Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Accende l’abat-jour e si stropiccia gli occhi: deve calmarsi, il senso di colpa lo sta attanagliando pesantemente, come ricorda gli era successo anche quattro anni prima a Monaco e pure il novembre prima a New York. Guarda la sua immagine riflessa dentro lo specchio posto sulla parete di fronte: per un momento, ancora preso dal sonno di qualche minuto prima, gli sembra di vedere l’immagine del cugino riflessa e non la sua.
Appesa a un angolo di quella specchiera la medaglia d’oro vinta due pomeriggi prima a ricordargli, con ancora in testa le emozioni provate durante il sogno, che sarebbe più giusto ci fosse il cugino al posto suo lì nella stessa stanza dove si trova ora, se solo lui 15 anni prima non si fosse fatto prendere da uno scatto d’ira improvviso.
Si alza, non riesce a smettere di pensare a quello che è successo quel giorno sulla scogliera a picco sul mare: quello era stato un litigio stupido, per un motivo ancora più stupido. È vero, il cugino andava forte nella corsa, e più crescevano più aveva quasi sempre la meglio in quelle loro corse folli a sfidarsi a chi arrivava primo sulla sabbia delle spiagge di Watamu. La mano destra si stringe a pugno a quel pensiero, segno che ancora lo infastidisce pensare che tra i due il più veloce fosse Babatunde; lo stesso fastidio, moltiplicato centinaia di volte, lo aveva provato quel pomeriggio quando aveva spinto il cugino facendogli sbattere la testa e provocandone la morte per annegamento.
Pensa di meritarsi comunque di essere lì; merita le due medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi; merita gli onori che ha ricevuto nella sua seconda patria, gli Stati Uniti. Non ha vinto quello che ha vinto grazie ai favoritismi di qualcuno pensa, ma ha sudato e sputato sangue per aggiudicarsi quei due ori e altre medaglie in altrettante competizioni in giro per il mondo con il doppio passaporto statunitense e keniano.
Se ripensa solo agli allenamenti a cui lo sottopone Oscar Fever, solo quelli sono la giusta espiazione per la colpa che si sente pesare sulle spalle come avesse attaccato alla schiena un orango che penzola e si dimena. Per non parlare poi delle difficoltà e del dispiacere di lasciare la sua terra, la sua gente, suo padre in particolare.
“jaribu kustahili kwa sababu si kipande cha dhahabu ambacho kinajenga jiwe lisilofaa, lakini ni sehemu yangu na dunia hii!”, che in swahili suona pressappoco come: “cerca di meritartelo, perché non è un pezzo d’oro con cui costruire un inutile gioiello, ma è una parte di me e di questa terra.”
Questo aveva detto il padre di Khamisi tramite il traduttore a Oscar Fever guardandolo fisso negli occhi, il giorno in cui quest’ultimo era andato al villaggio per portarlo via per sempre al padre e alla sua gente, dopo settimane di tira e molla con il genitore che non voleva sentire ragioni di lasciare nelle mani di uno sconosciuto bianco l’unico figlio maschio.
Se ci riflette, per lui Oscar è stato negli ultimi dieci anni come e più di un padre, oltreché essere un rigido ma sincero e onesto allenatore e mentore. Khamisi si è trovato bene fin da subito con quell’uomo che, pur essendo anni luce lontano dalla cultura del padre, ha comunque lo stesso modo di condurre la propria esistenza: anch’egli vive tra un aneddoto e l’altro che adatta agli eventi della sua vita e di quella dei suoi cari, Khamisi compreso.
Si alza e si avvicina talmente tanto alla specchiera da lasciare il segno dell’alito sul vetro: è come se volesse scrutarsi in fondo all’anima attraverso gli occhi per trovare il modo di sentirsi finalmente in pace con se stesso.
Gli unici momenti in cui riesce a estraniarsi da tutto e liberare completamente la mente da quel senso di colpa che lo attanaglia, è quando corre: lì, concentrato com’è a tendere la falcata al massimo per spingere in modo poderoso e efficace sulle caviglie, i suoi pensieri negativi si dissolvono e rimane solo la sensazione positiva di avere al suo fianco Babatunde, con la stessa spensieratezza che avevano un tempo e percepisce che quella presenza del cugino lo sprona a fare sempre meglio: in gara sembra un bracco che rincorre una lepre immaginaria.
Alla fine, pensa, si può trovare un senso a tutta questa triste storia: ed è che la vita da due che erano ne ha voluto lasciare solo uno e ha trasferito a quello dei due che è rimasto, un talento che è più della somma dei singoli talenti che contraddistinguevano entrambi e le vittorie che lui riporta da anni, in realtà sono le vittorie di tutti due, di lui e di Babatunde. In entrambi i casi, a Monaco e quest’anno a Montreal, durante le conferenze stampa post gara, ha dedicato le due medaglie d’oro al cugino, com’era giusto che fosse.
Tutto questo ragionamento lo fa sentire un po’ meno frastornato e agitato di prima.
Sono le 6 di mattina: il volo di rientro per Columbus è fissato per le 16 di quel giorno e Khamisi ha bisogno di prendere una boccata d’aria. Si infila tuta e scarpe da ginnastica e esce da quella stanza che lo soffoca.

Si incammina di passo spedito giù per il lungo viale che fa da spina dorsale al dedalo di strade di cui è composto il villaggio olimpico. Quella camminata veloce lo aiuta a sciogliere le tensioni di una notte non proprio facile da gestire, piena di incubi e insidie mentali. Eppure, pensa, se riesce a tenere a bada una parte dei suoi pensieri negativi, la sua vita al momento sta andando alla grande.
La sera prima ha partecipato alla festa organizzata in onore di tutti gli atleti a chiusura dei giochi olimpici e lui è stato portato in trionfo dai suoi compagni e dal suo allenatore come fosse una star del cinema. Non avrebbe mai pensato che da quel piccolo villaggio sperduto in Kenya, un giorno sarebbe arrivato lì; e questo fatto, sebbene lui non lo voglia riconoscere a sé stesso, lo inorgoglisce. Sarebbe felice se suo padre potesse vedere cosa è stato in grado di realizzare, anche se non è molto convinto che capirebbe; sente oramai di non appartenere più a quel tipo di vita e di cultura da cui proviene e che gli ha dato i natali. Non l’ha rinnegata, ci mancherebbe: tuttavia sente dentro di essere venuto a questo mondo per contornarsi di altro.
“Tu sei il ragazzo che ha vinto la medaglia d’oro alla maratona, giusto?” Si ferma di colpo: non sa per quale motivo gli ritorni alla mente la conversazione avuta la sera prima alla festa di chiusura con quella ragazza italiana.

“Sì sono io, mi chiamo Khamisi!” Stranamente aveva risposto senza esitare, lui che di solito con gli estranei, soprattutto di sesso femminile, era sempre così schivo e riservato; ma quella ragazza italiana lo aveva messo a proprio agio con una avvolgente morbidezza di toni verbali.
“Io sono Claretta: piacere di conoscerti!” Si era introdotta senza pass nella zona riservata agli atleti che avevano vinto le medaglie, adducendo una scusa banale con gli uomini della sicurezza.
“E tu per cosa hai vinto la medaglia?” Khamisi aveva dato per scontato che trovandosi lì dovesse per forza essere un’atleta.
“No, no, io sono solo un’accompagnatrice qui; sono con mio fratello che gareggia con la maglia italiana, ma non ha vinto alcuna medaglia.”
Era rimasto a fissarla per alcuni secondi: non sapeva cosa dirle, ma soprattutto gli piaceva, tanto.
“Ti ho visto gareggiare ieri pomeriggio: ero sul percorso di gara, al 35° chilometro e mi sei passato davanti come un fulmine! Come fai a correre per 35 chilometri e ancora ad avere in corpo tutta quella energia?” Era una domanda che nessuno gli aveva mai posto, almeno non con quella schiettezza.

“Non lo so; corro d’istinto, da quando sono piccolo e francamente non ti so dire cosa o chi mi dia la forza per avere ancora così tante energie in corpo dopo tanti chilometri.”


“Come mai ti sei spinta in questa zona della festa?” Sentiva dentro il desiderio di conoscerla meglio e nonostante la timidezza non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione e qualunque domanda, anche la più stupida e banale, gli sembrava una buona domanda; tutto pur di tenere alto l’interesse della conversazione.

“Così, perché quando mi si dice che non posso fare una cosa, d’istinto mi si scatena dentro il desiderio di evadere quella regola: volevo entrare in questa zona riservata per annusare l’aria dei campioni!” Aveva sorriso leggermente intanto che buttava lì quella frase quasi per caso.

In lui cresceva il desiderio di conoscerla e di approfondire quei discorsi che sembravano portati avanti tra due amici di vecchia data e non da due persone che si erano conosciute da poco.
“Dopo questa sera che fai?”

“Non ho impegni; l’università è chiusa per ferie e quindi ancora per un mese abbondante sono libera cittadina del mondo.”
“Io vorrei prendermi qualche giorno di riposo: se ci penso sono esattamente dieci anni che quando non mi alleno studio e quando non faccio ne l’una né l’altra cosa dormo e credimi che io sono uno che dorme poco!”
“Mi sembra di capire che grandi distrazioni negli ultimi tempi non ne hai avute tu!” Claretta a quella frase aveva accennato un leggero sorriso e l’anima di Khamisi si era praticamente liquefatta.
Ma era troppo per il suo modo di essere, chiederle di seguirlo a Columbus in Ohio per poi proseguire a girare gli Stati Uniti insieme senza meta. Eppure ne avrebbe avuto una voglia tremenda.

Ancora adesso, fermo immobile in piedi su quel viale deserto del villaggio olimpico di Montreal alle 6 di mattina, pensa che se ce l’avesse davanti, ora sì che avrebbe il coraggio di chiederle di fargli compagnia per una vacanza all’insegna della spensieratezza. La sera prima era stato tutto un vero disastro: quando lei aveva capito che lui non aveva grande interesse a proseguire e approfondire l’argomento, di colpo si era raffreddata e guardando l’orologio con fare distratto si era dileguata in mezzo alla gente.

Non si è reso conto di essere ancora fermo nello stesso punto di prima, in piedi, immobile; sente che è giunta l’ora di rientrare e si incammina ripercorrendo a ritroso la strada da cui è venuto. Sente una vena di tristezza che gli vela i sensi: il suo mondo è la corsa e per quanto si stia integrando bene in Ohio, comunque la sua vita continua a ruotare sempre e solo attorno ad essa.

Assorto com’è nei suoi pensieri, non si rende conto di essere quasi giunto al blocco C del suo dormitorio: ha lo sguardo rivolto verso terra e per un brevissimo istante solleva gli occhi e davanti la porta d’entrata c’è lei, Claretta.
“Che ci fai tu qui?” È stupito, quasi sconvolto di trovarsela lì e si rende conto che quella domanda gli è uscita di bocca con il peggiore dei toni; sembra quasi scocciato.
“Anche io sono contenta di rivederti Khamisi!” Lo canzona lei; un impercettibile sorriso le illumina il viso.
Sentire pronunciare il suo nome dalle labbra di lei, con quel tono gentile e morbido, lo fa rabbrividire e lo lascia lì fermo immobile quasi fosse stato fulminato.
“Mi hai stupito Claretta con questo tuo gesto; scusa non volevo risultare scortese.”
“Ti va se ricominciamo da dove abbiamo lasciato ieri sera?” Quella domanda suona alle orecchie di lui come una melodia: è contento che sia stata lei a cogliere l’occasione, altrimenti pensa che sarebbe finita sicuramente come la sera precedente.
“Sì, molto: anche perché ci sono tante cose che non ci siamo detti!” Ora sì che si è piaciuto; questa è una risposta degna di un ragazzo che si trova davanti una ragazza che lo intriga, e pure tanto.
Si siedono su una panchina antistante il dormitorio.
“Mi piace questa tua timidezza Khamisi!”
“Io non la amo un granché…”

Sente di potersi fidare di lei e di aprirsi liberamente; vedere negli occhi di lei le reazioni a ciò che dice quando parla di sé, gli restituisce un’immagine della sua persona totalmente diversa da come lui si percepisce di solito.
“Devi preservare questa tua natura invece, perché è rara e lo diventerà sempre di più. Mi sembri un ragazzo proveniente da un’altra epoca e questo lo trovo di una forza dirompente.”
“Lo è se vivi su un’isola deserta e le uniche forme di comunicazione che hai, sono con le palme e le scimmie; oggi invece anche uno come me che l’unica cosa che sa fare nella vita è correre, se non sa comunicare è tagliato fuori, quasi emarginato.”
“Però quella, la corsa intendo, ti viene meravigliosamente bene Khamisi!”
“Conoscevo uno un tempo a cui riusciva ancora meglio la corsa, credimi…” Interrompe quella frase di colpo; lo sguardo si sposta leggermente in alto a sinistra: è commosso e lei lo percepisce: “…ma questa è un’altra storia.” Conclude frettolosamente.
Gli occhi di lei lo fissano e in quello sguardo Khamisi non percepisce curiosità becera e morbosa, ma voglia di capire per proteggere quanto contenuto in quella frase lasciata a metà che ha del misterioso e in quel momento sente la necessità e il desiderio di aprirsi a quella ragazza che conosce appena:
“Si chiamava Babatunde, era mio cugino, di un anno più piccolo di me. C’erano due aspetti nella sua vita per cui si poteva considerare un campione: sapeva ascoltare le persone in silenzio e andava forte come il vento con le sue gambe; era imbattibile!”
Deve fermarsi, il dolore del ricordo è ancora troppo vivo dentro di se da provocargli una fitta lacerante al petto: gli manca il respiro. Lei, con naturalezza gli prende la mano e gliela massaggia: quella carezza inaspettata è il carburante che gli serve per andare avanti.
“Un giorno stavamo correndo sulla spiaggia: ci sfidavamo costantemente a chi arrivava prima alla parte opposta della baia a piedi scalzi sul bagnasciuga. Come capitava quasi sempre, era arrivato prima lui agli scogli che si affacciavano su quel mare dai colori turchesi. Quel giorno, non so perché, ero irritato dal fatto che lui fosse più forte di me e mi battesse sempre e quando lui, come aveva fatto altre volte, aveva cominciato a deridermi scherzando, io l’avevo spinto con forza giù dalla scogliera e in quel frangente aveva sbattuto la testa morendo annegato subito dopo.”
Khamisi si ferma: è sudato più di quanto non lo fosse stato due giorni prima alla fine della gara, il volto distrutto dal dolore; tutto gli è uscito senza che lui se ne rendesse conto, come se ci fosse stato qualcuno che a sua insaputa gli avesse iniettato un siero della verità.
“É stato un incidente Khamisi, un orribile incidente, niente più.”
“Non lo è stato invece: io nei secondi prima di spingerlo, ho provato rabbia e odio nei suoi confronti e quelle emozioni distruttive lo hanno ucciso. Io volevo spingerlo Claretta!”
“Si ma non volevi ucciderlo, ne sono più che sicura! Gli occhi che mi trovo di fronte non racchiudono la volontà di uccidere qualcuno, credimi!”
“E tu che ne sai degli occhi e di cosa essi racchiudano o meno?”
A quella domanda gettata da Khamisi quasi per sfida, lo sguardo della ragazza si perde nel vuoto.
“Mio padre e mio fratello maggiore hanno ucciso con le loro mani una persona pestandola a sangue e poi si sono coperti a vicenda in merito a quanto accaduto. Il loro è da catalogare tra gli omicidi violenti ed efferati; il tuo è stato un incidente, credi a me, un banalissimo incidente!”
A quella frase è Khamisi che sente il desiderio di prendere le mani di Claretta: i due si guardano e comprendono che non c’è bisogno di dire molto altro, non tanto perché non sappiano di cosa parlare, quanto perché ciò che percepiscono in quella stretta di mano va al di là di ogni parola esprimibile.

Più “roba” accumuliamo, più perdiamo contatto col cielo

Oggi vi riporto una frase di Willem Vermandere, eclettico artista fiammingo a tutto tondo. Si cimenta in varie arti quali: canto, scrittura, scultura, pittura…e altro ancora…

Gli uccelli sono felici con poco, il che è necessario, dato che non sarebbero altrimenti capaci di volare”

Mi piace l’idea che la felicità associata al godere di ciò che si ha, sia da considerarsi una necessità fondamentale per poter volare…vorrei anzi estendere questa idea della necessità di non portarsi dietro troppo “peso” associata alla felicità, anche all’essere umano..altra specie che, come i volatili, è fatta per volare…non intendo certo in senso fisico come gli uccelli…sto parlando dei meravigliosi voli pindarici della nostra immaginazione…

Dovremmo imporci, nell’esercizio delle nostre vite quotidiane, ciò che la Ryanair fa con ognuno di noi prima di salire a bordo di uno dei suoi aerei…dovremmo cioè auto-adottare (e adeguarci di conseguenza), dei rigidissimi protocolli in merito al “bagaglio a mano” che ci portiamo appresso fin dal risveglio del mattino come una zavorra che ci costringe a terra, mentre noi come specie siamo fatti per librarci nel cielo della nostra fantasia..della nostra creatività…del nostro desiderio di esprimerci…

…più “roba” accumuliamo, più perdiamo contatto col cielo…

Sarà per questo che Vermandere si cimenta in tutte le arti e in nessuna…forse perché ha capito che prendersi troppo sul serio è il primo dei fardelli da eliminare…ed egli ama volare…

La felicità è una lunga pazienza

Solo che ci vuole tempo x essere felici. Molto tempo. Anche la felicità è una lunga pazienza.
Ci logoriamo la vita a guadagnare denaro, mentre bisognerebbe col denaro guadagnare il tempo. Questo è l’unico problema che mi abbia mai interessato.
” (Albert Camus – “La Morte Felice”)

Oggi mi sento così..ho voglia di fare una piccola passeggiata in mezzo ai paesaggi incerti, impervi e scivolosi del concetto di “felicità”..

Non sono mai stato molto attratto dalle dissertazioni in merito al cosa sia la felicità. Come tutte le emozioni, anche la felicità si sente e si ascolta…nel corpo, nel cuore…e nelle budella.. e ogni volta che si tenta di definirla, si perde in profondità e anche in ampiezza..contribuendo a renderla anche un po’ banale!

Definire il “cosa” di una emozione, significa annaspare in un freddo mare di razionalità…accontentandosi della sterilità di inutili sovrastrutture mentali che si scaricano a terra in orpelli retorici, che mancano di un sano coraggio di vivere..

E di colpo sperimentiamo la banalità di una lingua, volgare per certi aspetti e anche un po’ oltraggiosa, ogni volta che si tenta di sostituire il vissuto con la favella…perché la felicità va sentita e non certo spiegata…

Siamo esseri senzienti..fatti di alti e di bassi..e con gli alti e bassi dobbiamo confrontarci se vogliamo vivere a pieno le nostre più intime nature..

Benvenuti tra le rapide di quel fiume in piena che è la vita..dove l’unica cosa che conta è immergersi e lasciarsi trasportare!”

Ecco perché ho citato all’inizio la frase di Albert Camus..

..in quella frase Camus non si azzarda minimamente a spiegare la felicità ma fa una semplice associazione: avvicina la felicità a un concetto che è altrettanto impervio e bastardo quanto essa, se solo si prova a definirlo. Un concetto che contiene in sé l’idea di movimento racchiuso in una stasi: sto parlando del concetto di “pazienza

Si conosce la pazienza quando, stando fermi immobili si impara a godere della successione infinita di attimi che danzano nel movimento di un respiro, quell’andare e venire del fiato tra una inspirazione e la successiva che ci insegna a stare presenti alla vita e a noi stessi..

…e in quell’andare e venire della nostra bislacca concentrazione…noi cominciamo a percepire, nelle ossa e nel cuore, che la felicità è racchiusa in quello spazio magico che in trepidante attesa sospira tra un andata e un ritorno…

…a dirlo pare facile…facile come sentire dentro che l’eterno è racchiuso in un secondo…

…ma questa è un’altra storia…o forse no…

Elucubrazioni in merito alla felicità

C’è un punto, proprio a metà strada tra il cuore e lo stomaco dove ritengo si condensi l’incarnazione di tutte le nostre emozioni, sia che ad esse attribuiamo un significato positivo oppure negativo!

Non mi sto riferendo a qualcosa di simbolico, di allusivo e illusorio; mi riferisco proprio alla sensazione che tutti noi proviamo quando qualcosa ci fa male o ci fa bene.

Usiamo di solito il termine “sentire” in riferimento a una emozione proprio per questo motivo; perché essa, l’emozione, è incarnata, la percepiamo cioè come una fitta, come se qualcuno ci stesse trafiggendo quel punto specifico con un coltello. E se ci fate caso, sebbene non sia semplice avere la consapevolezza in merito a certe questioni, la fitta provocata dalle emozioni a cui attribuiamo un significato positivo è molto simile in termini fisici alla fitta provata per emozioni catalogate come “negative”. Ciò che cambia è l’interpretazione che noi razionalmente diamo a quella sensazione incarnata.

Le emozioni quindi sono della carne, più che dello spirito; sono quel meraviglioso ponte che collega i nostri corpi alle nostre anime; sono, se mi passate il termine, il legame profondo che ci unisce all’immenso prima che intervenga il giudizio della ragione!

Ritengo cioè che l’idea di male e di bene sia qualcosa che ci hanno voluto vendere fin dall’inizio della nostra storia.

“Il mondo è in vendita” diceva qualcuno e io, scusate a sta cosa mi oppongo!

Mi oppongo perché ritengo che, anche nelle prove più estreme a cui ci sottopone la vita, quelle che provocano in noi dolori laceranti…proprio lì tra cuore e budella ci sia il modo di riconoscere istanti di felicità!

Quella è la prova cioè che comunque sia andata, siamo ancora vivi e abbiamo ancora modo di rimediare o, se è il caso, di deviare dal nostro percorso per ricominciare! E in questo aspetto credo ci sia da essere felici..non serve altro..semplicemente sentire proprio lì tra cuore e budella che siamo ancora vivi!

C’è tempo ragazzi, c’è sempre tempo per fare ciò che riteniamo giusto fare! L’importante è abbandonarsi al “sentire” senza paura di provare dolore, perché in fondo al dolore si trova la porta che conduce alla nostra felicità!

Siamo vivi..e in quanto tali FELICI!

A Lezione da Thoreau…Andai nei boschi..

«Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, affrontando solo i fatti essenziali della vita, per vedere se non fossi riuscito a imparare quanto essa aveva da insegnarmi e per non dover scoprire in punto di morte di non aver vissuto. Il fatto è che non volevo vivere quella che non era una vita a meno che non fosse assolutamente necessario. Volevo vivere profondamente, succhiare tutto il midollo di essa, volevo vivere da gagliardo spartano, per sbaragliare ciò che vita non era, falciare ampio e raso terra e riporre la vita lì, in un angolo, ridotta ai suoi termini più semplici.»(Henry David Thoreau, Walden ovvero Vita nei Boschi)

Thoreau si sottopose ad una vera e propria prova di sopravvivenza, con l’unico intento di voler sperimentare l’unione tra l’artista e il mondo naturale, alla ricerca di quell’acme che si esplica nel concetto di uomo come unico artefice del proprio destino nel costante dominio di sensazioni ed emozioni..

Dall’esperienza di Thoreau se ne può ricavare un insegnamento da custodire gelosamente nelle tasche dei nostri jeans e da tirare fuori alla bisogna, in momenti normali, ma anche e soprattutto in momenti complessi come quello che stiamo vivendo:

c’è vita anche laddove non ci sono agi a dismisura e dove lo scandire delle ore è segnato da condizioni di estrema semplicità materiale.

Semplicità materiale che può essere considerata come povertà, se vista con le lenti di ingrandimento della società moderna; fonte invece di arricchimento culturale e mentale, alla luce di un’esperienza esistenziale come quella fatta da Thoreau, per il quale l’essenzialità dell’esperienza vissuta è indice di grande felicità e apprezzamento per quella miriade di piccole cose che circondano il nostro vivere quotidiano…sempre che ne siamo consapevoli!

C’è molta attualità in queste poche righe e dall’insegnamento che da esse se ne può ricavare…

Torneremo tutti alle nostre vite veloci e superficiali, sempre alla ricerca dell’ennesimo agio dentro cui ricercare l’effimero che per un secondo scambieremo per felicità, in una costante lotta all’innalzamento dell’asticella schiavi del vile “Dio denaro”…questo è certo…

Sarebbe bello tuttavia non dimenticare, una volta che tutto sto delirio sarà giunto al suo termine naturale, che c’è stato di che essere felici, piccoli momenti in cui il nostro cuore ha percepito quella pienezza che ci fa sentire vivi pur in una condizione di prigionia fisica che, non per forza di cose sarà stata anche prigionia mentale..

Leggere Walden significa calarsi in una serie di tematiche che, a dispetto del fatto che la prima pubblicazione del volume risale all’agosto del 1854, sono più attuali oggi di quanto non lo fossero 166 anni fa per chi scriveva.

Lascio a voi la palla, citando le tematiche quali spunti di riflessione per la vita a venire, per il tipo di mondo che intendiamo lasciare ai nostri figli, ammesso che un mondo, se continuiamo così, sia ancora a loro disposizione per molto tempo:

Stile di vita sostenibile

Attualità delle filosofie orientali

Rapporto paritario con l’ambiente che ci circonda

Critica alla società moderna e alle disuguaglianze sociali

Vivere consapevolmente

Panchine per l’anima

Nel mondo dovrebbero esserci più panchine appartate..al riparo dalla gente che passa noncurante dei bisogni di silenzio che l’anima cerca e che trova solo in luoghi solitari e riparati dai rumori costanti di sottofondo…

…io sono alla costante ricerca di pace e quando vedo che qualcuno ha deciso di mettere proprio lì uno strumento che serve al riposo del corpo, pensando al contempo al ristoro dell’anima, mi sento un po’ meno solo…e allora credo esista ancora una speranza su questa terra…