Facciamoci un altro Scotch Carlos…

Hai notato Calaca che la quantità di sessantenni che muoiono al giorno d’oggi è notevolmente aumentata rispetto a un tempo?

Dicevi così anche dieci anni fa di quelli di 50 Carlos…

…e quindi Calaca?

…e quindi…facciamoci un altro Scotch Carlos…

…e poi dimenticherò Calaca?…

…no Carlos, non dimenticherai…

…ma almeno te ne andrai ridendo…

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Perdonarsi equivale a perdonare – Parte 7

Se desideri leggere i precedenti 6 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Il taxi si ferma davanti a una dignitosa casetta in stile vittoriano sita un po’ fuori città. La bandiera americana, piantata sul prato del giardino in leggera pendenza è a mezz’asta, in segno di rispetto per il lutto che ha coinvolto la persona che abita in quel luogo.

Con mani tremolanti Claretta lascia 30 dollari al tassista: il tremore è dovuto in parte al motivo per cui si trova in quel luogo, ma anche alla concitazione per il viaggio inaspettato che ha appena affrontato. 

Tutto era cominciato 22 ore prima: Claretta era concentrata davanti al PC nel suo ufficio al settimo piano dell’ospedale Maggiore di Bologna, seduta in modo rigido sulle spalle e inarcato sulla schiena, avambracci ben appoggiati sulla scrivania sempre ricolma di carte e cartelline adagiate in modo sparso e confuso. 

Erano giorni in cui il disordine mentale generato a seguito di quella ridicola scenetta fatta davanti ai suoi collaboratori e ai due carabinieri, nel tentativo rivelatosi comunque fortunato di disinnescare il rapimento dell’infermiera da parte di quella donna in preda al panico, si stava prendendo gioco di lei e di tutto quello che le capitava sotto mano, creando caos nei dintorni della sua quotidianità. In quel disordine mentale si insinuava sinistra una serie di ricordi intrecciati che prendevano possesso delle sue budella in modi barbari e grotteschi. Il tema principale di quell’andirivieni di pensieri agitati era Khamisi, che da un po’ di giorni era ritornato alla ribalta della sua mente. 

C’era stato un tempo in cui lo aveva amato fin dentro le viscere, ma il solo ricordo di ciò che aveva combinato per bieca vendetta ai danni del figlio di suo fratello quella sera di 20 anni prima, le creava ancora brividi intensi lungo tutta la colonna vertebrale. Non gli aveva mai perdonato quel fatto e per questo, da quando la sentenza del tribunale di Bologna aveva appiccicato sulla schiena di Khamisi una condanna per omicidio a 20 anni di galera, lei aveva posto la parola ‘fine’ su quell’uomo e su tutto quello che tra di loro c’era stato negli anni precedenti. 

Capitava spesso che si domandasse dove fosse finito l’amore profondo che provava per Khamisi un tempo: ‘possibile,’ pensava, ‘che fosse bastato un singolo evento, per quanto grave questo fosse stato, per fare evaporare completamente quel sentimento profondo che lei aveva provato per venti lunghi anni?’ Era svanito come certe nebbie mattutine nelle giornate di primavera inoltrata, che un minuto prima si avvolgono in modo ostinato e persistente attorno alle cose e poi di colpo si dileguano nel nulla. 

Nei primi periodi, dopo i fatti accaduti in quell’agosto del 1996, era stata la rabbia che provava nei confronti di Khamisi a controbilanciare e acquietare l’amore che lei aveva provato per lui. Dopo qualche anno, quel sentimento di rabbia che aveva coperto ogni emozione, aveva lasciato il posto a un neutro fastidio che pian piano si era dileguato cedendo il posto a un  ‘nulla’ che la faceva da padrone tra le viscere di Claretta. Khamisi da quel momento in poi era diventato parte del suo passato; nel bene e nel male era riuscita a metterci una pietra sopra.

La suoneria del cellulare l’aveva fatta rinsavire di colpo da quei suoi pensieri a ritroso. Aveva risposto con voce impastata senza guardare il display:

“Pronto, chi parla?”

“Clareta!” Dall’altra parte una voce di donna che parlava inglese con un tipico accento degli Stati Uniti del sud aveva pronunciato il suo nome. Claretta aveva associato immediatamente a quella voce la figura di Jennifer, la moglie di Oscar Fever, l’allenatore di Khamisi. 

Le due donne si erano tenute in contatto di tanto in tanto sia telefonicamente, sia attraverso lunghe e accorate lettere e sebbene da qualche anno quella relazione a distanza si fosse ridotta per frequenza, l’intensità era rimasta quella di un tempo: si volevano veramente bene anche se non si erano mai frequentate assiduamente.

“Yes, it’s me; how are you?” Claretta aveva iniettato nel microfono del telefono quella domanda con fare un po’ incerto, come se avesse percepito dalla voce della donna che qualcosa non andava.

“Oscar is dead!” Per alcuni secondi che le erano sembrati secoli, il silenzio aveva preso il sopravvento. Claretta aveva abbassato la testa e aveva pianto, in modo dignitoso e dimesso. 

In pochi istanti le si erano riproposti, come fossero gli avanzi mal digeriti della cena del giorno prima, una serie di ricordi che riguardavano un pezzo di giovinezza vissuta con Khamisi: le era tornato in mente quel ragazzo timido e maldestro con le parole, che aveva abbandonato una carriera folgorante per stare con lei e aveva ricordato il pestaggio causato dai due fratelli e tutto quello che c’era stato dopo di bello e di brutto tra di loro. 

I ricordi avevano trasformato il pianto dignitoso e dimesso di poco prima in una dirompente disperazione; lacrime copiose avevano irrigato le sue guance fermando la propria corsa sul piano della scrivania in vetro.

“Jennifer, I’m coming!” ‘Sto arrivando’ era l’unica cosa che era riuscita a dire a quella donna, senza chiederle nulla di più. 

Di colpo, la morte di Fever l’aveva portata in un’altra dimensione della propria esistenza, fatta di punti di vista completamente nuovi, sostenuti da schemi mentali a cui non era più abituata. Per un attimo Claretta aveva di nuovo sentito la presenza di Khamisi in fondo all’anima. Era stato solo per un istante, ma quell’istante aveva dato di nuovo forza e vigore a un sentimento a cui lei non sapeva e soprattutto non voleva attribuire un nome e tantomeno un significato. L’unica cosa che si era permessa di ricordare a se stessa era stata che un tempo, vicino a Khamisi aveva portato avanti la propria esistenza senza bisogno di graffiare la vita e le persone che la circondavano come invece era successo in seguito; era un modo di esprimersi costellato di migliaia di tonalità piacevoli da percepire dentro le viscere e da condividere col mondo. Khamisi era un uomo di animo morbido e quella morbidezza le aveva permesso di costruire vicino a lui una vita fatta di migliaia di sfumature, senza paura di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Era uscita di corsa dall’ospedale, diretta all’aeroporto senza nemmeno pensare che avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva tanto oramai Oscar ‘was dead’, ma quella corsa folle verso l’aeroporto non era certo per andare incontro a Oscar Fever, bensì per cercare di recuperare i pezzi perduti del proprio passato. Le era sembrato che velocizzare i ritmi avesse potuto invertire il corso degli eventi in una sorta di macchina spazio/temporale attivata con la  sola forza delle gambe. 

Fortunatamente, giunta alla biglietteria dell’aeroporto era riuscita a trovare le coincidenze giuste per permetterle di arrivare a New York e prendere il primo volo della mattina successiva per Columbus in Ohio.

Ora è lì, a Columbus, ai piedi di quella piccola collinetta sgonfia alla cui estremità è situata la casa di Oscar e Jennifer, senza alcuna valigia, tanta confusione in testa e numerose perplessità. 

Pensa a quanto è strano il cervello che gioca a carte coperte con l’anima delle persone per un terzo della vita e poi un pomeriggio qualunque si diverte a scoprirle di colpo, lasciandole in balia di sentimenti di difficile interpretazione e gestione, forti e contrastanti. ‘Perché,’ si domanda intanto che osserva la cura con cui hanno rasato il prato che contorna la villetta, ‘appena ha saputo della morte di uno dei pochi pezzi di passato che lei e Khamisi avevano in comune, si è precipitata in tutta fretta e in modo irrazionale a Columbus, quasi fosse un quartiere della città in cui vive e non una metropoli dall’altra parte del mondo?’ 

È consapevole che Oscar per Khamisi era stato come e forse più di un padre e per questo ha sentito il dovere, alla notizia della sua morte, di recarsi in quel posto. 

Ma c’è di più: lei sente il bisogno di annusare ciò che stava alla base del rapporto fra i due uomini, prima che il profumo di Oscar svanisca dalle cose  dentro quella casa e di lui rimanga solo un dolce ricordo lontano; è come se, immergendosi nei ricordi della vita di Fever, Claretta sperasse di recuperare gli anni persi vicino a Khamisi.

È persa nei suoi pensieri al punto da non rendersi conto che Jennifer è sulla porta di casa che le fa segno di accomodarsi. L’ultima volta che si erano viste era stato 22 anni prima e il cambiamento fisico che Claretta nota sulla donna a cinquanta metri di distanza, fa emergere in lei la consapevolezza di quanto tempo sia passato e soprattutto di quanta vita sia rimasta appesa a quella sera che Khamisi aveva deciso di uscire di casa per sempre. 

La vista di Jennifer trasferisce a Claretta un po’ di consapevolezza: quella casa e Jennifer sono l’unica chance che ha di concedersi il lusso per un po’ di parlare del passato di Khamisi e indirettamente del suo, traslando i ricordi sul presente. Ha bisogno di far finta per un attimo che nulla si sia interrotto, come se gli ultimi 20 anni lei e Khamisi li avessero passati insieme e fossero invecchiati l’uno a fianco dell’altra senza soluzione di continuità.

Le due donne si prendono in un lungo abbraccio, senza proferire alcuna parola. Dopo un interminabile minuto durante il quale i loro corpi sembrano diventati una cosa sola e le rispettive lacrime hanno inumidito gli indumenti all’altezza delle spalle, Jennifer fa accomodare Claretta all’interno della casa. 

Ciò che stupisce Claretta entrando in quella casa, è il silenzio che le invade le orecchie  in modo brutale, quasi fosse il più assordante dei rumori. Non che si aspettasse di trovare una rock band che suona a tutto volume all’interno. Quell’assenza totale di rumore assomiglia tantissimo ai silenzi dell’anima nella quale lei ha vissuto negli ultimi 20 anni e sa di morte. Di colpo le lacrime si impossessano del suo volto e in quell’istante si rende conto che lei e Jennifer, dopo essersi abbracciate sulla porta di casa poco prima, non si sono scambiate alcuna parola, quasi fossero mute. 

La parete della sala di fronte all’entrata è tappezzata di foto di Jennifer e Oscar ritratti durante la loro lunga vita insieme: 55 anni senza soluzione di continuità sono lì appesi, quasi fosse la mostra fotografica di due star di Hollywood ritratte in numerosi istanti della loro vita vissuta insieme. A Claretta quella parete ricorda un fiume il cui flusso continuo porta l’esistenza a valle: è sempre stata convinta che non avere buchi di continuità sia l’unico modo per stare insieme a una persona per tutta una vita, e quella parete piena di foto ne è la conferma. Il segreto, pensa Claretta, è sacrificarsi perseverando e combattendo quotidianamente senza mai mollare: muoversi come un ballerino di salsa in mezzo agli alti e bassi dell’esistenza di coppia per trovare un senso alle follie dell’altro, sempre e comunque. Perdere continuità per una coppia, è come per un auto perdere aderenza sull’asfalto: le conseguenze di una singola sbandata potrebbero essere deleterie e appena due persone decidono di dividersi anche solo per un po’, pensa Claretta, le follie dell’altro, viste da lontano, diventano insopportabili. 

Così è accaduto a lei nei confronti di Khamisi: non ha più voluto ascoltare ciò che quell’uomo a cui aveva dedicato 20 anni della sua vita avrebbe avuto da raccontarle, ammesso e non concesso che lui avesse qualcosa da dirle. E quel suo rifiuto a prescindere, ha creato un vuoto incolmabile la cui conseguenza è stata una serie di silenzi micidiali dentro la sua anima che lei ha cercato di riempire alla meno peggio. 

Intanto che riflette si muove a ridosso della parete per osservare le foto con cura: Jennifer le sta a fianco, in silenzio. 

Verso il centro di quella parete, Claretta viene attratta da una foto in bianco e nero: in essa è ritratto un meraviglioso paesaggio marino. Sulla parte destra della foto, leggermente defilato rispetto al paesaggio marino, nota un piccolo dettaglio sfocato: si avvicina col viso al muro di quel tanto che basta per capire che quel dettaglio sfocato in realtà è un ragazzo di colore che corre.

“It is the only picture of Khamisi that he wanted to keep hanging on the wall; the only one! That picture shows the first meeting between Oscar and Khamisi in Kenya 55 years ago; they did not know each other yet.” 

Era la foto che Oscar aveva scattato quel pomeriggio di 55 anni prima quando si era avventurato per le spiagge di Watamu con la macchina fotografica, con l’intento di fotografare le meraviglie del paesaggio incontaminato e d’un tratto era rimasto folgorato ‘dall’Eterno’ come aveva dichiarato a quel giornale anni dopo: quell’eterno che correva era Khamisi.

“I remember that at the beginning when Oscar had returned home with Khamisi, I was a little jealous of the relationship that ran between the two.” 

Lo sguardo di Jennifer si perde per un istante nel vuoto al ricordo di quegli anni; sono ricordi ancora carichi di emozioni al punto da sembrare che tutto si sia svolto il giorno prima e non 50 anni indietro nel tempo.

“But then after a few months, I realized that what bound Oscar and Khamisi went beyond the race: they were two kindred souls who had found themselves in that glimpse of life and the marathon was simply the common thread. Oscar had met the son I could not give him; and so after a while it had been for me!”

Oscar e Jennifer avevano trovato in Khamisi il figlio che non avevano potuto avere. 

Ora è Jennifer a piangere, con dignità e rispetto per quel marito morto da qualche giorno e per quella meravigliosa avventura che è stata la loro vita e di cui Khamisi per un decennio ne è stato parte fondamentale.

“Claretta, we left him; we left him alone to his destiny, and this is something that I will never forgive myself!”

Quelle parole di Jennifer suonano come un’accusa pesante che Claretta si sente caricata come un macigno da due tonnellate sulla propria coscienza e che in un primo momento rifiuta totalmente:

“Maybe you’re right Claretta but don’t forget that Khamisi killed my nephew in a barbaric and premeditated way, a 16 years old helpless and innocent boy!”

“Yes, but each of us has an extraordinary characteristic as human beings: the ability to forgive!” 

Quella frase lanciata lì da Jennifer in modo schietto e diretto è come un getto d’acqua ghiacciata sulla schiena di Claretta che in quel frangente comincia a percepire dal profondo una maleodorante verità che sale su fino alla superficie della sua coscienza: elaborare la complessa architettura del perdono nei confronti di Khamisi, per lei avrebbe significato intraprendere un viaggio dentro la sua anima alla ricerca del perdono di sé stessa in primis e quel viaggio lei non aveva mai avuto la forza di cominciarlo.

La cosa più difficile da accettare per Claretta non è stata che Khamisi avesse ucciso il figlio di suo fratello per vendetta, bensì che a scatenare tutto quell’odio in lui fosse stato il segreto che lei aveva tenuto a covare sotto la cenere per 20 anni. 

‘Claretta we left him alone..’ la voce di Jennifer di poco prima, ora rimbomba nella testa della donna con significati dalle tonalità del tutto nuove.

‘Perdonare equivale a perdonarsi!’, questo è il pensiero con cui Claretta comprende che deve rientrare in Italia al più presto.

 

Se desideri leggere i precedenti 6 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Non è una malattia…è la vita

“Un attimo sei triste,

l’attimo dopo felice,

poi di nuovo triste.

Poi ti arrabbi, poi gioisci, poi ridi,

l’attimo dopo piangi.

……No, non è una malattia….

…È la vita….”(Luana Donati)

…nella prossima vita, se mi venisse data la possibilità di scegliere, vorrei nascere all’alba…

…in quell’attimo in cui il buio che scema verso l’orizzonte cede il passo ad una luce che,

dell’incertezza dell’essere, si nutre avida…

….come avido di vita è colui che sa

che in ogni istante si racchiude una rinascita…

 

Un ultimo giro di pista al ritmo di una milonga

A pochi passi da uno dei tanti me immaginari ci stai tu, imprevedibile fino al secondo prima di presentarti innanzi alla mia vita che scorre ignara…e mi rapisci per un altro giro di pista al ritmo di una milonga…

…il fatto è che sei bella…bella da uccidere…

Balliamo? Devi prendermi ora che sono ubriaco o mai più…”…le ho sussurrato… “perché nella realtà….io non so ballare…

… “chi ti ha raccontato ste cazzate…?”…mi stampi in faccia questa domanda che francamente non mi sarei immaginato…mi hai colto alla sprovvista…sento il bisogno di difendermi…

… “l’ho provato…sulla mia pelle…sembro un tronco…mai fatto per me il ballo…fin da piccolo….”

… “mi riferivo alla cazzata dellarealtà’… a quale realtà ti riferisci scusa? La realtà è quella che ti crei tu…”… Mi fa lei…portandosi con due dita affusolate, una ciocca di capelli dietro l’orecchio; la percepisco noncurante e un po’ sfrontata…

‘…e mi perdo…come uno scemo..dietro al tuo sguardo…

…il fatto è che sei bella..bella da uccidere

Alla mia…la mia vita…mi conosco sai..da un pò oramai!” ho ribattuto indispettito…quasi gridando…mi succede spesso quando ciò che dico non me lo sento ancorato nel profondo delle budella..e finisco così per sopperire a quella sensazione di vuoto e incertezza caricando sui toni alti della voce…

…avevi la stessa sicurezza acerba nello sguardo anche la volta scorsa…ricordi?…sembrate tutti dei ragazzini alla prima esperienza quando mi faccio viva…

Hai riso…di gusto…e io con te…e per la seconda volta mi sono sentito sguarnito…

…il fatto è che sei bella..bella da uccidere

Non ti ho mai vista! Chi sei tu?…io non ti conosco…” gridavo, decisamente ora…più forte di prima…

Ehi, ehi calmo cowboy…dicono così da queste parti, giusto? Quando la pupa nel film vuole tenere a bada il cowboy impettito….comunque…dicevamo: la volta scorsa, quando ti colsi all’improvviso e tu, impreparato come sempre, mi gridasti a gran voce: ‘non io, non adesso, ho ancora troppe cose da fare…da dire…!’”

‘A quel punto sentii il desiderio di abbracciarla…di baciarla e così mi buttai…cogliendola di sorpresa…e tiratala a me con vigore le chiesi: “Balliamo? Devi prendermi ora che sono ubriaco o mai più…”

…e prima che lei potesse replicare…la trascinai sulla pista da ballo…per un ultimo giro al ritmo di una milonga…

Dedicata ai nonni..veri Padri della Patria

Quando se ne va un nonno, se ne va un pezzo di storia e con esso una parte della nostra memoria..

Mai come in questa fase della nostra esistenza, nella quale avremmo bisogno tutti di affidarci a un “Padre della Patria” a cui aggrapparci per sperare in una rinascita, la perdita di chi ha vissuto all’epoca della seconda guerra mondiale è un vulnus a cui è necessario dare risposte che vanno al di là del dolore personale..

Un uomo, una comunità, un popolo che non ha radici non può nemmeno sperare di avere le ali per volare e librarsi nel cielo..e le nostre radici si trovano proprio lì dove vivono i nostri nonni…

..per questo penso che, chi ancora ha la fortuna di potersi interfacciare con i propri avi debba prendere in mano il telefono con l’unico intento di farsi una bella chiacchierata..così, per il semplice gusto di farsi raccontare com’era vivere all’epoca della loro gioventù…un tour nella storia vissuta senza bisogno di pagare il biglietto.

…domani saremo noi i nonni di qualcuno e oltre a raccontare ai nostri nipoti le esperienze vissute di prima mano, potremo raccontare loro di un’epoca che per molti sembra essere lontana e perduta come le guerre puniche e invece è storia di ieri se messa a confronto con le centinaia di migliaia di anni che segnano il percorso della nostra specie su questa terra…

Dimenticare significa ricominciare daccapo ogni volta, generazione dopo generazione, col rischio di ripercorrere errori fatali..è un pò come fare un dolce senza avere la ricetta…una catastrofe!

E i tedeschi in questo momento storico dell’essere umano ce lo stanno dimostrando, con tutte le distonie che questo comporta…ma non è questo il luogo delle polemiche..

Dicevo…perdiamoci nelle storie dei nostri nonni…le storie raccontate sono il bene più prezioso che l’essere umano ha da tramandare alle generazioni future. Esse, le storie, creano collante, quel tipo di legame che è altro rispetto agli idioti proclami nazionalistici che sentiamo vibrare a gran voce da anni oramai e che in questo momento si stanno intensificando, con il rischio di generare barriere molto pericolose!

La storia, la nostra storia, vissuta attraverso i racconti di chi c’era, crea quella comunione di intenti per la quale ogni essere umano percepisce nella pancia di appartenere a un unico popolo e che la propria storia è la storia del vicino di casa..del vicino di quartiere, del vicino di Provincia…del vicino di regione…e così via fino a ricomprendere tutti all’interno di un mondo che non ha divisioni se non confini stabiliti a priori dall’uomo.

Oggi mia nonna se n’è andata..e mi sembra giusto dedicare questo mio breve articolo a lei….e a tutte le chiacchierate che mi sono perso!