Il più bel gesto d’amore…

Gli unici istanti di vita interessanti sono quelli che precedono l’accadere delle cose…

…in quegli infinitesimi spazi di percezione, si sprigiona un’energia che, se siamo pronti a cogliere, ci permette di esprimere il nostro più intimo potenziale…

…se avessimo il coraggio di vivere sulle sensazioni che emana il corpo in quegli attimi che precedono l’accadimento…

…avremmo la forza per poter porre rimedio alla vita…

…perché la vita è lotta…è espressione…è critica…

…ma non c’è vita se ciò che accade è agito da altri e noi siamo semplici comparse su un palcoscenico che non è il nostro…

…la vita è coscienza critica…

…la critica ha bisogno del pensiero…

…il pensiero esiste laddove io sono in grado di osservare me stesso mentre penso, mentre parlo, mentre sbaglio…

…e sbaglio perché ho deciso, un attimo prima che le cose accadessero, di intraprendere un certo tipo di percorso…

…Io…con la mia energia…che si racchiude in quell’attimo che precede una vita altrimenti alienata…

…per fare tutto questo ho bisogno di stare immerso…immerso nel liquido amniotico dell’attimo che precede…

…perché l’accadere ha in sé un senso di statico…di melmoso…di basso…

…e invece noi abbiamo bisogno di volare alto…stare su…

…per cogliere le frequenze…per avvolgerci delle energie…

…per esprimere l’amore…

…il più bel gesto d’amore è racchiuso nella forza di ritirarsi nell’attimo che precede…lasciando spazio..lasciando…lasciando..lasciando…

Facendo la spola tra l’anima eterna e l’idiozia del quotidiano

Usare le parole come affacci senza limite sull’infinito…e oltre

…mentre il mondo volge il suo sguardo malato alla finitezza dei termini cercando, o forse creando… confini, cerchie ristrette di dove, chi e cosa… e quindi esclusioni…tra chi è dentro e chi è fuori…

La parola come limite racchiude una limitatezza di spirito..

È arma di colui che procede per finti slogan e mezze frasi…

…perché dire di più, andare oltre, significherebbe entrare nel campo del pensiero…quello critico…

…siamo tutti prodotti di qualche pubblicitario dell’anima che studia il miglior posizionamento di mercato di ognuno di noi…

…chi usa la parola come limite ha paura del pensiero critico di chi ascolta e quindi si ferma sempre un attimo prima…

…perché l’attimo dopo lo riempie di effimere certezze…

Inizia a scrivere’ mi disse il vecchio…

…’per fare cosa?’ Gli chiesi io con fare cialtrone e slabbrato…

…’per scavare, andare a fondo e ritornare in superficie con nuove consapevolezze…per poi tornare giù…

facendo la spola tra l’anima eterna e l’idiozia del vivere quotidiano…

So don’t go to bed…

Sheridan Smith in “Are you Just sleeping” canta…

So don’t go to bed
‘Cause I am not ready, to say goodnight yet

…credo che per Costituzione dovrebbero inserire l’obbligo di dirsi “Buonanotte…” solo dopo essersi assicurati che chi ci sta vicino è pronto per essere accolto tra le braccia di morfeo…

….attendere…aspettare…farlo per l’altro…

…si perché ogni notte sancisce una fine…parziale finché volete…ma comunque una fine…e la fine va celebrata..come e più dell’inizio…

…la notte è un mistero..lo è sempre stato…da che l’uomo è…appunto ‘uomo’… dalla notte dei tempi, dal momento in cui i nostri antenati, guardandosi negli occhi dopo essersi eretti sulle gambe abbandonando il mondo animale, hanno dichiarato ‘io sono’…

…tuttavia da quel momento quel ‘io sono’ è stato via via usato per attestare una differenza dall’altro e…anno dopo anno…abbiamo smesso di ascoltarci…di guardare il prossimo negli occhi per pescare nel profondo e dal profondo trovare quell’unità che ci rende meravigliosi…tutti…dal primo all’ ultimo…UNITI…

…quell’unità che si fonda sul “noi siamo” e non certo sul “io sono”….

La canzone di Sheridan Smith recita poi..

…”You bring the music and
I’ll bring the songs and we’ll sing them
‘Cause we’re the real stars
No one knows who we are
But we’ll show them
”…

E voglio chiudere con queste parole…perché credo che per costruire qualcosa…una casa, una nazione…un mondo migliore da lasciare in eredità…ci sia bisogno del contributo di tutti…e….

… se tu porti la musica io ci metto le parole e alla fine ne uscirà un pezzo meraviglioso…

…è tutto qua…tutto il resto sono solo imbecilli condizionate sovrastrutture mentali…

so please, don’t go to bed ‘cause I’m not ready to say goodnight yet

...I’ll do the same for you tomorrow…

Una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario

La vita è una straordinaria danza tra il reale e l’immaginario…

…un volo rasoterra tra il sogno e l’eterno…

…il bello è spingersi oltre il limite con l’immaginazione, con l’unico fine di prendere qualche spunto da incastrare in pezzi di vita bastarda quaggiù…

Come gli alberi…radici ben piantate nella terra e foglie e rami proiettati verso la luce, verso il cielo più profondo…

…ecco perché quando non si è più in grado di volare insieme…meglio lasciare la presa che ostinarsi…

….perché c’è qualcosa di più doloroso che perdersi..

…ed è rischiare di diventare l’angolo di buio della vita di qualcun altro…

Siate la luce per chi vi sta accanto e lasciatelo andare quando capite che quella luce si sta spegnendo….lo vedrete risollevarsi da terra dispiegando le ali come farfalla verso i colori dell’arcobaleno…

Parte conclusiva – Ritorno all’ovile

Di seguito le precedenti puntate: Parte 1 Toccare il fondo Parte 2 – Vita di coppia a quattro Parte 3 – Scegliere di essere diversi Parte 4 Una scelta che vale una vita Parte 5 L’incontro Parte 6 Il duplice malinteso Parte 7 L’indizio Parte 8 L’anima gemella Parte 9 È giunta l’ora Parte 10 Incontri che cambiano la vita È il 25 dicembre 2017: la tavola è ricca di vari tipi di cibarie, tutte abbondantemente ricolme di grassi e calorie. Le persone sedute a tavola sono immerse in una felicità che va al di là della convivialità del momento: oltre a vari parenti e qualche amico che sono soliti unirsi ai festeggiamenti in casa di Franca e Tonino, ci sono anche altre due persone che sono giunte inaspettate in quella casa da molto lontano la sera prima: Anna e Paola. Paola, da quando il fratello Gianni era scomparso, non aveva più festeggiato il Natale in famiglia perché erano troppi i ricordi di loro da piccoli durante il periodo delle festività e tanto il dolore che essi continuavano a provocare se stimolati. Le due amiche erano arrivate a Bologna il giorno prima dal Messico dopo 14 ore di volo e tre di treno. All’aeroporto Malpensa, Anna e Paola si erano guardate negli occhi e come se stessero leggendo un copione di cui conoscevano le battute a memoria avevano recitato all’unisono: “Io senza di te non vado da nessuna parte.” E così avevano deciso di proseguire per Bologna col treno. Quel ritorno a casa di Paola per Natale aveva diversi significati più o meno espliciti: il primo e il più importante di tutti era che Paola voleva presentare ufficialmente in famiglia la sua compagna. I genitori erano da molti anni al corrente del fatto che la figlia era omosessuale e questo non aveva mai creato grandi problemi a quella famiglia che faceva dell’apertura di mente la propria spina dorsale: addirittura era la madre che in diverse occasioni aveva chiesto a Paola informazioni sulla sua vita sentimentale, preoccupata di non avere mai visto a fianco della figlia qualcuno che non si potesse annoverare tra la cerchia di amici. Ma lei non aveva mai sentito il bisogno di coinvolgere i famigliari nella sua vita privata perché nessuna delle persone con cui era stata in passato era degna di nota. Ma Anna era Anna e soprattutto, conoscendo i suoi genitori, Paola sapeva che avrebbe donato loro una felicità immensa alla notizia che quella che un tempo era stata quasi una seconda figlia per loro, ora era diventata la sua compagna ufficiale. Dal canto suo Anna aveva una voglia viscerale di rivedere Franca e Tonino: quando era piccola, li considerava come due genitori aggiunti, anzi, in più di un’occasione aveva sentito più affetto per loro che verso i genitori veri. C’era poi un altro motivo che aveva spinto Paola a voler ritornare all’ovile: voleva mettere i genitori a conoscenza del fatto che Gianni era vivo, sebbene l’esito di quella loro sortita a Zihuatanejo non fosse stato positivo.  Fino a quel momento non aveva voluto coinvolgerli, tenendo segreto il motivo di quel suo girovagare per due continenti, per non generare in loro delle false aspettative in merito ad un evento che aveva più probabilità di insuccesso che di riuscita; non voleva che ripiombassero in quella melmosa forma di apatia che li aveva colpiti dopo che Gianni era scomparso e di lui non si erano più trovate tracce. Il viaggio a Zihuatanejo non era proprio andato come si aspettavano: avevano sperato una volta giunte in Messico, di essere arrivate alla fine di quella sorta di caccia al tesoro davanti a cui le aveva messe Pietro, ma nulla di concreto era emerso da quel girovagare. Erano atterrate all’aeroporto di Ixtapa dopo un volo con scalo a Città del Messico proveniente da Madrid e in taxi si erano recate direttamente all’indirizzo indicato sulla cartolina che aveva consegnato loro il proprietario del Bi-bi Restaurant un paio di giorni prima. Gianni abitava in un condominio moderno sito sul lungomare di Zihuatanejo: all’entrata, il portiere aveva informato le due donne che lui e l’amico grande e grosso che stava con lui da un paio d’anni, era qualche mese che non si vedevano e in quel frangente aveva consegnato loro una cartolina. Anna e Paola si erano sedute sui tre scalini proprio fuori dall’entrata del condominio alquanto sconsolate, ma comunque curiose di capire se quel gioco avrebbe prima o poi avuto una fine. Si erano per un attimo guardate negli occhi e in quello sguardo avevano trovato la reciproca consapevolezza di voler andare fino in fondo perché ne sarebbe valsa comunque la pena. Sul retro della cartolina una citazione: la calligrafia era, ancora una volta, quella di Pietro: ‘Ho attraversato mari, ho lasciato dietro di me città, ho seguito le sorgenti dei fiumi e mi sono immerso nelle foreste. Non ho mai potuto tornare indietro, esattamente come un disco non può girare al contrario. E tutto ciò a cosa mi stava conducendo? A questo preciso istante.’                                                                        Jean-Paul Sartre Sul fronte della cartolina, una foto di Enrico Fermi, il famoso scienziato premio Nobel italiano. Il pranzo di Natale in casa dei genitori di Paola si è appena concluso: Anna per la prima volta dopo tanti anni si sente parte di una famiglia che l’abbraccia fisicamente e emotivamente con attenzioni piccole e grandi che le fanno un gran bene all’anima. Guarda Paola alla sua sinistra: sta ascoltando il padre che racconta ad amici e parenti la stessa storia sentita decine di volte in quelle rimpatriate, quella di lui che una domenica si era fermato in autostrada a fare benzina ed era ripartito dimenticandosi la moglie in autogrill. Anna scorge nello sguardo di Paola una nota di ammirazione per quel genitore che in modo morbido e intellettualmente onesto non ha mai giocato a indossare una maschera coi figli, perché non gli è mai interessato fare la comparsa nel teatro degli imbecilli. Se ripensa alla propria vita, non pensa più di aver commesso degli errori in passato, ma quei momenti che un tempo lei aveva voluto dimenticare perché facevano troppo male, ora li percepisce come semplici tappe di un viaggio che l’ha portata lì, a casa dei genitori di Paola e sente che quella è la miglior cosa che le potesse capitare. Ripensa alla citazione che Pietro ha lasciato sulla cartolina: ‘è vero,’ riflette, ‘tornare indietro non è possibile; bisogna solo avere fiducia nel fatto che per quanto contorto possa essere il viaggio, alla fine ogni cosa andrà per il verso giusto.’ Si sente felice, appagata, realizzata eppure se ci pensa, è la prima volta, nella sua vita da adulta, che non sa cosa le succederà domani, ma poco importa perché tutto ciò che conta è ‘questo preciso istante’ e tutti i singoli ‘precisi istanti’ che verranno. Mette la mano su quella di Paola e la stringe con delicatezza: l’amica si gira e la guarda dritta negli occhi. “Andiamo a farci un giro? Ti va?” “Si, ho voglia di rivedere i luoghi che abbiamo vissuto quando eravamo ragazzi.” Paola si fa prestare la macchina dalla madre e insieme ad Anna cominciano un tour per i luoghi che un tempo erano solite frequentare insieme agli altri due componenti del gruppo di amici: sembrano due pellegrine intente a fermarsi nei luoghi di culto sulla via del cammino di Santiago. Mentre con la macchina passano da un posto all’altro, si divertono a ricordare gli eventi più o meno importanti che hanno vissuto in quei posti: in alcuni momenti ridono come pazze, in altri si commuovono. Anna non ha nostalgia, anzi rivive quei momenti nella memoria con grande serenità d’animo perché è consapevole che ciascuno di quelli ha rappresentato una tappa fondamentale che l’ha condotta lì dov’è ora, in quel preciso istante. Tra un ricordo e l’altro, la macchina giunge in prossimità del liceo che avevano frequentato i 4 amici: Paola sta imboccando la strada che porta sul retro dell’istituto Enrico Fermi. Sono ferme al semaforo pedonale a 200 metri circa dalla scuola, quando Anna, voltando la testa verso destra rimane come folgorata da un’immagine. “Accosta Paola! Accosta!” La voce è carica d’urgenza e di stupore. “Cos’hai visto Anna un fantasma?” Le domanda Paola e mentre parla, gira anche lei la testa verso destra rimanendo di stucco. A una ottantina di metri, nella parte del parco più lontana dalla strada, un uomo seduto su una panchina: ha l’aria serena e rilassata. Anna e Paola scendono dall’auto e con passo deciso e un po’ concitato si dirigono verso l’uomo. Quando le due donne sono a una quarantina di metri, lui si gira, le fissa e sorride. Anna comincia a correre e quando è a un paio di metri da Pietro fa un balzo e gli salta letteralmente al collo. Piange per lo stupore, la felicità, il rammarico per quello che successe tanti anni prima e il desiderio di vivere per sempre vicino a quel pezzo fondamentale della sua vita. Pietro la scosta dolcemente da sé prendendola con entrambe le mani da sotto le ascelle, non certo perché lo infastidisca riabbracciare sua sorella dopo due decenni, piuttosto perché ha bisogno di guardarla negli occhi. Lo sguardo dei due fratelli si incrocia e in un istante ritrovano l’armonia perduta anni prima. Nel frattempo ai due si è aggiunta anche Paola che avvolge Pietro, per quello che riesce, vista la mole, cingendolo con le braccia attorno all’enorme vita. “Che senso ha avuto Pietro farci girovagare per mezzo mondo?” Paola sta stringendo con forza le braccia attorno a Pietro, come se avesse paura di perderlo di nuovo. “Ha avuto il senso di una vita Paola! Se io avessi provato a contattarvi direttamente chiedendovi di incontrarci, la banalità di quel mio gesto vi avrebbe portato a interpretare quel momento con gli occhi carichi di passato e probabilmente senza nessuna aspettativa per il futuro. Io invece volevo ardentemente generare il pathos che solo l’attesa di qualcosa è in grado di stuzzicare: nel viaggio che avete intrapreso seguendo gli indizi, avete dato nuova luce al nostro passato insieme, perché eravate cariche delle aspettative per qualcosa che sarebbe potuto accadere nel futuro: il nostro incontro, senza avere al contempo la matematica certezza che esso si sarebbe verificato. È la magia di quell’incertezza rispetto a ciò che potrebbe accadere, a generare la forza della vita e se ci riflettete per un attimo, la nostra separazione tanti anni fa, al di là dei motivi estemporanei che l’hanno generata, è stata causata da un solo elemento: tutti quattro, per un motivo o per un altro, non riuscivamo più a sognare un futuro insieme.” Pietro smette di parlare: ha finito quel suo lungo sermone e per un attimo Paola sorride al pensiero che per quanto sia cambiato nell’aspetto e anche nei comportamenti di base, in fondo rimane sempre quel Pietro di 20 anni prima: il mentore e la mente pensante del gruppo. Su quel pensiero fugace che avvolge la mente di Paola, si innesta la percezione di un suono: proviene dalla sinistra rispetto a dove si trovano ora i tre amici. Da dietro un muretto che separa il parco da un’area gioco attrezzata per i bambini, i 3 sentono la voce di una bambina: “Papà vieni, torniamo dalla zio Pietro!” Anna e Paola si scostano di poco da Pietro, a sentire quella voce e i contenuti che essa sta veicolando. Si girano entrambe verso il cancelletto che collega l’area giochi al parco e in quel frangente una bambina sbuca da dietro il muretto: avrà si e no 6 anni ed è vestita con abiti sgargianti, dagli abbinamenti di colore azzardati. Dietro la bambina uno spilungone quasi cinquantenne con folti capelli sale e pepe sparati in aria da chili di gel: è intento a guardare le foglie cadute sull’erba, assorto come un tempo tra le sue mille indecisioni: alza lo sguardo e appena incrocia quello di Paola e Anna, si blocca sbalordito. Attimi di attesa congelano i quattro amici di un tempo ognuno sulle loro posizioni. Sembra si stiano studiando per capire quale sarà la prossima mossa e soprattutto chi la farà per primo e in quell’attimo di attesa che pare durare un eternità, la bambina corre dal padre, lo prende per mano e strattonandolo con una forza che sembra non poter appartenere a un corpicino così fragile, lo tira fino a riuscire a prendere, con l’altra sua manina, le dita di Anna. Quel collegamento che si crea tra i due amici di vecchia data attraverso la bambina, racchiude in sé una energia dirompente: è come se il passato e il futuro si stessero fondendo lì, il giorno di Natale dell’anno 2017, 20 anni dopo la loro violenta separazione. Anna si accuccia piegando le ginocchia fino a incrociare lo sguardo della bambina; con fare gentile le scosta con l’indice della mano destra una ciocca di capelli neri come la pece che le è caduto da sotto il berretto di lana col pompon. “Ciao bella bambina” una lacrima striscia lentamente sulla sua guancia sinistra; “come ti chiami?” La voce di Anna è dolce, cerca il più possibile di far percepire alla piccola quanto il suo cuore sia pieno di gioia per quel momento inaspettato. “Mi chiamo Anna” la voce sottile della bambina lascia le due donne impietrite. In quel nome che Gianni e Marisol hanno dato a loro figlia, si racchiude il senso degli ultimi 20 anni di separazione dei quattro amici. “Queste sono Paola e Anna, le tue zie!” La voce di Gianni arriva alle corde della coscienza di Anna generandole dentro una piacevole eco di sentimenti; non ricordava più quanto le piacesse quella voce che fin da ragazzo si appoggiava così tanto sui toni bassi. Si rialza e di colpo Gianni è lì davanti a lei, a poco meno di mezzo metro, come quel pomeriggio di tantissimi anni prima seduti ai tavolini del vicino bar da Iole quando, tra mille emozioni contrastanti e tanta paura di rovinare tutto, si erano scambiati il secondo loro bacio, quello che aveva sancito l’inizio della loro relazione. Si guardano intensamente e in quello sguardo entrambi percepiscono tutte le sofferenze su cui hanno costruito la loro vita. Sono due viaggiatori che dopo aver fatto un pezzo di strada insieme, si sono spinti ai confini di due mondi completamente all’opposto: non hanno bisogno di raccontarsi nulla perché tutto quello che c’è da sapere è racchiuso in quell’attimo carico del loro passato e di tante aspettative per un futuro che è proprio lì in mezzo a loro: la piccola Anna, il più importante progetto di vita a cui un essere umano possa sperare di prendere parte nel proprio cammino. Pietro e Paola si avvicinano ai due amici: tutti quattro si prendono le mani a formare un cerchio, la piccola Anna in mezzo. Quel cerchio fatto di braccia e di corpi è l’atto che suggella di nuovo l’unione dei 4 cavalieri della tavola rotonda. Lì nel mezzo c’è il loro presente e il loro futuro: sentono il desiderio di proteggere Anna  e farla crescere nel migliore dei modi e in quel frangente a tutti quattro contemporaneamente viene un pensiero: ‘nulla nella vita è sprecato e per quante difficoltà una persona debba superare, ne vale sempre e comunque la pena.’ Si abbassano insieme all’altezza del volto della bambina e avvolgendola coi loro sguardi di un amore che non ha confini, si rivolgono a lei: “Sempre insieme, qualunque cosa succeda?” “Sempre insieme” risponde la piccola Anna tra consapevolezza e inconsapevolezza.

FINE

Parte 10 Incontri che cambiano la vita

Di seguito le precedenti puntate:

Parte 1 Toccare il fondo

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Parte 4 Una scelta che vale una vita

Parte 5 L’incontro

Parte 6 Il duplice malinteso

Parte 7 L’indizio

Parte 8 L’anima gemella

Parte 9 È giunta l’ora

È seduto a petto nudo su una sedia phieghevole di tela dai colori sgargianti: da lì riesce a scorgere i tre quarti del lungo mare di Zihuatanejo, sempre così pieno di vita, suoni e colori. Pietro era rimasto sconvolto dalla bellezza di quella vista la prima volta che Gianni lo aveva portato sul terrazzo di casa sua pochi mesi prima: era rimasto fermo, immobile per alcuni minuti a osservare un orizzonte che, se qualcuno anni prima gli avesse detto che un giorno o l’altro nella sua vita avrebbe avuto la fortuna di vedere, sarebbe scoppiato in una risata da mal di pancia. E ogni volta che era tornato su quella terrazza, la vista delle palme e dell’oceano in lontananza, divisi da una striscia bianca di sabbia, gli avevano concesso un istantanea di eternità: l’occhio non si era ancora abituato a tanta bellezza.

E’ seduto su una sedia pieghevole e sente una gratitudine immensa riempirgli il cuore per essere in quel posto. Guarda l’orizzonte e pensa allo stato in cui versava la sorella Anna il giorno in cui si era recato a casa sua qualche mese prima per chiederle i 1.000 euro del biglietto aereo con cui aveva raggiunto Gianni in Messico. È rammaricato per come le cose tra di loro siano andate, ma è anche sicuro che prima o poi ci sarà di nuovo qualcosa da condividere con lei e quello che sta per fare è un tentativo fuori dagli schemi di ricucire in parte quello che c’era stato un tempo.

Sul tavolino davanti a lui due cartoline e una penna biro: una delle cartoline ritrae il lungomare di Zihuatanejo e l’altra le dune di Maspalomas: quest’ultima l’hanno presa insieme a Gianni durante il loro ultimo viaggio a Gran Canaria.

“Pietro ti ho già detto come la penso: se una delle due o entrambe avessero voluto mettersi in contatto con uno di noi lo avrebbero già fatto!” La voce di Gianni gli entra nelle orecchie da dietro le spalle: è intento a pulire un polpo che hanno comperato un’ora prima insieme al mercato sotto casa.

“Perché tu Gianni ti sei mai preoccupato di contattare Anna o Paola in tutti questi anni?” Lo stile comunicativo di Pietro non è cambiato rispetto a 25 anni prima: spara fuori ciò che pensa senza filtri, sempre. Ora però, rispetto a un tempo, parla con voce più morbida e gentile rendendo ciò che dice più accettabile all’orecchio.

“Hai ragione Pietro! E non l’ho fatto perché non ne ho mai sentito l’esigenza: ed è proprio questo il punto, credo che entrambe, sia Anna che Paola non ne sentano più l’esigenza di contattare me o te, o entrambi insieme.”

“Ok Gianni: ti concedo il beneficio del dubbio e infatti le due cartoline servono proprio a questo: non sono altro che indizi che, se vorranno, troveranno sulla loro strada. Tutti noi Gianni, ad un certo punto della nostra vita, troviamo degli indizi sulla nostra strada che a volte non cogliamo. Sono come dei bivi nel solco della nostra esistenza: se li cogliamo, la nostra vita da quel momento assume dei risvolti completamente diversi.” Aveva pronunciato l’ultima parola e la sua testa si era messa a nuotare dentro un mare di ricordi.

Era l’anno 2001 e lui era stato appena assegnato ai lavori socialmente utili. Il FIAT Fiorino carrozzato per il trasporto delle persone diversamente abili si era fermato davanti alla porta di un complesso di case popolari. Pietro era alla guida, in attesa che scendesse Antonio, il signore cieco che gli avevano affidato come primo incarico; era agitato, non riusciva a tenere a bada quel tremore alla gamba destra che dava ritmo alle sue emozioni violente e contrastanti.

“Che cazzo, era meglio stare in quella merda di carcere!” Gli era uscita a voce alta quella affermazione scurrile quasi per decomprimere tutta la rabbia che provava in corpo da 3 anni a questa parte. La vicenda dell’incendio appiccato dentro la fabbrica di suo padre era andata nel peggiore dei modi, grazie anche alle pressioni e ai soldi del padre, che aveva fatto carte false affinché il figlio venisse punito nel peggiore dei modi, quasi fosse un malvagio nemico. E infatti gli avevano dato il massimo della pena per un incendio di quel tipo, senza tenere conto delle varie attenuanti.

Non c’era mattina che Pietro non ripensasse con rabbia a quel genitore che lui oramai aveva rinnegato, cancellandolo dalla sua mente razionale, ma che regolarmente tornava a fare capolino nel suo subconscio lanciandogli delle stilettate allo stomaco e al petto attraverso cui lui dava significati distorti e cruenti, pieni di rabbia e rancore. Sentiva in fondo al cuore che ciò che era successo quel pomeriggio in azienda, quell’atto ispirato da tanto odio nei confronti di un padre aggressivo e prevaricatore, gli avrebbe condizionato la vita per sempre. Non si dava pace: passava da momenti di rabbia verso tutto e tutti, in cui anche solo un semplice soffio di vento lo faceva scattare con irruenza, a fasi in cui il senso di colpa lo abbatteva a terra schiacciato da un peso insostenibile, quasi fosse una mosca sotto la suola di una scarpa, sebbene il suo corpo assomigliasse sempre più a quello di un lottatore di Sumo. Ma c’era stato un periodo, prima di quei fatti che gli avevano provocato una condanna a 5 anni di carcere, che Pietro era stato un ragazzo mosso da grandi ispirazioni e grande cuore: forse un po’ troppo irruente nel voler sempre e comunque esternare la propria verità, ma a fondo di tutto, molto onesto intellettualmente. Prendeva la propria forza dal gruppo dei 4 amici, di cui si sentiva e si ergeva in alcuni momenti a mentore e guida. Lui era la voce pensante del gruppo, colui al quale bene o male gli altri 3 facevano riferimento quando avevano necessità di un confronto onesto e costruttivo.

Le tensioni fra loro quattro, che si erano susseguite e ingigantite nell’ultimo anno prima che tutto scoppiasse quel pomeriggio del matrimonio a Ravenna, unite al rapporto fatto di continui scontri e litigi col padre, alla fine lo avevano portato al punto di rottura. Era andato a testa alta incontro al suo destino, ma dentro di sé non era preparato a gestire la rabbia che covava sotto la cenere. Il carcere non aveva certo contribuito al miglioramento dei suoi atteggiamenti  e comportamenti rabbiosi nei confronti del mondo; anzi, ad essi si era aggiunta una serie di comportamenti da duro che ne avevano completamente modificato il suo approccio alla vita.

Dopo 3 anni passati nel carcere della Dozza a Bologna, era stato assegnato ai servizi sociali e quella alla guida di quel Fiorino FIAT color bianco miseria, era la sua prima mattina di una apparente nuova vita.

“Quanto cazzo ci mette a scendere da questa stamberga?” Continuava la serie di imprecazioni a voce alta, mentre con la mano destra si accarezzava inconsciamente il ginocchio, come se quel gesto potesse tenere a bada gli spasmi ritmati della gamba. Si era  messo pure a fumare, lui che aveva sempre considerato il fumo come la massima espressione dell’incapacità dell’essere umano di prendere in mano la propria vita senza doversi abbandonare al vizio a tutti i costi; e sulla sigaretta che aspirava con fare concitato e mano tremante, riversava tutta la sua rabbia e la sua frustrazione.

Finalmente, dopo attimi di attesa che gli avevano provocato quasi dolore fisico, tanto era agitato e fuori di sé, aveva visto uscire dalla porta del condominio un uomo, sulla settantina circa: portava un abito elegante, leggermente liso dall’usura del tempo. Pietro per un attimo aveva avuto la sensazione di trovarsi di fronte Charlie Chaplin. Aveva il cappello e il bastone, bianco: l’uomo era cieco. Lo accompagnava all’auto una ragazza, sulla trentina, bionda, corpo esile, viso allegro e gioioso.

“Buongiorno, io sono Amanda, la nipote di Antonio. Lei deve essere il nuovo addetto che conduce mio zio al centro sociale, giusto?” Si era rivolta a Pietro con voce squillante e toni gentili. Pietro era rimasto basito: non era preparato a gestire tanta gentilezza. Erano anni che non si sentiva avvolgere l’anima da un tono del genere e questo lo aveva fatto trasalire: non sapeva cosa rispondere e come farlo, soprattutto.

“Sì signorina; aspetti che apro la porta posteriore a suo zio!” Pietro si era apprestato a scendere dall’auto con gesti energici: era in evidente sovrappeso e quei chili di troppo lo rendevano goffo e impacciato nei movimenti.

“Non si scomodi, sono solo cieco, non paralizzato; riesco ancora a aprire la portiera di un’auto da solo.”

Pietro aveva percepito nel signore anziano lo stesso tono gentile e gioviale che aveva notato nella ragazza.

Dopo qualche minuto era alla guida, attento e concentrato: gli anni di carcere, sebbene ne avesse passati solo 3 dentro, lo avevano disabituato alle insidie del traffico, soprattutto a quell’ora della mattina, quando ognuno era intento a pensare ai propri impegni e la frenesia era imperante.

“Portami al mare! Non voglio andare in quel posto che sa di vecchio e di morte!” La voce dell’uomo, per l’intensità e i contenuti che conteneva, gli avevano provocato un sussulto. Si era dovuto fermare, aveva bisogno di raccogliere un secondo le idee: era il suo primo giorno di quell’incarico in libertà vigilata e l’ultima cosa di cui aveva bisogno era eludere i suo obblighi. Aveva accostato a destra, appena trovato uno slargo che gli permettesse di non farsi suonare dalle macchine che lo seguivano: aveva alzato lo sguardo quasi furtivamente a incontrare il viso dell’uomo riflesso nello specchietto retrovisore.

“Hai capito cosa ti ho detto? Portami via da qui, voglio sentire il profumo della salsedine e non l’odore di vecchio!” La voce dell’uomo ora si era fatta insistente, sebbene continuasse ad avere delle note di dolcezza che non irritavano per nulla Pietro. In altre occasioni simili, sarebbe scattato alla giugulare dell’anziano facendolo nero con una risposta irruente a una richiesta così fuori dal comune; ma c’era qualcosa in quell’anziano che lo affascinava e lo attraeva a sé, qualcosa di misterioso. Pietro sentiva che profumava di vita e da quel profumo voleva farsi avvolgere.

“Non posso Signor Antonio, proprio non posso, sebbene mi piacerebbe tanto! Sono anni che non vedo il mare!”

“Come ti chiami ragazzo?”

“Mi chiamo Pietro signore!” A Pietro sembrava di dialogare con il padre che non aveva mai avuto: quella voce lo stava ammaliando, addomesticandone gli istinti più barbari e reconditi. Era la voce di quel padre che avrebbe sempre voluto avere: ferma, risoluta, ma al contempo dolce e coinvolgente. Non aveva paura di rispondere, perché sentiva di potersi fidare: poche battute e le sue difese, sempre sull’attenti da anni oramai, si erano completamente abbassate.

“Sono in libertà vigilata e se facessi una cosa del genere mi costerebbe molto cara!”

“Allora troviamo il modo per far ricadere la colpa su di me.”

Pietro si era girato verso l’uomo seduto sul seggiolino singolo, a fianco della piattaforma per le carrozzine: aveva bisogno di guardarlo in viso e non di sbirciare la sua immagine riflessa in uno specchietto di pochi centimetri quadrati. Il viso dell’uomo era sereno, un impercettibile sorriso gli allungava il filo delle labbra socchiuse: quegli occhi ciechi erano rivolti verso l’esterno dell’auto; sembrava che percepissero il paesaggio che li avvolgeva.

“Lei è folle, lo sa?” Pietro aveva sorriso a quella sua affermazione e in quel sorriso aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro, anche se impercettibilmente: non aveva espresso quel giudizio verso l’anziano con cattiveria anzi, il tono della voce era di stima. Lo aveva sorpreso percepire di essere ancora in grado di colloquiare con gentilezza: erano anni che non sentiva vibrare dentro di sé delle note che avevano il colore del rispetto e della benevolenza.

“Siamo tutti a un centimetro dalla follia Pietro! Nessuno escluso! Ma questo è il bello della vita!  Non credi?”

A quella domanda ci sarebbe voluto una vita per rispondere, aveva riflettuto Pietro.

“Tu lo sai che porti un nome importante, di questo almeno ne sei consapevole?”

Pietro lo guardava con sempre più incredulità e rispetto reverenziale; non era in grado di rispondere o dire nulla, perché aveva paura che ogni cosa detta avrebbe potuto rovinare quel momento.

“Anche lui era come te, fragile ma pronto a pentirsi delle proprie debolezze perché buono di cuore e d’animo: su di lui Cristo ha edificato la sua Chiesa, perché sapeva che la forza e la tenacia sono proprie di colui che è stato in grado di riconoscere e accettare le proprie debolezze e follie. Lui, quel Pietro, era duro come la roccia perché conteneva in sé anche l’opposto di quella durezza: una estrema fragilità. Ecco perché tu gli assomigli: perché quando capirai che ciò che ti è capitato nella vita e che ti ha abbattuto al punto da entrare in contatto con la parte più debole e malvagia di te, è ciò che ha dato vita in te anche alla parte più luminosa e speciale, quel giorno darai significato al nome che porti: Pietro, ‘fondato sulla roccia’!”

Pietro a quelle parole si era voltato verso la parte anteriore dell’auto e si era messo a piangere: sentiva tutta la rabbia di quegli anni sciogliersi nel liquido salato delle lacrime che gli rigavano il volto. Comprendeva ora che una parte di responsabilità nel rapporto con quel padre aggressivo e spietato era stata anche sua; capiva che se le cose non erano andate come avrebbe sperato con i suoi 2 amici e la sorella Anna era anche per come lui si era comportato; stava assimilando per la prima volta, facendola propria in fondo al cuore, l’idea che la vita è racchiusa nel significato che noi diamo alla stessa e se quel significato noi lo riempiamo di rabbia e rancore, la vita ci restituirà solo pugni e porte in faccia.

“Va bene Pietro…” La voce dell’uomo aveva assunto toni scherzosi e lo aveva riportato al presente;

“Portami al centro sociale! Vorrà dire che anche oggi dovrò rinunciare al profumo della salsedine e immergermi nei racconti tutti uguali di quel gruppo di anziani.”

L’uomo aveva sorriso e a Pietro sembrava di essere appena uscito dall’incontro con un anziano guru tibetano: tutto era successo con una velocità tale da lasciarlo interdetto, ma in quei pochi minuti a contatto con quell’uomo, lui era talmente andato in profondità dentro di sé da sentire che qualcosa si era smosso. Si era rimesso alla guida: il suo cuore ora era più leggero di prima; sapeva che la strada per il perdono di sé stesso era ancora lunga e piena di insidie, ma era anche consapevole che a tutti noi andrebbe data una possibilità nella vita per redimersi e l’incontro con quell’uomo era stata la sua occasione e lui non se l’era fatta sfuggire.

Da quell’incontro Pietro non aveva più smesso di credere agli indizi e ai segnali che la vita gli metteva davanti e quello era lo spirito con cui lui quella mattina, su quella terrazza di quel posto lontano migliaia di chilometri dall’Italia, si accingeva a lasciare gli indizi alle due donne.

“Io ho sempre pensato tu fossi un po’ folle Pietro! Fin da quando eravamo ragazzi.”

Gianni sta ridendo di quel l’affermazione che gli è appena uscita spontanea di bocca e dopo qualche istante anche Pietro si lascia andare in una risata fragorosa.

“Non siamo tutti a un centimetro dalla follia Gianni?” Aveva ribattuto Pietro ripetendo le parole che anni prima gli aveva detto l’anziano signore non vedente.

“Dico io: perché non vai su Facebook e ti metti alla ricerca di entrambe, come ho fatto io quando ho voluto ricontattarti? Non sarebbe più facile?”

“Perché se una delle due o entrambe, se saranno insieme, avrà voglia di mettersi alla ricerca di noi due in giro per mezzo mondo a seguito di questi due piccoli indizi, allora Gianni vorrà dire che sono pronte per rivederci in qualche modo, che il loro cuore ha curato le ferite del passato; contattarle direttamente potrebbe voler dire forzare i tempi!”

“Si ma così rischi di non vedere mai più tua sorella!”

“È un rischio plausibile; ma sono pronto a correrlo!”