Stai a casa tua – Parte 4

“If you want I can drive you home…”

Giovanni è tra i pochi che sanno parlare un discreto inglese da quelle parti. È da qualche settimana che si stanno allenando insieme sulla pista di atletica adiacente all’ippodromo di Bologna. Si è creato un legame molto forte fin dai primi giorni tra Khamisi e quel ragazzo di qualche anno più giovane di lui. Giovanni pende dalle sue labbra: non gli sembra vero che la stella mondiale della maratona si stia allenando proprio dove si allena lui. Gli sta sempre attaccato alle calcagna per chiedergli consigli e farsi raccontare cosa si prova a vincere due medaglie d’oro, l’ultima delle quali, quella di Montreal di qualche mese prima, battendo pure il record del mondo. A Khamisi piace fare da mentore a quel ragazzo e in quella nuova veste si sente orgoglioso di sé, perché percepisce che il perimetro dentro il quale si muoveva fino a qualche settimana prima era una sorta di gabbia che si era costruito attorno per il timore di vivere al di fuori dei confini della maratona.

“No thanks Giovanni, I prefer taking a walk: I want to take a breath of fresh air in order to clear my mind.”

Quella frase fa sorridere il ragazzo che replica senza cattiveria:

“You’re amazing! We trained for almost four hours this afternoon and while I don’t even have the strength to put on my socks, you still want to walk; that’s why I will never become a champion!”

Si fa una grassa risata su quella sua affermazione che in apparenza mette a nudo un proprio limite ; il ragazzo è genuino e spontaneo e questo a Khamisi piace molto. Pensa che quello è il tipo di spontaneità che il suo mentore Fever deve aver riscontrato nei suoi occhi la prima volta che si incontrarono, una decina di anni prima sulla spiaggia di Watamu.

Osservandosi riflesso in quel ragazzo capisce di essere cambiato e non gli sembra di averlo fatto in meglio: percepisce che vincere due medaglie d’oro alle olimpiadi non significa per forza di cose distinguersi se non esclusivamente sul piano atletico. Quella maschera che indossava fino a qualche settimana prima non lo soddisfa più: ora sente di voler fare la differenza aiutando gli altri a crescere e migliorarsi.

Non è stato facile decidere di trasferirsi a Bologna per un periodo, abbandonando la vecchia routine in Ohio, il proprio allenatore e una vita che, grazie ai successi ottenuti negli ultimi anni, cominciava ad avere una parvenza di agiatezza; ma posto di fronte alla scelta tra due priorità, la corsa o seguire l’amore, ha preferito scegliere la seconda, sebbene la decisione sia stata sofferta. Ma proprio ora, dentro quello spogliatoio ingiallito da due file di luci bislacche, con la muffa sui muri delle docce e quell’odore di umidità che sa di povero, sente che la strada intrapresa è quella giusta, non solo per ciò che prova verso Claretta, ma anche e soprattutto per sé stesso. Li sente di poter ricominciare, dal basso, come era stato una decina di anni prima.

E deve ringraziare Fever che qualche settimana prima si era rivelato per quello che ha sempre percepito fosse: un uomo con una integrità di valori tale da rinunciare a un tornaconto di immagine e di natura economica per il bene di qualcun altro. Se non ci fosse stato Fever, pensa, probabilmente sarebbe ancora lì a riflettere quale delle due strade scegliere. La voce del suo allenatore gli rimbomba ancora nelle orecchie mentre sta rimettendo gli indumenti sudati dentro la borsa.

Qualche settimana prima, un pomeriggio si era recato nel suo ufficio alla Ohio State University, per confrontarsi con lui in merito alla indecisione se prendersi o meno un periodo sabbatico. Ricorda ancora che aveva così tanta paura in corpo che era rimasto fermo immobile davanti alla porta chiusa del suo ufficio per alcuni minuti, quasi fosse una statua di gesso e per ben due volte aveva deciso di rinunciare, ripercorrendo a ritroso il lungo corridoio e le scale che dall’entrata dell’edificio conducevano all’ufficio del suo allenatore per poi, in entrambi i casi, ritornare sui suoi passi e fermarsi di nuovo davanti a quell’uscio chiuso, quasi fosse un pastore tedesco preposto alla difesa personale dell’uomo dentro quella stanza. 

“Ciao Khamisi: che fai qui oggi? Avevo detto di prenderti il pomeriggio di riposo!”

Fever lo stava rimproverando con tono paterno: aveva compreso che se non era lui a imporre a Khamisi delle pause precise e strutturate in momenti specifici della giornata, il forte senso di responsabilità che il ragazzo si sentiva caricato sulle spalle, non gli permetteva di capire quando fosse giunto il momento di fermarsi. Sembrava una macchina senza fine che non aveva bisogno di niente altro che di un pò di benzina per farla correre in modo continuativo.

“Devo parlarti Oscar..” la faccia era seria, come se avesse appena ricevuto una notizia drammatica; era fermo in piedi, le braccia distese immobili lungo il corpo, in attesa che Fever gli desse il permesso di proseguire a parlare.

“Che c’è ragazzo che non va? Da quando abbiamo ripreso gli allenamenti un paio di settimane fa, noto che non sei più concentrato come prima.”

Ed effettivamente era così: dopo quella mattina a Montreal quando lui e Claretta si erano raccontati un po’ di cose che riguardavano le loro rispettive vite, alcune delle quali molto intime, i due avevano deciso di prendersi un mese abbondante per girare gli Stati Uniti insieme. Durante quel viaggio senza una meta prestabilita, quella affinità che entrambi avevano sentito dentro nei primi minuti di conoscenza, si era trasformata in un sentimento molto intenso che avvolgeva i loro corpi e le loro menti.

Verso fine settembre però, i doveri avevano richiamato entrambi all’ovile e Claretta era dovuta ripartire per Bologna dove frequentava il secondo anno di medicina. Da quel momento la vita dei due era diventata quasi un inferno fatto di telefonate brevi, tante lettere e un dolore debilitante per quella lontananza che li imbrigliava in un’apatia fuorviante.

Dal canto suo Khamisi aveva ripreso gli allenamenti ma la concentrazione che lo contraddistingueva in allenamento e in gara fino a qualche mese prima, sembrava averlo abbandonato e mentre un tempo tutto veniva con estrema naturalezza, ora sentiva pesantemente le fatiche sfiancanti a cui lo sottoponevano Fever e il team di preparatori atletici e medici che la federazione statunitense aveva messo loro a disposizione dopo il primo dei due successi olimpici. Le cose non andavano più come un tempo e Khamisi alternava momenti in cui pensava di chiudere quella relazione impossibile vista la distanza fisica e anche culturale, a fasi in cui odiava sé stesso per quella sua costante incapacità di aprire i propri orizzonti mentali abbandonandosi alla vita senza troppi pensieri e ragionamenti.

Si trovava di fronte al primo grande dilemma della sua esistenza: l’amore per una ragazza o quello per la corsa e quella mattina si era recato da Fever sperando che lui avesse la soluzione pronta in tasca da porgergli su un vassoio d’argento.

“Mister, mi sembra di non riuscire più a trovare uno scopo in quello che faccio: ho la testa altrove e mi pesa fare tutto ciò che fino a un po’ di tempo fa consideravo la mia vita.”

Fever lo stava lasciando parlare, in religioso silenzio: oramai lo conosceva da anni e sapeva che Khamisi per dire una cosa a volte si perdeva in giri infiniti.

“Vorrei poter riportare le lancette dell’orologio al giorno in cui ho vinto l’oro a Montreal e da lì ripartire, prendendo una direzione completamente diversa.”

Fever sapeva qual era l’argomento che generava conflitto interiore in Khamisi: il ragazzo infatti, gli aveva presentato Claretta al ritorno da quella loro vacanza, come un buon figlio fa col proprio padre, portando a casa la fidanzata ufficiale. In quella occasione Fever e la moglie si erano dimostrati così gentili nei confronti dei due, che Khamisi era rimasto quasi stupito, conoscendo i modi duri e poco propensi ad esternare emozioni del suo allenatore.

“E che direzione vorresti prendere ragazzo?” Fever non poteva sostituirsi a Khamisi in quella decisione, doveva tenere duro e lasciare che fosse lui a uscire allo scoperto prendendosi le proprie responsabilità. Sebbene dentro di sé si dispiaceva perché avrebbe voluto aiutarlo, quel bivio era una parte troppo importante della vita dell’atleta per potersi sostituire a lui: in quel caso non si stava discutendo di migliorare la performance di gara, ma si parlava di vita.

“Non so che fare Oscar, veramente non so che fare..” Aveva abbassato lo sguardo, in segno di resa.

“Dentro di te Khamisi una decisione l’hai già presa: è solo che non vuoi ammetterlo a te stesso, ma tu sai qual è la cosa giusta da fare in questo momento, credimi. Non siamo eterni Khamisi, non siamo eterni…” Aveva lasciato quella frase in sospeso e per un istante aveva liberato la propria mente a vagare nel nulla; “tutto quello che tu oggi vivi come una forte energia data dall’adrenalina in corpo che ti spinge a eccellere, i riflettori, la fama, le onorificenze, un domani, se deciderai di non salire sul primo aereo diretto in Italia, ti sembrerà solo un enorme ammasso di paccottiglia con cui riempirai la soffitta buia e polverosa di casa tua.”

“Non sei arrabbiato con me?” Il ragazzo aveva bisogno del benestare del proprio allenatore; voleva la sua benedizione. In fin dei conti, se ci pensava bene, al mondo non aveva altri che lui: aveva lasciato il proprio villaggio dieci anni prima e da quel momento non aveva più avuto alcuna notizia dei suoi parenti e dell’amato padre. Per questo motivo, aveva bisogno che Fever gli dicesse che le cose tra di loro stavano andando bene e sarebbero andate comunque bene, qualunque strada lui avesse deciso di intraprendere.

“Di tutte le medaglie e le gare vinte nella mia carriera, lo sai cosa mi è rimasto dentro più di tutto al punto da provocarmi ancora oggi emozioni devastanti al solo pensiero?” Khamisi aveva notato una scintilla ricolma di passione nello sguardo assorto di Fever che in quel momento aveva sorriso; era un sorriso di pancia, pieno di mille, meravigliose sfumature e Khamisi le percepiva tutte, come fossero sue. “Lo sguardo di lei, di quella che oggi è mia moglie Jennifer: alla fine di ogni gara, non importava come fosse andata, io cercavo i suoi occhi appena varcato il traguardo e in quelli ritrovavo ogni volta un senso alla vita e a quello che stavo facendo. Se non ci fossero stati quegli occhi alla fine di ogni mio traguardo, oggi quelle vittorie non significherebbero nulla.”

Fever si ferma per un attimo: desidera che ciò che ha appena detto e ciò che sta per dire vengano recepiti dal ragazzo come elementi importanti del suo discorso. “La vita Khamisi non ha alcun senso se non la puoi condividere con le persone che ami, proprio nessun senso…” aveva ripetuto abbassando impercettibilmente la voce. “Io non credo tu ti sia mai fermato a riflettere per cercare di dare un senso a ciò che fai; tu corri per scappare da qualcosa e non per andare incontro a qualcosa e questo alla lunga può essere devastante.”

In effetti se ci rifletteva a fondo, lui era quello che tanti anni prima aveva preso alla lettera la frase del padre ‘qualunque cosa succeda ragazzo, non fermarti mai,’ ma quella frase su cui aveva costruito la propria esistenza fino ad allora, non bastava più per dare un senso a una vita, ammesso e non concesso che fosse mai bastata.

Khamisi non aveva mai notato, in 10 anni che si conoscevano, quel lato del suo allenatore così intenso e emotivo e questo fatto lo aveva nei primi istanti di quella conversazione un po’ destabilizzato: per tutto il tempo che avevano vissuto a stretto contatto, lui non aveva solo appreso consigli, tecniche e suggerimenti legati alla corsa dal proprio allenatore, ma quest’ultimo gli aveva trasferito anche un modello comportamentale fatto di disciplina, rigore e tanta passione per il sacrificio che copriva l’intero arco della sua giornata, dentro e fuori dalle sessioni di allenamento. Questa rigida struttura mentale, Khamisi l’aveva fatta propria al punto che era diventata la colonna vertebrale delle sue giornate, quella attraverso cui dava senso alla propria vita. Se lui avesse dovuto raccontare sé stesso ad un estraneo, si sarebbe descritto come una persona metodica, determinata e con un grande senso del dovere verso quella che solo in apparenza poteva sembrare come la dedizione ad uno sport come un altro, ma che in realtà celava una profondità di significati a cui lo stesso Khamisi faceva fatica a dare una interpretazione puntuale. Il rigore che stava dietro la disciplina della corsa era il modello di vita a cui si era ispirato Khamisi da dieci anni a questa parte: se avesse tolto di mezzo quello, avrebbe perduto ogni forma di appiglio per galleggiare e andare avanti. In quel modello comportamentale non c’era mai stato uno spazio dedicato al ‘lasciarsi andare’ ed era per questo motivo che lui si sentiva a disagio a trovarsi di fronte un Fever che metteva a nudo, senza filtri, le proprie emozioni.

“Abbiamo fatto grandi cose insieme Khamisi, cose che ad altri non riuscirebbero in tre vite e io sono orgoglioso e fiero di aver lavorato con te in questi anni e sono orgoglioso e fiero di quello che sei diventato, come uomo in primis e poi come atleta. Spero di poter fare ancora tante cose insieme a te ma credimi, te lo dico senza rammarico e senza alcun rimpianto, se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice di questa terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me.”

Fever si era fermato un attimo: aveva bisogno di riprendere fiato. Ciò che stava uscendo dalla sua bocca quel pomeriggio, seguiva delle dinamiche bizzarre che sembravano sfuggire al dominio del proprio cervello razionale: era come se il contenuto di quello che stava dicendo vivesse di vita propria. Se qualche giorno prima fosse andato in studio un giornalista per un intervista e gli avesse chiesto di raccontargli gli impegni suoi e del maratoneta per i successivi quattro anni, avrebbe sciorinato una quantità di date e appuntamenti sportivi da far rabbrividire anche il più organizzato dei manager. Ma quel pomeriggio a parlare non era il Fever allenatore tutto d’un pezzo la cui unica missione nella vita era portare all’eccellenza gli atleti che seguiva, bensì il Fever padre di quel figlio che lui e la moglie avevano tanto desiderato ma che una natura ingrata non gli aveva concesso; e quel padre desiderava ardentemente il meglio per Khamisi, che in quel momento non vedeva come un mero strumento per fare soldi e ottenere gloria personale, bensì come un ragazzo che aveva profondamente bisogno di fare le proprie esperienze e costruirsi una vita a tutto tondo.

“Quel giorno al tuo villaggio dieci anni fa ho fatto una promessa a tuo padre che mi aveva appena detto con fare duro che mi sarei dovuto impegnare per meritarmi te: l’impegno che ci ho messo per farti arrivare dove sei arrivato è stato il mio modo di tenere fede a quella promessa. Ora però, se devo essere onesto fino in fondo, devo lasciarti andare, perché preferisco rischiare di perderti sapendoti felice che tenerti legato a me per avido interesse, vedendoti morire dentro lentamente.”

Quelli sono i pensieri che si sta portando dietro intanto che esce dagli spogliatoi della pista di atletica della polisportiva Arcoveggio di Bologna, borsa sulle spalle. Sono 5 settimane che è lontano dalla sua vecchia vita e se ci riflette non gli manca neanche un po’; anche quando pensa a Fever, sebbene avrebbe voglia di vederlo e abbracciarlo, subito dopo però sente dentro una contentezza mai provata prima: si sente libero di decidere, pensare e addirittura essere ciò che vuole, senza programmi predefiniti.

Ha un’unica intenzione in testa questa sera: coprire camminando, sebbene faccia parecchio freddo e sia una sera in cui la nebbia la fa da padrona, i 5 chilometri che lo dividono dall’appartamento che si è preso in affitto nel centro della città. Tutto il resto, i pensieri, i sensi di colpa verso il cugino, cosa succederà domani, ora è in grado di chiuderli in un angolino buio del proprio cervello e lasciare che la vita faccia il proprio corso.

Questa sera non vedrà Claretta, perché lei fra due giorni ha un esame molto importante e ha bisogno di tempo per ripassare. Va bene così; anche lui ha bisogno dei propri spazi e sebbene senta di amarla profondamente percepisce dentro anche la necessità di conoscere nuove persone, fare amicizie nuove, integrarsi; ha bisogno di vivere.

Esce dalla cancellata arrugginita della polisportiva e si dirige di buon passo verso casa e in un attimo di vita sospeso nel tempo prova un senso di felicità, non per qualcosa in particolare ma perché si sente bene a prescindere e questa sensazione, pensa, è fantastica. Si sente libero, ha voglia di annusare la vita a pieni polmoni: più di tutto gli dona felicità il pensiero di non sapere cosa farà e soprattutto, chi sarà domani. Fino al giorno prima non si era mai posto il problema di chi fosse: lui correva e la corsa era la sua vita e non gli era mai passato per l’anticamera del cervello di pensare che esistessero milioni di altri mondi fantastici là fuori pronti ad accoglierlo se solo lo avesse desiderato. Questa sera invece, d’improvviso, sente di essere pronto per segnare in modo marcato e deciso il proprio futuro e di farlo in modo nuovo. Questo solco indelebile si poggia su un’unica e sola certezza: non porsi più alcun problema per il domani. Sa che non sarà facile per il tipo di carattere che ha e soprattutto per l’educazione rigida impostagli dal padre ma quello è ciò che desidera nel profondo ed è ciò per cui si impegnerà mettendoci tutto sé stesso.

Una macchina inchioda in modo violento alle sue spalle: gli sportelli si aprono e d’improvviso, nel tempo che gli ci vuole per voltarsi e capire cosa stia accadendo, un oggetto lo colpisce violentemente al fianco sinistro, seguito da un rumore sordo e in quell’istante un dolore lancinante gli toglie il respiro: a colpirlo è sicuro sia stato un bastone o qualcosa di simile. Cade a terra in modo rovinoso, la borsa vola a un paio di metri dal suo corpo; fa fatica a respirare, tanto è forte il dolore che lo sta invadendo senza ritegno. In testa un migliaio di pensieri che vorticano a velocità folle, ma nessuna idea di chi o cosa possa averlo colpito: pensa a chi nei giorni e settimane passate possa aver pestato i piedi al punto da generare una reazione di quel tipo, ma non gli viene in mente nulla. Sono tutti pensieri che viaggiano alla velocità della luce e in quel frangente vede con la coda dell’occhio un oggetto che non riesce bene a distinguere a causa della concitazione del momento; l’oggetto gli colpisce con una violenza inaudita la faccia tra il naso e l’occhio sinistro aprendogli una ferita di dieci centimetri da cui comincia a sgorgare sangue come fosse una fontana e lasciandolo a terra in stato di semi incoscienza. Sente in modo ovattato e mellifluo, a causa di quello stato di mezzo svenimento in cui si trova, una serie di calci e pugni e bastonate in varie parti del corpo. Percepisce che l’occhio colpito dall’oggetto di prima è gonfio e tumefatto, come fosse una palla da tennis di spugna inzuppata di olio. Il sangue che gli cola dal naso gli entra in bocca invadendogli il palato con quel tipico sapore ferroso. Si gira di lato e vomita, un po’ per la paura, un po’ per i colpi che ha ricevuto all’altezza dello stomaco.

Al suo orecchio arrivano delle voci che sembrano provenire da lontano ma è quasi sicuro che siano lì a due passi da lui:

“Negro di merda! Devi stare a casa tua e non venire a rompere i coglioni nel nostro paese hai capito?” Un altro calcio all’altezza delle costole a sfondargli la parte destra del bacino e poi una serie infinita di altri pugni, e calci e imprecazioni. Khamisi cerca di difendersi invano, di coprirsi il volto, di proteggersi le gambe ma sono in due e hanno pure una mazza da baseball per ciascuno e quei tentativi sono oltremodo vani.

“Te la faccio vedere io la maratona, brutto bastardo schifoso: io ti ammazzo. Devi scopare quelli della tua razza hai capito brutto bastardo!”

“Basta dai, ora andiamo che potrebbero vederci!” Incita sottovoce la seconda persona; “così lo ammazzi; ora gli abbiamo dato la lezione che si merita!”

Khamisi è riverso a terra in un bagno di sangue, i rumori dal mondo circostante gli arrivano ovattati: i suoi sensi percepiscono gli eventi che colpiscono il suo corpo in modo quasi distaccato: non ha nemmeno più la forza di muoversi né di lamentarsi.

Prima di risalire in macchina uno dei due gli sferra con la mazza da baseball un ultimo micidiale colpo sul tendine d’Achille che sotto la forza di quel fendente si frantuma come fosse di cristallo e subito dopo i due risalgono in macchina e sgommando se ne vanno. In quegli ultimi secondi di coscienza e semi lucidità sente ancora la voce calda di Fever a accompagnarlo in quel suo lungo viaggio: ‘se oggi finisse tutto, sarei comunque l’uomo più felice della terra perché so in cuor mio di aver dato e ricevuto da te tutto quello che potevamo concederci l’un l’altro e questo è tutto ciò che conta per me….’ e poi il nulla più totale si impossessa di lui.

Se vuoi leggere i primi 3 episodi, di seguito trovi i link:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

 

Pubblicato da

giacomomanini

Sono uno scrittore indipendente che scrive perché ama farlo: la scrittura, come la pittura, sono le mie due grandi passioni da quando sono adolescente, sebbene non mi sia mai cimentato, pubblicando nulla fino a “ieri”. Poi una notte, svegliatomi di soprassalto, mi sono sentito chiamare sottovoce dalla musa dell’ispirazione e da quel momento, in meno di due mesi ho scritto tre romanzi, uno edito e gli altri due che verranno pubblicati nei prossimi mesi. Scrivo perché amo farlo e da oggi in poi chi avrà voglia, potrà seguirmi leggendo i miei romanzi che parlano di emozioni e sentimenti, di quegli alti e bassi della vita con cui tutti noi dobbiamo fare i conti quotidianamente. Le paure, le gioie, le frustrazioni, sono ciò che danno vita al mio mondo interiore, lo stesso mondo interiore che io, con grande umiltà, desidero condividere con chi vorrà seguirmi avventurandosi con me tra gli abissi e le cime dei paesaggi interiori che mi diverto a creare nelle pagine dei miei libri.

2 commenti su “Stai a casa tua – Parte 4”

  1. un episosdio colmo di pathos! l’amore la scelta nuova di vita e la violenza diun rzzismo mai sopito anche nelle nostra terra. Che dirti mi è piaciuto tantissimo, hai affrinatto temi molto importanti e racchiuderli in un racconto abbastanza breve non è facile! Bravo davvero ancora!

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