Pagare per un reato non commesso – Parte 8

Se desideri leggere i precedenti 7 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7

L’aereo di Christian è in ritardo di un paio di ore rispetto all’orario previsto di atterraggio all’aeroporto di Entebbe in Uganda.

Durante il volo da Roma la sua testa non ha fatto altro che rimbalzare tra i pensieri relativi alla settimana appena conclusasi e i ricordi legati alla sua infanzia.

Da qualche tempo sente una nostalgia intensa di suo padre che, dall’età di 12 anni in poi, ha rifiutato come si rifiuta un corpo estraneo, lo stesso rifiuto che lui, osservandosi allo specchio, provava verso se stesso all’epoca.

Fino ai 20 anni non aveva più permesso a Khamisi di ficcare il naso nella sua vita e poi la confessione di Claretta di quella sera, aveva di colpo cambiato i suoi atteggiamenti verso di lui.

Avrebbe voglia di averlo al suo fianco, lì su quell’aereo a 12.000 metri d’altezza; vorrebbe guardarlo negli occhi per chiedergli semplicemente scusa, per tutto quello che gli ha fatto passare, per essere stato un figlio così ingrato, per aver denigrato la sua cultura e il colore della loro pelle, ma è consapevole che la vita non può essere riavvolta come si fa con il nastro di una videocassetta; non si possono rivivere i momenti passati modificandoli a proprio piacimento per rimediare agli errori fatti.

Chiama la hostess e si fa servire un whisky: il superalcolico scende lentamente bruciandogli leggermente la gola e poi giù per l’esofago fino a infiammargli le budella. Ha bisogno di farsi invadere la testa dai fumi onirici che solo l’alcool è in grado di provocargli.

Dopo lo show che ha fatto in diretta nazionale la settimana prima davanti a 5 milioni di telespettatori all’insegna del ‘mi tolgo qualche sassolino dalla scarpa dicendo quello che penso’, la vita di Christian è stata completamente rivoluzionata da due aspetti: il primo, che si è beccato una querela da parte dell’onorevole Candiazzo per averlo pubblicamente offeso in diretta; e il secondo, che è stato convocato d’urgenza alla sede di Londra dell’associazione umanitaria, per una riunione durante la quale i membri del consiglio di amministrazione gli hanno comunicato, senza troppi giri di parole, che di persone come lui non sanno che farsene e che nel giro di 20 giorni dovrà lasciare l’Uganda dove da anni ha fatto base operativa per i suoi spostamenti nell’Africa Subsahariana.

Non è preoccupato per la sua carriera: le proposte stanno fioccando, soprattutto da quando sui blog e social di mezza Europa un gruppo di follower e sostenitori delle organizzazioni umanitarie lo ha eretto a sua insaputa a paladino della difesa di un sistema non corrotto di raccolta fondi.

È un’altra la preoccupazione che si fa gioco della sua testa provocandogli fastidiosi mal di stomaco: ed è quella sua costante incapacità di gestire la rabbia.

Non è in fondo molto cambiato da quando era adolescente: all’epoca era instabile emotivamente e insicuro a causa di quel corpo dentro cui si sentiva un ospite indesiderato e dava sfogo ad eccessi di rabbia inconsulta per ogni piccolo evento che destabilizzava la propria quotidianità. Oggi, sotto la superficie di un’apparente stabilità caratteriale, si nasconde lo stesso identico ragazzo di 25 anni prima, pronto a scattare e surriscaldarsi appena qualcosa non gli va a genio; nulla in tal senso è cambiato.

Non c’è dubbio, pensa, che se lui fosse stato al posto dei suoi capi, avrebbe reagito alla stessa maniera alla vista di quel loro collaboratore che in diretta tv si era comportato malamente al punto da mettere in cattiva luce l’associazione. Se ripensa ora alla figura fatta durante quella trasmissione, si sente un perfetto idiota: sarebbe stato sufficiente farsi prendere dalla corrente e galleggiarci in mezzo e nel giro di un paio di ore i giochi sarebbero finiti, lasciando tutti contenti nei loro ruoli più o meni importanti.

Si è comportato in modo scorretto ed è sacrosanto che sia stato cacciato fuori malamente. Ritiene che quel licenziamento con diffamazione, insieme alla querela sporta dall’onorevole Candiazzo, siano solo una piccola parte delle pene che gli spetterebbe pagare per quella sua vita vissuta all’insegna della reazione agli eventi senza riflessione alcuna. Il mondo, riflette intanto che la hostess gli serve un altro whisky, va avanti anche senza bisogno di supereroi del cazzo come lui.

Un irrefrenabile impulso alle gambe lo mette in stato di agitazione: avrebbe bisogno di muoversi. Deve trovare un diversivo che lo distragga, perché l’alcool non sta avendo gli effetti desiderati; si alza e si gira verso il fondo dell’aereo, fa qualche passo ma poi si risiede. Il concetto di passeggiata su un aereo è abbastanza ridicolo pensa. Si siede di nuovo al suo posto; si mette le cuffie e prova a guardare un film ma dopo qualche minuto i pensieri di prima ricominciano a muoversi sulla superficie della sua coscienza, creandogli sudori e forti disagi. Con tutto se stesso sta cercando di tenere a bada l’irrazionalità dei movimenti del proprio corpo ma invano e in quel frangente gira lievemente la testa verso il passeggero seduto a fianco: gli cade l’occhio sul titolo della prima pagina di cronaca scritto a caratteri cubitali:

Trovato il colpevole dell’omicidio della Garbatella: è lo zio!

Gli ritorna alla mente, come fosse successo il giorno prima, il titolo comparso su ‘Il Resto del Carlino’ del 12 agosto 1996.

Trovato il corpo senza vita di un ragazzo nelle campagne della bassa: gli inquirenti indagano sullo zio, ex campione di maratona due volte oro olimpico statunitense/keniano

Quel giorno gli è rimasto impresso nella testa quasi fosse la sua seconda data di nascita o di morte, dipende da quale punto di vista la si osserva. I fatti accaduti in quel periodo infatti, hanno segnato la morte del vecchio Christian e contemporaneamente la nascita di una persona nuova, caratterizzata da un diverso paradigma mentale, almeno in apparenza.

Dopo il litigio profondo avvenuto tra Claretta e Khamisi quella sera, quest’ultimo aveva deciso di andare a vivere temporaneamente in ufficio, in attesa di trovare una sistemazione più consona.

Da qualche settimana si era lasciato andare oltremodo alla bottiglia, fatto per lui del tutto nuovo non avendo in vita sua mai toccato una goccia di alcool. Gli stessi suoi collaboratori erano profondamente preoccupati a vederlo in una condizione del genere, lui che aveva fatto della rettitudine di comportamenti la propria guida di vita in un’esistenza condotta all’insegna del dare sempre il meglio di se. Alcune mattine lo avevano addirittura trovato in ufficio con la barba incolta, ancora avvolto nei fumi dell’alcool notturni e in un paio di occasioni si era presentato davanti a clienti importanti in condizioni abbastanza imbarazzanti. Era entrato in un vortice di pensieri negativi che gli creavano una devastante voragine che credeva di poter colmare con litri di vodka.

Solo di una cosa Khamisi era certo e risoluto: non voleva più avere nulla a che fare con Claretta, la quale dal canto suo aveva tentato vari riavvicinamenti nelle settimane successive al litigio e ogni volta si era vista rifiutare con sempre maggiore risolutezza. Più passava il tempo, più lui sentiva di essere stato tradito come non si sarebbe mai aspettato da una persona a cui aveva dedicato anima e corpo per metà della propria esistenza. Si sentiva inoltre usato e privato di una parte fondamentale della propria vita ai danni di quella famiglia Sartor che Claretta aveva a parole sempre rinnegato, ma che nei fatti, posta davanti al bivio tra difendere lui o i membri sgangherati di quel nucleo compatto, aveva propeso per i secondi.

Christian invece, dopo quanto aveva udito uscire quella sera dalla bocca della madre, aveva cambiato repentinamente opinione sul padre: lo considerava la vittima di una famiglia bastarda che lui odiava profondamente e tutta la rabbia provata verso di lui era di colpo scemata.

Provava pena e dolore per il padre e questi due sentimenti insieme scavavano a fondo portando in superficie un senso di colpa dalle tonalità dilaganti: era consapevole di essere stato un pessimo esempio di figlio e alla luce del tradimento di cui era stato vittima il padre, Christian all’epoca stava cominciando a rivalutare anche il sistema educativo che aveva adottato con lui fin da piccolo, fatto di non violenza e di dialogo. Non c’era stata volta in cui il padre, anche di fronte a suoi comportamenti eccessivi, non si fosse preso l’impegno di spiegargli senza mai alzare il tono di voce e con la calma proverbiale di un monaco tibetano, cosa significasse vivere seguendo certi valori.

Avrebbe avuto voglia di rimediare e cercare per quanto possibile di ricostruire un rapporto con lui: quel pensiero lo spingeva a volte fin sotto l’ufficio e, vedendo l’auto del padre parcheggiata nei posti riservati alla direzione, era tentato di salire con l’unico scopo di buttargli le braccia al collo, ma poi il timore che Khamisi avesse potuto rifiutare quell’approccio spontaneo, lo facevano ritornare sui suoi passi. Stava quindi fermo immobile per delle mezze ore a fissare le finestre là in alto al terzo piano, nella speranza che Khamisi da dentro si affacciasse e gli facesse cenno di salire.

E più si avvitava nelle indecisioni e nei dubbi in merito a come riportare il sereno nei rapporti tra lui e il padre, più gli saliva dentro un istinto rabbioso e feroce di vendetta nei confronti della madre. Aveva completamente sostituito l’odio che provava per il padre facendolo convergere completamente sulla figura di Claretta; ma mentre l’odio verso Khamisi era qualcosa di totalmente irrazionale, verso la madre era un sentimento ragionato, che stava pian piano prendendo possesso dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti, sostenuti da una serie di emozioni forti e dirompenti che lo spingevano a mettere in atto una strategia vendicativa ben precisa e mirata.

Dopo aver passato qualche giorno a riflettere in merito al da farsi, un pomeriggio che si trovava in camera sua, steso sul letto a contemplare il soffitto, gli era venuta una illuminazione: aveva preso l’elenco telefonico e aveva cercato l’indirizzo di casa Sartor, la famiglia di uno dei due fratelli della madre.

Il pomeriggio successivo, si era recato in corriera a Budrio, il paese dove abitava lo zio con la famiglia e aveva girovagato per una buona mezz’ora finché non aveva trovato la villetta dove abitava la famiglia Sartor. Era rimasto appostato dietro una grossa quercia che si ergeva maestosa proprio di fronte a quella casa fino a tarda sera, tanto da rischiare di perdere l’ultima corriera utile per ritornare in città.

Per i successivi sette giorni, si era recato in quel luogo, attrezzandosi addirittura con zaino, bibite e panini, stando ben attento a non farsi beccare: non aveva un’idea ben precisa di cosa avrebbe potuto ricavare da quei suoi appostamenti in stile detective americano, ma sentiva che più stava nei paraggi della villetta di suo zio, più in lui cresceva la consapevolezza di voler fare del male a qualcuno di quella famiglia, poco importava a chi.

La cosa più giusta da fare, aveva pensato Christian, sarebbe stata quella di farla pagare direttamente al fratello di Claretta, per vendicare tutto il dolore che costui aveva causato al padre, ma a considerare la stazza dell’uomo, aveva convenuto fra sé che sarebbe stato meglio indirizzare i suoi comportamenti vendicativi verso qualcuno maggiormente alla sua portata fisica. E per questo la sua scelta era ricaduta su un ragazzino gracile e dall’andatura incerta che Christian aveva presunto fosse Michele, il cugino che non aveva mai conosciuto di persona per espressa volontà della madre. L’intento di Christian non era colpire lui in prima persona ovviamente, ma attraverso di lui provocare un dolore forte e un danno allo zio. “Il fine giustifica i mezzi Christian” andava ripetendosi per farsi coraggio, man mano che la strategia vendicativa si impossessava di lui.

Individuata la figura verso cui indirizzare la propria azione, nei giorni successivi Christian aveva cominciato a pedinare il ragazzo: dove andava il cugino, a debita distanza, appostato da qualche parte c’era lui. Voleva individuare quale fosse il luogo migliore per poter agire senza essere visto da nessuno.

L’idea che gli era venuta, sebbene non l’avesse ancora studiata nei dettagli e potesse sembrare alquanto bislacca a prima vista, era quella di seguire il cugino in una delle tante strade di campagna che si aprivano ramificandosi dietro la casa dove abitava coi genitori, caricarlo con le buone o con le cattive sull’auto, portarlo in aperta campagna e lì menarlo a dovere per poi buttarlo in qualche fosso non prima di avergli appeso al collo un cartello con scritto:

mio padre è un bastardo figlio di puttana e va in giro ad ammazzare di botte le persone facendola franca ‘quasi’ sempre.

Aveva bisogno di una macchina e di un luogo appartato dove potesse passare inosservato il rapimento del cugino.

Per quanto riguardava l’auto, gli era venuta un’idea: quando suo padre era andato via di casa si era portato con sé qualche effetto personale ma aveva per lo più lasciato lì ogni cosa e tra questi oggetti c’erano pure le doppie chiavi dell’auto.

Nei suoi appostamenti serali sotto l’ufficio del padre, Christian aveva notato che il genitore dopo le 20 di solito non usciva dall’ufficio; quello era l’orario migliore per prendere l’auto all’insaputa del padre, correre al paese dove abitava lo zio, mettere in atto il suo piano per poi riportare la vettura dove l’aveva trovata, il tutto ovviamente stando molto attento a non farsi beccare.

Il cugino, ogni sera intorno alle 9 usciva dalla villetta e con la bicicletta copriva i 3 chilometri che lo separavano dalla piazza principale del paese per raggiungere i suoi amici. Quello era il momento ideale per colpire: Christian aveva potuto constatare che una parte del tragitto era completamente in aperta campagna e la strada non era per nulla trafficata dopo un certo orario.

La mattina del 10 agosto si era svegliato di soprassalto alle 5: aveva interpretato quello come il segnale che era giunta l’ora. Appena quell’idea gli era entrata nelle vene, le mani avevano cominciato a sudare copiosamente. Sebbene fosse un irruente e un irascibile per natura, quel suo atteggiamento non era mai sfociato in atti di violenza deliberata. Anzi lui era molto bravo a scatenarsi verbalmente, ma quando percepiva che le cose avrebbero potuto prendere una brutta piega nei fatti, si defilava come un topino di campagna, impaurito e intimorito. Non aveva idea di come il suo corpo avrebbe reagito una volta che si fosse trovato di fronte quel ragazzino mingherlino. Se pensava però a suo zio e all’odio che provava per lui, allora le pupille si facevano piccole come pallini da caccia e istantaneamente tutti i dubbi evaporavano sotto gli effetti di un feroce e focalizzato desiderio di vendetta.

La giornata era scivolata verso la fine a grande velocità tra un ripensamento e l’altro, finché non erano giunte le 19,15, ora in cui il suo piano avrebbe dovuto prendere il via. E così era stato: dopo essersi guardato allo specchio per alcuni minuti, per trovare il coraggio necessario ad affrontare quell’esperienza dai contorni incerti, Christian era uscito di casa, non prima di aver infilato nello zaino Invicta che usava per i libri dell’università, il cartello con la scritta che avrebbe appeso al collo del malcapitato cugino, un passamontagna, una tela cerata, un coltello da cucina che la madre era solita utilizzare per tagliare la carne e un paio di guanti di lattice usa e getta. Non voleva lasciare impronte né dentro la macchina del padre né tantomeno sul coltello che pensava di portare con sé semplicemente per intimidire il cugino. In cuor suo non aveva la minima idea di come maneggiare quell’arnese con una lama da 20 centimetri e sperava proprio che lì dove l’aveva messo rimanesse e che non ci fosse nemmeno la necessità di estrarlo.

Alle 19,50, dopo essere sceso alla fermata adiacente l’ufficio del padre, si era appostato poco distante: con suo grande rammarico aveva constatato che l’auto di Khamisi non era parcheggiata al solito posto. Un gesto di rabbia lo aveva colto all’improvviso: aveva calciato violentemente un muretto situato lì a fianco provocandosi una dolorosa fitta alle dita dei piedi. Quel dolore si sommava all’agitazione del momento: il primo degli imprevisti in quel piano slabbrato e dalla messa a punto sommaria, gli stava facendo perdere la calma che gli sarebbe servita nelle ore successive al fine di evitare spiacevoli errori.

Stava cercando di tenere a bada se stesso, quando aveva sentito il rumore di un’auto giungere dalla strada principale e dopo pochi istanti aveva notato che era quella del padre.

Il genitore era sceso dall’auto in evidente stato di ubriachezza: barcollava al punto da non reggersi quasi in piedi da tanto aveva bevuto. Vedere suo padre in quello stato, aveva generato in Christian due sentimenti contrastanti: da un lato era sollevato dal fatto che in quella condizione non si sarebbe certo reso conto che l’auto non era in parcheggio; ‘per l’ora in cui lui fosse stato di ritorno, il padre era probabilmente bello che addormentato’ pensava Christian intanto che si infilava i guanti di lattice.

D’altro canto, vederlo ridotto in quelle condizioni, aveva rinforzato il sentimento di odio nei confronti della famiglia Sartor: ‘se il padre, che era sempre stato una persona equilibrata e che non aveva mai in vita sua toccato una goccia di alcool, si era ridotto così a causa della confessione che 20 giorni prima gli aveva fatto Claretta, allora la vendetta che lui aveva messo in piedi era la cosa corretta da fare.’ Questi pensieri gli avevano dato la giusta carica per procedere attraverso i vari step del piano che aveva pressappoco disegnati in testa.

Aveva atteso qualche minuto per dare il tempo al padre di salire in ufficio e quindi, estratte le seconde chiavi dell’auto dalle tasche dei jeans, si era mosso, zoppicando a causa del dolore alle dita dei piedi, fino alla vettura.

Era arrivato nei pressi della villetta alle 20,50 e si era appostato a una cinquantina di metri dal cancello di uscita, un po’ defilato dal bordo della strada per non dare nell’occhio.

Aveva quindi steso accuratamente la tela cerata nel bagagliaio dell’auto, stando attento a non lasciarne scoperto nemmeno un centimetro, per evitare che macchie di sangue o altri indizi compromettenti rimanessero dentro l’auto.

Alle 21 esatte il cugino era uscito, come ogni sera, con la sua bicicletta: l’adrenalina aveva iniziato a pompare nelle vene di Christian e un impercettibile tremore alle gambe lo aveva scosso al punto che per un attimo aveva pensato di abbandonare, ma ripensare a Khamisi riverso a terra, massacrato di botte dal padre di quel ragazzo che era appena uscito con la bici, gli aveva ridonato la carica necessaria per andare avanti. Si era infilato il passamontagna e si era accodato a debita distanza al cugino. Michele dal canto suo pedalava guardandosi intorno con aria spensierata, del tutto ignaro di quello che sarebbe capitato di lì a qualche istante.

Avanti 500 metri, Christian poteva scorgere il rettilineo dove aveva deciso di far scattare il piano di rapimento; aveva quindi accelerato quel tanto che bastava per avvicinarsi a meno di una ventina di metri dalla bicicletta. A quel punto il cugino, sentendo il rumore di un’auto a ridosso della ruota posteriore della sua bici, si era voltato facendo segno al conducente di passare. Christian aveva accelerato e appena superato il ragazzo gli aveva tagliato la strada facendolo andare a sbattere contro la portiera destra dell’auto; Michele era rimasto in piedi per miracolo.

“Che cazzo fai?” Il suo petto sembrava una fisarmonica da tanto era agitato e in affanno.

In quel frangente Christian aveva estratto il coltello dallo zaino che teneva sul sedile passeggero e sceso dall’auto aveva fatto il giro attorno alla stessa, trovandosi a meno di due metri dal cugino, coltello alla mano.

“Sali in macchina senza fare storie!” Anche Christian era in forte stato di agitazione; le mani sudavano non solo per la concitazione del momento ma anche perché il lattice non faceva traspirare a dovere la pelle, considerando i 30 gradi umidi della serata estiva.

“Su, sali ti ho detto!” Christian parlava a voce alta, segno che non aveva perfettamente il controllo della situazione: sentiva le gocce di sudore che dal cuoio capelluto inzuppavano il passamontagna attraverso i capelli, e lentamente scendevano dal collo fino alla t-shirt.

“Che cazzo vuoi da me! Hai sbagliato persona cazzo! Io non so chi sei!” Michele urlava e si guardava intorno per capire quale spazio di fuga potesse avere al fine di liberarsi da quella aggressione inaspettata. Era talmente docile e mansueto di carattere, che trovarsi di fronte ad una situazione di quel tipo, messa in atto da un folle col passamontagna calato sul volto e pure con un coltello tra le mani, lo aveva completamente mandato in confusione mentale.

“Sali in macchina ti ho detto!” Aveva ripetuto Christian avvicinandosi a meno di un metro dal cugino brandendo il coltello con gesti maldestri.

Vedendosela brutta Michele aveva mollato la bicicletta spingendola violentemente contro Christian e voltandosi di scatto, aveva saltato il fosso e si era messo a correre in mezzo ai campi.

Quello era il secondo imprevisto della serata; le cose, pensava Christian, non dovevano andare così, proprio non dovevano andare così. Quella mossa del cugino lo aveva spiazzato al punto da immobilizzarlo per qualche istante; doveva agire in fretta altrimenti la distanza tra i due sarebbe stata incolmabile.

Aveva quindi stretto ben forte il coltello nella mano e si era messo all’inseguimento del cugino correndo più forte che poteva. Poco più avanti Michele, voltandosi e vedendo che l’uomo lo stava rincorrendo a una trentina di metri col coltello in mano, aveva accelerato il passo perdendo al contempo il coordinamento e l’aderenza al terreno e questo lo aveva fatto cadere a terra. Era in lacrime, piangeva in modo disperato: “lasciami in pace…non so chi tu sia! Io non ho fatto male a nessuno!”

Intanto che urlava, aveva alzato le mani a protezione della parte superiore del corpo: a vederlo così, sembrava una tartaruga schienata. Era congelato dalla sua stessa paura, quando Christian gli era piombato addosso con tutto il suo peso, immobilizzandolo a terra. Dalla concitazione il coltello gli era sfuggito di mano ed era caduto a pochi centimetri dal corpo di Michele.

Aveva cominciato a menarlo sul viso con entrambe le mani; erano pugni inesperti dati con gesti scoordinati, che comunque provocavano un dolore inaspettato al cugino che tentava invano di liberarsi dalla morsa.

“Non ti ribellare! Dovete pagare, tu e la tua famiglia, brutto bastardo del cazzo!”

Gridava senza minimamente preoccuparsi se qualcuno avesse potuto sentirlo nei dintorni e in quel frangente il cugino gli aveva sferrato una ginocchiata nei testicoli.

“Ahiaaa” Christian si era accasciato di lato mentre con la coda dell’occhio aveva scorto Michele rialzarsi in modo maldestro e ricominciare a correre per quello che poteva, visto lo stordimento provocato dai colpi presi sul viso.

Doveva reagire: le cose stavano andando nel peggiore dei modi. Se prima il cugino era solo un mezzo per arrivare a un fine e cioè lo zio, ora Michele, nella testa di Christian, era diventato fine a se stesso. Quel pensiero gli aveva pompato nelle vene la giusta dose di adrenalina: si era rialzato con un’agilità imprevista e ripreso in mano il coltello, si era rimesso all’inseguimento del cugino. Le gambe erano spinte da una forza inaspettata: la sua corsa era poderosa, sebbene avesse dolore alle dita del piede e i testicoli fossero in fiamme. A infondere quella forza agli arti inferiori, era un deleterio mix di odio e desiderio di vendetta che ora dallo zio si era totalmente trasferito al cugino.

Michele, poco più avanti, era in evidente stato di affanno e non correva più con quella lucidità iniziale. Questo fatto aveva infuso fiducia in Christian e quella fiducia si era trasformata in matematica certezza di potercela fare quando poco dopo il cugino era caduto di nuovo, esausto. Si era rannicchiato sul fianco destro e stava lì fermo immobile, quasi fosse in attesa che quell’uomo mascherato gli piombasse addosso e facesse con quel coltello ciò che doveva fare. Quella resa totale da parte di Michele, aveva generato in Christian una sensazione di disprezzo tale che quando gli si era avventato sopra era talmente accecato da dimenticarsi che tra le mani aveva il coltello.

Aveva sentito il cugino urlare dal dolore: era un urlo acuto, che sapeva di morte.

In un primo momento, a cavalcioni sulle ginocchia di Michele, non aveva compreso cosa avesse portato lo stesso ad urlare in quel modo; ma poi, abbassando lo sguardo di poco, aveva notato il manico del coltello spuntare dal fianco del ragazzo. Gli aveva conficcato i 20 centimetri della lama all’altezza del rene sinistro.

“Cazzo, cazzo, cazzo!” Gli erano uscite di bocca alcune imprecazioni alla vista di ciò che aveva combinato. Si era quindi staccato dal corpo di Michele e accasciatosi li a fianco era rimasto fermo in quella posizione per almeno un minuto, con il cugino che si lamentava sommessamente.

La luce di agosto stava cominciando a scemare verso un buio che per quanto ancora incerto, rendeva comunque i contorni sfocati e indecisi, come sfocati e indecisi erano i pensieri che vorticavano nella testa di Christian alla velocità della luce.

“Aiutami, ti prego! Aiutami!” La voce flebile del cugino lo aveva riportato per un attimo alla realtà dei fatti. Oramai doveva andare fino in fondo; fermarsi a metà avrebbe voluto dire compromettere ogni cosa e sebbene solo ora cominciasse a rendersi conto nel profondo del casino che aveva combinato, di una cosa era certo: non voleva assolutamente andare in galera per il resto dei suoi giorni. Lui aveva fatto tutto per vendicare suo padre e quel gesto era la giusta ricompensa per il dolore che lo zio aveva provocato a Khamisi, pensava.

Doveva recuperare la giusta lucidità mentale per farla franca: rapidamente aveva ripercorso a ritroso col pensiero gli ultimi minuti di quella concitata situazione per fare mente locale in merito a eventuali tracce lasciate qua e là e non gli pareva di aver perduto nulla sul terreno.

Aveva quindi sollevato il busto e da quella posizione, appoggiando per terra entrambe le mani e facendosi forza sui polsi doloranti a causa delle percosse di poco prima date al ragazzo, si era alzato in piedi e giratosi verso il cugino poco distante si era chinato su di lui estraendo il coltello. Dalle labbra semi aperte di Michele era fuoriuscita una boccata di alito moribondo, quasi fosse una camera d’aria di uno pneumatico forato.

Christian si stava rendendo conto che di lì a poco, se lo avessero scoperto, lui sarebbe stato condannato per omicidio, vista la condizione disperata in cui versava il ragazzo. Ma oramai doveva spingersi fino alla fine: lui voleva a tutti i costi farla franca e quindi, lasciando il corpo del ragazzo a morire lentamente su quel terreno inumidito dalla guazza estiva, aveva ripercorso a ritroso la distanza che lo divideva dall’auto messa di traverso sulla strada, correndo concitatamente.

Giunto nei pressi della vettura, aveva buttato la bicicletta scassata di Michele nel fosso adiacente e dopo aver tolto la cerata dal bagagliaio, l’aveva posizionata sul sedile di guida per evitare che i suoi indumenti, qualora fossero stati sporchi di sangue, lasciassero tracce sospette sulla tappezzeria dell’auto del padre. E poi, dopo essersi tolto il passamontagna e avvolto il coltello dentro lo stesso, aveva infilato il fagotto dentro lo zaino posto sul sedile passeggero e invertito il senso di marcia era ripartito con guida nervosa e distratta.

Mentre guidava aveva acceso la luce di cortesia per controllarsi gli indumenti: così a prima vista gli sembravano puliti e quella scoperta gli aveva trasferito una profonda sensazione di contentezza. In quello stato di euforia non si era reso conto che con la ruota destra era andato fuori dalla carreggiata di quel tanto che era stato sufficiente a spingere l’auto fuori strada, facendola sprofondare di lato nel fosso.

Per una ventina di interminabili secondi Christian era rimasto immobile, mani ben salde sul volante, quasi fosse svenuto a causa del forte e inaspettato impatto. Poi di colpo si era ripreso, e in un istante di lucidità aveva compreso l’entità del disastro appena combinato. Con fare concitato aveva girato la testa verso destra e una volta accertatosi di aver riposto nello zaino tutti gli oggetti compromettenti, era uscito dall’auto togliendo in tutta fretta la tela cerata dal sedile del guidatore, riponendola nello zaino.

Il buio era penetrante e se da un lato favoriva la fuga, dall’altro ne rendeva difficoltoso l’incedere in una zona che non conosceva. Aveva quindi risalito l’argine del fosso e zaino in spalla si era diretto velocemente verso le luci delle prime case che vedeva in lontananza. Aveva un unico obiettivo in testa: ritornare a casa cercando per quello che poteva, di lasciarsi alle spalle quella vicenda dai contorni drammatici.

Il segnale di ‘allacciare le cinture’ riporta Christian alla realtà: erano anni che non ripensava nei dettagli a quanto successo quella sera e quei ricordi lo hanno definitivamente messo ko.

Uccidere un ragazzo che non c’entrava nulla con la vicenda che aveva portato al pestaggio di Khamisi e lasciare che la colpa ricadesse sul padre, erano due fatti concatenati di una gravità spaventosa e la cosa ancora più spaventosa era che sembrava che se ne stesse rendendo conto fino in fondo solo ora.

Non che in passato non avesse pensato a ciò che era successo quella sera ma per anni era stato talmente avvolto nelle nebbie del senso di vendetta nei confronti della famiglia Sartor, che per molto tempo aveva considerato quella come una giusta punizione.

Rimaneva ovviamente in sospeso da 20 anni sul conto della sua anima quello che aveva combinato al padre: era riuscito anni addietro ad archiviare alla meno peggio quel fatto, consapevole che la resa dei conti con Khamisi sarebbe arrivata prima o poi.

D’improvviso sente un impellente bisogno di scendere dall’aereo, si attacca con le mani ai braccioli, quasi volesse staccarli dal resto del seggiolino, gira la testa a destra e sinistra in modo concitato come se cercasse una via di fuga nei dintorni che gli permetta di scendere a terra prima degli altri passeggeri.

“Tutto bene?” La hostess, intenta a verificare che i passeggeri abbiano la cintura allacciata, si accorge che Christian è in evidente stato di confusione e gli lancia quella domanda con fare inquisitorio e preoccupato.

“Si si tutto bene; fra quanto saremo a terra?” La voce è impastata, come se si fosse risvegliato da poco da un lungo letargo.

“E’ questione di minuti..” risponde perplessa la ragazza, segno che la faccia di Christian non è tra le più confortanti ma a lui non interessa cosa stia pensando la hostess; l’unica cosa che conta ora è trovare il modo, per quanto possibile, di recuperare gli ultimi 20 anni di vita perduti.

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Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6


Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7