi che cosa ti è successo oggi per reagire a quel modo?” Khamisi lo guardava cercando il più possibile di trasferirgli l’amore che provava, lo stesso amore che lui e Claretta stavano cercando di trasmettergli da 19 anni a questa parte. La coppia aveva voluto quel bambino pur tra mille difficoltà e nonostante tutti i bastoni tra le ruote che la famiglia di Claretta aveva cercato di mettere a entrambi. Ma loro e l’amore che provavano per Christian, erano stati più forti di ogni considerazione idiota dell’essere umano.

“Cos’è successo? Parli facile tu che quella faccia hai potuto mostrarla al mondo perché hai vinto due medaglie d’oro alle olimpiadi; ma io che non sono un campione come te, io che non sono nessuno, questa faccia la subisco totalmente!”

Era talmente concitato che sputava saliva come un lama, ad ogni parola, rosso in viso, urlante.

“Ognuno di noi Christian ha dentro delle potenzialità grazie alle quali può raggiungere l’eccellenza; basta solo scoprirle e farle uscire alla luce del sole; ma credimi che il colore della pelle non c’entra niente!”

“Ma ti senti come cazzo parli! Sembri un santone tibetano; chi ti ha riempito la testa di queste stronzate?”

Christian aveva pronunciato quelle parole per cercare di provocare il padre: sapeva infatti che la fonte originaria di tutta quella saggezza verbale era quel nonno, il padre di Khamisi, di cui lui fin da piccolo aveva sentito tante citazioni in lingua originale ma che non aveva mai conosciuto. Quando era piccolo, Khamisi aveva cercato in più di una occasione di descrivergli come fosse fisicamente e perfino come si muovesse suo padre, al fine di contestualizzare quelle frasi che erano parte integrante della sua persona. Khamisi credeva veramente in quello che diceva al figlio, ai giovani atleti che allenava e alle centinaia di manager e impiegati che aveva formato con la sua società in giro per l’Italia in quasi 15 anni. E più cresceva, più le frasi che aveva recepito dal padre e che erano scolpite nel suo cuore a caratteri cubitali, assumevano per lui una molteplicità di significati da riempirci una vita intera. Purtroppo con Christian quelle frasi non attecchivano: era troppo l’odio che covava sotto la cenere perché esse potessero entrare in profondità al punto da trasformare l’atteggiamento che il figlio aveva verso la vita. Anzi in certe occasioni oltremodo esplosive, ottenevano l’effetto contrario.

“Queste stronzate, come le chiami tu, mi hanno fatto diventare l’uomo che sono e ti ripeto, questo fatto non ha nulla a che vedere con il mio aspetto esteriore, ma riguarda solo ed esclusivamente il modo in cui io vedo la vita da dentro.”

“Non raccontarmi delle cazzate; tu sei quello che sei perché hai avuto un passato glorioso; se non avessi avuto quello, saresti un negro emarginato dalla società.”

“Non ti permetto di usare quella parola offensiva in casa nostra! Non te lo permetto! Tutto quello che ho realizzato nella mia vita è stato grazie ai sacrifici e alla dedizione che ho messo minuto dopo minuto verso ciò in cui credo maggiormente!”

Khamisi sentiva la rabbia montargli dentro, sebbene riuscisse ancora a tenerla nascosta senza grossi sforzi; ma comunque non gli piaceva sentire il ribollire di quell’emozione che lui sapeva essere deleteria. Il ricordo di quanto era successo su quello scoglio molti anni prima con Babatunde era ancora nascosto all’ombra del suo subconscio, sensazioni spiacevoli comprese.

“E come interpreti il rifiuto che ho ricevuto oggi, l’ennesimo peraltro, se non come un altro messaggio che mi sta lanciando la vita per convincermi che io sono nato nella parte sbagliata del mondo!”

“Christian non sei nato dalla parte sbagliata del mondo, è il tuo modo di vedere il mondo che ti fa sentire sbagliato: tutto parte da te e ritorna a te. Se tratti la vita a pesci in faccia non ti puoi lamentare se essa ti schiaffeggia appena può!”

Quella frase sembrava aver sedato almeno in parte l’attacco di rabbia del figlio e Khamisi aveva tentato ancora una volta il dialogo morbido:

“Mi vuoi raccontare cosa è successo Christian! È importante per me saperlo.” La voce era rilassata e si appoggiava sui toni bassi per creare quell’effetto ‘abbraccio’ che in molte occasioni funzionava alla grande: ma non con Christian.

“Cosa cazzo cambierebbe raccontarti cosa è successo! Nulla! Quelli erano un branco di stronzi e rimarrebbero un branco di stronzi anche se io ti raccontassi la mia giornata di merda!”

“Ti prego smetti di usare quel linguaggio volgare; te l’ho già detto varie volte che quelle parole scurrili fomentano la tua rabbia!”

Questo ennesimo tentativo di Khamisi di prendere il figlio con le buone, nonostante la concitazione del momento, aveva portato quest’ultimo a girare i tacchi uscendo dalla cucina.

“Appena ti sarai calmato, se avrai voglia mi racconterai cosa è successo oggi da farti alterare a questo modo.” Aveva ribattuto Khamisi nel vuoto, visto che il figlio pochi secondi prima si era chiuso con forza la porta della sua stanza alle spalle lasciandolo solo in cucina.

Khamisi si era quindi versato un altro mezzo litro di latte in un bicchiere che somigliava più a un secchio da quanto era grande e si era recato con passo felpato verso il suo studio.

Quella stanza era il suo rifugio al riparo dal mondo: si rinchiudeva lì quando sentiva che qualcosa in lui non andava o qualche evento del mondo esterno lo stava alterando, come in quel frangente. Lì nel suo studio ricaricava le batterie, ritrovando quell’equilibrio su cui aveva costruito una vita. Era pieno zeppo di tutte le tappe importanti che avevano contraddistinto la sua esistenza, sugli scaffali e attaccati alle pareti: le due medaglie d’oro alle Olimpiadi, un’altra decina di trofei di altrettante maratone importanti in giro per il mondo, una pergamena con i ringraziamenti del presidente americano Richard Nixon, un diploma di laurea in psicologia, qualche foto di viaggi.

Aveva estratto dall’enorme libreria posta sul lato destro della scrivania, un libro con illustrazioni sulla storia africana, una delle sue grandi passioni e si era seduto sulla avvolgente sedia in pelle, appoggiandosi allo schienale in modo così deciso da sentirsi quasi avvolto da un abbraccio materno. Aveva appoggiato la testa alla poltrona e chiuso leggermente gli occhi quel tanto che bastava per stimolare il pensiero: che cosa aveva sbagliato con Christian? Forse aveva ragione Claretta, pensava, a dirgli che avrebbe dovuto utilizzare metodi rigidi e fermi e non cercare sempre di ragionarci con le buone maniere.

Ad un tratto aveva sentito la porta della camera di Christian aprirsi e subito dopo le sue orecchie erano state colpite da un rumore di tacchi a spillo che calcavano in modo anomalo e sgraziato sul pavimento di linoleum. Khamisi per un attimo aveva pensato che Claretta fosse rientrata dal lavoro ma poi, subito dopo aveva riflettuto che lei non portava e non aveva mai portato scarpe coi tacchi.

“Che ne dici ti piaccio così?” Gli occhi di Khamisi erano stati colpiti da una figura che al momento non aveva riconosciuto: era truccata in modo pesante e volgare, con mezzo centimetro di cipria coprente a nascondere maldestramente il colore delle guance; un ombretto fucsia dai toni sguaiati e un rossetto color viola fastidio rendevano quel volto simile a una maschera del carnevale veneziano. Indossava una parrucca bionda e un vestito che Khamisi aveva riconosciuto subito perché era stato il suo ultimo regalo di compleanno a Claretta.

“Che ne dici se mi vesto così e mi presento sui viali a fare la puttana? Pensi che qualcuno mi rimorchierà o anche lì mi rifiuteranno perché sono negro?”

Aveva pronunciato quell’ultima parola con una tale rabbia che Khamisi a sentirla, aveva chiuso impercettibilmente gli occhi, quasi il figlio gli avesse dato uno schiaffo.

Intanto che parlava, Christian muoveva le anche con fare sguaiato e volgare sotto gli sguardi increduli del padre. Quel gesto del figlio aveva lasciato senza parole Khamisi: si era reso conto che tutto ciò che lui aveva cercato di trasferire al figlio in quegli anni, si era disciolto in un istante sotto gli effetti di quel comportamento borderline, lasciandolo sgomento.

Aveva abbassato lo sguardo per non dover guardare l’immagine di Christian che si stava ridicolizzando apposta per ridicolizzare di riflesso anche il padre colpendolo nei sentimenti più profondi. Intanto che rifletteva in merito alla migliore reazione da tenere in quel frangente, aveva sentito la voce di Claretta da dietro le spalle di Christian rompere quell’attimo di silenzio che si era creato fra i due:

“Ma come cazzo ti sei conciato! Come ti permetti di comportarti così in casa nostra! Ora mi sono veramente rotta le palle di questo tuo modo di fare: cosa credi che io e tuo padre siamo due coglioni?” Khamisi quasi non riconosceva Claretta per quel linguaggio scurrile e a valutare lo stato di totale inerzia di Christian, quella reazione aveva lasciato basito pure lui che la osservava con la mandibola crollata.

Poi Claretta era uscita dalla stanza e dopo una decina di secondi nei quali né Christian né Khamisi si erano mossi dalle loro posizioni, era rientrata tenendo tra le mani un matterello e sotto lo sguardo sgomento di Khamisi aveva cominciato a colpire sulle gambe il figlio.

“Devi portarci rispetto hai capito!” Urlava Claretta, aveva completamente perduto il controllo di sé intanto che continuava a bastonare il figlio sulle cosce.

“Ahia mamma sei impazzita!”

“Sono impazzita secondo te? Sono impazzita o mi sono solo rotta le palle dei tuoi comportamenti, razza di un ingrato del cazzo!”

“Ora se non vuoi che ti ammazzi di botte vai in bagno e ti tiri via di dosso quella schifezza che ti sei fatto!”

Khamisi nel frattempo di era alzato in piedi e si era messo tra lei e Christian a braccia alzate.

“Fermati Claretta ti prego, fermati!” Stava piangendo al ricordo del dolore fisico e emotivo che aveva provato 20 anni prima su quella strada vicino alla pista dove si allenava, quando quei due pazzi avevano deciso che dovesse essere lui quello su cui sfogare la loro folle rabbia. “Fermati, basta fermati, è nostro figlio!”

A vedere Khamisi in lacrime, totalmente indifeso e intimorito, il raptus di pazzia di Claretta aveva perso la propria forza e lei aveva lasciato cadere a terra il matterello, cadendo al contempo in ginocchio come una pera marcia. Khamisi le era corso incontro prendendole la testa tra le braccia e baciandole i capelli: entrambi si erano messi a piangere come due bambini indifesi. Nel frattempo Christian si era defilato zoppicante e si era rinchiuso in bagno.

Ora si trova lì seduto sul water, le cosce doloranti e emaciate dalle botte che gli ha dato la madre una ventina di minuti prima e una serie di emozioni contrastanti che gli rivoltano le budella.

Un senso di rivalsa nei confronti dei due genitori si sta impossessando di lui: deve solo trovare il momento più propizio e farà scattare il suo piano di vendetta e sarà una vendetta feroce.

I suoi pensieri loschi e vendicativi vengono interrotti dalle voci dei due genitori che ora stanno urlando: pensa che le cose, se i due stanno litigando pesantemente come sembra dalla concitazione, si fanno interessanti.

Si alza dal water e con fare dolorante a causa delle percosse di poco prima, abbassa la schiena per tirarsi su gli slip. Poco lontano dai suoi piedi vede il vestito della madre che aveva indossato per la farsa nello studio del padre e che si era sfilato piangendo dopo essersi rinchiuso nel bagno; un sogghigno sinistro gli sforma il viso, portando in superficie una soddisfazione marcescente al pensiero che qualcosa abbia incrinato la coesione che teneva uniti i due genitori: nulla viene per nuocere, pensa in modo malvagio.

Apre la porta del bagno e muovendosi piano per evitare che sentano che è uscito, si avvicina all’ampio arco che si apre sulla sala da pranzo. Avvicina morbidamente l’orecchio ad una delle estremità dell’entrata per origliare i contenuti di quella accesa diatriba. Sente il padre urlare, come non lo aveva mai sentito in vita sua e una vena di soddisfazione per quello stato di alterazione gli provoca il solletico allo stomaco.

“Claretta perché mi hai fatto questo, spiegami perché?”

Nella voce di Khamisi si percepisce che non è mai stato abituato ad urlare; ogni due parole pronunciate a voce alta, una la pronuncia in modo dimesso come se il suo cervello razionale cercasse di riportare un equilibrio perduto.

“E che cosa dovevo fare quella sera, avventarmi su quei due folli bastardi dei miei fratelli mettendomi in mezzo, rischiando di prenderle anche io?”

“Claretta a questo mondo abbiamo sempre la possibilità di scegliere e tu hai scelto di proteggere i tuoi fratelli alle mie spalle!”

“Khamisi ero incinta di Christian cazzo! L’unica cosa che ho pensato è stata quella di proteggere lui!”

Claretta sta piangendo disperata; la disperazione non è connessa solo agli eventi che le stanno precipitando addosso, ma anche al fatto che in fondo sa che Khamisi in parte ha ragione. É vero che ha voluto proteggere il bambino che aveva in grembo, il loro bambino; ma è altrettanto consapevole che quel gesto omicida dei suoi due fratelli, andava denunciato. Quelli avrebbero dovuto marcire in galera per il resto dei loro giorni, soprattutto alla luce del fatto che uno dei due era la seconda volta che la faceva franca per un reato simile e lei lo sapeva. Ma Claretta aveva sentito dentro il bisogno di proteggerli, sebbene odiasse quella famiglia; in fondo erano sangue del suo sangue. Aveva protetto quei due mascalzoni e al contempo aveva tradito l’uomo che da mezza vita le stava accanto amandola come lei non si sarebbe mai immaginata di meritarsi.

È inutile che ora si nasconda dietro inutili scuse, pensa: lei ha fatto una scelta e questa sera quella scelta di 20 anni prima è lì davanti ai loro occhi pronta a riscuotere il conto; ed è un conto salatissimo. Non c’è stato un motivo particolare che l’abbia spinta a confessare quanto ha tenuto nascosto per i vent’anni passati. Semplicemente gli eventi di quel tardo pomeriggio, precipitati nel dirupo di quella aggressione col matterello contro il figlio, avevano scosso talmente nel profondo la donna che lei aveva sentito il bisogno di confessare a Khamisi quel gesto di omertà a protezione dei suoi famigliari.

Ora se ne rende conto, lei è come loro: e quel gesto aggressivo e violento, pieno di rabbia, che ha avuto verso Christian mezz’ora prima ne è la palese conferma, per quanto Christian avesse esagerato mettendo in scena quell’orrendo teatrino.

“No Claretta abbi il coraggio di ammettere che tu hai protetto anche i tuoi fratelli e non solo nostro figlio, perché sennò non si spiega perché hai voluto tenere nascosta per tutti questi anni questa ignobile vicenda!”

“Noi avevamo trovato il nostro equilibrio Khamisi e non volevo rovinare tutto!”

“Lo hai fatto adesso Claretta e nel peggiore dei modi!”

Ora l’uomo non grida più; ha riportato la sua voce sui toni di sempre, ma in questo caso la calma nella sua voce è dovuta più ad una triste rassegnazione che al suo proverbiale equilibrio.

Khamisi è deluso e esterrefatto e non riesce a credere che la donna che gli è stata a fianco per quasi metà della sua esistenza, abbia potuto tradirlo a quel modo. E quell’attimo di tradimento non è qualcosa che galleggia sulla superficie della loro relazione, ma pesca a ritroso fin dagli inizi della stessa e questo getta una luce sinistra anche su tutto quello che è stato tra di loro fino a questa sera. Le cose belle ma anche quelle brutte, assumono alla luce di quella confessione, un significato che sa di finto agli occhi di Khamisi.

Intanto che riflette sulla voragine che si è aperta nella sua vita, dentro di se stanno passando al rallentatore alcuni dei fotogrammi più significativi della sua esistenza: il giorno che Babatunde morì annegato; Oscar Fever che si inchina davanti a suo padre ringraziandolo per aver accettato il trasferimento del figlio negli Stati Uniti; la mattina che aveva deciso di lasciare l’Ohio per stare con Claretta a Bologna; la sera in cui quei due matti avevano definitivamente posto fine alla sua brillante carriera.

Quattro fotogrammi in apparenza sparsi e senza legame alcuno, pensa Khamisi, che equivalgono, alla luce di quella confessione di Claretta, alla vita distrutta di un uomo di 45 anni. È tutta lì la sua vita: si racchiude nelle dita di una mano.

Si alza dalla poltrona sulla quale era rimasto seduto per tutto il tempo di quella lunga discussione, apre la finestra della sala, ha bisogno di aria:

“Mi hai tradito Claretta: avresti potuto darmi un po’ di fiducia e lasciare decidere me se fosse stato il caso di denunciare i tuoi due fratelli oppure no, visto che mi avevano quasi ammazzato di botte! Avresti potuto confessarmelo e chiedermi di non denunciare quel fatto e io avrei capito, avrei capito e per te avrei soprasseduto a quel fatto; ma così no, proprio no, dopo 20 anni non lo sopporto!”

Nel frattempo Christian fuori dalla porta, ha appoggiato la schiena al muro del corridoio e sta scuotendo la testa a destra e sinistra intanto che riflette tra tra sé: ‘Che lurida puttana! Sei una grandissima lurida puttana! E io un gran bastardo, per aver così facilmente odiato mio padre, abbandonandolo a sé stesso!’

Piange, come non aveva mai fatto e le lacrime lavano via anche una parte di quella rabbia che aveva provato fino a poco prima verso Khamisi. Ora, alla luce di quanto ha appena sentito dalla voce di sua madre, si rende conto che il padre è la vittima di un complotto ordito alle sue spalle da quella famiglia di bastardi da cui proviene quella puttana della madre. Stringe i pugni dalla rabbia mentre scosta la schiena dal muro e si reca in camera sua, stando bene attento a non farsi sentire: è giunto il momento di ideare un piano per farla pagare definitivamente a quella famiglia di luridi, pensa.

Nello stesso istante che la porta della stanza da letto si chiude dietro le spalle di Christian, la porta principale dell’appartamento si chiude definitivamente dietro le spalle di Khamisi che ha deciso di lasciare per sempre Claretta.

Se desideri leggere i primi 5 capitoli di questa storia a puntate, li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5