Parte conclusiva – Ritorno all’ovile

Di seguito le precedenti puntate: Parte 1 Toccare il fondo Parte 2 – Vita di coppia a quattro Parte 3 – Scegliere di essere diversi Parte 4 Una scelta che vale una vita Parte 5 L’incontro Parte 6 Il duplice malinteso Parte 7 L’indizio Parte 8 L’anima gemella Parte 9 È giunta l’ora Parte 10 Incontri che cambiano la vita È il 25 dicembre 2017: la tavola è ricca di vari tipi di cibarie, tutte abbondantemente ricolme di grassi e calorie. Le persone sedute a tavola sono immerse in una felicità che va al di là della convivialità del momento: oltre a vari parenti e qualche amico che sono soliti unirsi ai festeggiamenti in casa di Franca e Tonino, ci sono anche altre due persone che sono giunte inaspettate in quella casa da molto lontano la sera prima: Anna e Paola. Paola, da quando il fratello Gianni era scomparso, non aveva più festeggiato il Natale in famiglia perché erano troppi i ricordi di loro da piccoli durante il periodo delle festività e tanto il dolore che essi continuavano a provocare se stimolati. Le due amiche erano arrivate a Bologna il giorno prima dal Messico dopo 14 ore di volo e tre di treno. All’aeroporto Malpensa, Anna e Paola si erano guardate negli occhi e come se stessero leggendo un copione di cui conoscevano le battute a memoria avevano recitato all’unisono: “Io senza di te non vado da nessuna parte.” E così avevano deciso di proseguire per Bologna col treno. Quel ritorno a casa di Paola per Natale aveva diversi significati più o meno espliciti: il primo e il più importante di tutti era che Paola voleva presentare ufficialmente in famiglia la sua compagna. I genitori erano da molti anni al corrente del fatto che la figlia era omosessuale e questo non aveva mai creato grandi problemi a quella famiglia che faceva dell’apertura di mente la propria spina dorsale: addirittura era la madre che in diverse occasioni aveva chiesto a Paola informazioni sulla sua vita sentimentale, preoccupata di non avere mai visto a fianco della figlia qualcuno che non si potesse annoverare tra la cerchia di amici. Ma lei non aveva mai sentito il bisogno di coinvolgere i famigliari nella sua vita privata perché nessuna delle persone con cui era stata in passato era degna di nota. Ma Anna era Anna e soprattutto, conoscendo i suoi genitori, Paola sapeva che avrebbe donato loro una felicità immensa alla notizia che quella che un tempo era stata quasi una seconda figlia per loro, ora era diventata la sua compagna ufficiale. Dal canto suo Anna aveva una voglia viscerale di rivedere Franca e Tonino: quando era piccola, li considerava come due genitori aggiunti, anzi, in più di un’occasione aveva sentito più affetto per loro che verso i genitori veri. C’era poi un altro motivo che aveva spinto Paola a voler ritornare all’ovile: voleva mettere i genitori a conoscenza del fatto che Gianni era vivo, sebbene l’esito di quella loro sortita a Zihuatanejo non fosse stato positivo.  Fino a quel momento non aveva voluto coinvolgerli, tenendo segreto il motivo di quel suo girovagare per due continenti, per non generare in loro delle false aspettative in merito ad un evento che aveva più probabilità di insuccesso che di riuscita; non voleva che ripiombassero in quella melmosa forma di apatia che li aveva colpiti dopo che Gianni era scomparso e di lui non si erano più trovate tracce. Il viaggio a Zihuatanejo non era proprio andato come si aspettavano: avevano sperato una volta giunte in Messico, di essere arrivate alla fine di quella sorta di caccia al tesoro davanti a cui le aveva messe Pietro, ma nulla di concreto era emerso da quel girovagare. Erano atterrate all’aeroporto di Ixtapa dopo un volo con scalo a Città del Messico proveniente da Madrid e in taxi si erano recate direttamente all’indirizzo indicato sulla cartolina che aveva consegnato loro il proprietario del Bi-bi Restaurant un paio di giorni prima. Gianni abitava in un condominio moderno sito sul lungomare di Zihuatanejo: all’entrata, il portiere aveva informato le due donne che lui e l’amico grande e grosso che stava con lui da un paio d’anni, era qualche mese che non si vedevano e in quel frangente aveva consegnato loro una cartolina. Anna e Paola si erano sedute sui tre scalini proprio fuori dall’entrata del condominio alquanto sconsolate, ma comunque curiose di capire se quel gioco avrebbe prima o poi avuto una fine. Si erano per un attimo guardate negli occhi e in quello sguardo avevano trovato la reciproca consapevolezza di voler andare fino in fondo perché ne sarebbe valsa comunque la pena. Sul retro della cartolina una citazione: la calligrafia era, ancora una volta, quella di Pietro: ‘Ho attraversato mari, ho lasciato dietro di me città, ho seguito le sorgenti dei fiumi e mi sono immerso nelle foreste. Non ho mai potuto tornare indietro, esattamente come un disco non può girare al contrario. E tutto ciò a cosa mi stava conducendo? A questo preciso istante.’                                                                        Jean-Paul Sartre Sul fronte della cartolina, una foto di Enrico Fermi, il famoso scienziato premio Nobel italiano. Il pranzo di Natale in casa dei genitori di Paola si è appena concluso: Anna per la prima volta dopo tanti anni si sente parte di una famiglia che l’abbraccia fisicamente e emotivamente con attenzioni piccole e grandi che le fanno un gran bene all’anima. Guarda Paola alla sua sinistra: sta ascoltando il padre che racconta ad amici e parenti la stessa storia sentita decine di volte in quelle rimpatriate, quella di lui che una domenica si era fermato in autostrada a fare benzina ed era ripartito dimenticandosi la moglie in autogrill. Anna scorge nello sguardo di Paola una nota di ammirazione per quel genitore che in modo morbido e intellettualmente onesto non ha mai giocato a indossare una maschera coi figli, perché non gli è mai interessato fare la comparsa nel teatro degli imbecilli. Se ripensa alla propria vita, non pensa più di aver commesso degli errori in passato, ma quei momenti che un tempo lei aveva voluto dimenticare perché facevano troppo male, ora li percepisce come semplici tappe di un viaggio che l’ha portata lì, a casa dei genitori di Paola e sente che quella è la miglior cosa che le potesse capitare. Ripensa alla citazione che Pietro ha lasciato sulla cartolina: ‘è vero,’ riflette, ‘tornare indietro non è possibile; bisogna solo avere fiducia nel fatto che per quanto contorto possa essere il viaggio, alla fine ogni cosa andrà per il verso giusto.’ Si sente felice, appagata, realizzata eppure se ci pensa, è la prima volta, nella sua vita da adulta, che non sa cosa le succederà domani, ma poco importa perché tutto ciò che conta è ‘questo preciso istante’ e tutti i singoli ‘precisi istanti’ che verranno. Mette la mano su quella di Paola e la stringe con delicatezza: l’amica si gira e la guarda dritta negli occhi. “Andiamo a farci un giro? Ti va?” “Si, ho voglia di rivedere i luoghi che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi.” Paola si fa prestare la macchina dalla madre e insieme ad Anna cominciano un tour per i luoghi che un tempo erano solite frequentare insieme agli altri due componenti del gruppo di amici: sembrano due pellegrine intente a fermarsi nei luoghi di culto sulla via del cammino di Santiago. Mentre con la macchina passano da un posto all’altro, si divertono a ricordare gli eventi più o meno importanti che hanno vissuto in quei posti: in alcuni momenti ridono come pazze, in altri si commuovono. Anna non ha nostalgia, anzi rivive quei momenti nella memoria con grande serenità d’animo perché è consapevole che ciascuno di quelli ha rappresentato una tappa fondamentale che l’ha condotta lì dov’è ora, in quel preciso istante. Tra un ricordo e l’altro, la macchina giunge in prossimità del liceo che avevano frequentato i 4 amici: Paola sta imboccando la strada che porta sul retro dell’istituto Enrico Fermi. Sono ferme al semaforo pedonale a 200 metri circa dalla scuola, quando Anna, voltando la testa verso destra rimane come folgorata da un’immagine. “Accosta Paola! Accosta!” La voce è carica d’urgenza e di stupore. “Cos’hai visto Anna un fantasma?” Le domanda Paola e mentre parla, gira anche lei la testa verso destra rimanendo di stucco. A una ottantina di metri, nella parte del parco più lontana dalla strada, un uomo seduto su una panchina: ha l’aria serena e rilassata. Anna e Paola scendono dall’auto e con passo deciso e un po’ concitato si dirigono verso l’uomo. Quando le due donne sono a una quarantina di metri, lui si gira, le fissa e sorride. Anna comincia a correre e quando è a un paio di metri da Pietro fa un balzo e gli salta letteralmente al collo. Piange per lo stupore, la felicità, il rammarico per quello che successe tanti anni prima e il desiderio di vivere per sempre vicino a quel pezzo fondamentale della sua vita. Pietro la scosta dolcemente da sé prendendola con entrambe le mani da sotto le ascelle, non certo perché lo infastidisca riabbracciare sua sorella dopo due decenni, piuttosto perché ha bisogno di guardarla negli occhi. Lo sguardo dei due fratelli si incrocia e in un istante ritrovano l’armonia perduta anni prima. Nel frattempo ai due si è aggiunta anche Paola che avvolge Pietro, per quello che riesce, vista la mole, cingendolo con le braccia attorno all’enorme vita. “Che senso ha avuto Pietro farci girovagare per mezzo mondo?” Paola sta stringendo con forza le braccia attorno a Pietro, come se avesse paura di perderlo di nuovo. “Ha avuto il senso di una vita Paola! Se io avessi provato a contattarvi direttamente chiedendovi di incontrarci, la banalità di quel mio gesto vi avrebbe portato a interpretare quel momento con gli occhi carichi di passato e probabilmente senza nessuna aspettativa per il futuro. Io invece volevo ardentemente generare il pathos che solo l’attesa di qualcosa è in grado di stuzzicare: nel viaggio che avete intrapreso seguendo gli indizi, avete dato nuova luce al nostro passato insieme, perché eravate cariche delle aspettative per qualcosa che sarebbe potuto accadere nel futuro: il nostro incontro, senza avere al contempo la matematica certezza che esso si sarebbe verificato. È la magia di quell’incertezza rispetto a ciò che potrebbe accadere, a generare la forza della vita e se ci riflettete per un attimo, la nostra separazione tanti anni fa, al di là dei motivi estemporanei che l’hanno generata, è stata causata da un solo elemento: tutti quattro, per un motivo o per un altro, non riuscivamo più a sognare un futuro insieme.” Pietro smette di parlare: ha finito quel suo lungo sermone e per un attimo Paola sorride al pensiero che per quanto sia cambiato nell’aspetto e anche nei comportamenti di base, in fondo rimane sempre quel Pietro di 20 anni prima: il mentore e la mente pensante del gruppo. Su quel pensiero fugace che avvolge la mente di Paola, si innesta la percezione di un suono: proviene dalla sinistra rispetto a dove si trovano ora i tre amici. Da dietro un muretto che separa il parco da un’area gioco attrezzata per i bambini, i 3 sentono la voce di una bambina: “Papà vieni, torniamo dalla zio Pietro!” Anna e Paola si scostano di poco da Pietro, a sentire quella voce e i contenuti che essa sta veicolando. Si girano entrambe verso il cancelletto che collega l’area giochi al parco e in quel frangente una bambina sbuca da dietro il muretto: avrà si e no 6 anni ed è vestita con abiti sgargianti, dagli abbinamenti di colore azzardati. Dietro la bambina uno spilungone quasi cinquantenne con folti capelli sale e pepe sparati in aria da chili di gel: è intento a guardare le foglie cadute sull’erba, assorto come un tempo tra le sue mille indecisioni: alza lo sguardo e appena incrocia quello di Paola e Anna, si blocca sbalordito. Attimi di attesa congelano i quattro amici di un tempo ognuno sulle loro posizioni. Sembra si stiano studiando per capire quale sarà la prossima mossa e soprattutto chi la farà per primo e in quell’attimo di attesa che pare durare un eternità, la bambina corre dal padre, lo prende per mano e strattonandolo con una forza che sembra non poter appartenere a un corpicino così fragile, lo tira fino a riuscire a prendere, con l’altra sua manina, le dita di Anna. Quel collegamento che si crea tra i due amici di vecchia data attraverso la bambina, racchiude in sé una energia dirompente: è come se il passato e il futuro si stessero fondendo lì, il giorno di Natale dell’anno 2017, 20 anni dopo la loro violenta separazione. Anna si accuccia piegando le ginocchia fino a incrociare lo sguardo della bambina; con fare gentile le scosta con l’indice della mano destra una ciocca di capelli neri come la pece che le è caduto da sotto il berretto di lana col pompon. “Ciao bella bambina” una lacrima striscia lentamente sulla sua guancia sinistra; “come ti chiami?” La voce di Anna è dolce, cerca il più possibile di far percepire alla piccola quanto il suo cuore sia pieno di gioia per quel momento inaspettato. “Mi chiamo Anna” la voce sottile della bambina lascia le due donne impietrite. In quel nome che Gianni e Marisol hanno dato a loro figlia, si racchiude il senso degli ultimi 20 anni di separazione dei quattro amici. “Queste sono Paola e Anna, le tue zie!” La voce di Gianni arriva alle corde della coscienza di Anna generandole dentro una piacevole eco di sentimenti; non ricordava più quanto le piacesse quella voce che fin da ragazzo si appoggiava così tanto sui toni bassi. Si rialza e di colpo Gianni è lì davanti a lei, a poco meno di mezzo metro, come quel pomeriggio di tantissimi anni prima seduti ai tavolini del vicino bar da Iole quando, tra mille emozioni contrastanti e tanta paura di rovinare tutto, si erano scambiati il secondo loro bacio, quello che aveva sancito l’inizio della loro relazione. Si guardano intensamente e in quello sguardo entrambi percepiscono tutte le sofferenze su cui hanno costruito la loro vita. Sono due viaggiatori che dopo aver fatto un pezzo di strada insieme, si sono spinti ai confini di due mondi completamente all’opposto: non hanno bisogno di raccontarsi nulla perché tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in quell’attimo carico del loro passato e di tante aspettative per un futuro che è proprio lì in mezzo a loro: la piccola Anna, il più importante progetto di vita a cui un essere umano possa sperare di prendere parte nel proprio cammino. Pietro e Paola si avvicinano ai due amici: tutti quattro si prendono le mani a formare un cerchio, la piccola Anna in mezzo. Quel cerchio fatto di braccia e di corpi è l’atto che suggella di nuovo l’unione dei 4 cavalieri della tavola rotonda. Lì nel mezzo c’è il loro presente e il loro futuro: sentono il desiderio di proteggere Anna  e farla crescere nel migliore dei modi e in quel frangente a tutti quattro contemporaneamente viene un pensiero: ‘nulla nella vita è sprecato e per quante difficoltà una persona debba superare, ne vale sempre e comunque la pena.’ Si abbassano insieme all’altezza del volto della bambina e avvolgendola coi loro sguardi di un amore che non ha confini, si rivolgono a lei: “Sempre insieme, qualunque cosa succeda?” “Sempre insieme” risponde la piccola Anna tra consapevolezza e inconsapevolezza.

FINE

Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”

Parte 8 L’anima gemella

Se desideri leggere i precedenti episodi li puoi trovare qui di seguito:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

 

L’aria proveniente dall’oceano Atlantico gli rinfresca il viso: sta rientrando dalla consueta corsa mattutina e comincia a sentire un lieve dolore al tallone d’Achille destro per via dell’eccessivo sforzo dovuto ai troppi chilometri percorsi. Ha preso l’abitudine di correre giornalmente la mattina da una decina d’anni circa: quell’esercizio fisico è il componente segreto che dà il giusto ritmo all’inizio della sua giornata. In lontananza intravede il faro che svetta alto e imponente a fare da guardia a quel tratto di costa che si apre su una delle più maestose meraviglie della Terra: le dune di Maspalomas. La vista dell’insegna del suo ristorante gli dà la giusta carica per colmare gli ultimi 800 metri che mancano al completamento del percorso che si è imposto di coprire. Lo aveva iniziato alla corsa un Americano di nome Alan Pembleton che aveva conosciuto sulla rampa C-14 della ferrovia Belgrano quasi 10 anni prima: era la fine del 1999. La ferrovia collega la città di Salta a quella di Puna attraverso un percorso che si snoda per 217 chilometri fatto di gallerie, ponti e viadotti. Gianni era approdato nella zona della Provincia di Salta, al confine con il Cile sulla Cordigliera delle Ande, dopo aver girovagato senza meta per circa sei mesi alla ricerca di un modo qualunque di uscire dalle sabbie mobili mentali nelle quali si trovava dopo la rottura definitiva con gli altri 3 componenti dei gruppo dei ‘quattro cavalieri della tavola rotonda’. Dopo gli eventi successi quel pomeriggio al ricevimento di matrimonio nella villa a Ravenna, per Gianni si erano susseguiti un paio di anni bui, durante i quali aveva lasciato l’università e si era rinchiuso completamente nella parte più grigia della sua esistenza. Non aveva più proferito parola con Paola, la sorella, sebbene lei avesse tentato varie volte di affrontare l’argomento: ad ogni tentativo, lui si defilava respingendola con un laconico e schietto: “no grazie!”. Tutto quello che un tempo era stato Gianni, quel ragazzone dinoccolato di un metro e novanta, magro e dai capelli neri come la pece sparati per aria da chili di gel, dopo la separazione violenta dei quattro si era come sciolto negli acidi del rancore e della rabbia. Quella sua particolare e tenera caratteristica che lo spingeva ad essere sempre indeciso sui fatti quotidiani della vita, si era accentuata a tal punto da farlo avvitare completamente su sé stesso: non era più in grado di vivere una vita normale. L’unica persona con cui aveva continuato a intrattenere rapporti era la sua bisnonna Alfonsina, la nonna materna, una signora quasi novantenne, energica, tenace e piena di voglia di vivere. Durante la guerra, Alfonsina era stata membro della brigata partigiana ‘Maiella’, quella che nelle prime ore della mattina del 21 aprile 1945 era entrata senza colpo ferire a Bologna insieme alle unità del 2°Corpo Polacco dell’8a Armata Britannica, della Divisione USA 91a e 34a e dei Gruppi di combattimento Legnano, Friuli e Folgore. La voglia di combattere le ingiustizie che aveva contraddistinto lo stile di vita di Alfonsina durante la guerra, aveva caratterizzato l’atteggiamento della stessa anche a guerra finita: non c’era giorno che lei non trovasse il modo per difendere sé stessa o qualcuno vicino a lei per un torto subito o un diritto inalienabile violato o negato. E sebbene le energie non glielo permettessero più come un tempo, comunque anche alla soglia dei novant’anni, nonna Alfonsina continuava a mantenere vivo quello spirito combattivo con cui andava incontro alla vita a cuore aperto. Se qualcuno le pestava i piedi o ledeva anche solo minimamente i suoi diritti, Alfonsina, nonostante oramai il suo corpo fosse ricurvo dal peso degli anni, si difendeva con un vigore e una forza tali da far tremare anche il più trucido dei nemici. Un pomeriggio di aprile del 1999, Gianni, uscito da casa dei suoi genitori come sempre senza una meta prestabilita, aveva sentito più del solito la necessità di recarsi dalla nonna per scambiare qualche battuta grazie alla quale tirarsi un po’ su il morale. Era intento a gestire il botta e risposta con Alfonsina in merito ai commenti che quest’ultima faceva sulla caratura dei politici moderni, che lei considerava delle mezze calzette rispetto ai politici di quando era giovane, quando d’un tratto aveva sentito la voce della donna cambiare completamente discorso, senza nessun motivo apparente: “Se vai avanti così, la tua vita è finita ragazzo mio! Lasciatelo dire da una persona che ne ha passate tante e che da giovane ha visto la morte in faccia più di una volta. All’epoca, durante la seconda guerra mondiale, quando eravamo sfollati in campagna da alcuni parenti che ci ospitavano a causa dei bombardamenti che si erano susseguiti per ben due anni dal 1943 al 1945, ricordo che avevo passato dei momenti di paura folle. La stessa sensazione di paura folle l’avevo percepita in certe notti passate all’addiaccio durante il periodo della liberazione con la banda di partigiani. Se ripenso oggi a quella sensazione di paura che avevo provato durante quelle notti al freddo, sono sempre più convinta che quei momenti siano stati quanto di più vivo io abbia mai vissuto caro mio.” “Che cosa c’entra tutto questo con me nonna? Non riesco a capire dove tu voglia arrivare!” Gianni aveva cercato di defilarsi da quel discorso iniziato con un lungo preambolo, non tanto perché la prolissità della nonna lo annoiasse, quanto perché aveva timore del prologo di quel racconto. Ma per quanto lui fosse stato risoluto nel cercare di fermare Alfonsina, lei era stata più tenace nel continuare a tenerlo incollato a ciò che gli stava per dire. “Ti voglio dire una cosa Gianni: molti anni dopo la fine della guerra, un pomeriggio trovarono la mia amica d’infanzia morta suicida: si era impiccata con la cinghia dei pantaloni del marito appendendosi ai tubi dello scarico dell’acqua che passavano nel vano dei garage dove abitava. Avevamo condiviso l’infanzia, l’adolescenza e una parte della vita da adulte, sempre insieme. Quel pomeriggio, dopo il ritrovamento del corpo, il marito aveva trovato un biglietto che la mia amica aveva scritto prima di compiere quel gesto estremo: il biglietto era rivolto a me.” La nonna aveva indicato un cofanetto sulla credenza della sala da pranzo: “Apri quella piccola scatola di legno Gianni, ti prego!” La sua voce si era fatta sottile, con un impercettibile graffio alla fine di ogni parola. Dentro il cofanetto un biglietto con sopra scritto: “Per la mia Alfonsina” Cara Alfonsina, a volte la vita ci pone di fronte a delle sfide che ci sembrano insormontabili: noi insieme abbiamo superato decine di quelle sfide durante la guerra, rischiando varie volte di morire. In più di un’occasione, durante quei periodi , avevo sperato che tutto finisse al più presto. Ora, dopo anni che tutto è finito, ti posso dire che c’è una cosa molto peggiore del dover affrontare quotidianamente il rischio di morire: ed è  quello di vivere una vita così piatta e prevedibile da sentirsi già morti; non sentire più nelle vene la vita che scorre ti fa smettere di avere voglia di vivere. Tutto negli ultimi tempi è diventato così prevedibile, da non lasciare più spazio al bello  di vivere che un tempo si racchiudeva nell’incertezza di non sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. Trovo tutto questo un oltraggio alla vita al punto da fare un gesto che so tu non approverai mai.                                                      Con affetto Gianni aveva appena finito di leggere quella lettera e aveva il volto rigato dalle lacrime. “Rileggo quella lettera da 35 anni, dal giorno della sua morte, ogni sacrosanta mattina! E da 35 anni ogni mattina mi sveglio e so che, se voglio onorare quello che la mia amica ha rappresentato per me, devo darmi da fare per far sembrare questa mia vita il più avventurosa e stimolante possibile, perché di una cosa la mia amica aveva ragione: di inerzia si muore!” La nonna aveva smesso di parlare e si era appoggiata allo schienale della poltrona dove era solita sedere la sera davanti la TV e aveva per un attimo lasciato che i ricordi prendessero il sopravvento su quella strana conversazione. “Cosa devo fare nonna? Cosa devo fare?” Aveva ripetuto Gianni in lacrime, disperato. “Da due anni a questa parte non riesco più a capire da dove ricominciare e l’unico modo che ho trovato di vivere è quello di ripetere quotidianamente pochi, codardi comportamenti.” “Ma quello che stai facendo tu, ragazzo mio, non è vivere, ma sopravvivere; è il più grande insulto alla vita che un essere umano possa fare!” La nonna, con fare stanco, quasi avesse dovuto affrontare una fatica immane per il suo corpo carico di anni, si era alzata dalla poltrona e con una lentezza che non le apparteneva, era andata in camera da letto e dopo qualche secondo era tornata: stringeva tra le mani un foglio che aveva porto al nipote. “Tieni, consideralo il mio regalo per ricominciare a vivere.” “Che cos’è nonna?” Le aveva chiesto il nipote senza nemmeno leggere il contenuto di quel foglio. “Ho aperto un conto corrente, intestato a te: vattene Gianni! Ricomincia a vivere, non importa dove e non importa come, ma sfrutta le incertezze che derivano dal viaggiare senza una meta, per ritrovare il solco dentro cui ricostruire una vita!” E con quella frase la nonna si era di nuovo adagiata sulla poltrona: aveva bisogno di riprendere il filo dei suoi ricordi. Gianni era uscito dall’appartamento della nonna stanco come se avesse combattuto 15 round contro il campione del mondo dei pesi massimi. In ascensore aveva dato uno sguardo al foglio che la nonna gli aveva lasciato: sul foglio, l’estratto conto riportava 100 milioni di lire. Era rimasto tutta notte a fissare il soffitto senza minimamente appigliarsi a uno dei milioni di pensieri che si erano susseguiti nella sua testa e verso le 5 del mattino aveva aperto l’armadio, preso fuori il vecchio zaino che era solito usare quando con Pietro si facevano le loro escursioni sulle dolomiti e riempitolo di maglie, mutande, due paia di scarpe da ginnastica, qualche calzino e poco altro, si era vestito e senza nemmeno lavarsi denti e faccia era uscito da quella vita con un unico obiettivo in testa: raggiungere l’aeroporto Marconi per prendere il primo biglietto per chissà dove. Quello era stato l’inizio del suo girovagare per il Sudamerica che dopo 6 mesi lo aveva portato su quel treno, meglio conosciuto come ‘Tren de las Nubes’, il Treno delle Nuvole, per le altezze a cui viaggia. Alla stazione ingegnere Maury, a 2.358 metri sul livello del mare, era salita a bordo del treno una coppia: lui milionario americano di New York, 55 anni, tale Alan Pembleton e lei 22, di un paese sulla costa messicana a 240 chilometri a Nord-Ovest di Acapulco, dal nome esotico e molto difficile da pronunciare: Zihuatanejo. Gianni era rimasto colpito dalla bellezza che quella ragazza portava con una spontaneità quasi disarmante; si erano messi a parlare tutti 3 alternando l’inglese, che Gianni parlava in modo quasi perfetto grazie a diversi periodi di studio passati in Inghilterra, allo spagnolo che biascicava in modo cialtrone condendolo a volte con qualche parola inconsapevole di dialetto bolognese. Marisol, questo era il nome della ragazza, accennava un piccolo e rispettoso sorriso ogni volta che lui vomitava qualche castroneria in simil spagnolo; e più lei sorrideva, più Gianni trovava un senso alla vita. Giunti a Puerta de Tastil i tre erano scesi in cerca di un alloggio; quella sera a cena, grazie anche all’effetto generato dai numerosi bicchieri di tequila che si erano bevuti, i tre avevano gettato i loro cuori sul tavolo raccontandosi le vicissitudini delle loro più o meno fortunate vite passate. Quando era giunto il suo turno, Gianni non era stato in grado di tirare fuori granché e non tanto perché si vergognasse o fosse restio a raccontare cose che lo riguardavano, quanto perché tutto il rancore e la rabbia che aveva provato nei confronti della sorella e dei due amici fino a qualche tempo prima, erano di colpo svaniti. Era come se, chilometro dopo chilometro, in quei mesi passati all’avventura senza una meta certa e precisa, lui avesse metabolizzato quanto successo, trovandogli la giusta collocazione nello spazio e nel tempo e su quella avesse fatto forza per costruirsi un’altra esistenza e il nuovo Gianni fosse sbocciato, inaspettatamente, proprio quella sera, davanti a due sconosciuti: un americano pieno di soldi e lei, Marisol. Non sentiva più la necessità di sentirsi offeso e tradito, perché quei sentimenti lo avevano tenuto inchiodato a terra, mentre lui ora aveva voglia di volare e aver conosciuto Marisol era stato l’elemento che di colpo gli aveva fatto spuntare le ali. La mattina seguente quel trio improvvisato aveva preso strade diverse e prima di congedarsi Marisol gli aveva lasciato un biglietto con il proprio indirizzo. Lui per qualche mese ancora aveva girovagato per l’America del sud: cominciava a prenderci gusto verso quel tipo di vita, non tanto per la mancanza di responsabilità che essa si portava dietro, quanto per le continue sfide quotidiane in essa contenute. Non c’era giorno in cui Gianni non dovesse affrontare una prova, grande o piccola che fosse; e più prove affrontava, più la ragion d’essere della sua vita si irrobustiva e lui giorno dopo giorno trovava gioia e felicità semplicemente per il fatto di potersi confrontare con la vita a muso duro, senza più paure. Un pomeriggio, si trovava a San Juan Chamula, nello stato del Chiapas in Messico: stava visitando la chiesa dove si celebrano i famosi riti di sincretismo religioso, quando gli si era avvicinata una donna che gli aveva chiesto se era interessato a una guida che gli spiegasse la storia della chiesa e dei dintorni. Gianni aveva accettato e alla fine di quel breve giro guidato, la donna si era congedata dicendogli il suo nome: si chiamava Marisol. A udire quel nome Gianni aveva ricordato lo sguardo della ragazza in quel tragitto a 4.000 metri d’altezza dentro il treno delle nuvole. Si era messo a rovistare nello zaino alla ricerca del biglietto con l’indirizzo; in quei mesi era come se avesse congelato le emozioni provate alla presenza di Marisol perché aveva ancora bisogno di stare solo con sé stesso.  Non l’aveva dimenticata; l’aveva solo messa in un cassetto della memoria in attesa di qualcosa di non ben definito. Ma in quel frangente, proprio lì fuori da quella chiesa caotica, aveva sentito il desiderio di perdersi ancora per un pò dentro i suoi occhi neri e grandi come perle rare. Aveva viaggiato in pullman per 21 ore: la fermata dove era sceso era adiacente alla spiaggia e Gianni, sebbene fossero le 10 di sera e non conoscesse nulla del luogo, avevo tolto le scarpe e a piedi nudi era andato fino in riva al mare. La sensazione di fresco dell’acqua che gli avvolgeva le dita dei piedi e della brezza marina che gli carezzava il viso, lo avevano per un istante reso orgoglioso di ciò che era diventato: in quell’istante di sollievo generato da quei due elementi della natura, l’aria e l’acqua, lui aveva percepito che era racchiusa l’essenza di tutto ciò per cui valeva la pena vivere e poco importava se il giorno dopo avesse scoperto che Marisol si era sposata col miliardario americano; lui era consapevole che da quel momento in poi sarebbe sopravvissuto ad ogni notizia, buona o cattiva che fosse. E in quel frangente si era messo a gridare come un folle: “GRAZIE NONNA ALFONSINAAAA! GRAZIEEE!” Lacrime di gioia scendevano copiose dai suoi occhi intanto che si toglieva la t-shirt, i jeans e gli slip. Si era quindi gettato nell’oceano lasciandosi trasportare dalla corrente nella posizione del morto. Aveva la sensazione che quello fosse il suo bagno ristoratore dopo una giornata di lungo e duro lavoro: ora era venuto il suo turno per riposare. Aveva dormito in spiaggia quella notte e la mattina seguente, dopo essersi lavato approfittando abusivamente della doccia all’aperto di un ristorante con vista mare, si era messo alla ricerca della casa di Marisol. I mesi successivi a quella mattina erano passati all’insegna della scoperta dell’amore vero. Il cuore di Gianni aveva finalmente trovato il luogo dove potersi ristorare senza bisogno di cercare per forza un perché alle cose e questo a lui piaceva tantissimo: più passavano le settimane più le cose tra lui e Marisol andavano per il meglio. Una mattina come tante però, si era svegliato e aveva sentito che nel cuore stava ricominciando a montare quella pesantezza che lo aveva gettato a terra prima di partire per quella sua avventura. Marisol era perfetta, il luogo nel quale vivevano era paradisiaco e coi soldi che la nonna gli aveva messo sul conto per un pò non avrebbero avuto problemi economici: ma nel profondo sentiva che doveva aggiungere un pezzo a quella sua vita. Anni prima, quando ancora stava con Anna, le aveva chiesto di seguirlo alle Canarie: voleva aprirsi un locale sulla spiaggia, perché quello era sempre stato il suo sogno, fin da quando si era recato in vacanza da piccolo, coi genitori, in quei luoghi. Per un pò aveva provato a far finta di niente ma poi gli erano tornate alla mente le parole della nonna: “di inerzia si muore.” Era l’estate dell’anno 2000. E così, solo come era arrivato, con lo zaino in spalla, solo se ne era andato: Marisol non era pronta a lasciare la famiglia e oltretutto sentiva che quello era il progetto di Gianni e non il loro progetto. E con grande rammarico di entrambi si erano lasciati, come spesso accade, facendosi mille promesse di un futuro ricongiungimento; e poi, più nulla per lunghissimo tempo. Sono passati 9 anni da quell’addio sofferto: sta ritornando dalla sua consueta corsa mattutina e arrivando nei pressi del suo ristorante si ferma di colpo: sul muretto antistante il locale è seduta una donna, capelli neri, di una bellezza da perdercisi dentro. Lui la riconosce perché ce l’ha dentro dal giorno che si sono conosciuti su quel treno in mezzo alle nuvole andine: è lei, Marisol. Per qualche istante la guarda, come se fosse parte di uno dei tanti sogni a occhi aperti che lui nel tempo ha fatto su di lei. “Finalmente sei arrivata!” Le parla come se si fossero lasciati il mese prima e non fosse invece passato quasi un decennio. Per alcuni minuti non si raccontano nulla: lasciano che i loro due sguardi si fondano per il tempo che serve a ricongiungere le loro due anime. Sembrano due alieni che comunicano col pensiero, da tanto sono immobili e sospesi nel tempo. “Mi ci sono voluti 9 lunghi anni per capire il motivo per cui mi hai abbandonata: poi, una mattina ho incontrato un prete matto di strada e gli ho raccontato la nostra breve ma intensa storia e lui mi ha detto che doveva andare così perché le nostre due anime non erano ancora pronte a sacrificarsi. Ora so nel profondo che la mia anima è pronta a viverti accanto per sempre, se tu lo vuoi ancora, qualunque cosa succeda. Sono qui per te e non voglio più andare da nessuna parte, se non insieme a te!” Quelle erano state le parole che avevano definitamente posto la parola fine a quella sottile inquietudine che aveva contraddistinto gli ultimi dieci anni della vita di Gianni.

Dedicata a mia figlia…

….Sai..sentire il tuo respiro che lento si abbandona tra le braccia della notte…è un pò come ascoltare il tuo primo vagito…quel meraviglioso grido liberatorio con cui per la prima volta hai dichiarato al mondo ‘Io esisto..

‘Esisti eccome’..esisti talmente tanto che mi incanto ad ascoltarti mentre dormi…mi trasferisce un senso di pace…è liberatorio e rassicurante…

…dovremmo essere noi genitori a infondervi sicurezza lungo il percorso…e invece…è sufficiente prendersi un attimo per ascoltarvi e tutto diventa più chiaro…

..ciò che esternamente cerchiamo di trasferirvi…fa già parte del vostro patrimonio cosmico, laggiù in fondo al vostro cuore…quel patrimonio che vi lega al Tutto per via della vostra purezza, del vostro candore…

…attraverso di te percepisco l’importanza di dare il meglio di me per tentare, nel mio piccolo, di fare la differenza non solo per te ma per l’intera umanità…

Val di Fassa

Mi guardi e sorridi…

Fiore di bosco…mi guardi e sorridi…

…ti apri alla vita ignaro del ‘poi’ …

…ed io mi ti accosto e provo a fermare l’andare e venire di ogni pensier…

…i petali aperti rivolti all’insù…sembri guardarmi con occhietti vispi come di chi tutto già sa….

Perché altro posto non c’è…

Pacengo 22 giugno 2020

Odio parlare di me… parlami di te…

…parlami di come ami…parlami di come brami…

…parlami dei tuoi sogni…parlami dei tuoi regni…

…parlami di come ridi…parlami di come gridi…

…sono venuto per rispettare…

…sono venuto per amare…

…sono venuto per stare in silenzio…

…per fare il pane…per nutrire le rane…

…sono venuto per te…per i tuoi occhi…

…per i tuoi tocchi…

…tic…toc…tocchi…toc…tic…

…sono venuto da te…proprio da te…

…perché altro posto non c’è…

…uniamoci in un amplesso…troviamo il nesso…

…andiamo in basso…facciamo sesso…

…arriviamo all’osso…

…spogliamoci di ciò che siamo…

…di ciò che abbiamo…

…doniamo…doniamoci…amiamoci…