Ma oramai è andata

Opaco è il piano inclinato delle nostre vite a volerlo capire dal principio..

…la chiarezza è padrona del volgersi a ritroso…

…ma oramai è andata…

…noi anime sospese in attesa di un bagliore rivelatore…

Pochi gli attimi di luce compresi…

…tanti gli abbagli…molti i riflessi…

…poi d’improvviso un ricordo, a rimettere ordine tra tutte le cose…

…le tue labbra che timide sfiorano le mie…

…ed io che mi affaccio, ignaro del poi, sull’amore immaturo…

Desiderio di capire, capire, capire…

…per poi capire che non c’è proprio nulla da capire..

…ogni cosa è da vivere…

…semplicemente, così com’è…

Tra gli affanni dell’ora e gli inganni del poi

Nelle pieghe delle mie giornate…lì devi guardare per giudicare chi sono…

È in mezzo al nulla del tempo sospeso che io do il meglio di me…

…e allora voltati e soffermati ancora per una volta ad amare le mie tenebre…

…perché se le osservi con quel tuo sguardo a strapiombo sul nulla che mi ha sempre fatto tremare la pelle, allora insieme saremo in grado di trovare la luce…

…mano nella mano…

…tra gli affanni dell’ora e gli inganni del poi…

So don’t go to bed…

Sheridan Smith in “Are you Just sleeping” canta…

So don’t go to bed
‘Cause I am not ready, to say goodnight yet

…credo che per Costituzione dovrebbero inserire l’obbligo di dirsi “Buonanotte…” solo dopo essersi assicurati che chi ci sta vicino è pronto per essere accolto tra le braccia di morfeo…

….attendere…aspettare…farlo per l’altro…

…si perché ogni notte sancisce una fine…parziale finché volete…ma comunque una fine…e la fine va celebrata..come e più dell’inizio…

…la notte è un mistero..lo è sempre stato…da che l’uomo è…appunto ‘uomo’… dalla notte dei tempi, dal momento in cui i nostri antenati, guardandosi negli occhi dopo essersi eretti sulle gambe abbandonando il mondo animale, hanno dichiarato ‘io sono’…

…tuttavia da quel momento quel ‘io sono’ è stato via via usato per attestare una differenza dall’altro e…anno dopo anno…abbiamo smesso di ascoltarci…di guardare il prossimo negli occhi per pescare nel profondo e dal profondo trovare quell’unità che ci rende meravigliosi…tutti…dal primo all’ ultimo…UNITI…

…quell’unità che si fonda sul “noi siamo” e non certo sul “io sono”….

La canzone di Sheridan Smith recita poi..

…”You bring the music and
I’ll bring the songs and we’ll sing them
‘Cause we’re the real stars
No one knows who we are
But we’ll show them
”…

E voglio chiudere con queste parole…perché credo che per costruire qualcosa…una casa, una nazione…un mondo migliore da lasciare in eredità…ci sia bisogno del contributo di tutti…e….

… se tu porti la musica io ci metto le parole e alla fine ne uscirà un pezzo meraviglioso…

…è tutto qua…tutto il resto sono solo imbecilli condizionate sovrastrutture mentali…

so please, don’t go to bed ‘cause I’m not ready to say goodnight yet

...I’ll do the same for you tomorrow…

Una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario

La vita è una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario…

…un volo rasoterra tra il sogno e l’eterno…

…il bello è spingersi oltre il limite con l’immaginazione, con l’unico fine di prendere qualche spunto da incastrare in pezzi di vita bastarda quaggiù…

Come gli alberi…radici ben piantate nella terra e foglie e rami proiettati verso la luce, verso il cielo più profondo…

…ecco perché quando non si è più in grado di volare insieme…meglio lasciare la presa che ostinarsi…

….perché c’è qualcosa di più doloroso che perdersi..

…ed è rischiare di diventare l’angolo di buio della vita di qualcun altro…

Siate la luce per chi vi sta accanto e lasciatelo andare quando capite che quella luce si sta spegnendo….lo vedrete risollevarsi da terra dispiegando le ali come farfalla verso i colori dell’arcobaleno…

Parte 8 L’anima gemella

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

 

L’aria proveniente dall’oceano Atlantico gli rinfresca il viso: sta rientrando dalla consueta corsa mattutina e comincia a sentire un lieve dolore al tallone d’Achille destro per via dell’eccessivo sforzo dovuto ai troppi chilometri percorsi. Ha preso l’abitudine di correre giornalmente la mattina da una decina d’anni circa: quell’esercizio fisico è il componente segreto che dà il giusto ritmo all’inizio della sua giornata. In lontananza intravede il faro che svetta alto e imponente a fare da guardia a quel tratto di costa che si apre su una delle più maestose meraviglie della Terra: le dune di Maspalomas. La vista dell’insegna del suo ristorante gli dà la giusta carica per colmare gli ultimi 800 metri che mancano al completamento del percorso che si è imposto di coprire. Lo aveva iniziato alla corsa un Americano di nome Alan Pembleton che aveva conosciuto sulla rampa C-14 della ferrovia Belgrano quasi 10 anni prima: era la fine del 1999. La ferrovia collega la città di Salta a quella di Puna attraverso un percorso che si snoda per 217 chilometri fatto di gallerie, ponti e viadotti. Gianni era approdato nella zona della Provincia di Salta, al confine con il Cile sulla Cordigliera delle Ande, dopo aver girovagato senza meta per circa sei mesi alla ricerca di un modo qualunque di uscire dalle sabbie mobili mentali nelle quali si trovava dopo la rottura definitiva con gli altri 3 componenti dei gruppo dei ‘quattro cavalieri della tavola rotonda’. Dopo gli eventi successi quel pomeriggio al ricevimento di matrimonio nella villa a Ravenna, per Gianni si erano susseguiti un paio di anni bui, durante i quali aveva lasciato l’università e si era rinchiuso completamente nella parte più grigia della sua esistenza. Non aveva più proferito parola con Paola, la sorella, sebbene lei avesse tentato varie volte di affrontare l’argomento: ad ogni tentativo, lui si defilava respingendola con un laconico e schietto: “no grazie!”. Tutto quello che un tempo era stato Gianni, quel ragazzone dinoccolato di un metro e novanta, magro e dai capelli neri come la pece sparati per aria da chili di gel, dopo la separazione violenta dei quattro si era come sciolto negli acidi del rancore e della rabbia. Quella sua particolare e tenera caratteristica che lo spingeva ad essere sempre indeciso sui fatti quotidiani della vita, si era accentuata a tal punto da farlo avvitare completamente su sé stesso: non era più in grado di vivere una vita normale. L’unica persona con cui aveva continuato a intrattenere rapporti era la sua bisnonna Alfonsina, la nonna materna, una signora quasi novantenne, energica, tenace e piena di voglia di vivere. Durante la guerra, Alfonsina era stata membro della brigata partigiana ‘Maiella’, quella che nelle prime ore della mattina del 21 aprile 1945 era entrata senza colpo ferire a Bologna insieme alle unità del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a e dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore. La voglia di combattere le ingiustizie che aveva contraddistinto lo stile di vita di Alfonsina durante la guerra, aveva caratterizzato l’atteggiamento della stessa anche a guerra finita: non c’era giorno che lei non trovasse il modo per difendere sé stessa o qualcuno vicino a lei per un torto subito o un diritto inalienabile violato o negato. E sebbene le energie non glielo permettessero più come un tempo, comunque anche alla soglia dei novant’anni, nonna Alfonsina continuava a mantenere vivo quello spirito combattivo con cui andava incontro alla vita a cuore aperto. Se qualcuno le pestava i piedi o ledeva anche solo minimamente i suoi diritti, Alfonsina, nonostante oramai il suo corpo fosse ricurvo dal peso degli anni, si difendeva con un vigore e una forza tali da far tremare anche il più trucido dei nemici. Un pomeriggio di aprile del 1999, Gianni, uscito da casa dei suoi genitori come sempre senza una meta prestabilita, aveva sentito più del solito la necessità di recarsi dalla nonna per scambiare qualche battuta grazie alla quale tirarsi un po’ su il morale. Era intento a gestire il botta e risposta con Alfonsina in merito ai commenti che quest’ultima faceva sulla caratura dei politici moderni, che lei considerava delle mezze calzette rispetto ai politici di quando era giovane, quando d’un tratto aveva sentito la voce della donna cambiare completamente discorso, senza nessun motivo apparente: “Se vai avanti così, la tua vita è finita ragazzo mio! Lasciatelo dire da una persona che ne ha passate tante e che da giovane ha visto la morte in faccia più di una volta. All’epoca, durante la seconda guerra mondiale, quando eravamo sfollati in campagna da alcuni parenti che ci ospitavano a causa dei bombardamenti che si erano susseguiti per ben due anni dal 1943 al 1945, ricordo che avevo passato dei momenti di paura folle. La stessa sensazione di paura folle l’avevo percepita in certe notti passate all’addiaccio durante il periodo della liberazione con la banda di partigiani. Se ripenso oggi a quella sensazione di paura che avevo provato durante quelle notti al freddo, sono sempre più convinta che quei momenti siano stati quanto di più vivo io abbia mai vissuto caro mio.” “Che cosa c’entra tutto questo con me nonna? Non riesco a capire dove tu voglia arrivare!” Gianni aveva cercato di defilarsi da quel discorso iniziato con un lungo preambolo, non tanto perché la prolissità della nonna lo annoiasse, quanto perché aveva timore del prologo di quel racconto. Ma per quanto lui fosse stato risoluto nel cercare di fermare Alfonsina, lei era stata più tenace nel continuare a tenerlo incollato a ciò che gli stava per dire. “Ti voglio dire una cosa Gianni: molti anni dopo la fine della guerra, un pomeriggio trovarono la mia amica d’infanzia morta suicida: si era impiccata con la cinghia dei pantaloni del marito appendendosi ai tubi dello scarico dell’acqua che passavano nel vano dei garage dove abitava. Avevamo condiviso l’infanzia, l’adolescenza e una parte della vita da adulte, sempre insieme. Quel pomeriggio, dopo il ritrovamento del corpo, il marito aveva trovato un biglietto che la mia amica aveva scritto prima di compiere quel gesto estremo: il biglietto era rivolto a me.” La nonna aveva indicato un cofanetto sulla credenza della sala da pranzo: “Apri quella piccola scatola di legno Gianni, ti prego!” La sua voce si era fatta sottile, con un impercettibile graffio alla fine di ogni parola. Dentro il cofanetto un biglietto con sopra scritto: “Per la mia Alfonsina” Cara Alfonsina, a volte la vita ci pone di fronte a delle sfide che ci sembrano insormontabili: noi insieme abbiamo superato decine di quelle sfide durante la guerra, rischiando varie volte di morire. In più di un’occasione, durante quei periodi , avevo sperato che tutto finisse al più presto. Ora, dopo anni che tutto è finito, ti posso dire che c’è una cosa molto peggiore del dover affrontare quotidianamente il rischio di morire: ed è  quello di vivere una vita così piatta e prevedibile da sentirsi già morti; non sentire più nelle vene la vita che scorre ti fa smettere di avere voglia di vivere. Tutto negli ultimi tempi è diventato così prevedibile, da non lasciare più spazio al bello  di vivere che un tempo si racchiudeva nell’incertezza di non sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. Trovo tutto questo un oltraggio alla vita al punto da fare un gesto che so tu non approverai mai.                                                      Con affetto Gianni aveva appena finito di leggere quella lettera e aveva il volto rigato dalle lacrime. “Rileggo quella lettera da 35 anni, dal giorno della sua morte, ogni sacrosanta mattina! E da 35 anni ogni mattina mi sveglio e so che, se voglio onorare quello che la mia amica ha rappresentato per me, devo darmi da fare per far sembrare questa mia vita il più avventurosa e stimolante possibile, perché di una cosa la mia amica aveva ragione: di inerzia si muore!” La nonna aveva smesso di parlare e si era appoggiata allo schienale della poltrona dove era solita sedere la sera davanti la TV e aveva per un attimo lasciato che i ricordi prendessero il sopravvento su quella strana conversazione. “Cosa devo fare nonna? Cosa devo fare?” Aveva ripetuto Gianni in lacrime, disperato. “Da due anni a questa parte non riesco più a capire da dove ricominciare e l’unico modo che ho trovato di vivere è quello di ripetere quotidianamente pochi, codardi comportamenti.” “Ma quello che stai facendo tu, ragazzo mio, non è vivere, ma sopravvivere; è il più grande insulto alla vita che un essere umano possa fare!” La nonna, con fare stanco, quasi avesse dovuto affrontare una fatica immane per il suo corpo carico di anni, si era alzata dalla poltrona e con una lentezza che non le apparteneva, era andata in camera da letto e dopo qualche secondo era tornata: stringeva tra le mani un foglio che aveva porto al nipote. “Tieni, consideralo il mio regalo per ricominciare a vivere.” “Che cos’è nonna?” Le aveva chiesto il nipote senza nemmeno leggere il contenuto di quel foglio. “Ho aperto un conto corrente, intestato a te: vattene Gianni! Ricomincia a vivere, non importa dove e non importa come, ma sfrutta le incertezze che derivano dal viaggiare senza una meta, per ritrovare il solco dentro cui ricostruire una vita!” E con quella frase la nonna si era di nuovo adagiata sulla poltrona: aveva bisogno di riprendere il filo dei suoi ricordi. Gianni era uscito dall’appartamento della nonna stanco come se avesse combattuto 15 round contro il campione del mondo dei pesi massimi. In ascensore aveva dato uno sguardo al foglio che la nonna gli aveva lasciato: sul foglio, l’estratto conto riportava 100 milioni di lire. Era rimasto tutta notte a fissare il soffitto senza minimamente appigliarsi a uno dei milioni di pensieri che si erano susseguiti nella sua testa e verso le 5 del mattino aveva aperto l’armadio, preso fuori il vecchio zaino che era solito usare quando con Pietro si facevano le loro escursioni sulle dolomiti e riempitolo di maglie, mutande, due paia di scarpe da ginnastica, qualche calzino e poco altro, si era vestito e senza nemmeno lavarsi denti e faccia era uscito da quella vita con un unico obiettivo in testa: raggiungere l’aeroporto Marconi per prendere il primo biglietto per chissà dove. Quello era stato l’inizio del suo girovagare per il Sudamerica che dopo 6 mesi lo aveva portato su quel treno, meglio conosciuto come ‘Tren de las Nubes’, il Treno delle Nuvole, per le altezze a cui viaggia. Alla stazione ingegnere Maury, a 2.358 metri sul livello del mare, era salita a bordo del treno una coppia: lui milionario americano di New York, 55 anni, tale Alan Pembleton e lei 22, di un paese sulla costa messicana a 240 chilometri a Nord-Ovest di Acapulco, dal nome esotico e molto difficile da pronunciare: Zihuatanejo. Gianni era rimasto colpito dalla bellezza che quella ragazza portava con una spontaneità quasi disarmante; si erano messi a parlare tutti 3 alternando l’inglese, che Gianni parlava in modo quasi perfetto grazie a diversi periodi di studio passati in Inghilterra, allo spagnolo che biascicava in modo cialtrone condendolo a volte con qualche parola inconsapevole di dialetto bolognese. Marisol, questo era il nome della ragazza, accennava un piccolo e rispettoso sorriso ogni volta che lui vomitava qualche castroneria in simil spagnolo; e più lei sorrideva, più Gianni trovava un senso alla vita. Giunti a Puerta de Tastil i tre erano scesi in cerca di un alloggio; quella sera a cena, grazie anche all’effetto generato dai numerosi bicchieri di tequila che si erano bevuti, i tre avevano gettato i loro cuori sul tavolo raccontandosi le vicissitudini delle loro più o meno fortunate vite passate. Quando era giunto il suo turno, Gianni non era stato in grado di tirare fuori granché e non tanto perché si vergognasse o fosse restio a raccontare cose che lo riguardavano, quanto perché tutto il rancore e la rabbia che aveva provato nei confronti della sorella e dei due amici fino a qualche tempo prima, erano di colpo svaniti. Era come se, chilometro dopo chilometro, in quei mesi passati all’avventura senza una meta certa e precisa, lui avesse metabolizzato quanto successo, trovandogli la giusta collocazione nello spazio e nel tempo e su quella avesse fatto forza per costruirsi un’altra esistenza e il nuovo Gianni fosse sbocciato, inaspettatamente, proprio quella sera, davanti a due sconosciuti: un americano pieno di soldi e lei, Marisol. Non sentiva più la necessità di sentirsi offeso e tradito, perché quei sentimenti lo avevano tenuto inchiodato a terra, mentre lui ora aveva voglia di volare e aver conosciuto Marisol era stato l’elemento che di colpo gli aveva fatto spuntare le ali. La mattina seguente quel trio improvvisato aveva preso strade diverse e prima di congedarsi Marisol gli aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo. Lui per qualche mese ancora aveva girovagato per l’America del sud: cominciava a prenderci gusto verso quel tipo di vita, non tanto per la mancanza di responsabilità che essa si portava dietro, quanto per le continue sfide quotidiane in essa contenute. Non c’era giorno in cui Gianni non dovesse affrontare una prova, grande o piccola che fosse; e più prove affrontava, più la ragion d’essere della sua vita si irrobustiva e lui giorno dopo giorno trovava gioia e felicità semplicemente per il fatto di potersi confrontare con la vita a muso duro, senza più paure. Un pomeriggio, si trovava a San Juan Chamula, nello stato del Chiapas in Messico: stava visitando la chiesa dove si celebrano i famosi riti di sincretismo religioso, quando gli si era avvicinata una donna che gli aveva chiesto se era interessato a una guida che gli spiegasse la storia della chiesa e dei dintorni. Gianni aveva accettato e alla fine di quel breve giro guidato, la donna si era congedata dicendogli il suo nome: si chiamava Marisol. A udire quel nome Gianni aveva ricordato lo sguardo della ragazza in quel tragitto a 4.000 metri d’altezza dentro il treno delle nuvole. Si era messo a rovistare nello zaino alla ricerca del biglietto con l’indirizzo; in quei mesi era come se avesse congelato le emozioni provate alla presenza di Marisol perché aveva ancora bisogno di stare solo con sé stesso.  Non l’aveva dimenticata; l’aveva solo messa in un cassetto della memoria in attesa di qualcosa di non ben definito. Ma in quel frangente, proprio lì fuori da quella chiesa caotica, aveva sentito il desiderio di perdersi ancora per un pò dentro i suoi occhi neri e grandi come perle rare. Aveva viaggiato in pullman per 21 ore: la fermata dove era sceso era adiacente alla spiaggia e Gianni, sebbene fossero le 10 di sera e non conoscesse nulla del luogo, avevo tolto le scarpe e a piedi nudi era andato fino in riva al mare. La sensazione di fresco dell’acqua che gli avvolgeva le dita dei piedi e della brezza marina che gli carezzava il viso, lo avevano per un istante reso orgoglioso di ciò che era diventato: in quell’istante di sollievo generato da quei due elementi della natura, l’aria e l’acqua, lui aveva percepito che era racchiusa l’essenza di tutto ciò per cui valeva la pena vivere e poco importava se il giorno dopo avesse scoperto che Marisol si era sposata col miliardario americano; lui era consapevole che da quel momento in poi sarebbe sopravvissuto ad ogni notizia, buona o cattiva che fosse. E in quel frangente si era messo a gridare come un folle: “GRAZIE NONNA ALFONSINAAAA! GRAZIEEE!” Lacrime di gioia scendevano copiose dai suoi occhi intanto che si toglieva la t-shirt, i jeans e gli slip. Si era quindi gettato nell’oceano lasciandosi trasportare dalla corrente nella posizione del morto. Aveva la sensazione che quello fosse il suo bagno ristoratore dopo una giornata di lungo e duro lavoro: ora era venuto il suo turno per riposare. Aveva dormito in spiaggia quella notte e la mattina seguente, dopo essersi lavato approfittando abusivamente della doccia all’aperto di un ristorante con vista mare, si era messo alla ricerca della casa di Marisol. I mesi successivi a quella mattina erano passati all’insegna della scoperta dell’amore vero. Il cuore di Gianni aveva finalmente trovato il luogo dove potersi ristorare senza bisogno di cercare per forza un perché alle cose e questo a lui piaceva tantissimo: più passavano le settimane più le cose tra lui e Marisol andavano per il meglio. Una mattina come tante però, si era svegliato e aveva sentito che nel cuore stava ricominciando a montare quella pesantezza che lo aveva gettato a terra prima di partire per quella sua avventura. Marisol era perfetta, il luogo nel quale vivevano era paradisiaco e coi soldi che la nonna gli aveva messo sul conto per un pò non avrebbero avuto problemi economici: ma nel profondo sentiva che doveva aggiungere un pezzo a quella sua vita. Anni prima, quando ancora stava con Anna, le aveva chiesto di seguirlo alle Canarie: voleva aprirsi un locale sulla spiaggia, perché quello era sempre stato il suo sogno, fin da quando si era recato in vacanza da piccolo, coi genitori, in quei luoghi. Per un pò aveva provato a far finta di niente ma poi gli erano tornate alla mente le parole della nonna: “di inerzia si muore.” Era l’estate dell’anno 2000. E così, solo come era arrivato, con lo zaino in spalla, solo se ne era andato: Marisol non era pronta a lasciare la famiglia e oltretutto sentiva che quello era il progetto di Gianni e non il loro progetto. E con grande rammarico di entrambi si erano lasciati, come spesso accade, facendosi mille promesse di un futuro ricongiungimento; e poi, più nulla per lunghissimo tempo. Sono passati 9 anni da quell’addio sofferto: sta ritornando dalla sua consueta corsa mattutina e arrivando nei pressi del suo ristorante si ferma di colpo: sul muretto antistante il locale è seduta una donna, capelli neri, di una bellezza da perdercisi dentro. Lui la riconosce perché ce l’ha dentro dal giorno che si sono conosciuti su quel treno in mezzo alle nuvole andine: è lei, Marisol. Per qualche istante la guarda, come se fosse parte di uno dei tanti sogni a occhi aperti che lui nel tempo ha fatto su di lei. “Finalmente sei arrivata!” Le parla come se si fossero lasciati il mese prima e non fosse invece passato quasi un decennio. Per alcuni minuti non si raccontano nulla: lasciano che i loro due sguardi si fondano per il tempo che serve a ricongiungere le loro due anime. Sembrano due alieni che comunicano col pensiero, da tanto sono immobili e sospesi nel tempo. “Mi ci sono voluti 9 lunghi anni per capire il motivo per cui mi hai abbandonata: poi, una mattina ho incontrato un prete matto di strada e gli ho raccontato la nostra breve ma intensa storia e lui mi ha detto che doveva andare così perché le nostre due anime non erano ancora pronte a sacrificarsi. Ora so nel profondo che la mia anima è pronta a viverti accanto per sempre, se tu lo vuoi ancora, qualunque cosa succeda. Sono qui per te e non voglio più andare da nessuna parte, se non insieme a te!” Quelle erano state le parole che avevano definitamente posto la parola fine a quella sottile inquietudine che aveva contraddistinto gli ultimi dieci anni della vita di Gianni.

Parte 6 Il duplice malinteso

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Anna è seduta sul sedile posteriore dell’auto in un pomeriggio inoltrato di Maggio, a fianco a lei Paola; Gianni e Pietro occupano i sedili anteriori, Gianni è alla guida.

Hanno lasciato Bologna da circa quaranta minuti e dal momento in cui sono saliti in auto nessuno ha proferito parola; l’aria è pesante e quella spensieratezza che aveva unito i quattro un tempo, ora è solo un debole ricordo. Ognuno è assorto nei propri pensieri, buona parte dei quali riguardano qualcuno degli altri tre; covano sotto la cenere una serie di rancori incrociati che non aspettano altro che una scintilla per esplodere. Sono come quattro mine vaganti pronte a brillare al minimo tremore dell’ambiente circostante.

Anna sta riflettendo e scandagliando le relazioni che ha con gli altri tre componenti del gruppo: non prova nessuna forma di nostalgia per quanto avevano e quanto hanno perso, ma solo una asettica curiosità di capire quale fosse il collante che li ha tenuti così uniti per poco meno di vent’anni. In alcuni momenti ha pure provato a sforzarsi di rimettere insieme i pezzi sparsi della loro storia che sente non appartenerle più, ma appena si è trovata davanti, a turno, uno dei tre amici, quella buona volontà di provare a ricucire qualcosa, si è annegata nel mare dei rancori e  dei sensi di colpa.

Lei stessa, se si guarda dentro non è più quella di qualche mese prima: sono cambiate tante cose e la vicenda con Claudio Zanetti, il consulente con cui aveva avuto quella serata di trasgressione totale, ha definitivamente sancito la fine di ciò che Anna era stata in passato. Nei giorni successivi a quella vicenda, aveva attraversato dei momenti di totale confusione: non si riconosceva più e non aveva ancora capito che piega avrebbe preso la sua vita in futuro. Pian piano che i giorni passavano, quel senso di smarrimento e vuoto interiore, aveva lasciato il posto a un indurimento generale del suo modo di affrontare la vita e trattare gli altri. È diventata molto più impaziente verso le situazioni di indolenza e indecisione delle persone che si trova innanzi, Gianni in primis e quando qualcosa non va come lei desidera, si fa prendere da scatti di rabbia che la trasformano emotivamente e fisicamente. Anche i lineamenti si sono induriti, probabilmente anche a causa di un dimagrimento notevole che l’ha coinvolta negli ultimi mesi. Questo cambio importante nella vita di Anna è dovuto anche all’uso della cocaina: dopo la serata passata con Zanetti infatti, ha iniziato a farne uso con sempre più frequenza e questo contribuisce a far emergere il suo lato aggressivo e poco disponibile. Oramai sente che la strada imboccata è a senso unico: non può più tornare indietro ma solo spingere l’acceleratore a fondo guardando avanti.

Osserva il paesaggio fuori dal finestrino perdere nitidezza di contorni con l’aumentare della velocità dell’auto e ripensa a quella mattina, qualche mese prima, quando si è dovuta recare in ospedale per il raschiamento che avrebbe posto la parola fine su quella gravidanza inaspettata e indesiderata. Per un momento, dopo aver saputo di essere rimasta incinta, aveva pensato di tenere il bambino: in fondo, si era detta tra sé, quante ragazze madri ci sono a questo mondo che crescono i figli senza avere vicino la componente maschile? Ma poi quel pensiero aveva lasciato il posto ai timori di perdere ciò che aveva e ciò che in futuro avrebbe potuto diventare immolandosi completamente alle richieste del padre/padrone. Era più forte di lei: sentiva il desiderio di fare soldi, diventare ricca e potente come e più di quanto non lo fosse il padre e stava capendo che sarebbe stata disposta a tutto pur di non perdere quella occasione. Il denaro e il mondo che stava attorno ad esso erano gli unici aspetti per cui lei era disposta a fare sacrifici e scendere a compromessi; tutto il resto poteva essere cestinato. Questi erano stati i pensieri che l’avevano spinta ad abortire quella mattina, dopo alcuni giorni passati nell’angoscia dell’indecisione.

C’era poi un altro aspetto che prendeva i pensieri di Anna quel pomeriggio dentro l’auto che li stava conducendo a Ravenna al matrimonio di un amico comune: da quella mattina che aveva aperto il proprio cuore al fratello Pietro raccontandogli tutto quello che era successo con Zanetti, lo odiava. Lo odiava in primis perché la reazione che lui aveva avuto al racconto di quella sua serata sfrenata, pensava fosse la causa delle decisioni che lei aveva preso nelle settimane successive. Al fratello gli addossava la responsabilità per essersi fatta prendere completamente dalla droga. Lo colpevolizzava inoltre di averle fatto prendere la decisione di abortire e lo detestava perché di fronte a una sorella che gli aveva aperto il cuore con onestà, lui si era più preoccupato per Gianni e per il gruppo di amici. Anna pensava che sarebbe bastato che Pietro l’avesse stretta in un abbraccio infinito quella mattina, rassicurandola che tutto sarebbe andato bene, per farle riacquistare fiducia in sé stessa e forse tutto quello che era stato, avrebbe ripreso vigore.

Sentiva rancore anche nei confronti degli altri due amici e verso sé stessa: quello che c’era stato tra di loro in passato aveva deformato tutte le sue percezioni in fatto di scelte prese e da prendere. Quell’aborto, ora seduta lì in quella macchina con tre persone a cui era stata legata in modo fraterno e che ora non riconosceva più come tali, era anche e soprattutto la conseguenza di un senso di colpa che la corrodeva dentro in silenzio: da subito aveva considerato quanto successo con Zanetti un atto di tradimento verso gli amici più che verso il fidanzato e quel senso di colpa l’aveva spinta ad abortire per evitare che il gruppo dei quattro si sfaldasse.

Era una vita che ognuno dei componenti dentro a quel gruppo prendevano decisioni più o meno importanti facendosi guidare solo ed esclusivamente dal timore che l’amicizia si sarebbe potuta rompere. E questo aveva condizionato enormemente la la loro vita.

L’unica che in apparenza sembrava non essersi fatta traviare dal preservare il gruppo di amici era Paola che, con quella sua calma proverbiale e quell’equilibrio che sembrava avere radici orientali, non aveva mai rinunciato a se stessa.

Comunque questa forma di vita in comune con gli altri tre, Anna non la sopporta più: ha bisogno di prendere le decisioni pensando solo ed esclusivamente a sé stessa e poco importa se queste hanno degli influssi negativi sul gruppo; in poche parole, ha bisogno di riappropriarsi della propria vita.

E poi c’è Gianni: con lui le cose non andavano più come un tempo da mesi e ora, guardandolo lì intento a guidare, con quei suoi modi un po’ goffi e indecisi di affrontare ogni cosa, non comprende più quale sia stato l’elemento principale che l’aveva attratta di lui. L’unica certezza che ha, è che non lo ama più: nelle ultime settimane lui, com’era ovvio che fosse, aveva tentato più volte di fare l’amore, ma lei si era sempre negata. Di quella forma di sesso da fidanzati non le interessava più nulla: quel suo lato aggressivo da dominatrice sentiva appartenerlee percepiva che quella era la sua porta di accesso alla vita di domani. 

Infine Paola: le cose si complicano un po’ quando pensa a lei. In realtà è consapevole che entrambe, lei e l’amica, hanno lasciato in sospeso un argomento dopo quel pomeriggio di qualche anno prima alle Canarie, ma quello è un aspetto della sua vita che lei proprio non sa come affrontare e soprattutto, visto il desiderio che ha di entrare in certi ambienti che profumano di soldi e di potere, svelare la propria omosessualità, potrebbe essere deleterio per il suo futuro. È vero, è un atto di codardia, ma è espresso per raggiungere un obiettivo più importante. Ora, nella sua vita, non c’è spazio per una relazione, oltretutto un amore lesbico che nascerebbe all’insegna delle complicazioni e del dover dare spiegazioni a tutti, in prima battuta a suo padre.

Ha bisogno di semplificarsi la vita: non vuole avere inutili pesi e rotture di scatole. Paola è lì; la percepisce come qualcosa di sospeso nel tempo, quasi l’avesse congelata per tirarla fuori dal congelatore se un domani ne avrà bisogno. Di lei si fida ciecamente e soprattutto la stima e la rispetta per aver taciuto quanto successo tra loro due e non averle mai fatto pressioni di nessun genere, nonostante capisca che per lei non deve essere stato facile e per questo la rispetta e la stima ancora di più. Non vuole assolutamente riconoscere a sé stessa che le vuole bene, perché aprirsi a quel tipo di sentimenti nei suoi confronti, significherebbe aprire una breccia su una voragine dentro cui potrebbe perdersi facilmente.

Si gira a guardare l’amica seduta di fianco a lei; è incredibile quanto sia in grado di essere serena e felice in ogni situazione, anche in un’occasione come quella, nella quale la tensione fra i quattro è talmente densa da potersi tagliare con un coltello.

In realtà Paola è comunque molto rammaricata nell’animo: è brava ad incassare e nel tempo a farsene una ragione, ma la vicenda con Anna le ha fatto passare non poche notti insonni. Non prova rancore verso l’amica: ci è passata anche lei per quel tipo di indecisioni che riguardano la propria natura sessuale e sa che possono rappresentare degli scogli insormontabili, soprattutto quando si ha un padre come quello di Anna e una madre completamente alla mercé di un despota che vuole sempre prevaricare su tutto e tutti. È difficile affrancarsi da quel tipo di situazioni, oltretutto quando lo stesso padre è colui che ti può aprire le porte di un’arena fatta di soldi e potere. All’inizio aveva provato un misto di rabbia e invidia nei confronti di Gianni ma poi, col passare del tempo, il bene fraterno che prova e quella sua aria da eterno bambino, avevano sciolto ogni forma di rancore nei suoi confronti e ora, anzi, soffriva pure a vedere il fratello starci male per quel cambio di comportamenti molto marcato che Anna sta dimostrando nei suoi confronti. Tutto sommato Paola ora sente che la sua vita sta prendendo la piega giusta, sebbene non sia la piega che lei avrebbe desiderato, ma è consapevole che bisogna lasciare andare le cose come devono andare.

Nella parte anteriore dell’auto le cose per i due maschietti sul fronte pensieri negativi e rancori non vanno molto meglio.

Gianni è praticamente uno zombie da quando ha percepito che Anna è uscita dalla sua sfera di influenza. Continua a pensare e ripensare dove e quando ha fatto qualche passo falso che li ha condotti su quel binario morto della loro relazione; non riesce proprio a uscire da quell’impasse di pensieri. Le ha chiesto più volte di dirgli tranquillamente se nella sua vita c’è un’altra persona, ma lei continua a negare e a fargli presente, non senza qualche insulto di mezzo, che il motivo della loro crisi è dovuta ad altro che però non si è mai degnata di specificare. Gianni tra le altre cose non può più nemmeno contare sulla spalla amica e fidata dell’amico Pietro: quando in passato le cose con qualche ragazza per lui non si erano messe bene, Pietro gli era a fianco a dispensare consigli con aria decisa e maestra. Ma è qualche mese che, quando Gianni prova anche solo ad accennare ai problemi che ha con Anna, Pietro si defila completamente dal discorso e in alcune occasioni è pure scappato pur di non affrontare l’argomento. Gianni non capisce quel comportamento dell’amico: è vero che Pietro è fratello di Anna e potrebbe non avere voglia di immischiarsi, ma considerando l’affiatamento che c’era fra di loro un tempo, gli sembra un comportamento comunque molto strano e alquanto eccessivo nei suoi confronti. Tra le altre cose, mentre un tempo il loro rapporto era sempre stato all’insegna della presa in giro e della spensieratezza e loro su quello avevano tessuto le fila di un’amicizia spontanea e spassosa, ora a Gianni sembra di parlare con un bacchettone settantenne da tanto pomposo e viscoso è il modo di colloquiare dell’amico. Non ha più voglia di stare allo scherzo e in alcune occasioni Gianni ha cercato pure una scusa per evitare di doverlo sopportare oltremodo tanto è pesante nei suoi modi di esprimersi.

I pensieri di Pietro, a fianco, sul sedile del passeggero, sembrano viaggiare all’unisono con quelli di Gianni: l’argomento infatti è lo stesso e cioè Anna. Mentre Gianni è completamente in balia dei suoi pensieri perché non riesce a capire quella ritrosia della ragazza, Pietro lo è perché sa fin troppo di quello che ha combinato la sorella ultimamente e questo gli genera un senso di colpa micidiale nei confronti dell’amico fraterno. È talmente combattuto tra tenere la parte alla sorella non svelando quanto lei gli ha detto mesi prima da un lato e, dall’altro, cedere al bene che sente nei confronti dell’amico, raccontandogli ogni cosa, che preferisce quasi non frequentare più Gianni per evitare di stare male ogni volta. E questo aspetto gli sta provocando un dolore all’anima insopportabile perché conosce l’amico e sa che proprio ora avrebbe bisogno di averlo accanto.

Nei confronti di Anna invece prova un odio smisurato: non la considera quasi più sua sorella e ogni volta che lei apre bocca, lui interviene intromettendosi con modi rudi e volgari giusto per il piacere di farla arrabbiare. Ad averlo così infastidito di Anna non è stato ciò che ha fatto, bensì il fatto che lei ha generato tutto quel casino per legare l’asino dove vuole il padrone e il padrone in quel caso è il padre. L’odio che provava e prova per il padre ora lo ha esteso anche alla sorella che a lui sembra sempre più simile, nei modi di fare e pure nelle fattezze, a quel gerarca nazista del genitore.

È vero, come gli ha rinfacciato Anna mesi prima durante quella conversazione, lui ha combinato un gran casino quel giorno di qualche mese prima appiccando l’incendio doloso in azienda dal padre, ma per quel casino sta pagando quello che deve pagare e non si è di certo venduto ai soldi del genitore per comodità. 

I pensieri di Pietro inoltre sono molto confusi per via della probabile condanna che di lì a poco vedrà pendere sulla sua testa: ha parlato ultimamente con il suo avvocato il quale gli ha riferito di prepararsi al peggio, visto anche la reazione inaspettata avuta dal padre a quel suo gesto idiota di qualche mese prima.

“Parcheggia lì Gianni, sul prato, anche se dobbiamo fare due passi a piedi non fa nulla!”

L’auto coi quattro a bordo è giunta al luogo dove si svolgerà il matrimonio.

“Per te non farà nulla! Noi abbiamo i tacchi e camminare sull’erba non è per niente facile!” Anna risponde al fratello con un tono così sgarbato che Paola impercettibilmente le tocca un braccio come per trattenere quella sua irruenza. In quel frangente Anna guarda l’amica con fare truce: sembra che non voglia essere contraddetta da nessuno; è come se avesse un fuoco dentro che arde e la fa scattare per ogni piccola cosa.

“Va bene calmatevi voi due!“ Risponde Gianni facendo il pacificatore, “ora vi accompagno con la macchina fino davanti all’entrata e poi, se non trovo posto, vengo a parcheggiare qui.”

Il matrimonio si tiene nel parco di una delle ville più antiche del territorio ravennate, una residenza con 400 anni di storia alle spalle, completamente immersa nel verde, che affittano per festeggiare matrimoni di lusso.

Gianni ha lasciato i tre amici davanti alla porta di ingresso ed è andato a parcheggiare l’auto poco distante; quando entra all’interno del parco della villa, rimane sorpreso dal fatto che nessuno degli amici si sia fermato ad aspettarlo. Ancora scocciato da quella mancanza di rispetto nei suoi confronti, scorge Pietro poco distante sulla destra dell’entrata, vicino al tavolo degli aperitivi: è intento a parlare con una ragazza. È tipico suo pensa: appena arriva in un luogo che non conosce, deve marchiare il territorio come fosse un cagnolino che fa la pipì sugli alberi tutt’intorno. Ha bisogno di generare più contatti sociali possibili, meglio se con esponenti del sesso femminile.

Gianni si avvicina al tavolo degli aperitivi e si mette proprio dietro la ragazza con cui Pietro si sta intrattenendo e siccome questa, sebbene lui le stia appiccicato al sedere come fosse un francobollo, non vuole capire che se ne deve andare perché ha un’urgente bisogno di parlare con l’amico, le spara in faccia un:

“Senti, ci sono un milione di ragazzi alla festa, molto più carini del mio amico qui, credo tu meriti di meglio!” E con la mano la sposta letteralmente di lato; ha urgente bisogno di parlare con Pietro.

“Non sei stato carino con Sonia.” Lo rimprovera Pietro a voce alta.

“Ma che cazzo me ne frega di quella lì; ora tu mi dici che cazzo hai con me da qualche mese a questa parte!” Gianni è concitato e quello stato d’animo si percepisce nell’urgenza e nella trivialità che mette in ogni parola.

Nel frattempo è pure arrivata Paola.

“Ohh ma sei impazzito? Ti sei mangiato un fungo allucinogeno nel tragitto dal parcheggio a qui?” Pietro vuole cercare di far finta che tutto sia come un tempo e che quelle siano solo fantasie distorte di Gianni, ma un leggero tremore nella sua voce dimostra quanto lui ci stia male per quello che sta tenendo dentro.

“Che succede ragazzi? Qual è il problema adesso? Una volta voi due eravate inseparabili e ora sembra che veniate da due pianeti diversi da quanto uno è estraneo all’altro.” Paola prova a inserirsi nel discorso per fare da paciere.

“Tu Paola devi stare fuori da certe faccende che ci riguardano, hai capito?” Le risponde scorbutico Gianni.

“Ah sì, se la metti così Gianni hai proprio ragione me ne devo stare fuori da certe situazioni!”

La nonchalance di Paola in alcuni frangenti è micidiale per quanto riesce a mantenere la calma in situazioni nella quali altri reagirebbero bruscamente.

I due vedono Paola allontanarsi con passo leggero e Gianni torna alla carica con ancora più energia in corpo di prima:

“Pietro non prendermi per il culo: ti conosco da troppo tempo per non percepire che c’è qualcosa che non va con me!”

Gianni sta mettendo l’amico all’angolo; questa volta ha deciso di andare fino in fondo a costo di rimetterci l’amicizia, ma deve capire che cosa sta succedendo a loro quattro e a Pietro in particolare.

“Non te la devi prendere con me Gianni, prenditela con la tua ragazza va bene?” Pietro sta alzando la voce, lui che ha sempre fatto della arte retorica recitata con fare gentile la spina dorsale del suo modo di essere, ora sta perdendo le staffe.

“Che cosa c’entra ora Anna? Stai parlando a vanvera tu, ora?”

“Niente affatto Gianni, non sto parlando a vanvera, ma non ho nemmeno voglia di parlare con te di una cosa che riguarda voi due, tu e Anna! Non mi puoi costringere a parlare se non voglio farlo.”

Questa inaspettata risposta di Pietro, con tono grave e alquanto alterato, fa innervosire ancora di più Gianni:

“Che cazzo significa che non vuoi raccontarmi cos’è successo? Noi ci siamo sempre raccontati tutto Pietro, tutto!”

Gianni è concitato e in parte disperato perché lentamente sente la sua vita andare in frantumi: prima la fidanzata e amica da una vita; ora anche il suo amico fraterno.

“Che cosa ti ho fatto dimmi, per meritarmi la tua freddezza, soprattutto in un momento così complesso della mia vita?”

Quelle parole attivano le emozioni di Pietro al punto che, non sapendo più come uscire da quella situazione insopportabile, scappa più veloce che può da quella morsa verbale dentro la quale lo aveva stretto Gianni, lasciando l’amico immobile, lì in mezzo a decine di persone di cui conoscerà il 10%, con un bicchiere di prosecco in mano e la mandibola inferiore crollata come fosse un bracco che ha appena visto una allodola nel prato adiacente.

Dopo qualche istante di totale annebbiamento mentale, si riprende, appoggia il bicchiere ancora pieno sul tavolo e si mette alla ricerca frenetica di Anna: interroga tutti quelli che incontra e che conoscono entrambi, per sapere se l’hanno vista. Sembra un toro dentro l’arena, da tanto il suo incedere è concitato e furibondo; gli occhi sono fuori dalle orbite e sta assumendo un andatura rude e sgraziata tanto gli grava sul petto la necessità di sapere cosa sia successo alla fidanzata. Si alternano nella sua testa un milione di pensieri, tutti di natura negativa, che contribuiscono a far montare in lui un misto di ansia, paura e rabbia esplosivi.

Gli invitati che incontra lo guardano quasi fosse pazzo e probabilmente in quel frangente una vena di follia momentanea si è insinuata fra i suoi pensieri sani: non sta più rispondendo di sé, sente i battiti del cuore accelerare per ogni persona che incontra che non sa dirgli dove si trovi Anna.

Si sta recando verso la villa per cercare tracce di lei all’interno, quando si sente tirare per la giacca da dietro: si gira in modo così concitato che Paola pensa le voglia sferrare un pugno sul viso.

“Fermati fratello, fermati! Ti prego!”

Paola pensa che tutta quella folle corsa di Gianni, sia dovuta al fatto che Pietro, messo a conoscenza dalla sorella Anna in merito a quanto successo tra loro due quel pomeriggio nella stanza alle Canarie, gli abbia raccontato ogni cosa pervaso dai sensi di colpa.

“Fermati, ti prego! Posso spiegarti ogni cosa Gianni!”

Oramai il malinteso ha preso forza e da lì non si può più tornare indietro.

“Spiegarmi cosa Paola, spiegarmi cosa ? Cazzo!”

Gianni è sempre più agitato al pensiero che anche Paola sappia tutto e l’unico pirla a non essere al corrente di una cosa che lo riguarda è  proprio lui.

“E’ nato tutto per caso quel pomeriggio di cinque anni fa quando ci recammo alle Canarie.”

Gianni è in totale stato di confusione e le parole della sorella non stanno contribuendo certo a fare chiarezza.

“Vieni al dunque Paola!” Urla: la gente lì attorno lo osserva con fare incuriosito.

“Quello che è successo non è stato un semplice incontro di sesso, ma dietro c’era e c’è un sentimento profondo.”

Gli occhi di Gianni si sgranano: sta cominciando a capire qualcosa di quella storia intricata ma è talmente incredulo da essere quasi inebetito.

“Ma sentimento di cosa verso chi Paola? Cosa cazzo mi stai raccontando?”

In quel frangente Paola capisce che sono entrambi vittima di un malinteso e che Pietro non aveva raccontato nulla in merito alla storia che avevano avuto lei e Anna anni prima, ma oramai è troppo tardi, da lì si può solo avanzare.

“Gianni, io e Anna 5 anni fa abbiamo fatto sesso in quella quadrupla alle Canarie, intanto che tu e Pietro eravate in spiaggia!”

Paola ha vomitato quelle poche parole di getto, come se la velocità con cui le ha espresse facesse diminuire agli occhi di Gianni la gravità di quella confessione. Il fratello è immobile, a pochi passi da Paola, braccia penzolanti lungo il corpo: sembra un palloncino che si sta sgonfiando, man mano che la consapevolezza prende il controllo delle sue emozioni. Si lascia cadere in ginocchio sotto gli sguardi sempre più incuriositi dei presenti, alcuni dei quali si avvicinano per sincerarsi che stia bene. Paola gli si avvicina e piangendo gli prende la testa fra le braccia; lui non contraccambia l’abbraccio, le braccia ferme immobili lungo i fianchi quasi a fare da seconda pelle al corpo inginocchiato.

“Scusami tanto fratello mio, scusami tanto per quello che ho combinato!”

Lacrime amare scendono copiose rigandole il viso e inumidendo i capelli di Gianni che sembra ad ogni istante che passa sempre meno presente.

“Gianni parlami, dimmi qualcosa ti prego!”

Anche Paola adesso sta alzando la voce: è disperata, come se di colpo si rendesse conto del male che ha provocato a quel fratello con cui ha sempre condiviso ogni cosa, come se fossero dello stesso sesso. Fin da bambina, sebbene fosse due anni più piccola di Gianni, aveva sentito dentro un desiderio spontaneo di proteggerlo e di amarlo quasi fosse delicato e fragile come ceramica e ora era lì avvolta nel suo dolore per essere stata la causa della distruzione di tre rapporti contemporaneamente: quello tra loro due, quello tra  lui e Anna e infine la causa della distruzione dell’amicizia di tutti quattro.

“Da te non me lo sarei mai aspettato, non me lo sarei mai aspettato!” Le parla con un filo di voce: tutta l’energia che si sentiva in corpo fino a pochi minuti prima è evaporata. Le orecchie gli fischiano, tutto sembra girare vorticosamente intorno al suo corpo; a sprazzi gli sembra pure di non ricordare nemmeno dove si trovi. Scosta la sorella da sé con le ultime forze che gli sono rimaste in corpo.

“Mi fai schifo! Ma non per quello che sei veramente, ma per come ti comporti, tu con quell’aria da finto maestro zen, sei la peggiore di tutti noi, la peggiore!”

Si rialza e con passo incerto da zombie si dirige all’interno della villa in cerca dei bagni lasciando Paola lì in mezzo agli sguardi incuriositi dei presenti. Ha bisogno di sciacquarsi la faccia con l’acqua fredda. Non è nemmeno più tanto sicuro di voler incontrare Anna; non saprebbe come affrontarla e cosa dirle. Ha solo voglia di bagnarsi la faccia e fuggire via da quel palazzo che gli mette l’ansia, tanto è rimasto fermo all’epoca in cui lo hanno costruito. Per un attimo si sente come gli affreschi settecenteschi sui muri di quella villa imponente: anche lui e gli altri tre sono rimasti indietro a 18 anni prima quando si conobbero in quel villaggio turistico in Sardegna. Per certi versi è come se la loro storia non li abbia fatti evolvere verso la maturità. È come se fossero tutti rimasti al loro stato di bambini per una raggelante paura di cambiare: qualunque forma di cambiamento, anche il più infinitesimale, avrebbe potuto compromettere la loro amicizia e su quella minaccia che si erano auto imposti, tutti quattro avevano costruito una vita fatta di insane dipendenze reciproche.

Entra nel bagno e corre ai lavandini: gli sembra di soffocare e spera che la sensazione di fresco dell’acqua gli dia un po’ di sollievo. Si toglie la giacca e la appende al soffione asciugamani e si arrotola strette le maniche della camicia: con gesti ampi e voluttuosi comincia a gettarsi manate d’acqua sulla faccia, bagnandosi al contempo anche i pantaloni e la camicia.

“Mi spiace non avertelo detto prima Gianni, ma sono stato combattuto! Non dimenticarti che lei è sempre e comunque mia sorella ed io ero in mezzo tra due tipi di amore diversi: l’amore fraterno e il bene che io voglio a te amico mio.”

Gianni sente la voce di Pietro che gli arriva alle orecchie da dietro le spalle; probabilmente era talmente concitato entrando nella toilette, da non essersi reso conto che l’amico era lì.

“Certi tipi di relazioni quali quelle che noi inconsapevolmente abbiamo creato con la nostra amicizia alla lunga possono risultare malsane Gianni e infatti siamo arrivati al dunque: quello che abbiamo sempre cercato di scongiurare, la separazione del nostro gruppo di amici forte e coeso, si sta avverando oggi, nel luogo sbagliato e con modalità inaspettate. Ma credimi, venire a sapere dalla bocca della propria sorella, che fra le altre cose è la fidanzata del tuo migliore amico, che ha avuto un’avventura extraconiugale con uno sconosciuto più grande di lei di 20 anni, sotto l’effetto della cocaina e per di più a causa di quella storia di sesso lurido e marcio lei è rimasta incinta, non è una notizia semplice da affrontare per chi come me si è trovato in mezzo.”

Pietro fa una pausa e in quel frangente vede Gianni voltarsi: sembra una statua di gesso, immobile, è bagnato come fosse appena uscito in camicia e pantaloni da una vasca di acqua fredda, e dallo sguardo capisce di averlo perso per sempre.

Per Gianni è veramente troppo: in un pomeriggio, a distanza di nemmeno mezz’ora è venuto a conoscenza che Anna se l’è fatta con sua sorella anni prima e che ha avuto una storia di sesso e droga con uno di cui è rimasta pure incinta qualche settimana prima. Senza dire nulla all’amico, esce per sempre dalla sua vita sancendo definitivamente la fine di quell’alleanza malsana con quelle tre persone a cui aveva affidato la propria vita e a cui tanti anni prima avevano dato il nome di ‘quattro cavalieri della tavola rotonda.’