Una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario

La vita è una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario…

…un volo rasoterra tra il sogno e l’eterno…

…il bello è spingersi oltre il limite con l’immaginazione, con l’unico fine di prendere qualche spunto da incastrare in pezzi di vita bastarda quaggiù…

Come gli alberi…radici ben piantate nella terra e foglie e rami proiettati verso la luce, verso il cielo più profondo…

…ecco perché quando non si è più in grado di volare insieme…meglio lasciare la presa che ostinarsi…

….perché c’è qualcosa di più doloroso che perdersi..

…ed è rischiare di diventare l’angolo di buio della vita di qualcun altro…

Siate la luce per chi vi sta accanto e lasciatelo andare quando capite che quella luce si sta spegnendo….lo vedrete risollevarsi da terra dispiegando le ali come farfalla verso i colori dell’arcobaleno…

Parte 5 L’incontro

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Il boeing 757 della Air One aveva iniziato le procedure di discesa verso l’aeroporto  Gando a Gran Canaria. Gianni non aveva tenuto la bocca chiusa nemmeno per un minuto dei 240 circa della durata del volo.

“Gianni stiamo atterrando, te ne stai zitto almeno per questi cinque minuti che mancano a toccare terra?”

“Pietro sai che ho una paura fottuta di volare e devo scaricare la tensione in qualche modo.”

Le mani di Gianni erano inchiodate ai braccioli dei seggiolini, rigido sulla schiena.

“Tu non stai scaricando tensione Gianni, stai scaricando le nostre batterie!” Lo aveva rimproverato la sorella Paola con occhio bovino.

“Tu mi ami comunque è vero Bi-bi? Anche se ho paura di volare e su un aereo divento insopportabile?” Gianni aveva girato impercettibilmente la testa verso Anna mentre le poneva quella domanda che all’epoca entrambi davano per retorica.

“Io ti amo e ti amerei anche se dovessimo vivere su un aereo per il resto dei nostri giorni amore!”

Erano all’inizio della loro storia d’amore: stavano insieme da un paio di anni e vivevano di armonie comuni e frasi raccolte da storie di altri, lette sui libri o sentite nei film, che riadattavano alla meglio: ogni cosa diventava il pretesto giusto per rimarcare a sé stessi e al mondo quanto fosse stupendo e meraviglioso il loro amore.

“Mamma mia, mi sta venendo il vomito a sentire queste smancerie!” Si era inserita Paola in quella conversazione tra fidanzatini, facendo finta di mettersi due dita in gola come per vomitare.

“Sei solo invidiosa Paola del nostro meraviglioso amore.” Aveva ribattuto Anna calcando apposta sull’enfasi di quella frase sperando che l’amica stesse al gioco: le piaceva stuzzicarla con infantili giochetti verbali.

“Sicuramente Anna, la mia è tutta invidia: io non ho mai desiderato altro che un rapporto mieloso al punto da farmi venire il diabete!”

La vita privata di Paola era sempre stata un mistero per i tre amici: non si era mai pronunciata in merito alla sua vita sentimentale. Era sempre stata molto schiva anche quando le sue amiche e compagne di classe si raccontavano l’un l’altra le loro più o meno importanti storielle d’amore e mascherava divinamente questa ritrosia con una proverbiale capacità di stare sempre e comunque sopra le righe in ogni cosa. Sembrava quasi non avesse alcun desiderio di scoprire l’altro sesso, nessuna curiosità di confrontarsi, anche solo per il gusto di capire. Quando qualcuno dei 3 amici la prendeva in giro in merito alle questioni di cuore, lei era molto abile a incassare con nonchalance e a deviare facendo ripartire il discorso su altri binari.

“Ti farebbe un gran bene Paola, credi a me!” Aveva replicato Gianni sempre più rigido sulle spalle e con lo sguardo attento a percepire ogni tipo di rumore più o meno sinistro del velivolo.

“Va bene dottore, ci penserò!” Aveva chiuso in modo scherzoso Paola.

“Avete finito di scassare le palle voi tre? Sono 4 ore che non state zitti un secondo!”

Era arrivata la replica secca di Pietro che aveva sancito la fine di quella gioviale conversazione.

Dopo un trasferimento in macchina durato circa un’ora, erano giunti al villaggio turistico dove avevano deciso di trascorrere una settimana: era l’estate del 1990.

“Io voglio subito correre in spiaggia per sentire com’è l’acqua.” Gianni era ansioso di decretare ufficialmente l’inizio di quella vacanza e voleva farlo nel migliore dei modi, facendo un tuffo poderoso nelle acque fredde dell’oceano Atlantico.

“Io ti seguo a ruota Gianni!” Aveva replicato l’amico Pietro e entrambi in meno di dieci minuti erano già usciti, pantaloncini da mare indosso e telo sotto il braccio, lasciando le due ragazze sole nella quadrupla affacciata sulle dune di Maspalomas a disfare i bagagli.

“Ci pensi mai Anna come sarebbe stata la vita di tutti noi se non ci fossimo incontrati tanti anni fa nel villaggio turistico in Sardegna con le nostre rispettive famiglie?”

“Sarebbe stata una vita Paola, come tante, come le nostre quattro proprio qui e ora in questo frangente; in fondo ognuno di noi ama pensare che le proprie esperienze siano qualcosa di unico e speciale rispetto a quelle degli altri, ma credo che su questa terra ci siano milioni di mondi diversi che sono lì pronti per essere adottati da qualcuno e tutti sono ugualmente eccezionali se osservati dal punto di vista dei protagonisti di quelle storie.”

“Che risposta del cazzo Anna! Mi sembri un filosofo, di quelli che parlano mezz’ora senza esprimere nulla. La mia non era una domanda buttata lì a caso: ora che vi conosco e so come siamo insieme, non potrei pensare a nessun altro tipo di vita; tutto qua, voleva suonare come un complimento alla nostra amicizia posto sotto forma di domanda retorica!”

“E nemmeno la mia Paola voleva essere una risposta buttata lì a caso: ero molto seria in quello che stavo esprimendo poco fa. Volevo solo dire che se non ci fossimo conosciuti, non saremmo stati nemmeno assillati dal dubbio che hai espresso tu poc’anzi e la vita che adesso staremmo vivendo ci sembrerebbe comunque la nostra migliore vita.”

Anna era intenta a spalmarsi la crema solare, in topless davanti allo specchio del bagno, quando aveva percepito la presenza di Paola dietro di lei: non le dava alcun problema farsi vedere nuda dall’amica che considerava quasi una sorella, visto quanto erano state a contatto fin da bambine e trovava normale che entrambe entrassero e uscissero dal bagno quando una delle due era dentro.

Ma queste considerazioni alquanto neutre in merito alla condivisione di uno spazio molto intimo quale una toilette, erano di colpo crollate quando le mani dell’amica si erano adagiate morbidamente sulle sue spalle e avevano cominciato a massaggiarle con fare gentile. Percepiva nel profondo che in quel massaggio c’era molto di più di una coccola amichevole: altre volte era successo che Paola le prendesse le mani e gliele accarezzasse, oppure la abbracciasse stringendola forte a sé e trasferendole tutto il bene che le voleva, ma Anna in quei gesti non aveva mai percepito niente di più che un meraviglioso atto d’amore tra amiche.

Ma in quel frangente l’amica stava mettendo nei suoi gesti una carica di erotismo che provocava a Anna delle sensazioni contrastanti. Di certo c’era una cosa: a lei non dispiaceva affatto quello che Paola le stava praticando sulla schiena, al punto che percepiva una serie di brividi ravvicinati e continui che dai reni si propagavano come piccole vibranti contrazioni fino agli inguini.

Più le mani di Paola si muovevano sulla schiena di Anna disegnando ampi cerchi con grande maestria, più Anna si lasciava andare perdendo totalmente il controllo di sé.

Paola sapeva molto bene, in quanto donna, dove mettere le mani per far provare piacere all’amica; bastava solo mettersi in contatto con la parte più emozionale di sé stessa e fare ad Anna quello che avrebbe voluto che Anna facesse col suo corpo.

Anna d’altro canto, stava scoprendo un piacere del tutto nuovo, dettato da regole completamente femminili e questo in parte la sconvolgeva: l’amica in quel massaggio si concentrava sui centri di piacere periferici del  suo corpo, prendendosi cura, con le sue mani, di zone che Anna non avrebbe mai pensato potessero essere minimamente erogene, ma che le provocavano delle emozioni molto intense.

Non aveva mai provato nulla di simile nelle esperienze avute in precedenza con gli esponenti del sesso maschile, Gianni compreso. Tutti i suoi partner in passato erano sempre stati così concentrati su sé stessi e sull’unico obiettivo che vedevano innanzi, la penetrazione, da dimenticare che davanti si ritrovavano un essere che comunicava in modo globale con anima, corpo e cuore e non solo con ciò che aveva in mezzo alle gambe.

In quel vortice di pensieri, emozioni e piaceri, Anna si era voltata dolcemente e aveva appoggiato le sue labbra su quelle di Paola: ora sentiva le mani dell’amica che le massaggiavano dolcemente i capezzoli che si stavano inturgidendo ad ogni impercettibile sfioro dei  polpastrelli dell’amica.

“Perché Paola tutto questo?”

“Anna lasciati andare completamente al piacere del momento, evitando che il cervello vada alla ricerca costante di un perché.”

“Mi stai dicendo che quello che stiamo facendo adesso non ha un senso Paola?” La sua voce si stava abbassando di tono man mano che la sensazione di piacere le si insinuava tra le cosce; aveva buttato la testa all’indietro intanto che Paola le baciava il collo.

“Ne ha eccome di senso Anna.” La voce di Paola era sospirata, segno che ciò che stava facendo sul corpo dell’amica stava provocando una sensazione di intenso piacere anche a lei.

“Probabilmente però non il senso che il tuo cervello razionale vorrebbe appioppargli, tutto qua!”

“Si hai ragione; mi sto facendo troppe paranoie. L’unica cosa che so ora è che quello che stiamo facendo mi piace un casino!”

“Fatti guardare!”

Le aveva detto Paola con fare gentile e occhi vibranti. Le aveva lentamente sfilato le mutandine, facendosi guidare dall’istinto di donna, con movimenti calmi e ampi e si era leggermente scostata da lei per ammirare quella bellezza ancora acerba.

“Il tuo corpo è così docile al tocco, che mi viene male al cuore a pensare che venga anche solo sfiorato da rudi mani maschili.”

Anna aveva leggermente unito le ginocchia una contro l’altra e aveva d’istinto portato le mani verso il pube: si sentiva un pò in imbarazzo, non tanto per quello che stava succedendo tra di loro, bensì per il fatto che nessuno mai le aveva chiesto di farsi ammirare nuda come fosse un bel quadro appeso al muro. Anna per la prima volta si stava conoscendo veramente, stava assumendo consapevolezza della sua vera natura ed era come se si fosse aperto un varco tra due mondi dentro cui lei aveva guardato scorgendo sprazzi di infinito. Questa era la sensazione provata dopo che era riuscita a rilassarsi al punto da lasciarsi andare completamente tra le braccia dell’amica: una sensazione di saltare dentro uno spazio infinito che l’aveva fatta scoppiare in un orgasmo multiplo quasi catapultandola in un’altra dimensione, tanto era stato intenso e inaspettato.

Si erano amate per un’ora, quel pomeriggio di 25 anni prima, amate come nessuna delle due avrebbe mai pensato potesse accadere fra due donne. A parte le domande iniziali di Anna, poi non si erano dette più nulla in quell’ora di piacere: si erano talmente entrate dentro le rispettive anime che ogni tentativo di spiegare e dare un senso con le parole, sarebbe stato limitativo e fuorviante.

E poi, come era iniziata, quella cosa a cui nessuna delle due aveva voluto dare un nome, era finita e tutto era ripartito come se nulla fosse successo, come se quell’incontro fosse stato un momento meraviglioso dell’esistenza di entrambe sospeso completamente nel tempo.

Anna è seduta ad un tavolino di un bar di Piazza San Babila e sta aspettando che Paola da un momento all’altro entri dalla porta di ingresso. Il pensiero di quanto successo quel pomeriggio di 25 anni prima le accarezza dolcemente le interiora: le era capitato altre volte in passato di ripensare alla dolcezza di quegli istanti vissuti con l’amica, ma mai con l’intensità con cui i ricordi stanno ritornandole alla mente proprio lì dentro a quel bar; tutto colpa, o merito, dipende dai punti di vista pensa, di quell’incontro avuto con Paola qualche sera prima. Sente i battiti del cuore accelerare come se l’amica fosse ancora alle sue spalle a accarezzare le zone erogene della sua schiena, con gesti intensi e calibrati.

È molto confusa a causa della velocità con cui tutto si è sviluppato dopo l’incontro casuale avuto con Paola alla festa in casa sua. Si sente schiacciata tra due vite, quella passata e quella presente e di nessuna delle due sa al momento cosa farsene per costruirsi un futuro. Prima di prendere il coraggio di telefonare all’amica, ci ha dovuto pensare per un po’: sono stati giorni durante i quali è stata molto combattuta, ma poi ha prevalso il desiderio di dare risposta ad una serie di domande a cui lei negli ultimi 20 anni non ha dato seguito facendo finta che andasse bene così.

Il suo presente oramai è compromesso: non ha alcun rimpianto in merito a quanto successo qualche giorno prima in azienda col padre, anzi se tornasse indietro, avrebbe dato sfogo a quell’atto di ribellione molto prima nel tempo. Se ci riflette bene, anche se suo padre le chiedesse in ginocchio di tornare lei rifiuterebbe: non per orgoglio, anzi, quel sentimento è l’ultimo ad appartenerle, bensì perché quella sua crisi non è certo nata per un capriccio, ma sono anni che cova sotto la cenere e l’incontro con Paola è solo stato un innesco, per quante emozioni quell’innesco abbia generato.

Anna ha in questo momento solo una certezza: non vuole più ritornare al tipo di vita che conduceva fino a qualche giorno prima e non certo per una questione morale o perché si vergogni. Semplicemente quella vita non le trasferisce più quelle emozioni che le dava un tempo. Ora sente il bisogno di andare molto più a fondo  negli eventi della sua vita, lasciando che i moti insurrezionali che accadono in superficie facciano il loro corso senza interferire con essi; ha bisogno di cercare i propri valori fondamentali per cominciare a vivere in funzione di essi, lasciando al contempo che la vita faccia il suo corso senza più intercedere costantemente per cercare di controllarla.

Da qualche sera le tornano spesso alla mente i battibecchi avuti con Gianni due decenni prima: Gianni era sempre stato il re dell’incertezza e oggi che ci pensa, a distanza di tempo, sta cominciando a comprendere che quella che lei viveva come una forma estrema di debolezza dell’amico e allora fidanzato, in realtà esprimeva una grande forza interiore, la forza di lasciarsi guidare tipica di chi sa che comunque vadano le cose ha un porto sicuro in cui approdare per metter in salvo la sua imbarcazione e quel porto sicuro sono i propri principi fondamentali.

Vede entrare l’amica dalla porta d’ingresso del bar: le mani le cominciano a sudare all’istante. Avrebbe bisogno di una boccata di aria fresca o di un secchio di acqua gelida giù per la schiena. Le fa un timido cenno con la mano, quasi avesse ancora in serbo una impercettibile vena di incertezza in merito a quell’incontro.

“Ciao ragazzaccia!” Le fa Paola con un accenno di sorriso.

Anna la trova bella e interessante con quei suoi capelli rossi e ricci e quell’accenno di lentiggini a colorarle la parte superiore del naso: le viene da pensare che non aveva mai fatto caso con una tale lucidità ai particolari dell’amica. Quel pensiero spontaneo in merito alle fattezze di Paola, dalle tonalità erotico/sentimentali, le fa abbassare timidamente lo sguardo: le fa strano pensare a un complimento rivolto ad una ragazza, oltretutto una persona che è stata parte fondamentale della sua esistenza per i 18 anni della sua vita passata.

“Eh lo so, sono stata una ragazzaccia negli ultimi due decenni, ma sai com’è avevo bisogno di capire…”

Anna lascia apposta quella frase in sospeso: ha bisogno di mettere tra lei e l’amica un buon dialogo che stemperi la sensazione di freddo data dalla distanza che si è insinuata tra loro due in tutti quegli anni; per quanto affiatamento ci sia stato tra di loro in passato, sembrano comunque due pugili al primo round di quindici; si studiano per comprendere se i vecchi schemi relazionali possono ancora tenere e funzionare.

“Lo so Anna, l’ho sempre capito fin da quando eravamo adolescenti che su questo aspetto tu ed io eravamo completamente all’opposto.” Anche Paola sta giocando con la vaghezza delle parole per lasciare il tempo all’amica di riordinare la confusione di pensieri che percepisce guardandola fissa dentro quegli occhi verdi e sgranati.

“Spiegati meglio Paola;”

“Io in virtù dell’educazione datami dai miei genitori, ho sempre lasciato i miei sentimenti fare capolino alla porta della mia coscienza, dandogli la possibilità di esprimersi senza bisogno di reprimerli. Tu invece hai ricacciato quello che sei e provi nei meandri del tuo subconscio, lasciandoti prendere da comportamenti estremi e autolesionisti pur di evitare di arrenderti all’evidenza.”

“E qual è l’evidenza Paola? Che sono lesbica e non l’ho mai ammesso a me stessa?”

Anna ha lo sguardo smarrito: tutto ciò che le ha appena detto l’amica lo percepisce vero sul piano teorico ma non le è ancora entrata dentro l’idea che a lei piacciano le donne. Vede la mano di Paola avvicinarsi al suo viso: i polpastrelli della mano destra le accarezzano lievemente una tempia. Sebbene Anna ricordi nei dettagli il pomeriggio di tanti anni prima alle Canarie, riprovare le emozioni che nascono dall’essere toccata a quel modo le crea un sussulto che la fa impercettibilmente tremare e in quel fremito leggero percepisce che la risposta ai suoi dubbi è nel non cercare risposta alcuna, lasciando semplicemente che sia come deve essere.

Sente un gran desiderio di accarezzare a sua volta il volto di Paola: è una carezza quasi rubata a quella parte di sé che per anni ha fatto da sentinella a quella sua essenza, vigilando che essa non fuoriuscisse.

“Sono felice Anna tu mi abbia accarezzato a quel modo, qui in mezzo a tanta gente!”

“Era solo una carezza Paola niente più.”

“Si ma se rifletti, è la prima volta che decidi di fare qualcosa in modo spontaneo senza pensare alle conseguenze e questo per me è meraviglioso!”

“Lo è anche per me Paola! È come se un peso che avevo da una vita sulla coscienza, di colpo si fosse sciolto al sole di un consapevole atto di coraggio! È incredibile Paola quanto noi esseri umani siamo spesso a tanto così dalla felicità e per mancanza di forza interiore ci rinunciamo!”

Anna vede l’amica sorridere, di quei sorrisi che provocano felicità all’anima.

“Sapevo fin dall’inizio che con te la battaglia sarebbe stata molto lunga e dura da combattere e che le probabilità di vittoria erano  molto risicate: hai sempre avuto bisogno di trovare un perché per ogni evento che incespicava nella tua vita, con cui poter giustificare ai tuoi stessi occhi la reazione che avresti avuto all’evento stesso. Quanto successo tra noi venticinque anni fa quel pomeriggio in hotel era talmente fuori dai tuoi schemi mentali che hai deciso di porci una pietra sopra andando avanti facendo finta di niente, sebbene dalle tue reazioni quel giorno sono sicura ti sia rimasto dentro qualcosa.”

“E per te Paola cos’ha rappresentato quel pomeriggio?”

“Solo una cosa: mi ha confermato quanto ti amavo!”

Adorava quella sicurezza di Paola; le invidiava quella capacità che aveva di non girare intorno alle parole, di andare dritta al punto. Lei che non era mai stata in grado di essere così diretta con le persone, aveva sopperito a quella mancanza con grandi sfoggi di arroganza e aggressività.

Anna sistema entrambi i gomiti sul piano del tavolino, mento appoggiato sul palmo della mano destra: guarda l’amica con fare dispiaciuto.

“Che succede Anna?”

“Pensavo solo a quanto sarà stata dura vedere me e Gianni insieme in tutti quegli anni. Perché non mi hai mai detto nulla Paola?”

“Perché dopo che ci eravamo amate quel pomeriggio, avevo capito che se ti avessi chiesto di uscire allo scoperto, ti avrei persa per sempre e soprattutto quello sarebbe stato l’evento che avrebbe per sempre diviso i quattro cavalieri della tavola rotonda.”

“Alla fine Paola ci siamo divisi comunque noi quattro, per altri motivi ma lo abbiamo fatto!”

Sulle due amiche cala un silenzio legato ai ricordi e per alcuni minuti ognuna guarda nel vuoto assorta nei propri pensieri.

“Eravamo proprio un portento insieme Anna!”

“Si lo eravamo..” una vena di tristezza colora la voce di Anna rendendola quasi un soffio: un nodo le si aggroviglia alla gola e le crea problemi al respiro; sta piangendo. Paola le asciuga le lacrime con l’indice della mano destra e le sfiora impercettibilmente le labbra con le sue.

“Come sta Gianni?”

Quella domanda secca, gettata sul tavolo in un momento inaspettato della conversazione, raggela Paola che abbassa impercettibilmente lo sguardo per sfuggire per un attimo alla realtà dei fatti.

“Sarebbe già tanto sapere che sta da qualche parte Anna?

“Cosa intendi Paola? Non dirmi che gli è successo qualcosa, ti prego non dirmelo,  non lo sopporterei!” Anna stringe la mano di Paola; è chiaramente agitata, quasi intimorita all’idea che a Gianni sia capitato qualcosa o addirittura che non ci sia più.

“Qualche anno dopo che avevamo litigato, un giorno è partito per il Sudamerica e da quel momento non abbiamo più avuto notizie di lui. L’ho cercato in lungo e in largo per le terre e per i mari di mezzo mondo ma niente da fare.”

“Hai provato a Maspalomas? Ti ricordi che all’epoca diceva che avrebbe voluto aprirsi un ristorante alle Canarie?”

“Si, ci sono tornata un paio di volte ma nulla! Poi, dopo qualche anno i miei genitori ed io abbiamo smesso di cercare. Oramai sono quindici anni che non ho più notizie di lui.”

Il volto di Anna, da cupo e preoccupato che era, si trasforma all’istante in speranzoso.

“Paola dobbiamo pagare, svelta usciamo di qua!”

“Ma che ti succede Anna? Dove dobbiamo andare?” “Ti spiego quando saliamo in taxi, forse so dove si trova Gianni?”

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

Una imperitura erezione dell’anima!

Ho sentito le tue mani…leggere sulle mie… le ho sentite nelle viscere…là, dove le mie più perverse follie si infiammano…

…eravamo ubriachi…ubriachi di vita!

Che sbronza ci siamo presi…ricordi?…pensavamo entrambi di vivere in eterno…

…da quelle parti…sull’orizzonte sfumato delle nostre incoscienti coscienze scosciate…certe emozioni le chiamano amore…

…una imperitura erezione dell’anima, che dopo una notte di sesso cosmico sotto un cielo stellato, si è accasciata ebbra e sfinita accanto a un Sole imberbe…

…ed è così che è nato un nuovo giorno….

È che poi viene sera…

…È che poi viene sera…

…e a metà strada tra Orione e le Pleiadi…

…la stanchezza racchiusa nel non-sense di un giorno che ha dato sfoggio di tutta la sua tracotante idiozia…

…si trasforma in polvere di stelle…

…e alla fine di una Via Lattea che ha smesso da un po’ di cercare un senso nelle cose …ci sei tu…

…ed io posso finalmente scemare nell’oblio della mia tranquillizzante follia immatura…

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Accende l’abat-jour e si stropiccia gli occhi: deve calmarsi, il senso di colpa lo sta attanagliando pesantemente, come ricorda gli era successo anche quattro anni prima a Monaco e pure il novembre prima a New York. Guarda la sua immagine riflessa dentro lo specchio posto sulla parete di fronte: per un momento, ancora preso dal sonno di qualche minuto prima, gli sembra di vedere l’immagine del cugino riflessa e non la sua.
Appesa a un angolo di quella specchiera la medaglia d’oro vinta due pomeriggi prima a ricordargli, con ancora in testa le emozioni provate durante il sogno, che sarebbe più giusto ci fosse il cugino al posto suo lì nella stessa stanza dove si trova ora, se solo lui 15 anni prima non si fosse fatto prendere da uno scatto d’ira improvviso.
Si alza, non riesce a smettere di pensare a quello che è successo quel giorno sulla scogliera a picco sul mare: quello era stato un litigio stupido, per un motivo ancora più stupido. È vero, il cugino andava forte nella corsa, e più crescevano più aveva quasi sempre la meglio in quelle loro corse folli a sfidarsi a chi arrivava primo sulla sabbia delle spiagge di Watamu. La mano destra si stringe a pugno a quel pensiero, segno che ancora lo infastidisce pensare che tra i due il più veloce fosse Babatunde; lo stesso fastidio, moltiplicato centinaia di volte, lo aveva provato quel pomeriggio quando aveva spinto il cugino facendogli sbattere la testa e provocandone la morte per annegamento.
Pensa di meritarsi comunque di essere lì; merita le due medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi; merita gli onori che ha ricevuto nella sua seconda patria, gli Stati Uniti. Non ha vinto quello che ha vinto grazie ai favoritismi di qualcuno pensa, ma ha sudato e sputato sangue per aggiudicarsi quei due ori e altre medaglie in altrettante competizioni in giro per il mondo con il doppio passaporto statunitense e keniano.
Se ripensa solo agli allenamenti a cui lo sottopone Oscar Fever, solo quelli sono la giusta espiazione per la colpa che si sente pesare sulle spalle come avesse attaccato alla schiena un orango che penzola e si dimena. Per non parlare poi delle difficoltà e del dispiacere di lasciare la sua terra, la sua gente, suo padre in particolare.
“jaribu kustahili kwa sababu si kipande cha dhahabu ambacho kinajenga jiwe lisilofaa, lakini ni sehemu yangu na dunia hii!”, che in swahili suona pressappoco come: “cerca di meritartelo, perché non è un pezzo d’oro con cui costruire un inutile gioiello, ma è una parte di me e di questa terra.”
Questo aveva detto il padre di Khamisi tramite il traduttore a Oscar Fever guardandolo fisso negli occhi, il giorno in cui quest’ultimo era andato al villaggio per portarlo via per sempre al padre e alla sua gente, dopo settimane di tira e molla con il genitore che non voleva sentire ragioni di lasciare nelle mani di uno sconosciuto bianco l’unico figlio maschio.
Se ci riflette, per lui Oscar è stato negli ultimi dieci anni come e più di un padre, oltreché essere un rigido ma sincero e onesto allenatore e mentore. Khamisi si è trovato bene fin da subito con quell’uomo che, pur essendo anni luce lontano dalla cultura del padre, ha comunque lo stesso modo di condurre la propria esistenza: anch’egli vive tra un aneddoto e l’altro che adatta agli eventi della sua vita e di quella dei suoi cari, Khamisi compreso.
Si alza e si avvicina talmente tanto alla specchiera da lasciare il segno dell’alito sul vetro: è come se volesse scrutarsi in fondo all’anima attraverso gli occhi per trovare il modo di sentirsi finalmente in pace con se stesso.
Gli unici momenti in cui riesce a estraniarsi da tutto e liberare completamente la mente da quel senso di colpa che lo attanaglia, è quando corre: lì, concentrato com’è a tendere la falcata al massimo per spingere in modo poderoso e efficace sulle caviglie, i suoi pensieri negativi si dissolvono e rimane solo la sensazione positiva di avere al suo fianco Babatunde, con la stessa spensieratezza che avevano un tempo e percepisce che quella presenza del cugino lo sprona a fare sempre meglio: in gara sembra un bracco che rincorre una lepre immaginaria.
Alla fine, pensa, si può trovare un senso a tutta questa triste storia: ed è che la vita da due che erano ne ha voluto lasciare solo uno e ha trasferito a quello dei due che è rimasto, un talento che è più della somma dei singoli talenti che contraddistinguevano entrambi e le vittorie che lui riporta da anni, in realtà sono le vittorie di tutti due, di lui e di Babatunde. In entrambi i casi, a Monaco e quest’anno a Montreal, durante le conferenze stampa post gara, ha dedicato le due medaglie d’oro al cugino, com’era giusto che fosse.
Tutto questo ragionamento lo fa sentire un po’ meno frastornato e agitato di prima.
Sono le 6 di mattina: il volo di rientro per Columbus è fissato per le 16 di quel giorno e Khamisi ha bisogno di prendere una boccata d’aria. Si infila tuta e scarpe da ginnastica e esce da quella stanza che lo soffoca.

Si incammina di passo spedito giù per il lungo viale che fa da spina dorsale al dedalo di strade di cui è composto il villaggio olimpico. Quella camminata veloce lo aiuta a sciogliere le tensioni di una notte non proprio facile da gestire, piena di incubi e insidie mentali. Eppure, pensa, se riesce a tenere a bada una parte dei suoi pensieri negativi, la sua vita al momento sta andando alla grande.
La sera prima ha partecipato alla festa organizzata in onore di tutti gli atleti a chiusura dei giochi olimpici e lui è stato portato in trionfo dai suoi compagni e dal suo allenatore come fosse una star del cinema. Non avrebbe mai pensato che da quel piccolo villaggio sperduto in Kenya, un giorno sarebbe arrivato lì; e questo fatto, sebbene lui non lo voglia riconoscere a sé stesso, lo inorgoglisce. Sarebbe felice se suo padre potesse vedere cosa è stato in grado di realizzare, anche se non è molto convinto che capirebbe; sente oramai di non appartenere più a quel tipo di vita e di cultura da cui proviene e che gli ha dato i natali. Non l’ha rinnegata, ci mancherebbe: tuttavia sente dentro di essere venuto a questo mondo per contornarsi di altro.
“Tu sei il ragazzo che ha vinto la medaglia d’oro alla maratona, giusto?” Si ferma di colpo: non sa per quale motivo gli ritorni alla mente la conversazione avuta la sera prima alla festa di chiusura con quella ragazza italiana.

“Sì sono io, mi chiamo Khamisi!” Stranamente aveva risposto senza esitare, lui che di solito con gli estranei, soprattutto di sesso femminile, era sempre così schivo e riservato; ma quella ragazza italiana lo aveva messo a proprio agio con una avvolgente morbidezza di toni verbali.
“Io sono Claretta: piacere di conoscerti!” Si era introdotta senza pass nella zona riservata agli atleti che avevano vinto le medaglie, adducendo una scusa banale con gli uomini della sicurezza.
“E tu per cosa hai vinto la medaglia?” Khamisi aveva dato per scontato che trovandosi lì dovesse per forza essere un’atleta.
“No, no, io sono solo un’accompagnatrice qui; sono con mio fratello che gareggia con la maglia italiana, ma non ha vinto alcuna medaglia.”
Era rimasto a fissarla per alcuni secondi: non sapeva cosa dirle, ma soprattutto gli piaceva, tanto.
“Ti ho visto gareggiare ieri pomeriggio: ero sul percorso di gara, al 35° chilometro e mi sei passato davanti come un fulmine! Come fai a correre per 35 chilometri e ancora ad avere in corpo tutta quella energia?” Era una domanda che nessuno gli aveva mai posto, almeno non con quella schiettezza.

“Non lo so; corro d’istinto, da quando sono piccolo e francamente non ti so dire cosa o chi mi dia la forza per avere ancora così tante energie in corpo dopo tanti chilometri.”


“Come mai ti sei spinta in questa zona della festa?” Sentiva dentro il desiderio di conoscerla meglio e nonostante la timidezza non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione e qualunque domanda, anche la più stupida e banale, gli sembrava una buona domanda; tutto pur di tenere alto l’interesse della conversazione.

“Così, perché quando mi si dice che non posso fare una cosa, d’istinto mi si scatena dentro il desiderio di evadere quella regola: volevo entrare in questa zona riservata per annusare l’aria dei campioni!” Aveva sorriso leggermente intanto che buttava lì quella frase quasi per caso.

In lui cresceva il desiderio di conoscerla e di approfondire quei discorsi che sembravano portati avanti tra due amici di vecchia data e non da due persone che si erano conosciute da poco.
“Dopo questa sera che fai?”

“Non ho impegni; l’università è chiusa per ferie e quindi ancora per un mese abbondante sono libera cittadina del mondo.”
“Io vorrei prendermi qualche giorno di riposo: se ci penso sono esattamente dieci anni che quando non mi alleno studio e quando non faccio ne l’una né l’altra cosa dormo e credimi che io sono uno che dorme poco!”
“Mi sembra di capire che grandi distrazioni negli ultimi tempi non ne hai avute tu!” Claretta a quella frase aveva accennato un leggero sorriso e l’anima di Khamisi si era praticamente liquefatta.
Ma era troppo per il suo modo di essere, chiederle di seguirlo a Columbus in Ohio per poi proseguire a girare gli Stati Uniti insieme senza meta. Eppure ne avrebbe avuto una voglia tremenda.

Ancora adesso, fermo immobile in piedi su quel viale deserto del villaggio olimpico di Montreal alle 6 di mattina, pensa che se ce l’avesse davanti, ora sì che avrebbe il coraggio di chiederle di fargli compagnia per una vacanza all’insegna della spensieratezza. La sera prima era stato tutto un vero disastro: quando lei aveva capito che lui non aveva grande interesse a proseguire e approfondire l’argomento, di colpo si era raffreddata e guardando l’orologio con fare distratto si era dileguata in mezzo alla gente.

Non si è reso conto di essere ancora fermo nello stesso punto di prima, in piedi, immobile; sente che è giunta l’ora di rientrare e si incammina ripercorrendo a ritroso la strada da cui è venuto. Sente una vena di tristezza che gli vela i sensi: il suo mondo è la corsa e per quanto si stia integrando bene in Ohio, comunque la sua vita continua a ruotare sempre e solo attorno ad essa.

Assorto com’è nei suoi pensieri, non si rende conto di essere quasi giunto al blocco C del suo dormitorio: ha lo sguardo rivolto verso terra e per un brevissimo istante solleva gli occhi e davanti la porta d’entrata c’è lei, Claretta.
“Che ci fai tu qui?” È stupito, quasi sconvolto di trovarsela lì e si rende conto che quella domanda gli è uscita di bocca con il peggiore dei toni; sembra quasi scocciato.
“Anche io sono contenta di rivederti Khamisi!” Lo canzona lei; un impercettibile sorriso le illumina il viso.
Sentire pronunciare il suo nome dalle labbra di lei, con quel tono gentile e morbido, lo fa rabbrividire e lo lascia lì fermo immobile quasi fosse stato fulminato.
“Mi hai stupito Claretta con questo tuo gesto; scusa non volevo risultare scortese.”
“Ti va se ricominciamo da dove abbiamo lasciato ieri sera?” Quella domanda suona alle orecchie di lui come una melodia: è contento che sia stata lei a cogliere l’occasione, altrimenti pensa che sarebbe finita sicuramente come la sera precedente.
“Sì, molto: anche perché ci sono tante cose che non ci siamo detti!” Ora sì che si è piaciuto; questa è una risposta degna di un ragazzo che si trova davanti una ragazza che lo intriga, e pure tanto.
Si siedono su una panchina antistante il dormitorio.
“Mi piace questa tua timidezza Khamisi!”
“Io non la amo un granché…”

Sente di potersi fidare di lei e di aprirsi liberamente; vedere negli occhi di lei le reazioni a ciò che dice quando parla di sé, gli restituisce un’immagine della sua persona totalmente diversa da come lui si percepisce di solito.
“Devi preservare questa tua natura invece, perché è rara e lo diventerà sempre di più. Mi sembri un ragazzo proveniente da un’altra epoca e questo lo trovo di una forza dirompente.”
“Lo è se vivi su un’isola deserta e le uniche forme di comunicazione che hai, sono con le palme e le scimmie; oggi invece anche uno come me che l’unica cosa che sa fare nella vita è correre, se non sa comunicare è tagliato fuori, quasi emarginato.”
“Però quella, la corsa intendo, ti viene meravigliosamente bene Khamisi!”
“Conoscevo uno un tempo a cui riusciva ancora meglio la corsa, credimi…” Interrompe quella frase di colpo; lo sguardo si sposta leggermente in alto a sinistra: è commosso e lei lo percepisce: “…ma questa è un’altra storia.” Conclude frettolosamente.
Gli occhi di lei lo fissano e in quello sguardo Khamisi non percepisce curiosità becera e morbosa, ma voglia di capire per proteggere quanto contenuto in quella frase lasciata a metà che ha del misterioso e in quel momento sente la necessità e il desiderio di aprirsi a quella ragazza che conosce appena:
“Si chiamava Babatunde, era mio cugino, di un anno più piccolo di me. C’erano due aspetti nella sua vita per cui si poteva considerare un campione: sapeva ascoltare le persone in silenzio e andava forte come il vento con le sue gambe; era imbattibile!”
Deve fermarsi, il dolore del ricordo è ancora troppo vivo dentro di se da provocargli una fitta lacerante al petto: gli manca il respiro. Lei, con naturalezza gli prende la mano e gliela massaggia: quella carezza inaspettata è il carburante che gli serve per andare avanti.
“Un giorno stavamo correndo sulla spiaggia: ci sfidavamo costantemente a chi arrivava prima alla parte opposta della baia a piedi scalzi sul bagnasciuga. Come capitava quasi sempre, era arrivato prima lui agli scogli che si affacciavano su quel mare dai colori turchesi. Quel giorno, non so perché, ero irritato dal fatto che lui fosse più forte di me e mi battesse sempre e quando lui, come aveva fatto altre volte, aveva cominciato a deridermi scherzando, io l’avevo spinto con forza giù dalla scogliera e in quel frangente aveva sbattuto la testa morendo annegato subito dopo.”
Khamisi si ferma: è sudato più di quanto non lo fosse stato due giorni prima alla fine della gara, il volto distrutto dal dolore; tutto gli è uscito senza che lui se ne rendesse conto, come se ci fosse stato qualcuno che a sua insaputa gli avesse iniettato un siero della verità.
“É stato un incidente Khamisi, un orribile incidente, niente più.”
“Non lo è stato invece: io nei secondi prima di spingerlo, ho provato rabbia e odio nei suoi confronti e quelle emozioni distruttive lo hanno ucciso. Io volevo spingerlo Claretta!”
“Si ma non volevi ucciderlo, ne sono più che sicura! Gli occhi che mi trovo di fronte non racchiudono la volontà di uccidere qualcuno, credimi!”
“E tu che ne sai degli occhi e di cosa essi racchiudano o meno?”
A quella domanda gettata da Khamisi quasi per sfida, lo sguardo della ragazza si perde nel vuoto.
“Mio padre e mio fratello maggiore hanno ucciso con le loro mani una persona pestandola a sangue e poi si sono coperti a vicenda in merito a quanto accaduto. Il loro è da catalogare tra gli omicidi violenti ed efferati; il tuo è stato un incidente, credi a me, un banalissimo incidente!”
A quella frase è Khamisi che sente il desiderio di prendere le mani di Claretta: i due si guardano e comprendono che non c’è bisogno di dire molto altro, non tanto perché non sappiano di cosa parlare, quanto perché ciò che percepiscono in quella stretta di mano va al di là di ogni parola esprimibile.