Parte 9 È giunta l’ora

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Gianni sta camminando sul lungomare di Zihuatanejo alle 5 di un pomeriggio di fine maggio del 2015: il sole in quel periodo dell’anno rimane alto fino a tarda sera e il calore che emana gli dona una sensazione di appagamento momentaneo. Si guarda a destra e sinistra spaesato, come se non conoscesse nulla dei dintorni: eppure sono 4 anni che sta vivendo lì giorno dopo giorno. E pensare, riflette, che lo stesso lungomare lo aveva accolto 15 anni prima, quando, sceso dal bus proveniente dal Chiapas, si era spogliato e buttato dritto dentro l’oceano con nient’altro in testa se non la consapevolezza di essere al posto giusto nel momento giusto, senza necessità di rispondere ad alcun perché. Ora che quel luogo lo conosce come le sue tasche, si ritrova su quello stesso lungomare con una serie di perché a cui sa attribuire una risposta precisa, ma nessuna di quelle gli basta a riempire di significato la vita.

Ha passato gli ultimi tre mesi a girovagare nel nulla con il pensiero stando fermo col corpo, quasi immobile e questo non è affatto positivo e lui lo sa bene. Quindici anni prima era già caduto nelle trappole insidiose che gli aveva teso la sua mente e se non fosse stato per nonna Alfonsina all’epoca, probabilmente, pensa, sarebbe morto di depressione o sarebbe finito male, molto male.

Avrebbe voglia di partire ma questa volta è tutto diverso e non può farlo a cuor leggero come aveva fatto un tempo. E poi è consapevole che le cose cambiano e ripetersi, nella vita, non è certo l’elemento che gli può far fare un balzo in avanti.

Gli ultimi 6 anni sono volati e non sa se quello sia un bene o un male: da un lato, significa che tutto è stato talmente bello da non ricordare di avere avuto nemmeno un minuto di noia vicino a lei; ma, dall’altro, gli sembra che quegli anni siano passati a velocità così elevata da non essergli rimasto appiccicato nulla alle dita. Vorrebbe che il ricordo di Marisol gli giungesse spontaneo da chissà dove per fargli compagnia, come fosse un bel film da guardare comodo sul divano quando più ne ha bisogno. Si concentra, di solito la sera steso sul letto, per cercare di far riemergere i ricordi in modo forzoso, facendoli scorrere sul telo bianco della coscienza. Gli sembra a volte che l’idea di lei gli sfugga dalle mani e per timore di dimenticarsi di ciò che ha rappresentato per lui, costringe la propria mente a contorti e impegnativi voli pindarici per tenere vivi i minimi particolari di momenti importanti della loro storia. Ma più lui si sforza di voler riportare a galla i ricordi, più gli sembra che l’immagine di Marisol sbiadisca; più lui stringe le meningi come fossero limoni da spremere e far uscire qualcosa che somigli anche solo in parte alla loro vita passata, più le tracce della loro storia d’amore si disperdono, come foglie secche trasportate da un freddo vento d’autunno e lui cade in basso, sempre più in basso.

Aveva dovuto dire addio per sempre a Marisol il 25 febbraio del 2015: dopo una breve e fulminante malattia se n’era andata e lui, a tutto quello non era minimamente preparato e quella impreparazione la sentiva bruciare dentro sotto forma di domanda che si ripeteva con regolarità quasi maniacale: ‘Perché è successo proprio a lei?’

Si erano ritrovati quella mattina di 6 anni prima sul muretto di fronte al suo locale, a Maspalomas, e non si erano più lasciati. Avevano fatto avanti e indietro tra Gran Canaria e Messico per un po’, quando il lavoro di Gianni lo permetteva, finché la vita li aveva portati a decidere che Zihuatanejo fosse il posto dove volevano vivere. E così, aveva venduto il Bi-bi Italian restaurant e nella primavera del 2011 si era definitivamente trasferito in Messico. Dopo alcuni mesi di ovvio e necessario ambientamento, una sera, camminando a piedi nudi in riva al mare mano nella mano a Marisol, la brezza fresca proveniente dall’oceano gli aveva portato in dono la consapevolezza di sentirsi a casa, lì con lei, in quel luogo di cui fino a 15 anni prima non avrebbe nemmeno saputo scrivere e pronunciare il nome. Per tutti gli anni a venire passati vicino a lei, non aveva avuto più alcun bisogno di farsi domande perché qualunque cosa succedesse vicino a Marisol, quella era la risposta che gli serviva per essere felice.

Il sole di maggio inoltrato è alto nel cielo e da qualche giorno, ogni pomeriggio, si costringe a spingersi fino alla fine della baia di sabbia bianca, ai confini del comune di Ixtapa, cercando di cogliere dei segnali dall’ambiente che gli diano la forza per cambiare rotta, di nuovo, come già era successo tre volte negli ultimi 15 anni. Ha capito da tempo che la sua mente funziona meglio col movimento del corpo, come se le gambe che si muovono generassero la giusta dose d’energia per far girare nel modo corretto i pensieri. Ritiene che i pensieri siano come l’acqua: se non c’è movimento ristagnano fino a marcire. Ecco perché quel pomeriggio ha deciso di spingersi oltre il confine della baia: vuole sfidare sé stesso e mettere in circolo i suoi neuroni, per cercare di andare oltre quelle sue abitudini idiote che si è auto imposto da qualche mese a questa parte. Uscire anche solo di poco dalla gabbia che la sua mente gli ha costruito intorno, gli costa tanta fatica quanta spostare a mani nude un elefante.

Un passo dietro l’altro perso nei suoi pensieri girovaghi e si ritrova sul viale principale di Ixtapa: si sente meglio rispetto a quando era partito da casa circa un’ora prima. Percepisce in fondo all’anima che gli ha fatto bene sfidare le proprie debolezze e cambiare aria quel pomeriggio, sebbene quello che sta facendo non si possa annoverare tra i concetti di cambiamento radicale nella vita di una persona. Gira la testa a destra e sinistra intanto che cammina lungo il viale, per non perdersi nemmeno un attimo di quel momento di positività improvvisa, come se volesse assorbire in modo avido, tutti gli istanti di vita che si susseguono e d’un tratto si blocca: il suo sguardo ha percepito qualcosa che gli ha riportato alla mente dei fatti e legati a quei fatti una persona. Gli sembra una vita che non ripensa a lui: c’era stato un tempo in cui sembravano fratelli gemelli da tanto erano in sintonia, quasi in simbiosi l’uno con l’altro. Attraversa la strada, stando attento a non farsi investire dalle auto che a quell’ora del pomeriggio cominciano a muoversi frenetiche su e giù per il viale e si avvicina al bar che poco prima ha colpito i suoi sensi a tal punto da bloccarlo all’istante. È un locale raccolto, costituito da una piccola casa di mattoni giallo e arancio, con qualche tavolino all’aperto e un po’ di ombrelloni col logo della ‘Motta’ sparsi qua e là per riparare gli avventori dal sole cocente. Poco distante un parco giochi contribuisce a rendere il contesto molto gioioso grazie alle urla e agli schiamazzi dei bambini spensierati. Sul fianco del locale, in alto, attaccata al muro, l’insegna: Bar Iole. Gianni si siede: il nome su quell’insegna gli riporta alla memoria i pomeriggi passati con Pietro nel bar che aveva lo stesso nome di quello dove è seduto ora, dietro al liceo scientifico Enrico Fermi a Bologna. C’era stato un tempo in cui lui e Pietro si erano voluti veramente bene, un bene fatto di fiducia e reciproco rispetto eppure, se ci pensa, non se lo erano mai dichiarati. Quel fatto, visto dalla sua prospettiva attuale, gli sembra uno spreco di vita: viene preso da un’ansia che gli corrode le budella al pensiero che Pietro potesse non aver capito all’epoca che lui gli voleva un bene dell’anima, un bene fraterno. Sente il bisogno di contattarlo, di parlargli, di dirgli che ha bisogno di lui, che senza di lui, soprattutto ora nella situazione in cui si trova, non può vivere. Pensa che, se non fosse capitato ciò che è capitato tre mesi prima, probabilmente non gli sarebbe mai venuto in mente Pietro, o chi lo sa. Tutto era già scritto: era già scritto da qualche parte che prima o poi gli sarebbe ritornato in mente quel periodo meraviglioso passato con Pietro e che la morte di Marisol avrebbe scatenato una serie di eventi che lo avrebbero condotto lì seduto a quel tavolino del Bar Iole a Ixtapa. E quell’evento tragico a cui fino a poco tempo fa non riusciva a dare una spiegazione, se allarga un po’ gli orizzonti, ora ha più senso. Si asciuga le lacrime con il dorso delle dita e per la prima volta dopo mesi, sente allentarsi la pressione che percepiva all’altezza del petto: sta capendo che la vita scorre inesorabilmente in circolo, come una macina che spreme le olive, e se ha in serbo per qualcuno di riportarlo al punto di partenza, prima o poi ce lo riconduce. Il segreto è non provare nemmeno per un attimo a mettersi in mezzo per cercare di fermarla o anche di poco deviarne il movimento, perché si rischia di rimanerci stritolati sotto. È consapevole che tutte le volte che la sua mente è andata in tilt, è stato quando ha cercato di mettersi in mezzo per provare a cambiare alcune situazioni che non gli piacevano: e più cercava di controllarne l’esito, più esse gli sfuggivano di mano. Si alza, ha bisogno di correre a casa, di aprire il pc e di mettersi in contatto con Pietro attraverso amicizie comuni su Facebook, ha bisogno di lui nella sua vita, di nuovo come era stato un tempo. Pietro è sempre stato il suo elemento equilibratore: lui si era sempre potuto permettere di essere se stesso, con le sue insicurezze e i suoi alti e bassi, perché a fianco c’era sempre stato Pietro a cui appoggiarsi.

Si mette a correre, come anni prima gli aveva insegnato Alan Pembleton, l’americano miliardario a fianco del quale aveva conosciuto Marisol su quel trenino in mezzo alle nuvole sulla cordigliera delle Ande. “Run Giani run!” Gli ripeteva Alan durante quel pomeriggio, facendosi grosse, grasse risate ogni volta che pronunciava quelle parole, “and not to chase something, but to keep up with the beat of your heart!” E il suo cuore ora sta battendo all’impazzata ma non perché ha accelerato ancora il passo, bensì perché Pietro è di nuovo entrato nella sua vita e da lì Gianni non vuole più che se ne vada.

Helsinki – Parte 10

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

L’incredibile avventura che lo ha visto protagonista negli ultimi due mesi, comincia a pesare sulle gambe di quel sessantacinquenne di origini Bantu. La vecchia rottura del tendine d’Achille provocata da quel colpo fatale con la mazza da baseball di quarant’anni prima si fa sentire di tanto in tanto sebbene in modo impercettibile, come fosse un eco lontana in un antro sconfinato, ma Khamisi non si lascia intimorire da quel dolorino che tiene a bada con una forza di volontà che non ha paragoni. Oltretutto la causa per cui ogni cosa ha avuto inizio è troppo importante per farsi abbattere da un dolore fisico di quel genere e vuole portare a termine quel compito per onorare l’impegno che si è preso col don rispettando i tempi prestabiliti. Da qualche settimana poi c’è un altro aspetto di quella vicenda che a Khamisi sta molto a cuore: non deludere i milioni di fan che da un po’ lo stanno seguendo e sostenendo sul blog creato apposta per quell’avventura dall’abile e amabile Mario Fazzi.

Khamisi aveva ricominciato ad allenarsi qualche settimana dopo essere uscito dal carcere e ogni cosa era nata in modo del tutto casuale. Una mattina come tante, si era svegliato di soprassalto intorno alle 5, come gli capitava praticamente ogni giorno e senza alcuna motivazione apparente a parte una impercettibile e frizzante energia alle gambe, invece di rimanere nel letto per un’ora come faceva di solito a rimirare le ombre disegnate sul soffitto, si era alzato quasi subito e senza nemmeno lavarsi la faccia aveva indossato un paio di Converse coi buchi e, uscito dalla cascina, si era messo a correre. 

All’inizio le sue articolazioni avevano gridato vendetta, indolenzite dal quel letargo di quasi vent’anni a cui la galera le aveva forzosamente costrette: per ogni falcata che Khamisi faceva tentando di spingere in avanti il proprio corpo, mentalmente i suoi pensieri lo spingevano indietro, tanta era la fatica che l’uomo percepiva su tutto il corpo. Poi, dal terzo chilometro in avanti, qualcosa dentro di lui aveva cominciato a cambiare: Khamisi aveva sentito pian piano disciogliersi nelle prime gocce di sudore che gli imperlavano la fronte, tutte le inerzie che fino a quel momento gli avevano intimato di desistere, quasi fossero un’aspirina in mezzo bicchiere di acqua minerale. 

Mattina dopo mattina era riuscito a percorrere qualche chilometro in più e alla fine della prima settimana aveva colmato i 10 chilometri con una disinvoltura incoraggiante, seppure ancora tra mille perplessità mentali e qualche dolore articolare. 

Al di là della distanza fisica percorsa, che comunque lo rendeva fiero di sé, la cosa che gli trasferiva maggiore soddisfazione era percepire che per ogni chilometro in più che lui percorreva sulle gambe, prendeva forza e vigore quella incoraggiante fiducia in se stesso che lo aveva accompagnato per i primi 45 anni della sua vita e che di colpo, una sera, si era perduta nei meandri dell’odio e del rancore verso quei due bastardi senza lode dei fratelli Sartor e di Claretta. 

La corsa lo stava riportando dentro quel solco fatto di perseveranza e fiducia di sé dentro il quale aveva ottenuto così tanti successi nella prima parte della sua vita.

L’aria fresca dell’estate finlandese gli infonde la giusta dose di positività che gli serve a coprire gli ultimi 20 chilometri che lo dividono dal traguardo situato a Kaivopuisto, il parco in riva al mare che si estende nella parte meridionale di Helsinki. 

La solitudine iniziale che aveva accompagnato l’atleta nelle prime settimane, ha lasciato il posto, durante le ultime tappe di quello strano giro d’Europa iniziato quasi 60 giorni prima, a una moltitudine di persone che, percorso dopo percorso, si vanno ad aggiungere ai supporter del corridore keniano. Più l’impresa che lo sta vedendo protagonista prende forza conquistando follower sul web, più cresce il numero di fan che lo seguono fisicamente per parti del percorso o addirittura per l’intera durata delle singole tappe, informandosi sui dettagli delle stesse direttamente online sul blog di Khamisi che Mario, ex manager della finanza caduto in disgrazia e appassionato di computer, si premura di curare con dovizia di particolari.

“55 maratone in 55 giorni Khamisi, pari a 2.300 chilometri che dividono Bologna da Helsinki e uno sponsor che crede nel progetto e il gioco è fatto!”

Il ricordo di quell’impresa titanica cominciata quasi per caso gli permette di affrontare le fatiche mentali di quell’ultima tappa. 

Insieme a Mario Fazzi, che come Khamisi da qualche mese era entrato a far parte degli ospiti fissi della comunità del don dopo essere caduto in disgrazia a causa di uno dei crack finanziari più clamorosi che avevano coinvolto una banca famosa del Veneto, un pomeriggio di 3 mesi prima si erano seduti all’ombra dei peschi piantati sul retro della cascina con un unico obiettivo in testa: mettere a punto il piano di salvataggio di Osiride, la creatura nata 25 anni prima a opera di quel prete istrionico da tutti conosciuto come ‘il don’.

“E perché qualche sponsor dovrebbe essere interessato a un vecchio  di colore di 65 anni che decide di distruggersi i talloni in una corsa di 2.300 chilometri tra Bologna e Helsinki?”

 Khamisi era completamente avulso dalle logiche che contribuivano a rendere virale un evento sul web, ma non lo era Mario che in quel frangente lo aveva guardato con due occhietti intelligenti e vispi, incorniciati da un paio di occhialini tondi alla John Lennon e gli aveva risposto:

“Perché l’avventura che affronterà quel vecchio di 65 anni, farà guadagnare allo sponsor un sacco di soldi attraverso il blog che  curerò io, debitamente messo a punto per seguire, tappa dopo tappa, questa sorta di giro d’Europa di corsa.”

“E a noi cosa ce ne viene in tasca Mario e soprattutto perché Helsinki e non un’altra città a caso?” 

Khamisi proprio non voleva capire e Mario, con la pazienza di un frate certosino, per l’ennesima volta aveva cercato di spiegargli quali sarebbero stati gli estremi dell’accordo che lui avrebbe proposto al manager di quell’azienda di integratori sportivi finlandese che conosceva da anni e che gli doveva un favore grande come una casa per cui non avrebbe potuto dire di no.

“Helsinki, perché l’azienda di integratori è finlandese; e  tu, perché immagina solo il clamore che susciterebbe sapere che una vecchia gloria della maratona, due volte oro olimpico, pluripremiato campione mondiale, a 65 anni decide di correre una maratona al giorno per 55 lunghi giorni di seguito: 2.300 chilometri di corsa in 55 giorni! Pensa che casino mediatico si creerebbe dietro questa impresa titanica!” 

Khamisi aveva lo sguardo allucinato: più Mario entrava nei dettagli di quel piano, più lui non riusciva a comprendere dove volesse arrivare.

“E immagina per un attimo Khamisi, che tutti gli appassionati sportivi del mondo accedano al blog di questo ex maratoneta per seguirne le tappe: milioni di accessi alla settimana Khamisi, milioni!” 

La voce di Mario si era dolcemente appoggiata sui toni bassi, per rimarcare l’importanza di ciò che aveva appena detto e il suo sguardo, alla parola ‘milioni’, si era perso nel vuoto al ricordo dei soldi che gli erano passati tra le mani per un certo periodo della sua vita.

“E pensa se su quel blog l’azienda sponsor finlandese inserisse un semplice, banalissimo banner pubblicitario che rimanda al loro shop online: immagina le tonnellate di euro che entrerebbero nelle casse di quell’azienda. E tutto grazie alle sole tue gambe Khamisi!” 

La strategia di Mario, spiegata in quel modo così semplice che anche un bambino di prima elementare avrebbe compreso, cominciava ad essere un po’ più chiara anche nella testa di Khamisi. 

Ma Mario non aveva ancora calato l’asso di bastoni che avrebbe sancito definitivamente l’inizio di quella folle avventura, l’ennesima nella vita frastagliata di Khamisi.

“E quando quei milioni di persone verranno a sapere che abbiamo messo in piedi tutto sto casino mediatico/sportivo per salvare le finanze di una piccola onlus di nome Osiride gestita da un prete visionario e fuori dagli schemi che ha dedicato la propria vita a salvare le famiglie dalla povertà e non a baciare il culo a qualche alto prelato del Vaticano, immagina l’effetto moltiplicatore che avrà tutto ciò sulla tua avventura!”

Quella conversazione tra Khamisi e Mario Fazzi di quel pomeriggio era stata preceduta da un incontro avvenuto qualche giorno prima tra i due e il don nella sala mensa di Osiride.

“Ragazzi è finita!” Queste erano state le parole con cui aveva esordito il don quella sera davanti a un Mario e un Khamisi attoniti per quello che il prete si stava accingendo a raccontare, rosso in viso e con la cenere negli occhi.

“Mi hanno decimato i finanziamenti provenienti dallo stato sti bastardi; senza quelli sono finito, non potrò mantenere la baracca!” Intanto che pronunciava quelle parole aveva alzato il dito indice in aria e lo aveva mosso varie volte a formare un po’ di cerchi immaginari.

“Non possono farlo don..” Aveva replicato Khamisi con fare ingenuo a quella notizia che aveva la veemenza di un cazzotto in pieno volto.

“Oh certo che possono farlo caro mio! Stiamo parlando dei politici; loro possono fare tutto!” Aveva replicato il don, non senza una vena di sarcasmo e con il dolore dipinto nelle pupille.

Mario ascoltava i due, quasi stesse osservando una coppia di alieni parlare lì davanti a lui una lingua sconosciuta e più i due uomini parlavano più i suoi occhi si sgranavano. 

Mario Fazzi era originario del Polesine ed era cresciuto in una famiglia di una povertà annichilente. L’odore della povertà Mario Fazzi se l’era tenuto appiccicato addosso per tutta la vita, anche quando il lavoro lo aveva portato a guadagnare montagne di soldi. Si era fatto da solo e odiava farsi aiutare da qualcuno e ogni volta che nella sua esistenza aveva sentito parlare di aiuti di stato o sovvenzioni, lui si era girato dall’altra parte e aveva pedalato più forte che poteva per dimostrare che ce l’avrebbe potuta fare solo con la forza delle proprie gambe. Considerava gli aiuti di stato degli espedienti, niente altro che alibi che mettevano dei freni alla conquista dell’eccellenza. Grazie alla sua forza di volontà e alla sua perspicacia, Mario era arrivato molto in alto, più in alto di tutti e da lassù era caduto più in basso di chiunque altro, perché cadendo non aveva fatto come tanti che erano andati in cerca di un appiglio viscido che sapeva di compromesso a cui aggrapparsi con l’unico scopo di salvarsi le terga. Lui non voleva essere aiutato da nessuno, tantomeno da qualche lestofante con le mani in pasta nella politica. Sentire i due uomini, il don e Khamisi, parlare di finanziamenti e aiuti di stato gli faceva venire l’orticaria.

“Ma in questi anni hai aiutato migliaia di famiglie povere Pietro!”

Il don, a quell’ennesima ingenuità di Khamisi, aveva sbuffato impercettibilmente; “Khamisi ti rendi conto che non viviamo a Disneyland ma in una delle nazioni più corrotte della terra? I finanziamenti che arrivano dalla politica vengono stanziati solo ed esclusivamente per far crescere il prestigio dei politici che per sostenere una causa devono sempre e comunque trovarci un interesse personale. Quando la causa stessa non serve più a far crescere il loro potere, l’abbandonano come se nulla fosse! 

Pare ci sia a capo della commissione preposta al rilascio dei fondi alle onlus, un certo onorevole Candiazzo che non so per quale motivo sta facendo carte false per bloccare i finanziamenti destinati a Osiride, manco qualcuno dei nostri gli avesse pestato un callo!” 

In realtà Candiazzo era venuto a conoscenza, grazie alla rete di scagnozzi di cui si contornava per tenere in piedi i suoi loschi affari da politicante spregiudicato, che il padre di quel medico che lo aveva pubblicamente denigrato in trasmissione qualche settimana prima, stava collaborando con il don nella comunità di Osiride e per una questione di mera vendetta personale stava bloccando i fondi che erano già stati stanziati in precedenza per la onlus del don.

Mario stava facendo la scarpetta per non lasciare nel piatto neanche un piccolo rimasuglio di sugo, quando con occhio sgranato aveva interrotto la conversazione tra i due:

“Signori ma perché continuate a sbattere contro le pareti della scatola che vi siete costruita intorno, lamentandovi al tempo stesso di essere in gabbia?”

“Che cazzo dici Mario? C’erano dei funghi allucinogeni nel sugo della pasta?” 

Il don aveva replicato a quella incursione di Mario con quella frase da osteria di periferia. Diventava scurrile quando la posta in gioco si alzava e se qualcuno gli faceva notare la trivialità del suo linguaggio lui replicava: “per caso uno dei dieci comandamenti vieta ai preti di dire le parolacce?”.

“Dico solo che ci sono decine di sistemi per evitare di farsi prendere per il collo o per il culo, decidi tu don quale delle due espressioni ti piace di più, da qualche politico corrotto.”

“Uhh abbiamo l’economista Keynes tra le nostre fila Khamisi e non lo sapevamo!” Il don aveva schernito Mario ridendoci su.

“Datemi qualche giorno e vi faccio vedere io chi è Keynes!” 

Mario aveva preso quella frase come una sfida personale e dopo essersi pulito la bocca con un tovagliolo di carta talmente ruvida da sembrare una lametta di un rasoio, si era alzato e aveva lasciato Khamisi e il don da soli al tavolo, nella solitudine della loro incomprensione.

Quello era stato l’antefatto che aveva condotto Mario e Khamisi sotto un pesco quel pomeriggio a discutere del salvataggio di Osiride. 

“10 centesimi per ogni visitatore che clicca sul banner dell’azienda di integratori inserito sul tuo blog Khamisi e abbiamo risolto i problemi di Osiride, e indirettamente anche i nostri, per sempre; più ovviamente i diritti per lo sfruttamento della tua immagine. Per non parlare poi di quello che si scatenerà quando le altre aziende che gravitano attorno al mondo degli sportivi, verranno a conoscenza che la bolla creata attorno a questo circo mediatico si sta ingigantendo a dismisura: faranno carte false amico mio pur di accaparrarsi uno spazio pubblicitario. Tutto qui Khamisi: semplice come respirare!” 

Con queste parole Mario si era congedato da Khamisi quel pomeriggio, lasciandolo solo con i suoi pensieri.

Alla fine l’ex mararoneta aveva convenuto tra sé che, per quanto l’impresa fosse titanica, doveva provarci e lo doveva al don e alle centinaia di famiglie che quotidianamente aiutava con la sua associazione.

Grazie a quei pensieri Khamisi ha tenuto a bada la fatica dell’ultima tappa e ora si trova a 4 chilometri dalla fine di quel suo lungo viaggio iniziato 55 giorni prima in una afosa giornata di Giugno in Piazza Maggiore, a Bologna. 

Ricorda ancora l’emozione provata di sentirsi contornato da un nugolo di persone, una trentina non di più, compresi Mario, il don e un operatore di una TV locale, che lo incitavano per sostenerlo in quella impresa che nessuno pensava, lui per primo, sarebbe mai riuscito a portare a termine. 

55 lunghi giorni attraverso 7 nazioni: Austria, repubblica ceca, Polonia, Lituania, Lettonia, Estonia, Finlandia e il nugolo di 30 persone che quella mattina a Bologna lo avevano sostenuto in quella sua folle corsa, ora, a un paio di migliaia di metri dal traguardo finale, sono diventati quasi 4 milioni di follower sparsi in tutto il mondo sui diversi social e diverse migliaia di uomini, donne e bambini che in diretta, lì sul lungo mare di Helsinki lo stanno sostenendo, toccando e incitando, proprio a lui, quel keniano alto e magro di origine Bantu, che da un posto sperduto in mezzo all’africa aveva percorso, in 65 anni di vita, decine di migliaia di chilometri sulle proprie gambe e dentro al proprio cuore grazie ad una sola e unica cosa: lo spirito di sacrificio e il desiderio di superare gli alti e bassi della vita con tenacia, sempre a testa alta grazie ai principi fondamentali che suo padre gli aveva scolpito a caratteri cubitali sulle pareti del cuore.

Finalmente entra nel parco di Kaivopuisto e si appresta a percorrere l’ultimo chilometro: potrebbe anche non muovere le gambe da tanta folla gli si è assiepata attorno che lo spinge e lo incita. 

Vede i cartelloni pubblicitari ai bordi delle strade: sono decine gli sponsor oramai che si sono aggiunti al primo, la Runtorade, l’azienda di integratori sportivi finlandese che mesi prima Mario aveva convinto con quella sua proverbiale parlantina da commerciale navigato, a saltare a bordo di una impresa a cui nessuno all’inizio aveva veramente creduto e di cui avevano accettato la sfida solo perché dovevano un favore personale al Dr. Mario Fazzi, che tra le altre cose sapeva delle cose troppo compromettenti sul team di manager che gestivano la filiale italiana.

Alla vista del mare Khamisi si ferma per un attimo e con lui le migliaia di fan che gli sono dietro: per un attimo anche il tempo sembra fermarsi al cospetto di quella specie di guerriero della vita di origine Bantu. 

La folla è in attesa di capire cosa passi per la testa del keniano che in quell’istante si toglie le scarpe; Khamisi ha bisogno di sentire la fatica direttamente sotto la pianta dei piedi. Chiude a fessura gli occhi e respirando la salsedine proveniente dal mare a pieni polmoni, riprende la sua corsa a piedi nudi, spingendo come un folle sulle gambe, ancora più di quanto avesse fatto in precedenza. 

Il traguardo è a poche centinaia di metri, gli ultimi, dopodiché ancora una volta, pensa, come era stato anni prima per ognuna delle sue imprese, i riflettori si spegneranno dietro di lui e di quella vittoria non rimarranno che alcuni meravigliosi ricordi che col passare del tempo, se non li potrà condividere con qualcuno di caro, andranno a riempire la soffitta impolverata della sua anima. 

Questo è l’ultimo delle migliaia di pensieri e ricordi che hanno accompagnato Khamisi per i passati 55 giorni, quello con cui taglia il traguardo e per un’ultima volta, prima di accasciarsi a terra esausto, si volta verso destra a rimirare il mare e in quel momento i suoi occhi incrociano quelli di lei e lì poco distante quelli di lui, Claretta e Christian. I loro rispettivi sguardi si fondono a distanza in un abbraccio infinito e in quel momento Khamisi risente nel cuore vibrare forte la voce di Oscar Fever di tanti anni prima: 

Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero? Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.

Domani l’ultima puntata…

Se desideri leggere i precedenti 9 episodi, li trovi qui sotto:
Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2Uganda mia amata – Parte 3Stai a casa tua – Parte 4Un segreto per proteggere una vita – Parte 5Quel colore non mi dona – Parte 6Perdonarsi equivale a perdonare - Parte 7Pagare per un reato non commesso - Parte 8La confessione – Parte 9

For what it’s worth, it’s never too late…

For what it’s worth: it’s never too late or, in my case, too early to be whoever you want to be. There’s no time limit, stop whenever you want. You can change or stay the same, there are no rules to this thing. We can make the best or the worst of it. I hope you make the best of it.”.

Il pezzo sopra è preso da The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald….

…ho voluto condividerlo con Voi perché lo trovo molto attuale, molto focalizzato sul momento che stiamo vivendo…

speranza

grande concetto…un po’ sopravvalutato credo…preso da solo mi ha sempre trasferito l’idea che fosse un po’ monco…al limite oltraggioso…della serie: “mi siedo e aspetto che qualcosa succeda..che qualcuno faccia ciò che va fatto al mio posto per tirarmi fuori dalle sabbie mobili”…mi ha sempre dato l’idea cioè di immobilità, di immobilismo…di attesa di un mondo migliore…

….sper-onsabilità…

…mi piace di più..non è un errore grammaticale…la speronsabilità è la crasi di sper-anza e resp-onsabilità…sentire di appartenere a un futuro che desideriamo dal profondo e della cui realizzazione sappiamo di essere gli artefici primi e ultimi, in modo del tutto consapevole…desiderosi di voler fare bene, di metterci qualcosa di nostro per far funzionare la vita, TUTTI…giorno dopo giorno…senza mollare mai..e se le cose non dovessero funzionare..ci si rimbocca le maniche e si riparte..

…tutto ha inizio da un‘idea…e finisce con un‘idea…e dalla condivisione di decine, migliaia, milioni, infinite idee diverse si dà vita a qualcosa che è molto di più della somma delle singole parti…

”make the best of it. And I hope you see things that startle you. I hope you feel things you never felt before. I hope you meet people with a different point of view. I hope you live a life you’re proud of. If you find that you’re not, I hope you have the strength to start all over again” (The Curious Case of Benjamin Button di Francis Scott Fitzgerald)

…ma le idee da sole non bastano…nel mezzo tra un’idea e l’altra servono impegno e sudore…di tutti.. insieme!

Il quarto libro di Giacomo Manini è online su Amazon

Il quarto atteso romanzo di Giacomo Manini  è online su Amazon.it in versione epub e cartacea.

In questo romanzo ti imbarcherai in un viaggio con il protagonista tra sogno e realtà; un sogno sbagliato dentro cui il personaggio principale si è perso per più di 10 anni. Poi, improvviso, il riscatto, la rinascita inaspettata proprio quando la vita sembrava essere giunta al suo punto di non ritorno. Riscatto attraverso un amore che nasce come ultimo meraviglioso atto di una evoluzione sentimentale che è figlia di una perdita e si evolve attraverso emozioni forti quali la rabbia, l’odio e la passione. Anche chi, come Sandro Buonaiuti rimane vittima di un sogno sbagliato, può trovare dentro di sé le risorse giuste per nascere, nuovamente perché “la qualità dei nostri sogni è fonte di crescita o imbruttimento!”

Questo nuovo romanzo consacra Giacomo Manini tra i principali autori che descrivono i moti dell’animo umano nel panorama italiano.