Parte 3 – Scegliere di essere diversi

Se desideri leggere le precedenti puntate le puoi trovare qui di seguito:

Secondo racconto a puntate dal titolo :”Il Coraggio”

Episodio 3

Anna parcheggia l’Audi A8 nei posti riservati ai dirigenti di fronte all’entrata del palazzo di vetro sito nella zona sud di Milano. L’umidità generata dalla nebbia di inizio dicembre si cristallizza attorno ad ogni cosa a causa del freddo intenso e questo contribuisce a raggelare la sua anima, già fortemente provata dal crollo avuto nel bagno di casa sua la notte prima. Non riesce ancora a capacitarsi come sia stato possibile che un incontro in cui lei e Paola si sono scambiate solo poche frasi la sera precedente, possa aver generato emozioni tali da innescare una ricca e variopinta serie di comportamenti all’insegna dell’insicurezza. Se riflette bene però non è stato il tempo che si sono dedicate ad aver fatto la differenza in quel frangente, bensì è stata l’intensità con cui si sono sfiorate, guardate e cercate con l’anima, che ha creato in Anna una lacerazione tale da provocare quella brusca sterzata nella sua vita.

Anna ricorda, con un accenno di sorriso a rilassarle momentaneamente il viso, che Paola fra i quattro amici è sempre stata quella con la maggiore stabilità emotiva: anche quando avevano una quindicina d’anni, a lei è sempre sembrato di avere vicino un guru tibetano per quanto era in grado di trovare l’aspetto positivo e la quadra in ogni cosa. Sembrava che non ci fosse mai nulla che la scalfisse e al contempo riusciva ad avere una dolcezza, una morbidezza d’animo e di comportamenti che la sconvolgevano. Vorrebbe che lei fosse lì al suo fianco seduta sul sedile del passeggero.

Non si sente a suo agio in tutta quella fragilità, lei che da vent’anni a questa parte ha vestito i panni dell’indefessa manager in carriera pronta a calpestare tutto e tutti per un euro in più di fatturato. Pensa che in fondo è stato più semplice vivere così, mettendosi un vestito che non le apparteneva: è vero che ha abbandonato la parte più sincera di sé stessa, ma al contempo, questa perdita, le ha donato la tranquillità di non doversi più dare delle risposte continue. E in quell’istante le torna alla mente uno scambio di battute avuto vent’anni prima con Gianni:

“Tu Gianni, con quella continua necessità di conferme, hai lasciato alla parte di me più matura e sicura l’incombenza di muoversi nella quotidianità, mentre tu te la godevi in panciolle tra le pieghe delle tue incertezze!”

“Forse hai ragione Bi-bi, io vivo tra mille incertezze esteriori: è il mio modo di essere; non lo faccio per indolenza o per mancanza di coraggio. Semplicemente innanzi a una decisione da prendere preferisco barcollare da una scelta all’altra finché non sento che è venuto il momento di imboccare una strada invece di un’altra. All’inizio non mi sento di escludere una scelta a priori, sulla base dell’esperienza passata o di qualche pregiudizio. E poi sai molto bene che mentre sono un eterno indeciso negli aspetti quotidiani della vita, ho sempre avuto la barra del timone dritta e ferma sulle cose che contano veramente. I valori e i sentimenti verso tutto e tutti; quelli sono fissi da quando io ricordo che esista vita. Tu invece, dimostri questa apparente stabilità esteriore perché hai una paura fottuta di guardarti dentro e ammettere che il mondo che qualcun altro ha costruito per te, per quanto sia fatto d’oro, ti fa letteralmente cagare!”

Una lacrima scende morbida sui lineamenti di Anna scavati da un uso smodato della cocaina al ricordo di quell’ultimo dialogo avuto vent’anni prima con lui.

“Non ti permettere di parlare così di mio padre! Io non mi sono mai rivolta in quel modo riferendomi ai tuoi genitori!”

“Tu puoi dire ciò che desideri rivolta ai miei genitori: sai che sono io il primo ad essere ipercritico nei loro confronti! Qui non si tratta di cosa dire o non dire; qui si tratta di prendere in mano la propria vita e a me sembra che tu, più cresci e più sei schiava di un certo modo di apparire. Il punto è che se non ci si affranca dal passato, si rimane imbrigliati in una serie di rapporti viscosi che non ci fanno andare avanti!”

“Perché sarei succube di mio padre secondo te?”

“Diciamo che ti stai facendo allettare da un certo tipo di vita e stai abbandonando di conseguenza quello che è il nucleo dei tuoi valori, ciò in cui credi veramente.”

“Ah beh certo se aspetto di vedere cosa combinerai tu nella vita stiamo messi bene! Con quel tuo permeante idealismo con cui cerchi di condire ogni cosa che fai e dici, anche la più banale; guarda che con gli ideali non si campa caro mio!”

“Ma ti senti Bi-bi come stai parlando? Te ne rendi almeno un pò conto? Mi basterebbe sapere che sei consapevole di questo tuo cambiamento interiore!”

“Io non sto cambiando Gianni, sto solo crescendo; sei tu che sei il solito bambinone rimasto fermo a quando eravamo adolescenti!”

“Solo perché mi sto godendo ogni momento senza avere grandi idee in testa non significa che sia uno smidollato! E poi sai qual è il mio progetto di vita Anna e tu, se ben ricordi, ne saresti il fulcro!”

“Ah beh se vuoi sostenere che mollare tutto sia un progetto di vita, ti faccio i miei complimenti; hai veramente capito tutto dalla vita!”

Ricorda quella frase pronunciata da lei come se fosse uscita dalla sue labbra un secondo prima e non due decenni addietro; percepisce ancora dentro quanto essa avesse completamente spento la scintilla che di solito Gianni aveva negli occhi, quella stessa scintilla che anni prima l’aveva fatta innamorare di lui. Quella frase era stata la fine del loro rapporto, ora ne è certa, sebbene fossero andati avanti ancora qualche mese, tra molti bassi e pochi alti. E poi era successo il fattaccio che aveva portato alla separazione non solo di loro due ma addirittura dei quattro amici ‘i cavalieri della tavola rotonda’.

Quei ricordi le stanno facendo male: a causa di essi sta uscendo dal seminato. Non vuole continuare su questa falsa riga; deve assolutamente rimpossessarsi di quelle poche, solide certezze che l’hanno fatta andare avanti negli ultimi 20 anni.  Ma per un certo verso è come se una parte di lei, sebbene siano ricordi che le fanno dolore, non riesca a farne a meno. Sente un bisogno atavico di nuotarci dentro perché quello è il suo passato, quei ricordi sono tutto ciò che le rimane della sua vita, tutto ciò che le rimane della vera lei.

Scende dall’auto e si dirige in ufficio affrettando il passo: è in ritardo di un quarto d’ora abbondante e lei arriva sempre in anticipo, perché il capo deve essere sempre il primo ad arrivare e l’ultimo ad andarsene. Quell’energia motoria che ha messo nelle gambe, per un attimo le ridona la finta stabilità sulla quale aveva costruito la sua vita da adulta: si sente meglio dopo aver varcato la porta di entrata e Francesco, il custode alla reception, contribuisce a dare forza a quel momentaneo senso di energia con quel modo sempre molto aulico che ha nel dirle “Buongiorno Dottoressa!” Quello, pensa, fa parte del mondo che suo padre le ha costruito intorno, quel mondo che, fresca di laurea, l’aveva così affascinata da abbandonarcisi dentro. Ricorda che quando ancora frequentava l’università, mancavano pochi esami alla tesi, nei pomeriggi in cui non aveva voglia di studiare si recava in azienda dal padre e si faceva letteralmente ammaliare dalla percezione di comodità insita nella consapevolezza di essere la figlia del capo. Percepiva quello come un mondo semplice in cui vivere, un mondo in cui tutte le strade erano asfaltate; non  doveva far altro che mettersi in macchina e spingere l’acceleratore senza mai frenare, investendo qualunque ostacolo avesse incontrato sul percorso, fossero stati anche esseri umani. ‘Quanta gente’, riflette, ‘ho calpestato in questi due decenni; tutte quelle povere vittime e le relative famiglie che ho fatto cadere umiliandole solo per il gusto di sapere che ero io ad avere il potere.’ Non c’era altro, solo quello: il desiderio di sapere che da lei dipendevano i futuri di quelle povere vittime che di volta in volta si trovava di fronte. E lo stesso scialbo copione lo aveva traslato nella sua vita privata: tutti quegli incontri casuali con uomini di cui non conosceva nemmeno il nome, nascondevano in fondo un grande disprezzo per la vita, la sua vita. Quello era il mondo dentro cui, fino al giorno prima, aveva trovato le poche certezze che le servivano per vivere.

L’ascensore sale veloce verso il quattordicesimo piano del palazzo, quello riservato ai top manager dell’azienda: sente qualche goccia di sudore scenderle dalle ascelle giù sui fianchi a inumidire la camicetta che indossa sotto un tailleur gessato giacca e pantaloni di Armani. Guarda con agitazione l’orologio d’oro al polso sinistro; è in notevole ritardo per la riunione. Oltretutto in quel tipo di riunioni ci vogliono le palle e lei questa mattina le palle proprio non le ha. In altre occasioni sarebbe andata in bagno e si sarebbe tirata due righe di coca che nel giro di poco l’avrebbero resa tesa e aggressiva al punto giusto da affrontare il direttore vendite e i suoi quattro scagnozzi. Ma se pensa a tutta la merda che si è infilata su per il naso negli ultimi anni le viene quasi il vomito: deve appoggiarsi con una mano ad una delle pareti dell’ascensore per non cadere in terra. La droga era il suo biglietto di uscita per la porta di servizio da quel mondo effimero nel quale era entrata dalla porta principale: quando era sballata di cocaina si sentiva potente perché si dimenticava di quel peso che le dannava l’anima e che lei regolarmente ricacciava nell’oblio delle sue viscere facendo finta di niente. Oggi la droga proprio no e non perché si sia fatta qualche promessa di voler cambiare o intraprendere una nuova vita, bensì perché sente di essere  talmente in mezzo ad un fiume da non avere più la certezza se voler nuotare per stare a galla o lasciarsi andare per annegare: tutto a causa di quell’incontro con l’amica del giorno prima!.

Di colpo, si apre la porta dell’ascensore, e tutti i suoi pensieri si liquefanno alla vista del padre: ha la faccia di bronzo e la guarda come si potrebbe guardare il peggior nemico e non certo una figlia.

“Dove cazzo sei stata!” Sbraita apposta per far capire chi ha il bastone del comando in azienda.

“Che cazzo ti ho detto il primo giorno che sei entrata qui vent’anni fa?” Si è fermato ad attendere che lei risponda: da sempre, fin da quando lei e il fratello Pietro erano piccoli, lui utilizzava quella tecnica; l’interrogatorio. Faceva domande in modo aggressivo e arrogante e poi attendeva la risposta che quasi sempre era sbagliata e su quella calava l’asso di bastoni. Lui voleva e doveva sempre vincere con tutti, figlia in primis.

“Allora? Hai lasciato il cervello sul comodino per caso questa mattina?”

Lei stringe i pugni, abbassa lo sguardo come quando, bambina, lui la rimproverava per aver preso un sette in matematica. Per un attimo le passano per il cervello una serie di pensieri violenti e assassini: sente di odiarlo, un odio profondo per averla trattata a quel modo; ma più di tutti lo odia per averla ingannata, irretita. Se fosse stato un altro padre, pensa, a quest’ora lei avrebbe una famiglia con figli al seguito e starebbe pensando a come addobbare casa per il Natale imminente. E invece per il padre è sempre stata quello che lui non ha potuto trovare in Pietro, il fratello che tanti anni prima con un gesto immaturo pieno di rabbia e disprezzo aveva completamente deciso di tagliare i ponti con la famiglia d’origine e con quel tipo di vita. E così il padre si era concentrato su di lei, l’unica alternativa che gli era rimasta; aveva cominciato a trattarla come fosse il maschio primogenito da addomesticare come un pitbull pronto a scattare ai suoi ordini. Il padre domandava, lei rispondeva con una efficienza quasi teutonica: e quando si sentiva stanca e depressa, per non deludere le aspettative di quel genitore gerarca, sniffava un po’ di coca e via, pronta per ripartire sempre sull’attenti.

Lui è al corrente dei suoi vizietti ma non gli importa perché considera Anna come una delle macchine che ha negli stabilimenti produttivi in Thailandia: la macchina deve essere efficiente al limite della perfezione, deve funzionare h24 e se per funzionare ha bisogno di qualche tiro di coca chissenefrega delle conseguenze.

“Mi hai detto che un capo deve sempre essere il primo ad arrivare e l’ultimo ad andare via e tante altre cose simili a questa.” Finalmente trova il modo di rispondergli, ma il tono di quella risposta contiene molta più verità dei contenuti verbali: è un misto tra remissività e rabbia repressa; voglia di fuggire e desiderio di fargliela pagare; necessità di vomitargli in faccia tutto ciò che pensa di lui e speranza di vederlo morire. Ma si trattiene, tanto è forte in lei quel senso di rispetto patriarcale.

Vede le teste delle persone affacciarsi in modo timido da dietro gli stipiti delle porte degli uffici che si aprono sul lungo corridoio che finisce dentro la sala riunioni: percepisce dagli sguardi, che tutti sperano che dallo scontro tra il generale e il colonnello, sgorghi sangue che li lasci entrambi senza vita a terra. ‘Questo,’ pensa, ‘è ciò che abbiamo seminato attorno a noi tu ed io caro il mio papà: odio!’

Là in fondo, nella sala riunioni, tutti sono seduti in attesa che arrivi lei e naturalmente stanno guardando quella scenetta divertente. Pensa che è giusto che lei paghi per tutti i torti fatti ai suoi dipendenti sebbene lo avesse fatto per compiacere suo padre: ma è adulta e deve assolutamente assumersi la responsabilità di quanto detto e fatto negli anni. Le torna ancora in mente la discussione avuta vent’anni prima con Gianni: aveva ragione lui, ha sempre avuto ragione lui; ora sente dentro che avrebbe dovuto ribellarsi a quel sistema che la teneva agganciata al passato!… e, come se qualcuno le avesse acceso d’improvviso una lampadina a illuminarle a giorno l’anima, sente un forte desiderio di abbracciare Gianni e di stringerlo con tutta sé stessa. Con una nota di disperazione pensa in quale stanza buia e disordinata della sua mente lo aveva ricacciato per tutti quegli anni.

“Ti ricordi quando partimmo per le Canarie?”

Ancora ricordi da quel pomeriggio di vent’anni prima a innestarsi in quei secondi di silenzio in cui il padre sta attendendo di ritrovare la macchina da guerra che ha costruito nella figlia.

“Che cazzo c’entrano adesso le Canarie!” Ricorda come fosse presente, che quella domanda di Gianni in merito alla vacanza alle Canarie l’aveva infastidita.

“Tu eri quella che si era portata via uno zainetto per una vacanza di una settimana! Te lo ricordi o no Bi-bi? Ti ricordi che Paola rideva del fatto che avevi con te solo un costume e un paio di slip che regolarmente ogni sera lavavi e stendevi?”

“E allora che cazzo c’entra questo con quanto ci siamo detti finora? E poi smettila di chiamarmi Bi-bi!”

Quello era il soprannome che lui le aveva dato qualche tempo dopo che si erano messi insieme semplicemente perché a lui lei ricordava vagamente Brigitte Bardot.

“C’entra perché quella Anna di qualche anno fa non ha nulla a che vedere con la Anna di adesso; tu hai ragione che nella vita si cambia ma non si può soprassedere ai nostri valori fondamentali: quelli sono e quelli rimangono bene o male per l’intera nostra esistenza. Tu invece stai pensando nel tuo profondo di abbandonare i tuoi valori per un po’ di effimero denaro e dimmi se sbaglio?”

Ricorda che quella frase l’aveva mandata su tutte le furie al punto che lo aveva cominciato ad insultare e lui se n’era andato.

Ritorna al presente sollecitata dalle movenze impazienti del padre che pretende delle risposte: a guardarlo bene oggi, le fa quasi pena, per quel suo essere sempre arrogante in ogni situazione, a casa come in azienda; l’arroganza è il suo marchio di fabbrica al punto che fa sfoggio della stessa con onore. Quella stessa arroganza l’ha trasferita, come se fosse un nuovo codice binario da inserire nel software comportamentale della figlia, anche ad Anna.

“Vieni un attimo nel mio ufficio! E voi tornatevene subito a lavorare branco di cialtroni!”

Il padre tira Anna per un braccio all’interno dell’ufficio chiudendosi la porta alle spalle e riportandola al presente.

“Ti rendi conto di che figura abbiamo fatto là fuori! Quelli ora stanno godendo come dei ricci per averci visto litigare!”

“Hai fatto tutto tu papà! Io ero solo in ritardo di un quarto d’ora, ma, ripeto, hai fatto tutto tu!”

Quella semplice risposta che denota un desiderio di Anna di ristabilire un equilibrio, sebbene in modo sommesso e quasi timido, viene vissuta dal padre come un atto deliberato di ammutinamento.

“No cara mia sei stata tu a provocarmi con questo tuo comportamento insubordinato! E non ti permettere mai più di contraddirmi perché io ti disintegro: faccio una telefonata e in quattro secondi sei fuori dall’azienda, dal consiglio di amministrazione e ti puoi dimenticare i tuoi vizietti da puttana! Quattro secondi ci metto!”

“Ora, rimedia a tutto sto casino che hai combinato: va in bagno a sistemarti che sembri una mezza matta e falli neri: stiamo perdendo il 2% sul progressivo anno su anno. Questo è inammissibile! Voglio la testa del direttore commerciale se entro la fine dell’anno non mi fa vedere di avere invertito la rotta drasticamente; sono stato chiaro?”

In altri frangenti Anna avrebbe risposto immediatamente con un ’sì’ come se fosse un dalmata che pende dalle labbra del padrone; in quel caso, quasi volutamente, si gira ed esce da quell’ufficio che sa di lercio senza nemmeno degnarlo di uno sguardo.

Si chiude dentro il bagno riservato alla direzione e si appoggia con entrambi i palmi delle mani al piano del lavandino guardando la sua immagine riflessa nello specchio:

“Dove sei finita Anna? Dove sei finita Anna? Dove sei finita?”

Ripete a voce alta, quasi fosse un mantra, questa domanda intanto che gira impercettibilmente la testa a destra e sinistra.  Le sembra di avere un grande muro bianco davanti e dietro il vuoto: si sente completamente perduta senza più un passato a cui appoggiarsi e un futuro certo verso cui tendere. La mano, in modo automatico, entra nella borsa alla ricerca del cofanetto d’avorio intarsiato dentro cui tiene la dose che le serve per la giornata: non può affrontare quella riunione in questo stato e per di più senza un aiutino, pensa. È vero che le fa schifo pensare di assumere ancora cocaina ma le fa ancora più schifo affrontare da lucida quel tipo di situazioni, quindi dei due, sceglie il male minore. Deve cercare di navigare a vista, un passo alla volta.

Esce dal bagno, occhi pallati, capelli sparati in aria e leggermente inumiditi. Si dirige verso la sala riunioni a passo lento, con una serie di pensieri in testa da fargliela quasi scoppiare: non sa come iniziare, non sa cosa dire e soprattutto perché lo deve dire. Passa davanti alla porta  chiusa dell’ufficio del padre padrone e lo sente sbraitare qualcosa a qualcuno al telefono: a sentirlo da lì, dietro la porta, le sembra di rivivere un film al buio.

Ritiene non abbia senso che una di 45 anni, in virtù del fatto che le hanno appiccicato sul petto la targhetta di direttore generale,  entri nella sala riunioni e dica a una persona di 65, il direttore vendite, che tra le altre cose le sta pure simpatico, che se non inverte la rotta entro un mese può fare le valigie.

Ha quasi colmato la distanza che separa il bagno dalla sala riunioni; vede le facce dei presenti che da rilassate di poco prima si stanno indurendo e incupendo man mano che lei si si avvicina: tutto perché sta per entrare lei, Anna Gentiloni, la mangiatrice di uomini, nella vita professionale così come nella vita privata.

“Buongiorno a tutti!” È un buon esordio pensa e chi ben comincia è a metà dell’opera.

“E’ inutile che ci giriamo intorno ragazzi: quest’anno le cose non stanno andando come preventivato!”

Mentre parla, all’orizzonte dei suoi pensieri si comincia a delineare una istantanea: lei che prende una strada diversa, perché a qualunque età, riflette in modo soddisfatto, siamo sempre in tempo a invertire la rotta dei nostri atteggiamenti mentali e quindi, a invertire la rotta della nostra vita.

“Lorenzo!” si rivolge al direttore vendite, Lorenzo Pagliai, con un tono gentile ed equilibrato, nonostante la dopamina rilasciata dal suo corpo a causa della cocaina, spinga per renderla aggressiva: ma lei resiste, vuole farlo, deve farlo, per sé e per gli altri. In quel flash di poco fa ha capito che sta racchiusa una vita, la sua vita futura. O cambia adesso o è finita, per sempre.

“ho bisogno che in base alla tua esperienza ci fai capire quali sono le variabili in gioco che stanno determinando le nostre difficoltà quest’anno.”

Intanto che pronuncia l’ultima parola si è girata verso il direttore vendite che siede alla sua destra e lo sta guardando fisso negli occhi: vede l’incredulità sul suo volto. In 10 anni che lavorano a stretto contatto, non l’ha mai sentita chiedergli un consiglio o un parere in merito al suo lavoro. La loro relazione è sempre e solo stata all’insegna del ‘tu devi fare, altrimenti ne pagherai le conseguenze.’

“Beh, Anna, se devo essere sincero..” È incerto nella conversazione perché crede che dietro quel cambiamento repertino e improvviso del direttore ci sia un trucchetto fatto apposta per ingannarlo e Anna lo sta capendo e pensa a quanto è stata una merda in tutti quegli anni: ora però, riflette, non è il momento di piangere sul latte versato, ma quello di prendere in mano la propria vita e con coraggio cambiare completamente.

“Lorenzo, prima che tu prosegua voglio dirti una cosa e voglio dirla a tutti voi:” si rivolge al resto dei dirigenti riuniti all’interno di quella stanza:

“sono stata la persona peggiore che si possa incontrare durante una vita in questi ultimi anni e non ci sono parole per descrivere quanto mi dispiaccia ciò che vi ho fatto passare qui dentro e, suppongo, a casa con le vostre famiglie! Realmente ho bisogno di voi in questo momento!”

Gli sguardi dei presenti sono attoniti: lei percepisce una energia dentro che le dà vigore e le infonde un desiderio di esprimersi con tutta sé stessa, tirando fuori le mille sfumature del suo carattere, perché lei era così, era gioiosa, era leggera, era spensierata, era quella a cui bastava uno spazzolino, un paio di mutande e un dentifricio dentro uno zaino e via a girare il mondo insieme ai suoi tre anmici di sempre: lei era tutto quello e negli ultimi 20 anni si è trasformata in una grigia, puzzolente fotocopia di qualcun altro.

“Scusatemi ma ora proprio devo chiudere una situazione!”

Esce dalla porta della sala riunioni e di corsa si dirige verso l’ufficio del padre: senza nemmeno bussare entra come se volesse buttare giù il muro. Si sente libera di esprimersi e questo la porta a non sentire più quel carico di rabbia costante che le pesa sullo stomaco da una vita.

“Tu, brutta merda!” Si rivolge al padre con tono calmo e sicuro: non ha bisogno di urlare; sa che chi urla esprime debolezza e colui che ha davanti è un debole, un debole che ha avuto bisogno per tutta la vita di contornarsi di persone deboli che lo facessero sentire forte. Il padre è praticamente immobilizzato da quella calma interiore della figlia: percepisce di avere perso completamente il governo su di lei.

“Ti rendi conto che voragine di sentimenti hai creato attorno a te? E per cosa? Dimmi per quale motivo hai fatto tutto ciò?”

Il padre è bianco in volto, gli tremano le mani e Anna pensa che in altre occasioni ha dovuto affrontare scontri verbali ben peggiori nei quali si era ribellato con una aggressività da mettere paura; ma in quella occasione la sua determinazione lo ha praticamente inchiodato alla sua sedia.

“Allora, hai lasciato il cervello sul comodino brutto stronzo? Sto aspettando una risposta a una domanda molto semplice mi pare!” Lo sta incalzando e utilizza la tecnica che da sempre utilizzava lui con tutti: sente di aver in pugno quella conversazione. E siccome il padre non riesce a parlare, continua lei, scavando sempre più a fondo: vuole arrivare al nocciolo della questione:

“Il bello di questa vita è la varietà e tu invece sei un uomo monocorde e monocolore e credi che tutto ciò che ti riguarda sia ciò che deve riguardare anche il mondo che ti circonda: ma siamo tutti diversi! È questo il bello della vita!”

Lo guarda fisso negli occhi: per la prima volta è lui a non reggere quella conversazione e ad abbassare lo sguardo e questo le dà ancora più forza.

“Come ci si sente ad essere costantemente incalzati? Dimmi un pò, che sensazione dà doversi, in ogni situazione, giustificare? Chi sei tu, Dio per poterti permettere di far sentire le persone delle merde?”

Si stupisce di sé e di quanto riesca a mantenere la calma: se fino a un’ora prima le sembrava di non avere più appigli a cui aggrapparsi per proseguire, ora sente di potercela fare, percepisce che può e anzi deve ricominciare e quello è un ottimo inizio. Glielo aveva detto anche Gianni moltissimi anni prima:

‘se non ti affranchi dal tuo passato come potrai mai pensare di costruirti un futuro sulla base dei tuoi valori, di ciò in cui credi veramente?”

Sente di non avere più niente da dire in quell’azienda e che non ha più nulla da dire in quella vita che non sente più sua, anzi, che non è mai stata sua.

Senza nemmeno lasciare che il padre riorganizzi i propri pensieri per controbattere a quella incursione, lascia le chiavi dell’Audi A8 sulla scrivania in mogano, si gira e se ne va. Si dirige a passo deciso verso l’ascensore e nell’attesa che arrivi, lo sente da dietro sbraitare: ha recuperato la sua solita aggressività banale e scontata:

“Tu lurida puttana! Sei finita senza di me e senza questa azienda; non vali un cazzo e non hai mai contato un cazzo qui dentro!” Senza nemmeno voltarsi, solleva il braccio, dito medio alzato ben rivolto al padre che le sta alle spalle e con passo morbido e deciso entra nell’ascensore uscendo per sempre da quella vita.

Parte 2 – Vita di coppia a quattro

Se desideri leggere il primo episodio del racconto ‘Il Coraggio‘, lo trovi di seguito:

Primo capitolo de “Il Coraggio”

Episodio 2

Gianni ha dato appuntamento a Pietro nel solito bar da Iole, quello dietro l’istituto Enrico Fermi di cui di lì a qualche mese inizieranno a frequentare l’ultimo anno di liceo scientifico. L’afa dei pomeriggi di luglio inoltrato a Bologna penetra fin dentro le ossa avvolgendo i corpi di un sudore debilitante. Pietro si sta gustando un Maxibon seduto ad uno dei tavolini all’aperto, quando vede arrivare Gianni sulla sua vespa 125 rosso Ferrari. Lo affascina da sempre la flemma con cui affronta la sua esistenza; è come se fluttuasse sospeso nel vuoto fra gli istanti di vita che lo circondano. A Pietro quel modo di essere dell’amico piace una cifra: gli piace così tanto vivere quella sua morbidezza d’animo, da sentire dentro un gran desiderio di aiutarlo a superare ogni forma di incertezza.

“Ehi sfigato,” lo rintuzza Gianni con tono scherzoso e amichevole, “possibile che per quanto io cerchi di arrivare in anticipo tu arrivi sempre prima? Si vede proprio che non hai nulla da fare.”

“Ha parlato l’uomo super impegnato, mister ‘se mi sveglio alle 11 di mattina mi giro dall’altra parte perché penso sia ancora l’alba’; lo sai che arrivare in anticipo è segno di rispetto per l’interlocutore?”

“Si in anticipo di 5 minuti hai ragione, ma se uno arriva un’ora prima ogni volta, qualche problema ce l’ha!”

Sono abituati così da una vita: appena si incontrano, i primi due o tre scambi verbali sono all’insegna del prendersi in giro a vicenda. È un pò il loro codice segreto per rimarcare il fatto che si vogliono un bene dell’anima e che la loro amicizia si gioca sempre sul filo del rasoio e quel filo del rasoio deve la propria forza alla flessibilità e dinamicità di contenuti verbali con cui loro sanno di potersi spingere un po’ oltre senza provocare motti di offesa nell’altro.

“Qual è il motivo di questa convocazione capo?” Chiede Pietro all’amico con tono scherzoso.

“La convocazione è per il casino che ho combinato lo scorso week end a Riccione!”

Di solito si incontrano in quel bar ogni volta che Gianni ha qualche problema per il quale ha bisogno di confrontarsi con Pietro.

Sono inseparabili oramai dall’età di 9 anni: le loro famiglie hanno cominciato a frequentarsi a seguito di una vacanza in un villaggio turistico in Sardegna. Fin da subito si è creato un affiatamento incredibile tra i membri delle due famiglie, affiatamento che non si è spento, come spesso accade, a vacanza finita. Da 10 anni a questa parte non si sono persi un fine settimana insieme, oltre chiaramente le ferie estive, la settimana bianca e qualche week end qua e là in autunno e primavera. Anche la composizione dei due nuclei sembra studiata a tavolino: 2 figli per ciascuna, un maschio e una femmina con una differenza di età di 2 anni in entrambi i casi.

Appena conosciutisi e fino all’età dell’adolescenza, i giochi e le intese fra i quattro bambini erano stati all’insegna della netta separazione di genere: i due maschi da una parte, a sputarsi, insultarsi, tirare calci e pugni a destra e a manca, emulando l’ultimo supereroe in tv; le due bambine a immergersi, dall’altra, nei loro mondi multidimensionali, pieni di colori e fantasia, fatti di storie avvolgenti e intriganti nelle quali di solito mamme e papà immaginari di ogni tipo e specie si prendevano cura amorevolmente della loro prole.

Con l’affacciarsi dell’età dell’adolescenza, quando i due mondi maschile e femminile cominciano a gettare uno sguardo dimesso e timido l’uno nel giardino dell’altro, avevano iniziato a amalgamarsi, finché col trascorrere del tempo, questa amalgama aveva generato una squadra forte e coesa tanto da essere soprannominati dai loro amici e compagni ‘i 4 cavalieri della tavola rotonda’. Questo continuo stare insieme aveva consolidato un legame che andava al di là della semplice amicizia: erano come fratelli.

“Pietro, quello che è successo lo scorso week end a Riccione complica molto le cose e lo sai! Io non voglio assolutamente rovinare il rapporto che c’è tra di noi; prima di ogni cosa veniamo noi quattro!”

Gianni sta sorseggiando la sua bevanda preferita, una cedrata ghiacciata leggermente macchiata con qualche goccia di sciroppo alla menta e ha i suoi grandi occhi neri puntati fissi su quelli dell’amico.

“Ecco qui che esce il sentimentalone che è in te! Io adoro questo tuo essere così attento alle emozioni di tutti Gianni e mai alle tue: è sintomo di grande altruismo, dote rara di sti tempi!”.

“Sentimentalone un cazzo Pietro! Io mi trovo tra l’incudine e il martello: non so cosa ci sia capitato, dopo tanti anni che ci conosciamo! Dico io: con tutte le ragazze che ci sono, proprio con Anna! Fino a qualche minuto prima la consideravo quasi una sorella e poi, come se fosse scesa sulla terra una navicella di alieni dell’amore, qualche istante dopo eravamo lì a guardarci con sguardo inebetito!”

Il tono della voce è di stupore vero, come se quel tono fosse sufficiente a riportare le lancette indietro nel tempo, qualche minuto prima rispetto a quanto era accaduto quel pomeriggio in spiaggia a Riccione.

“Tu a mio avviso Gianni la fai più complicata di quanto non sia; perché per come la vedo io, qui l’unica vera domanda che conta è che cosa provi tu per lei e tutto il resto è molto relativo.”

Gli getta lì quella frase in apparenza banale ma che a ben vedere nasconde delle profondità emotive da non sottovalutare.

“Cosa provo per Anna? Uhmm la fai facile tu con queste domande da Freud!”

Gianni si ferma per un secondo a riflettere su quella domanda che, più ci pensa, più gli suona sinistra: continua a ripetersela e ripetersela nella testa perché in realtà dopo quanto successo il week end prima, ora che ci riflette bene, Anna è stata l’unico suo pensiero di giorno e di notte e più il pensiero di lei gli rimbalza nella testa, più lui fa finta di nulla per cercare di respingerlo con anima e corpo. La domanda di Pietro lo ha come risvegliato da un lungo letargo, riallineando le cose e facendogliele vedere sotto una luce diversa, sebbene sia ancora pieno di dubbi e timori.

“Noi ci conosciamo da tanti anni Pietro, non è facile separare l’amicizia da tutto il resto….”

Quando Gianni prova imbarazzo ed è in forte stato di stress emotivo tende a finire le frasi in modo vago, come per sperare che chi si trova di fronte si prenda la responsabilità di interpretare quanto nascosto tra le pieghe del ‘non detto’. Ma con Pietro quel gioco non funziona: lui è per Gianni una sorta di seconda coscienza che lo obbliga ad arrivare al fondo di ogni cosa, anche la più difficile da interpretare. Non molla finché non è Gianni stesso a trovare le risposte che sta cercando e questo fatto fa andare l’amico su tutte le furie: più lui tenta la fuga con frasi evasive ed elusive, più Pietro lo riporta dentro il solco delle proprie emozioni, come se sapesse che solo lì l’amico troverà la risposta a tutti i suoi quesiti. E anche in quel frangente Pietro non è intenzionato per niente a soprassedere a quell’affermazione vaga.

“E ‘tutto il resto’ cosa Gianni?”

“Miiiii Pietro quando fai così sei insopportabile, peggio di mia madre sei!”

Sa che davanti a Pietro non può scappare e prima o poi dovrà cedere. La loro forza in qualità di amici, è tutta racchiusa in quel gioco delle parti: Pietro ha il coraggio di affrontare l’amico a viso aperto perché desidera nel profondo che sia Gianni a trovare la strada più idonea per sé nelle vicende più o meno importanti nella vita. Pietro costituisce per Gianni quell’energia in più che gli fa fare la differenza in ogni cosa. È come se fossero stati creati all’unisono al punto tale che i due insieme fanno più della somma delle singole parti.

“Non lo so, sono confuso, ok..?”

Dal tono di voce dell’amico, Pietro è consapevole che sono vicini alla verità. Conosce talmente bene Gianni da sapere che, quando entra in modalità ‘difensiva’ è perché il suo cervello si rifiuta di accettare la realtà dei fatti; e in quel caso è solo una questione di tempo e l’amico troverà da solo la strada.

“Tua sorella mi piace porca vacca! Mi è sempre piaciuta e non l’ho mai realizzato prima! È come se all’improvviso, quel singolo evento durato pochi istanti avesse completamente dato una luce nuova al passato vissuto insieme.”

Gianni è consapevole che se pensa a Anna oggi, dopo quanto è successo a Riccione la settimana prima, non la vede più con gli stessi occhi di prima: le loro labbra si erano appena toccate e niente più, almeno in apparenza, ma quel semplice bacio, quasi innocente, aveva generato dentro di lui un universo di colori emotivi da farlo quasi esplodere. Sono le sfumature e le tonalità di queste emozioni che gli provocano un piacevole solletico all’anima: da questa sensazione, sente nascere dentro una serie di brividi che dalla bocca dello stomaco si dirigono in su verso cuore e cervello e in giù, verso le parti intime e più lui fa finta che tutto questo non esista, più l’idea di lei gli esplode dentro.

Tra le altre cose, tutto era nato con una casualità tale da lasciarlo quasi sconcertato: era un pomeriggio come tanti passati insieme. Erano sempre loro, i soliti quattro amici che passavano un week end al mare in estate: Gianni stava bellamente riposando steso all’ombra, assorto nei suoi pensieri che sapevano di viaggi in posti sperduti del mondo, quando aveva sentito la voce di Anna da dietro la sua sdraio:

“Gianni mi accompagni a prendere un ghiacciolo al bar?”

“E perchè ti dovrei accompagnare?” Le aveva chiesto lui con voce impastata; “hai paura di perderti da qui al bar? Saranno 5o metri!”

“Sei il solito simpatico Gianni; non credo tu troverai mai una donna, sai?” Aveva replicato lei con fare finto scocciato come di chi ha voglia di stuzzicare il prossimo perché desidera giocherellarci insieme.

“E va bene, verrò a farti da balia!”

Ricorda che intanto che camminavano, i loro due corpi si erano per un attimo toccati e quel banale tocco aveva provocato in lui un impercettibile desiderio che succedesse ancora e ancora e ancora. Giunti al bar, in attesa che qualcuno li servisse, i loro due volti si erano girati l’uno verso l’altro e le labbra, senza dare nessun preavviso, si erano toccate, semplicemente sfiorandosi. Ma era stata l’intensità con cui si erano guardati prima e lo stupore subito dopo, che avevano gettato nel panico i due amici che da quel momento e per tutto il week end si erano volutamente e smaccatamente evitati, cercando di pensare ad altro.

Era con questo nugolo di pensieri che Gianni stava letteralmente combattendo da alcuni giorni ed era lo stesso vortice di fumo che lo aveva spinto a chiedere aiuto all’amico nonché fratello di Anna.

“Tra l’altro Pietro c’è un’altra cosa che mi genera ansia….”

“E qual è sentiamo?”

“Mi domando se ciò che ho provato io, lo abbia provato pure lei; perché vedi, mi sentirei veramente uno sfigato di proporzioni immani a raccontarle tutto e poi scoprire che mi sono fatto un mucchio di seghe mentali!”

Getta lo sguardo di lato come per cercare di far sparire una spiacevole sensazione di disagio.

“Quindi cosa vuoi che faccia Gianni?”

“Lo sai cosa voglio tu faccia per me, non fare il cretino! Indaga per me; stai addosso a tua sorella per capire quali siano i suoi sentimenti e che tipo di reazioni emotive ha avuto dopo lo scorso week end.” Gianni è entrato in modalità ‘pressing’: una volta capiti quali sono i suoi sentimenti, ora percepisce l’urgenza di sapere se sono corrisposti.

“Guarda chi si vede qui?” La voce di lei arriva alle orecchie di Gianni da dietro: si volta di colpo e se la ritrova davanti. Sente di non essere per nulla preparato: lei non dovrebbe essere lì, anzi quasi si sente scocciato per quella sua specie di incursione nel mondo degli uomini. In questo, sembra rimasto il bambino di dieci anni, che si offendeva se la sorella e Anna si intromettevano la domenica sera quando le due famiglie si ritrovavano per una pizzata collettiva, entrando in camera sua mentre lui e Pietro stavano giocando ai videogiochi: quello era il loro spazio e le femmine non dovevano entrarci. E in questo frangente, il Bar da Iole è un po’ come la loro stanza dei bottoni: lì i due maschi si ritrovano per definire le strategie di attacco e nessuna femmina deve prendere possesso di quel territorio. Assorto com’é in questi pensieri Gianni non si rende conto che risponde in modo aggressivo e rabbioso all’amica:

“E tu che ci fai qua? Non mi sembra che nessuno ti avesse invitato!”

“Certo che tu Gianni sai essere veramente stronzo quando ti ci metti!”

La risposta perentoria di Anna fa rinsavire l’amico che cerca di riprendersi con un: “stavo scherzando dai!”

“Tu tiri sempre fuori questa frase quando qualcuno ti risponde a muso duro! Abbi il coraggio delle tue azioni Gianni!”

In questo non mollare mai di Anna, Gianni rivede molte caratteristiche del fratello Pietro: entrambi sono duri come i sassi e non amano cedere di un solo passo rispetto a chi si trovano di fronte, chiunque esso sia.

“Scusa non volevo essere scortese, Anna; eravamo concentrati a parlare delle nostre cose e l’ultima persona che pensavo di incontrare qui oggi sei tu.” Quel passo indietro fa retrocedere Anna dalla proprie posizioni di guerra, riequilibrando al contempo anche la conversazione.

“E di cosa stavate confabulando di così importante da non volermi tra i piedi voi due?”

La curiosità di Anna è quasi penetrante in questi casi, pensa Gianni;

“Stavamo parlando di te!” la risposta di Pietro arriva laconica e secca all’orecchio Gianni, lasciandolo quasi inebetito.

“Ohh adesso si che ci divertiamo! Raccontate un pò cosa stavate dicendo di me?” Controbatte lei con un sogghigno a metà tra il sornione e il divertito.

Gianni vorrebbe fuggire, mettersi il casco e dileguarsi ad una velocità tale da spazzare via ogni imbarazzo, non prima però di aver seppellito Pietro, che con quel suo solito modo di fare sfrontato, ha innescato quella conversazione che può avere solo una vittima: lui. Pietro è fatto così: quello che deve dire lo dice, senza filtri; per lui la verità va detta e basta. Non ci sono mezzi termini in merito, a costo di fare brutta figura o perdere un’amicizia, lui deve ad ogni costo buttare fuori ciò che pensa.

Quel vortice di pensieri nella testa di Gianni diventa un uragano quando l’amico si alza e senza nemmeno dire ‘ciao’ se ne esce con un:

“Di questo credo sia Gianni a dovertene parlare; io qui ho finito la mia missione!”

Gira i tacchi e se ne va, lasciando i due amici lì a quel bar, uno seduto nell’imbarazzo più totale e l’altra in piedi in attesa di risposte che Gianni non vorrebbe darle.

Tutto nella sua testa gira come un vortice: sta pensando cosa raccontarle, compreso inventarsi una balla colossale, ma è consapevole che di lì a qualche ora lei verrebbe a sapere la verità dal fratello, quindi tanto vale rompere gli indugi e buttarsi subito dal precipizio facendola finita. È incredibile pensa, quanto un bacio rubato, un singolo evento in apparenza banale, possa modificare a tal punto i pensieri e le emozioni di una persona da ribaltare di conseguenza anche la percezione che la stessa ha del mondo che la circonda.

Ma d’improvviso, come se la natura ristabilisse degli equilibri biologici che l’uomo non è in grado di comprendere con la parte razionale del cervello, Gianni inizia a parlare senza indugio, come se le sue labbra e la sua lingua fossero governati da qualcuno che sta al di fuori del suo controllo:

“Anna, non è facile trovare le parole in alcuni casi…”, si gratta la parte superiore della testa, rosso in viso,  e la osserva di sottecchi; il viso di lei, da leggermente irrigidito sugli zigomi di qualche minuto prima si sta ammorbidendo e Gianni si scioglie a vederla lì vicino a lui: pensa che sia l’essere più bello che gli sia mai stato vicino.

“Per quanto mi riguarda tra me e te è come se ci fosse un prima e un dopo e lo spartiacque tra questi due momenti della nostra breve vita è stato quel bacio, anche se non sono nemmeno tanto convinto di poterlo chiamare tale, visto quanto è stato fugace, quasi rubato. Prima eri una grande amica e ti volevo un bene dell’anima; ora sei qualcosa di molto di più e questo mi fa una paura fottuta. Mi fa paura perché prima di ogni altra cosa non voglio perdere quello che c’è fra noi quattro e non voglio perdere te, ora più che mai! Ma al contempo non posso nemmeno far finta di niente e soprassedere ai miei sentimenti: mentre prima sentivo un legame molto forte tra di noi, ora mi sei entrata nelle ossa e da lì sento che non te ne andrai mai! So che sembra strano, perché quel semplice contatto tra noi è durato un attimo, ma io in quell’attimo ci ho percepito una vita e credimi che, durante questa settimana ci ho pensato e ripensato, ma io da quel momento sento il desiderio di averti e non come amica!”

Ha finito quella specie di sermone che a lui è sembrato durare in eterno ma che in realtà non è durato più di un minuto e ora si sente proprio bene; aveva ragione Pietro, doveva essere lui a chiarire e non tanto per rispondere ad Anna, bensì per dare una risposta a quei suoi quesiti che lo assillano da giorni. Intanto che riflette sul suo stato d’animo quasi idilliaco del momento, non si è reso conto che Anna si è avvicinata a lui quel tanto che basta per mettere le sue labbra sottili e morbide a contatto con quelle di lui e d’improvviso tutti i dubbi e le incertezze di un’ora prima si dissipano: sente dentro, forte, che da quel momento in poi loro staranno insieme, come era successo negli ultimi anni della loro vita, ma dando un significato completamente nuovo a quel senso di vita comune. Sente dentro esplodergli una felicità come poche altre volte ha provato: sta conoscendo l’amore ed è pure consapevole che quell’amore non sarà il punto di rottura dell’amicizia di loro quattro e questo gli basta; è sufficiente sapere che ama Anna e che ciò non avrà conseguenza sul gruppo dei ‘4 cavalieri della tavola rotonda’.

A domani, col terzo episodio

***Buona giornata***

Racconto “Il Coraggio” Parte 1 Toccare il fondo

Un nuovo racconto a puntate, di cui sotto, trovi il primo capitolo……Tre indizi, inseriti sul retro di altrettante cartoline, fanno da sfondo e collegamento tra il passato e il presente di una storia di amicizia, amore e tradimento fra quattro persone unite fin dalla infanzia.
Un viaggio che dura 20 anni, un viaggio interiore e ai confini del mondo, alla ricerca del vero senso della vita; un viaggio attraverso cui i 4 protagonisti troveranno un significato a tutti gli alti e bassi innanzi a cui la vita li ha posti…perché, cita uno dei protagonisti: “ci vuole più coraggio a lasciare che sia come deve essere, che tentare di cambiare inutilmente il corso degli eventi. Bisogna avere coraggio ogni giorno di spingersi un po’ oltre le proprie capacità, sconfiggendo le proprie paure, perché nascosta dietro questo esercizio di stretching dell’anima, si potrebbe annidare la felicità.

Tutto si era acceso per caso nella sua testa quella sera, quando aveva visto lei e lei le aveva accennato di lui.

Anna apre il piccolo cofanetto d’avorio appoggiato sul comò situato al fondo del letto e con fare meccanico e deciso, come di chi sa cosa cercare a colpo sicuro, sposta con le dita gli oggetti che trova all’interno: un orologio Rolex da donna, un paio di orecchini di perle comperati durante l’ultimo viaggio a New York, qualche braccialetto d’oro. Il suo scopo non è certo fare un bilancio di quanto contenuto in quel piccolo scrigno, bensì di arrivare al doppio fondo dello stesso, trovare il gancio laterale che lo apre e accedere al contenuto. In pochi semplici gesti da esperta si ritrova a rovistare con la mano destra all’interno di quel vano nascosto.

“Porca puttana, eppure pensavo di averne ancora una scorta: questo è il nascondiglio che tengo come ultima spiaggia!”

Sente le mani di lui che le stanno trastullando i capezzoli con fare volgare e cialtrone e questo la infastidisce non poco, non certo per quello che lui sta facendo con i suoi seni, faranno ben di peggio di lì a poco pensa, bensì per l’inesperienza con cui si è attaccato ad essi. La sta cingendo da dietro come fosse un montone arrapato, pantaloni abbassati. Pensa che gli uomini hanno un rapporto veramente strano col seno delle donne: alcuni si attaccano con la bocca, come fossero poppanti in fasce in una sorta di imbecille ritorno al passato, quando vivevano di dipendenza totale dalla madre. Altri invece, si appendono ai capezzoli praticando loro ogni tipo di tortura: c’è chi li tira come fossero palloncini da gonfiare con la bocca, chi li ruota a destra e sinistra, come se stesse sintonizzandosi sulla radio preferita. In generale, pensa Anna intanto che dà un’ultima controllata all’interno di quel vano nascosto con ghigno sconfitto, da come maneggiano il seno delle donne, si capisce quanto gli uomini capiscano poco dell’universo femminile. Anna prova per il mondo maschile, un disprezzo che lei sfoga con comportamenti sessuali aggressivi, da dominatrice.

Percepisce il suo pene turgido e voglioso, che fa capolino sulle sue natiche da sopra il vestito di raso color corallo. Lei lo sta tenendo a bada perché senza droga in corpo non è in grado di pensare al sesso come a qualcosa da lasciar entrare nella sua vita.

“Fermati un secondo stallone da strapazzo,” lo blocca lei con fare irritato,  voltandosi e posizionandogli il palmo della mano aperta sullo sterno e spingendolo indietro con forza. A vederlo così con i calzoni e gli slip abbassati, riflette Anna in modo fugace, non riesce proprio a comprendere che cosa di lui l’abbia attirata la sera prima in discoteca: forse il suo fisico imponente con quel filo di abbronzatura dorata? O quella camicia perfettamente inamidata di color bianco fastidio, che si apriva a lasciar intravedere due pettorali da tacchino gonfiato? O cos’altro? Riflette Anna: si sforza ma non riesce a trovare nulla e l’unico fotogramma che le rimane è quello di uno sconosciuto che la fissa con gli occhi di un fagiano eccitato, il cui unico obiettivo è farsi una scopata furtiva per poi ritornare a quel mondo di cui lei non sa nulla e nulla desidera conoscere.

“Se non trovo la coca, non si combina nulla, intesi?”

Ha bisogno di sniffare cocaina per poter fare sesso in modo smodato e sguaiato: è come se la cocaina fosse il carburante che le serve per esprimere quella sua natura da virago dominatrice; senza di essa il sesso non ha per lei alcun senso di esistere. Lo considera la sua valvola di sfogo, ma per fare sesso ha bisogno di un innesco che le dia la giusta dose di energia: quell’innesco è la droga, che assume in quantità sempre più elevate per sopperire a un effetto che dura sempre meno. Quel tipo di incontri sono tutti di natura occasionale e quasi sempre con persone che non conosce: varie volte le è pure capitato di non utilizzare il preservativo, tanto era sballata dalla cocaina. Finita la prestazione, come se avesse pagato un’ora di lezione con un maestro di tennis, lei si riveste in tutta fretta, non prima di aver letteralmente cacciato l’amante di turno fuori casa a pedate.

In quella nuvola grigia di pensieri, ricorda che due sere prima aveva lasciato una bustina di cocaina in un cassetto di un mobiletto del bagno antistante la stanza, dove è solita tenere i medicinali di vario tipo. Colma i quindici metri che separano la sua stanza dal bagno padronale con pochi balzi felini e senza nemmeno accendere la luce, a colpo sicuro, apre il primo cassetto del mobile e, sperando che la sua memoria non abbia fatto cilecca, infila una mano alla cieca e come d’incanto, la prima cosa che sente sotto i polpastrelli è l’involucro liscio e plastificato di una bustina: le viene da ridere, un sorriso liberatorio e amaro al tempo stesso.

È impaziente di assumere la sua dose, quella che pensa le spetti di diritto per tutte le fatiche che ha fatto durante il giorno conclusosi qualche ora prima e a cui la sottopone suo padre, severo amministratore delegato dell’azienda di famiglia di cui lei è il direttore generale tutto fare: mai una sbavatura sul lavoro, lei è stata abituata ad essere impeccabile di fronte a papino e così si comporta da quando è entrata in azienda fresca di laurea oramai 20 anni prima; mica come quello sfigato di suo fratello, pensa, che in un atto di ingenua follia ha perso tutto quello che aveva. Lui non è mai sceso a compromessi, di nessun genere, nemmeno quelli di natura economica. Lei invece al denaro è sempre stata molto sensibile fin da giovane: per una borsa di Gucci o un paio di scarpe di Jimmy Choo farebbe carte false. E oggi, che di denaro ne ha a palate, si copre di effimero sfoggiando l’inutile paccottiglia per galleggiare in quel mondo che fino al giorno prima le calzava a pennello.

Accende la luce della specchiera, versa un mucchietto di polvere bianca sul ripiano in marmo vicino al lavandino e con il cartoncino di una confezione di crema da viso da trecento euro, crea un talloncino di 3 centimetri per 3 con cui distribuisce la coca a formare due righe lunghe e strette su cui ci si avventa a narici aperte con gesto esperto e rapace. Solleva la testa e contemporaneamente tira su con il naso, intanto che si passa un pò di coca tra denti e labbro superiore.

Si osserva per un istante allo specchio: capelli rossi impeccabili, dovuti a trattamenti che le costano 500 euro alla settimana; grandi occhi verdi dal taglio vagamente orientale, zigomi alti e labbra carnose. Tutto naturale, nemmeno un ritocchino, riflette orgogliosa e soddisfatta del suo aspetto, nonostante i 45 anni: le esce dalla bocca una risata slabbrata che lacera il silenzio. Riflette in merito a quanto gli uomini cadano ai suoi piedi per quel suo essere donna matura ma con un corpo atletico da ragazza trentenne: maturità mentale e forma fisica, un connubio perfetto pensa, ridendo ancora fra se e in quel preciso istante, sorprende i suoi stessi occhi che scrutano con sguardo malizioso l’immagine di se stessa riflessa nello specchio.

Dentro i suoi occhi però questa sera c’è anche qualcos’altro: una vena di amarezza che lei desidera ricacciare negli inferi del suo subconscio per continuare a remare in quel mare di apparenza che è la sua vita.

La cocaina sta entrando in circolo e gli effetti si stanno impossessando del suo corpo e della sua mente: percepisce nel basso ventre una strana energia, un misto di libido sessuale e desiderio di ballare che si impossessa di lei e di ogni centimetro della sua pelle. Il corpo la spinge verso la stanza da letto attigua, mentre la mente la tiene incollata a qualcosa di non ben definito. Questa sera qualcosa proprio non va: in altri momenti, a seguito della botta di dopamina stimolata dalla riga di coca, sarebbe corsa nella stanza a fianco e fattasi prendere da un desiderio morboso di sudicio sesso sfrenato, sarebbe saltata letteralmente su quell’ennesimo ‘lui’ di turno, e con gesti violenti, frustate, tentativi di soffocamento e altri espedienti simili, avrebbe scaricato volgarmente tutta la malvagia energia che le genera la coca in corpo, per poi chiudersi in una notte di depressione dilagante.

Il suo cervello questa sera le sta facendo brutti scherzi: tutto è iniziato qualche ora prima alla festa che aveva organizzato proprio lì a casa sua. Stava intrattenendo gli ospiti che arrivavano alla spicciolata quando d’un tratto,  in mezzo a un capannello di persone intente a parlare di finanza e delle ultime elezioni, aveva visto lei. Per un attimo ricorda che avrebbe voluto fuggire: aveva pensato a quanto era crudele e bastardo il passato che in certe occasioni ritorna così, senza preavviso a lacerare le proprie certezze nel presente, per poi rifuggire. Erano esattamente 20 anni che non la vedeva e nonostante fosse cambiata notevolmente, l’aveva riconosciuta a prima vista per quella sua capacità di stare in mezzo alla vita con serenità: ogni cosa che quella donna faceva e diceva era come se avesse ottenuto il permesso da Dio con cui sembrava fosse andata a braccetto la sera precedente. Ma il punto vero del turbine di pensieri da cui era stata avvolta alla vista di lei, non era certo il suo aspetto gioviale e sereno, bensì ciò che aveva rappresentato per lei in passato. C’era stato un tempo in cui Anna e Paola erano state grandissime amiche: quello che mancava all’una veniva garantito dall’altra, come se fossero due facce di una stessa medaglia. Le rispettive famiglie si erano frequentate sin da quando loro, coetanee, erano piccole. Fin dall’età di 7 anni circa, non c’era stata una domenica o un sabato sera che le due amiche non avessero passato insieme. Poi, crescendo e frequentando elementari, medie e superiori insieme, quei sabati e domeniche erano diventate una vita insieme passata all’insegna di un legame indissolubile di vera amicizia. A rinforzare quella loro amicizia contribuiva il fatto che insieme alle due amiche c’erano pure i rispettivi fratelli, Pietro e Gianni, entrambi di 2 anni più grandi delle due sorelle. I quattro avevano formato fin dall’infanzia un gruppo coeso fatto di amicizia, risate e tanto rispetto.

Quel nugolo di pensieri provenienti dal suo passato, che era rimasto nascosto per vent’anni, si era srotolato di colpo quella sera come fosse un tappeto dentro cui Anna aveva arrotolato il cadavere dei suoi ricordi, quegli stessi ricordi che iniziavano a ribollire nel magma del suo subconscio che lentamente rilasciava dei fotogrammi furtivi, che come lapilli stavano incendiando la sua mente conscia proprio lì, davanti a quello specchio nel bagno di camera sua.

“Ciao Anna! Come stai?”

Era stata l’amica a rompere gli indugi: Anna, da quando l’aveva vista in mezzo a una decina di invitati, aveva cercato di fare ogni cosa pur di non incontrarla. Razionalmente non ne conosceva il motivo: semplicemente aveva deciso di mettere una pietra sopra a quel passato perché era pieno di così tanti ricordi che sapevano di rimpianto. Ma quel saluto, poggiato così in modo leggero, come se si fossero frequentate da sempre e si fossero viste anche il pomeriggio precedente, aveva scardinato ogni forma di rigidità nei suoi confronti e senza che lei coordinasse consciamente una risposta le aveva buttato lì, in modo spontaneo:

“Paola ciao! Che piacere vederti!”

Aveva pronunciato la risposta con un tono talmente morbido e accondiscendente che non le sembrava potesse venire dalle sue labbra: era talmente abituata a comandare in azienda utilizzando toni duri e perentori, che non ricordava più cosa significasse essere dolci e gentili con le persone. Lei comandava tutto e tutti, come d’altronde aveva appreso dai modi di fare autoritari del padre: considerava ogni persona che aveva di fronte come un semplice strumento per un fine, l’unico fine della sua vita: fare soldi.

Ma quelle parole, pronunciate dalle sue labbra con tono dolce, docile e gentile le avevano come pettinato l’anima facendo riaffiorare un lato di lei che era talmente disperso nella notte dei tempi da farlo quasi sembrare farina del sacco di qualcun altro. Ed era stato quel momento che l’aveva riportata indietro nel tempo al punto da farsi schifo guardandosi allo specchio sotto gli effetti di due righe di coca qualche ora dopo, nel bagno della sua stanza al piano di sopra. Si vedeva come un relitto di questa società, sebbene da essa ricevesse onori e riconoscimenti, si considerava niente altro che un pezzo di letame che non andava bene nemmeno da far concime, tanto era imbottita di schifezze dentro.

“Che ci fai qui a Milano Paola, e per giunta in casa mia?”

“Mi ha costretto un collega a venire a questa festa; non sapevo fosse casa tua. Più che un collega è il mio capo; io non volevo venire perché odio questo tipo di feste!”

Aveva pronunciato le ultime parole come se sapesse che cosa succedeva a ‘quel tipo di feste’ che regolarmente Anna organizzava in casa sua. E in quell’occasione, per il timore che l’amica di vecchia data sapesse realmente cosa sarebbe successo di lì a poco, le era venuta quasi la tentazione di mandare via tutti tranne lei, per dedicarsi a una serata in ricordo dei vecchi tempi davanti al camino, mangiando pizza e bevendo lattine di birra fino allo stordimento.

Durante il periodo universitario erano soliti la domenica sera ritrovarsi tutti quattro insieme, le due ragazze e i rispettivi fratelli, nell’appartamento che la nonna di Anna e Pietro aveva lasciato ai due nipoti prima di morire.

Quello era il momento che negli anni, aveva maggiormente suggellato la loro unione di amici. Parlavano all’unisono, e sembravano quasi una band che suonava insieme da una vita da tanto erano affiatati e anche quando non erano d’accordo su un argomento, comunque in ogni loro parola si percepiva il desiderio di trovare un punto da cui ripartire più uniti di prima.

Trovare Paola, lì, in quella casa, la sua casa da un paio di milioni di euro, costruita nella zona più prestigiosa del centro di Milano quella sera, l’aveva di colpo messa di fronte alla sua vita: era come se un giudice proveniente dal suo passato fosse venuto a giudicare come si era ridotta negli ultimi 20 anni. Doveva ad ogni costo proteggere Paola dal suo presente fatto di sporcizia e lordura, fatto di festini, cocaina, scambio di coppie, un presente all’insegna del riempire gli spazi con qualunque tipo di diversivo pur di evitare di percepire la voragine tutt’attorno.

“Vattene da questa festa Paola! Vattene perché non voglio tu senta la puzza di cui mi sono circondata negli ultimi anni!”

Ricorda che l’amica l’aveva guardata con occhi onesti e sinceri replicando:

“Me ne vado se mi prometti di chiamarmi: devo dirti un pò di cose, alcune delle quali riguardano lui!”

E dopo averla cinta buttandole le braccia intorno al collo in un abbraccio che sapeva di infinito, le aveva lasciato un suo biglietto da visita, dopodiché, era sparita, leggera, in mezzo ai presenti.

Anna era rimasta in mezzo alla sala, tra il rumore di ospiti che mettevano in mostra le loro armi migliori: seni e natiche rifatti, Botox a impalcare zigomi da alieno e un gran voglia di dimenticare l’oblio in cui erano avvolti grazie a effimeri palliativi esteriori.

Questi sono i pensieri che affollano la sua mente annebbiata dall’effetto dopante. Non vuole abbandonare quegli attimi catartici; ha bisogno a tutti i costi di rimanere presente a sé stessa per cercare un po’ di risposte a una serie di quesiti che si sono fatti avanti sinistri chiedendole il conto degli ultimi due decenni; è un conto molto salato, le cui spese le sta pagando tutte lei sulla sua pelle. Qual è stato il preciso momento in cui si è persa nel passato? Che cosa l’aveva portata a sterzare bruscamente al punto da ritrovarsi affacciata sul precipizio della sua esistenza?

‘Possibile che nella vita di una persona’, riflette, ‘possa esistere un prima e un dopo così diverso da apparire quasi la vita di un’altro?’ Ripensa a quanto le ha detto Paola prima di lasciarla qualche ora prima:

“..ti devo raccontare un po’ di cose che riguardano lui!”

Quella frase continua a ronzarle in testa; aveva chiuso con lui ma il motivo proprio non lo ricorda. Pensa a quanto sia incredibile che le cose che più l’hanno devastata e disturbata in passato, se le guarda con gli occhi del presente risultano così banali e vuote da farla sentire una idiota.

Si bagna la fronte per mantenere quel minimo di lucidità che le serve per non abbandonarsi di nuovo alla vecchia vita.

In quel frangente si affaccia alla porta del bagno quell’uomo che aveva fatto entrare in casa sua per mezz’ora di schiavo godimento fisico:

“Ehi baby, quanto ci metti a ritornare in camera? Il bambino qui ha fame..”

Intanto che parla, con cipiglio fiero, si guarda orgoglioso il pene.

A quella frase, lei diventa una furia: prende la prima cosa che le capita sotto mano e gliela lancia facendolo fuggire come un gatto che si è affacciato alla porta del bagno sapendo di aver fatto una marachella.

“Vattene brutto pezzo di merda, vattene dalla mia vita!”

Esplode in un pianto disperato: quel grido non è rivolto a quel malcapitato; lui è solo una comparsa, l’ennesima peraltro, nella sua triste esistenza. L’urlo è rivolto a tutta la schifezza di cui si è circondata; è come se volesse spazzare via, con tutto il fiato che si trova nei polmoni, la superficialità che negli ultimi anni si è messa indosso per dimenticare.

Si siede sul pavimento, sta continuando a piangere come una bambina; si prende il volto tra le mani e si dispera dimenando la testa a destra e sinistra.

“Non è possibile, non è possibile, non è possibile!”

Grida forte, rannicchiata a riccio con le ginocchia al petto; “non è possibile che la vista di una persona che appartiene al mio passato, mi stia provocando tutto ciò!”

Ma poi ci riflette, asciugandosi le lacrime: quella non era solo un’amica, quella era la sua vita, quella vita che se non avesse fatto delle scelte sbagliate, sarebbe andata completamente in un altro modo, non importa se bene o male, ma sarebbe stata la sua vita. Lei invece gli ultimi 20 anni li ha vissuti per compiacere quel padre padrone che, come una cozza attaccata a uno scoglio, si è impossessato di lei svuotandola completamente. E lei si è coperta d’oro per evitare di guardare l’oblio dentro cui si è gettata cedendo la propria essenza in cambio di denaro: ora quell’oro, ai suoi occhi, si è trasformato in letame.

Dimenticare il passato, o meglio, cercare di farlo in modo forzato, ha avuto delle conseguenze nefaste e lei, seduta sul pavimento del bagno di casa sua ne è la riprova.

Di colpo, quella vita che molti le invidiano, fatta di nulla se non di oggetti, non se la sente più addosso; la vuole rifuggire, distruggere, annientare. Si odia per aver coperto il dolore con delle inutili perdite di tempo; si odia per aver perso un fratello, un’amica, un uomo meraviglioso, si odia per aver rinunciato a una vita, la sua vita. ‘Il dolore,’ pensa, ‘va lasciato libero di sfogare’. Sente il bisogno di urlare fino a farsi bruciare la gola, finché c’è aria nei polmoni, lasciare che il male defluisca come una scoria e alla fine di tutto, esausta, ha bisogno di ricominciare; non importa come, ma lo deve a se stessa.

…A domani..col secondo capitolo

Siamo quel che siamo

Uomo-donna —> famiglia

Uomo-donna-bambino —> famiglia

Uomo-uomo —> famiglia

Donna-donna —> famiglia

Uomo/donna-amici (quelli veri) —> famiglia

Uomo/donna-cane/gatto/pesce rosso/etc.. —> famiglia

E tutto il resto? Se hanno voglia di divertirsi, amare senza giudicare e non chiedere nulla in cambio sono ‘famiglia’, sennò che si fottano

Tra il nostro inizio e la nostra fine…una enorme quantità di secondi…attimi nei quali possiamo veramente decidere di fare la differenza…nelle nostre vite…e in quelle degli altri…attimi dentro cui spesso a condurci sono i giudizi degli altri e non ciò che siamo nel profondo…

Siamo quel che siamo…e a prescindere da ciò che siamo…se siamo…rispettando tutto e tutti, allora rendiamo onore a quella enorme famiglia di cui facciamo parte…al di là dei legami di sangue..di ciò che impongono i dogmi…di ciò che dice la gente…

…e nessuno ci può dire dall’esterno che il nostro essere nel mondo è ‘sbagliato‘…perché a quel punto ad essere ‘sbagliati’ sono loro…

Uganda mia amata – Parte 3

Il taxi è appena ripartito dopo aver lasciato Christian Mutai davanti alla sede degli studi televisivi della capitale. Si sente a disagio ad entrare in quegli ambienti fatti di effimero e di modi di comunicare in politichese che non gli sono affini, lui che è abituato a ben altri contesti dove si fa della concretezza il filo conduttore di ogni giornata, perché per ogni cosa, da dove proviene, è sempre una questione di vita o di morte.

Gli era capitato altre due volte di essere invitato ad uno di quei talk show dove il presentatore, come un abile ammaestratore di leoni, tiene a bada le diverse voci contrastanti degli ospiti presenti, i cui palinsesti lui stesso ha contribuito a generare per mantenere alta l’attenzione del telespettatore.

Un po’ di sangue in scena deve sempre sgorgare caro Mutai!” Così gli aveva detto Paoloni, il presentatore impomatato e con tanto pelo sullo stomaco, l’ultima volta che era stato invitato proprio lì in quegli studi televisivi: “perchè se non sgorga un po’ di sangue durante la trasmissione l’audience cala, capisce?”….. aveva proseguito con quel suo ghigno stantio mentre veniva inseguito da una truccatrice che, con gesti veloci e capaci, cancellava ogni traccia di rughe dal contorno occhi.

Se non sgorga un po’ di sangue in studio l’audience cala…’ aveva riflettuto spesso Christian in merito a quella frase. Erano anni che viveva in contesti di guerra e lavorava come medico per associazioni umanitarie di mezzo mondo e del sangue vero ne aveva visto sgorgare a fiumi. In quella frase ridicola, che nascondeva appena sotto la superficie delle parole, una malsana e superficiale inconsapevolezza in merito a cosa significasse davvero lo sgorgare del sangue, ci aveva percepito un atavico e imbecille desiderio dell’uomo di porsi su posizioni di contrasto, sempre e comunque.

Christian torna nel Belpaese di rado; principalmente quando l’associazione umanitaria di cui è un dirigente operativo sul campo da qualche anno, gli impone di presenziare a quelle trasmissioni al solo fine di raccogliere fondi per la causa.

Quando viene è sempre e solo per una toccata e fuga: ogni volta che torna, il rumore di fondo che proviene dall’arena degli strilloni e degli imbonitori di corte è sempre più forte e fastidioso. Quegli studi di cui ha appena varcato la soglia, sono una delle casse di risonanza principali di quel modo urlante e battagliero di condurre la vita e Christian si sente completamente a disagio in quell’ambiente.

Vede venirgli incontro Ester, con fare baldanzoso e tracotante: è l’assistente tutto fare del presentatore, Paoloni. Saltella in modo sgraziato, brandendo nella mano destra, che tiene alzata come una scimitarra pronta a ferire, alcuni fogli che contengono il copione di quanto da lì a qualche ora andrà in scena. E gli torna in mente quella frase ridicola: ‘se non sgorga un po’ di sangue l’audience cala…’ e sa che dovrà recitare la sua parte questa sera. Si sente una scimmia dentro un circo fatto da imbecilli, messo in piedi perché altri imbecilli possano dare un senso alla propria esistenza; ‘Panem et circensem’ pensa, intanto che un rigurgito acido gli infiamma lo sterno.

“Dottor Mutai buon pomeriggio, come sta?” La donnetta tuttofare gli pone quella domanda anch’essa parte di un copione e intanto che lui cerca una risposta pronta all’uso, lei sta già guardando altrove perché la sua giornata è impostata in modo rigido, rigoroso e schedulato e quella domanda è posta proprio lì nel punto preciso indicato dal copione e poco importa la risposta. Christian lo sa, ne è convinto perché oramai lo conosce, che è Paoloni in persona a tessere le fila di quel circo mediatico: lui è uno metodico, quasi maniaco della perfezione e tutto deve essere portato a termine nel migliore dei modi. Oggi lui, come quell’assistente saltellante dai modi di fare slabbrati e volgari, è la sua scimmia e come tale deve comportarsi.

“Mi segua dottore: intanto le lascio i fogli con le domande che Paoloni le sottoporrà in trasmissione e un suggerimento di risposte che lei dovrebbe essere così gentile di seguire.” Eccola lì la frase che aspettava: tutto è costruito a regola d’arte e anche le risposte devono seguire un preciso palinsesto per dare la sensazione a chi segue la trasmissione da casa, che la condotta si giochi sul filo del rasoio tra una mediocre e noiosa decenza e un feroce combattimento verbale. ‘Che cosa c’entra tutto questo’, pensa, ‘con il campo profughi ugandese dove presto il mio servizio come medico da molti anni? Dove si può collocare un Paoloni o migliaia di altre comparse come lui, che utilizzano termini a sproposito, che si impomatano e imbellettano, con quella parte di mondo da cui provengo e di cui oramai mi sento parte integrante?’ L’Africa è un continente ostile pensa, ma quando ti entra nelle vene è come la droga, non ne puoi più fare a meno e lui si sente un drogato rispetto a quella terra che per metà, da parte di padre, ha nel sangue.

Opera da una decina d’anni come medico nel campo profughi del distretto di Arua in Uganda e da tre è diventato il direttore delle operazioni nell’africa sub sahariana per l’associazione di cui è membro. In quel campo vede arrivare ogni giorno in media 3.000 profughi, soprattutto donne e bambini, in fuga dal Sud Sudan in cerca di acqua, cure sanitarie, aiuti di ogni genere: in una parola in cerca di un po’ di vita sotto forma di speranza.

In quel frangente gli torna in mente una frase che gli ripeteva suo padre quando era piccolo, in quella lingua sonora appartenuta a suo nonno, con l’intento di mantenere intatta la tradizione: “katika kila hali daima jaribu kupata maoni yako juu ya ukweli na kamwe kufuata kundi la kondoo!”, “in ogni situazione cerca sempre di farti una tua opinione in merito ai fatti e mai seguire il gregge di pecore!”

Se dovesse seguire alla lettera quella frase, pensa, lui dovrebbe prendere il palinsesto che l’assistente di Paoloni gli ha appena messo tra le mani poco prima e cestinarla: ma di coerenza nella sua vita ne è rimasta ben poca, ammesso e non concesso che ne abbia mai avuta. Ricorda che nei primi anni di esercizio della professione medica era tutto diverso: era spinto da un idealismo di fondo che dava un senso profondo alle sue giornate; oggi è tutto diverso, tutto cambiato, lui in primis.

“Mi segua di qua la prego: la conduco nel suo camerino per il trucco!” Interrompe i suoi pensieri Ester.

“Chi sono gli altri ospiti questa sera?” Christian azzarda quella domanda, e subito dopo se ne pente: ha paura della risposta che non tarda ad arrivare:

“l’onorevole Candiazzo; Paola Gruber, la famosa attrice; lo psicologo dell’infanzia Bertier e naturalmente Diego Picotti, il famoso critico televisivo!”

Quel ‘naturalmente’ riferito a Diego Picotti lo fa sussultare: l’ultima volta che era stato in trasmissione, Diego Picotti lo aveva fatto imbestialire al punto che dalla regia avevano dovuto mandare uno spot pubblicitario non programmato per permettere ai due, lui e Picotti, di riprendersi e riappacificarsi alla meno peggio dietro le quinte. Quello, pensa, è un tuttologo saccente che mette il naso in ogni cosa con la presunzione di saperne più dei diretti interlocutori. Le altre persone appena citate dall’assistente, solo in apparenza sembrano non c’entrare nulla l’una con l’altra, in realtà sono intrecciate e amalgamate da Paoloni a regola d’arte come fosse un barman che mixa i vari ingredienti per ricavarne un cocktail micidiale. È da quel cocktail, fatto di tiri incrociati verbali e finti battibecchi idioti, che lui spreme un mezzo punto percentuale di audience in più.

Christian questo pomeriggio è schifato da tutta quella finzione: è vero, come gli dice sempre Pontavice, il medico parigino a capo dell’associazione, che alla fine ciò che conta è che entrino nelle casse dell’associazione più fondi possibile, ma trova tutto ciò comunque ridicolo.

È consapevole di essersi perso per strada negli ultimi anni: tutta quella politica di cui si è circondato per compiacere coloro che stanno sopra di lui. Si sente un soldato alla mercé di un gruppo di manigoldi che per ogni euro che entra nelle casse dell’associazione per la causa umanitaria, 80 centesimi se li intascano in cene, compensi da calciatori di serie A e alberghi di lusso.

All’inizio, quando era un giovane chirurgo alle prime armi, pieno di ideali e buoni propositi, l’unica cosa che gli interessava era quella di prendere in mano il bisturi quando serviva incidere o il filo da sutura quando serviva ricucire; tutto il resto non esisteva. Lui era concentrato su ciò che sapeva fare meglio. Quello, fare il chirurgo nei luoghi di guerra più truci e cruenti della terra, era ciò che aveva nel sangue ed era l’unico aspetto su cui desiderava concentrarsi. Lo doveva a sé stesso e lo doveva soprattutto a suo padre che, con quel gesto folle e idiota di tanti anni prima, lui aveva condannato e rinnegato per sempre.

È qualche mese che riflette e ritiene di essere stato un figlio molto difficile da gestire: ora se ne rende conto più che mai, soprattutto da quando Amara ha dato alla luce loro figlio.

“Capirai come ti sei comportato da figlio, solo quando diventerai padre!” Gli aveva detto suo padre qualche settimana prima che lo incarcerassero. Ed effettivamente aveva ragione: ora lo sta capendo.

Le poche volte che torna in Italia sarebbe tentato di recarsi a Bologna e andarlo a trovare, ma è passata una vita e non saprebbe proprio da dove cominciare e quindi è più facile far finta di niente: oramai, pensa, il solco è tracciato, la sua vita è impostata e così deve andare fino alla fine.

Bussano alla porta del suo camerino: una testa impomatata che incornicia un viso con un filo di abbronzatura impeccabile fa capolino da dietro la porta: è Paoloni, che lo saluta sfoggiando un sorriso smaltato a 50 denti.

“Caro il mio dottore, come sta? Ha passato bene il suo tempo dall’ultima volta che ci siamo visti?”

Ha sempre un tatto invidiale sto imbecille, pensa; gli verrebbe da rispondere: ‘certo benissimo grazie; ho visto morire circa 6.000 bambini per malnutrizione e malaria, almeno altrettante donne di AIDS e altre malattie endemiche ma per il resto tutto bene, grazie’, ma in realtà accenna un timido: “tutto bene grazie e lei?”

“Io alla grandissima caro dottore; d’altronde lei lo sa meglio di me: la positività genera successo. È matematica questa, non semplice opinione, la positività genera successo!” Ci tiene a ripetere quella frase, un po’ per rimarcare che è farina del suo sacco e lui ne va più che fiero e un po’ per sottolineare quanto sia un uomo avvolto dal successo e dalla fama, lui che si è costruito a forza di post it pieni di slogan attaccati alla specchiera del bagno e frasi da Baci Perugina. A Christian viene naturale fare un paragone con le frasi che suo padre Khamisi gli ripeteva quando era piccolo, frasi che a sua volta il nonno Shalyakula, che lui non aveva mai conosciuto, aveva tramandato a suo padre: ‘quelle sì,’ riflette, ‘che erano frasi poderose, mica queste quattro parole che sciorina inconsapevole sto cialtrone incipriato.’

“Senta Mutai: ho bisogno che lei mi faccia un grandissimo favore:” calca sulle doppie ’s’ per rimarcare l’importanza di ciò che gli chiederà e lo guarda con quei suoi occhietti vispi da viperotta furba e maligna, incorniciati da una montatura di occhiali da mille euro..e senza lasciare che lui replichi alcunché, riprende quel suo monologo ridicolo con fare baldanzoso e gesti ampi: “Nel camerino a fianco c’è il caro onorevole Candiazzo, che lei sa quanto ha fatto e sta facendo per la causa di tutte le associazioni umanitarie come la sua, portando la voce dei più deboli in Parlamento; mi ha detto che avrebbe bisogno di parlarle..” Lascia quella frase volutamente in sospeso, strizzando impercettibilmente l’occhio sinistro come per dargli l’opportunità di interpretare liberamente il motivo di quell’incontro e prima che Christian possa anche solo respirare, lo vede catapultarsi fuori dallo stanzino e lo sente bussare alla porta del camerino attiguo. Percepisce la viscidità di quell’uomo dal tono con cui si rivolge al potente onorevole: “caro onorevole, come sta?” Il copione è sempre lo stesso ma è il tono di voce a dirla tutta: la voce del conduttore si sposta sui toni alti, come fosse un mezzo soprano che vuole colpire il pubblico con giochi di falsetto.

Passano alcuni interminabili minuti e lo sente ritornare quatto quatto verso il suo camerino e con voce soffiata, quasi fosse nell’anticamera del medico della mutua: “l’onorevole la può ricevere ora!”

Ha fatto tutto lui, pensa Christian, ponendo le domande e dandosi pure le risposte: gli sembra di essere dentro un frullatore acceso, insieme a pezzi di banana, mela e arancia e il succo che ne verrà fuori di lì a poco avrà sicuramente il sapore amaro della sconfitta di sé e di quello che pensava di essere diventato.

Si alza svogliato dalla sedia, si toglie i fazzoletti di carta che la truccatrice gli aveva infilato tra il colletto della camicia e il collo per evitare che le varie ciprie di colori e tonalità diversi potessero macchiare il bianco cangiante di quel suo indumento inamidato alla perfezione e a passo incerto si reca nel camerino a fianco.

“Posso onorevole?” Si affaccia dentro lo stanzino che in apparenza è identico a quello dove lui è stato fino a qualche istante prima ma, a un occhio più avvezzo alle sfumature, profuma di lercio potere manicheo.

L’uomo è seduto sulla sedia girevole, la mano destra leggiadramente rivolta verso una manicure che gli sta limando le unghie e con la sinistra sta parlando al cellulare con linguaggio sciolto e disinvolto, dovuto anche al pesante accento romano che l’accompagna:

“Aò dije che nun me faccia incazzà come l’artra vorta, intesi?” Ride sguaiatamente e intanto che l’interlocutore dall’altra parte della linea sta rispondendo a quella sua frase, si rivolge sottovoce alla manicure con occhio da cerbiatto effemminato: “mi mette sulle unghie quella lacca trasparente e lucida che mi ha messo la scorsa settimana?” Sembra sdoppiato di personalità da tanto riesce a passare da modi truci da osteria di periferia a un italiano forbito e aulico.

“Ecchime caro, scusa ma stavo a fà na cosa de vvitale imbortanza! Hoccapito che lui sti sordi nun ce l’ha, ma famo in modo che li trovi, siamo intesi? Sciao caro sciao, un abbraccio.”

Se la ride di gusto mentre chiude la conversazione con occhio porcino, come di chi è consapevole che cadrà sempre e comunque in piedi, vista la posizione che occupa e si rivolge a Christian cambiando completamente tono e registro addirittura senza inflessioni dialettali.

“Carissimo dottore, che si dice da quelle parti!”

È talmente affettato nei modi, da sembrare appena uscito da una sessione linguistica tenuta dall’Accademia della Crusca.

“Onorevole come sta?” Ora Christian è entrato in modalità ‘politichese’ perché sa che con certe persone bisogna ballare, anche se la musica non è tra quelle più gradite.

“Come sto Mutai, bella domanda! Sto come un povero vecchio politico stanco dei giochi di quartiere del proprio partito; ma cosa vuole, questa è la strada che abbiamo intrapreso tanti anni fa oramai e questa ci dobbiamo far piacere!” Si guarda soddisfatto le unghie appena metallizzate dalla manicure mentre parla.

“Mi ha comunicato Paoloni che mi voleva parlare onorevole..” Lascia in sospeso quella frase, non saprebbe cos’altro dire.

“Si dottore le devo parlare di una cosa un po’ delicata:” in quel frangente fa cenno alla manicure di lasciarli soli.

“La scorsa settimana ho avuto un colloquio con uno dei deputati europei della mia corrente di partito e ho subito pensato a lei Mutai: questa persona si occupa in commissione europea di autorizzare le operazioni di rilascio fondi verso le organizzazioni umanitarie europee che operano in giro per il mondo. In quell’occasione mi ha parlato della possibilità di accedere ad un fondo molto cospicuo…” Si ferma: guarda Christian fisso negli occhi come se stesse riconfigurando il sistema operativo che ha nell’hard disk del suo cervello per prepararlo a ricevere quanto sta per dire e soprattutto nelle modalità con cui lo dirà : “..io ho pensato a lei e alla vostra associazione dottore…” Eccola qua la frase che si aspettava da qualche minuto, pensa Christian: questo è il modo velato che hanno certi politici faccendieri come quello che si trova innanzi, di fare i favori chiedendo una fetta della torta in cambio.

usitumie kile unachoamini kwa kweli kwa dhahabu na almasi”, gli ritorna in mente quella frase che il padre era solito ripetergli come fosse un mantra e che gli traduceva pressapoco così quando era piccolo: “non barattare mai ciò in cui credi veramente, per un po’ di oro e diamanti!”

“Che numeri abbiamo dottore, mi faccia capire un po’ giusto per farmi un’idea dell’entità dei fondi che potremmo ottenere;” parla al plurale come per trasmettere al suo interlocutore che lui è parte in causa e ci sta mettendo anima e corpo per portare a compimento positivamente quella operazione: Christian percepisce che gli occhi di quell’uomo sono mossi da una scintilla là in fondo che si chiama avidità.

“Di che numeri sta parlando onorevole?”

“I profughi, quanti profughi sono dottore?” Sputa quella domanda con fare alterato, come fosse un professore impaziente al cospetto di un alunno che ritiene un po’ ritardato e che tratta come tale.

“Parliamo di circa 3.000 profughi al giorno provenienti dal Sud Sudan onorevole!” La voce di Christian si sta indebolendo e più perde energia più si abbassa di tono: gli si sta cominciando a delineare innanzi agli occhi quella che sarà la strategia malvagia di quel manigoldo.

“Dobbiamo aumentarli dottore; portiamoli a 5.000 al giorno! Tanto chi cazzo sta a controllare..3.000, 5.000 sono bazzecole. Dobbiamo ciucciare dalla vacca finché c’è latte, per evitare che altri vitelli si attacchino alle mammelle prima di noi! Quelli ci pagano un tot a profugo, capisce? E il mio uomo lì ha le mani in pasta al punto da poterci favorire..” Intanto che pronuncia l’ultima parola strizza l’occhio e gli stringe l’avambraccio per ottenere consenso e condivisione in merito alla bestialità che ha appena affermato.

Christian è basito, ha quasi il vomito dalla schiettezza con cui quel grassoccio figuro che si trova innanzi, dalle unghie laccate e i capelli di stoppa color melanzana bruciata, gli parla di certi argomenti.

“Comunque dottore, la farò contattare nei prossimi giorni dalla mia segreteria: ci facciamo un bel pranzo di lavoro la prossima settimana e definiamo insieme la miglior strategia di attacco per massimizzare il ritorno dell’investimento. Sa quel ristorante che c’è a Trastevere dove ci incontrammo un paio di anni fa? Quello che le piace tanto..”

Ora sembra un magnate di industria: parla di massimizzazione dell’investimento senza chiarire che cosa lui metta di suo in quell’affare da cui vorrà sicuramente massimizzare il ritorno di una bella tangente e questa è l’unica cosa che Christian ha ben chiara in testa.

“Olgaaa!” Il politico ha finito il suo sermone e lo congeda con un cenno della mano senza dargli diritto di replica alcuna e richiama la manicure che con fare lesto e pronto riprende a curare con gesti sicuri e gentili le estremità del suo corpo come fosse un giardiniere intento a potare con deferenza e rispetto i rami di una quercia millenaria dall’illimitato valore.

Christian torna nel proprio camerino: si slaccia i primi due bottoni della camicia e si allenta il nodo della cravatta. Gli manca letteralmente il respiro: non sa cosa fare; forse la soluzione migliore è quella di fuggire, dileguarsi senza quasi lasciare tracce dietro di sé, tanto, pensa, quello è un mondo di persone talmente concentrate su se stesse, che probabilmente non si renderebbero nemmeno conto che manca un medico in trasmissione. Fuggire però, riflette a fondo prendendo un lungo respiro, significherebbe lasciare aperta una questione e lui odia lasciare in sospeso le cose: guarda la sua immagine riflessa nello specchio del camerino.

“wapiganaji wanapigana kwa sababu ambazo wanaamini mpaka wanahisi moyo wao wa mwisho katika miili yao, wakiacha hakuna jiwe lisilopigwa”, ancora la voce di suo padre provenire dalla sua adolescenza in quell’idioma che a lui da piccolo sembrava un gargarismo, a riportarlo nel solco delle proprie responsabilità:

“i guerrieri combattono per le cause in cui credono finché sentono che c’è un ultimo battito a tenerli in vita, non lasciando nulla di intentato.”

Deve andare fino in fondo questa sera, lo deve a quelle migliaia di persone che ogni giorno fuggono dalle ostilità e dai maltrattamenti, lo deve a suo padre, per tutto quello che lui gli ha fatto passare, lo deve ai Bantu, la sua etnia di origine.

“Andiamo in onda fra 10 minuti.” La faccia dell’assistente di scena fa capolino da dietro la porta di quella stanzetta angusta riportandolo alla realtà.

A vederlo da dietro lo schermo del televisore lo studio appare molto più grande di quanto non sia: a Christian sembra di essere un enorme topo dentro una scatola di scarpe illuminata a giorno da una serie di faretti talmente poderosi da far quasi bruciore alla pelle.

Dopo un conciso e ben strutturato preambolo fatto da Paoloni, sempre rivolto verso la telecamera a mostrare il suo profilo migliore, il conduttore presenta i vari ospiti elencandoli in ordine di importanza:

“Diamo il benvenuto all’onorevole Candiazzo di ‘La democrazia in mano ai popoli’; buonasera onorevole. Direttamente da Hollywood l’attrice italiana più conosciuta oltreoceano: Paola Gruber; buonasera Paola. Reduce dal suo ultimo successo editoriale dal titolo ‘L’alba dei nostri schemi di pensiero erotico/sentimentali’, abbiamo il piacere di avere tra noi lo psicologo Roberto Bertier; buonasera dottore. Beh, credo non ci sia bisogno di presentazione alcuna: il critico televisivo Diego Picottiii; ciao Diego. E infine, direttamente dallo scenario apocalittico del campo profughi di Arua in Uganda il direttore delle manovre operative nell’africa sub sahariana per conto di Amnesty for African Children, il dottor Christian Mutai; buonasera anche a lei dottore.”

Che maestro dell’apparenza che è Paoloni, pensa Christian: è in grado di creare suspense dal nulla; gli basta avere un microfono attaccato al colletto della camicia e i riflettori sparati addosso e il gioco è fatto, crea un evento planetario anche attorno alla festa della patata fritta.

“Allora, partiamo proprio da lei dottore: che mi dice della situazione attuale nel campo profughi che lei dirige?”

“Attualmente la situazione si sta aggravando di sei mesi in sei mesi: tenga conto che nell’ultima metà anno abbiamo registrato circa 750.000 profughi provenienti dal Sud Sudan; sono tutte persone in fuga dalla terribile guerra civile in corso in quel paese. Noi dobbiamo ringraziare i privati cittadini che ci mettono a disposizione le loro terre per poter ospitare i profughi in sempre maggiore quantità.”

“Scusa se ti interrompo Mutai” interviene il tuttologo, Diego Picotti, con quella sua arroganza sempre sopra le righe: “Un mio amico che è stato da quelle parti ultimamente, mi dice però che il flusso migratorio dei profughi sta diminuendo nell’ultimo anno..”

‘Ecco che ha inizio il circo,’ pensa Christian: ‘il primo dei pagliacci ha fatto il suo ingresso in scena sparando la sua cazzata, ben addomesticato da quel lestofante azzeccagarbugli di Paoloni. Io ora dovrei,’ ripassa fra sé il copione datogli dall’assistente nel pomeriggio, ‘stando a quello che era indicato, fare la voce grossa e dare del cialtrone a questo tuttologo da strapazzo.’

I pensieri di Christian si susseguono vorticosamente. Non ha proprio voglia di stare lì a fare la scimmia ammaestrata questa sera: sente il desiderio di cose semplici e non di complicazioni orchestrate a regola d’arte che nascondono secondi fini di basso profilo: ‘è vero che lo fa per una giusta causa ma ci sarà pure un modo, pensa, per ricavare fondi oltre quello di presentarsi sul palcoscenico facendo la marionetta per mezzo punto di audience in più!’

“Mi scusi Picotti, ma a lei ste cazzate chi gliele ha dette?” Gli è uscita di bocca questa domanda che per gli standard di Paoloni è eccessiva; perché e pur vero che ‘un po’ di sangue in studio deve sgorgare ..’ , ma così è troppo, così si infrangono le regole dell’emittente. Christian osserva Paoloni arrossire, sebbene sia così pieno di fondotinta da sembrare una cotica di maiale cotta sulla brace.

“Il dottore non è abituato a certi tipi di dialogo,” ride imbarazzato Paoloni mentre si rivolge al pubblico a casa, occhi fissi sulla telecamera e riprende: “e poi sappiamo esserci stati in passato altri diverbi tra lui e Diego Picotti che a quanto pare non si sono ancora placati.” Guarda la telecamere con labbro caprino accennando un sorriso fugace.

“No scusa Paoloni se ti interrompo..”, si sente in corpo una sfrontatezza questa sera che era da un po’ che non percepiva ribollire dentro, ma quello che è successo nelle due ore precedenti è veramente troppo.

“Osserva la cosa da un altro punto di vista: non sono io a essermi disabituato a certi tipi di dialogo; siete tutti voi, tu in primis, che cercate il dibattito e lo scontro per una cosa per la quale non esiste dibattito alcuno. Lì dove sto da oltre 10 anni, ogni giorno si aggiungono 3/4.000 persone a quelle che sono già presenti e ognuna di quelle persone ha bisogno di poco per poter sopravvivere. È tutto qui; non servono riflettori e tuttologi del cazzo come questo qui seduto al mio fianco per capirlo: tu, io, il ciccione politico corrotto qui vicino, siamo solo delle comparse di questo mondo, sebbene crediamo e ci fregiamo di governarne le dinamiche. Molto semplice, come lo è la vita vissuta a certe latitudini dalle quali io provengo e alle quali voglio tornare al più presto.”

E su quella frase si alza, si strappa il microfono di dosso gettandolo a terra e esce di scena sotto lo sguardo impietrito delle altre 4 scimmie dentro lo studio e del domatore Paoloni. Il regista in sala regia ha lasciato correre perché è convinto che quella sarà la scena che farà fare il botto all’emittente in termini di visualizzazioni su Youtube.

Christian scende i tre scalini dello studio e d’improvviso è come se sentisse la voce del padre, orgoglioso per quello che ha fatto nei minuti precedenti:

ukweli lazima uletwe kwenye uso, chochote gharama”, “la verità va fatta venire a galla, costi quel che costi”, e questa sera quella verità gli è probabilmente costata un paio di centinaia di migliaia di euro in fondi della comunità europea ma fa niente; ora ha solo voglia di tornare a casa sua, in Uganda.

Tu sembri me…io sembro te…

…Tu sembri me…io sembro te…

Che differenza c’è?

Solo quella che vuoi vedere…solo quella che vuoi sentire…

…separati siamo niente…insieme una forza…

…siamo due gocce d’acqua…piccole sì…ma in noi si racchiude l’alternanza delle maree…l’impeto delle burrasche…la calma delle lagune…

…Apriamoci…sentiamoci…abbracciamoci…

…Mettiamoci in circolo…insieme…

Come tutte le grandi imprese…anche la vita richiede integrazione, condivisione, gioco di squadra…

…richiede gentilezza…rispetto delle diversità… coraggio…tanto coraggio…

…quel tipo di coraggio racchiuso in due minuscole gocce d’acqua…dentro cui si dispiega l’alternanza delle maree…l’impeto delle burrasche…la calma delle lagune…

…Tu sembri me…io sembro te…

…io sembro te…tu sembri me…

...tu sei me…io sono te…