Perdonarsi equivale a perdonare – Parte 7

Se desideri leggere i precedenti 6 episodi, li trovi qui sotto:


Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Il taxi si ferma davanti a una dignitosa casetta in stile vittoriano sita un po’ fuori città. La bandiera americana, piantata sul prato del giardino in leggera pendenza è a mezz’asta, in segno di rispetto per il lutto che ha coinvolto la persona che abita in quel luogo.

Con mani tremolanti Claretta lascia 30 dollari al tassista: il tremore è dovuto in parte al motivo per cui si trova in quel luogo, ma anche alla concitazione per il viaggio inaspettato che ha appena affrontato. 

Tutto era cominciato 22 ore prima: Claretta era concentrata davanti al PC nel suo ufficio al settimo piano dell’ospedale Maggiore di Bologna, seduta in modo rigido sulle spalle e inarcato sulla schiena, avambracci ben appoggiati sulla scrivania sempre ricolma di carte e cartelline adagiate in modo sparso e confuso. 

Erano giorni in cui il disordine mentale generato a seguito di quella ridicola scenetta fatta davanti ai suoi collaboratori e ai due carabinieri, nel tentativo rivelatosi comunque fortunato di disinnescare il rapimento dell’infermiera da parte di quella donna in preda al panico, si stava prendendo gioco di lei e di tutto quello che le capitava sotto mano, creando caos nei dintorni della sua quotidianità. In quel disordine mentale si insinuava sinistra una serie di ricordi intrecciati che prendevano possesso delle sue budella in modi barbari e grotteschi. Il tema principale di quell’andirivieni di pensieri agitati era Khamisi, che da un po’ di giorni era ritornato alla ribalta della sua mente. 

C’era stato un tempo in cui lo aveva amato fin dentro le viscere, ma il solo ricordo di ciò che aveva combinato per bieca vendetta ai danni del figlio di suo fratello quella sera di 20 anni prima, le creava ancora brividi intensi lungo tutta la colonna vertebrale. Non gli aveva mai perdonato quel fatto e per questo, da quando la sentenza del tribunale di Bologna aveva appiccicato sulla schiena di Khamisi una condanna per omicidio a 20 anni di galera, lei aveva posto la parola ‘fine’ su quell’uomo e su tutto quello che tra di loro c’era stato negli anni precedenti. 

Capitava spesso che si domandasse dove fosse finito l’amore profondo che provava per Khamisi un tempo: ‘possibile,’ pensava, ‘che fosse bastato un singolo evento, per quanto grave questo fosse stato, per fare evaporare completamente quel sentimento profondo che lei aveva provato per venti lunghi anni?’ Era svanito come certe nebbie mattutine nelle giornate di primavera inoltrata, che un minuto prima si avvolgono in modo ostinato e persistente attorno alle cose e poi di colpo si dileguano nel nulla. 

Nei primi periodi, dopo i fatti accaduti in quell’agosto del 1996, era stata la rabbia che provava nei confronti di Khamisi a controbilanciare e acquietare l’amore che lei aveva provato per lui. Dopo qualche anno, quel sentimento di rabbia che aveva coperto ogni emozione, aveva lasciato il posto a un neutro fastidio che pian piano si era dileguato cedendo il posto a un  ‘nulla’ che la faceva da padrone tra le viscere di Claretta. Khamisi da quel momento in poi era diventato parte del suo passato; nel bene e nel male era riuscita a metterci una pietra sopra.

La suoneria del cellulare l’aveva fatta rinsavire di colpo da quei suoi pensieri a ritroso. Aveva risposto con voce impastata senza guardare il display:

“Pronto, chi parla?”

“Clareta!” Dall’altra parte una voce di donna che parlava inglese con un tipico accento degli Stati Uniti del sud aveva pronunciato il suo nome. Claretta aveva associato immediatamente a quella voce la figura di Jennifer, la moglie di Oscar Fever, l’allenatore di Khamisi. 

Le due donne si erano tenute in contatto di tanto in tanto sia telefonicamente, sia attraverso lunghe e accorate lettere e sebbene da qualche anno quella relazione a distanza si fosse ridotta per frequenza, l’intensità era rimasta quella di un tempo: si volevano veramente bene anche se non si erano mai frequentate assiduamente.

“Yes, it’s me; how are you?” Claretta aveva iniettato nel microfono del telefono quella domanda con fare un po’ incerto, come se avesse percepito dalla voce della donna che qualcosa non andava.

“Oscar is dead!” Per alcuni secondi che le erano sembrati secoli, il silenzio aveva preso il sopravvento. Claretta aveva abbassato la testa e aveva pianto, in modo dignitoso e dimesso. 

In pochi istanti le si erano riproposti, come fossero gli avanzi mal digeriti della cena del giorno prima, una serie di ricordi che riguardavano un pezzo di giovinezza vissuta con Khamisi: le era tornato in mente quel ragazzo timido e maldestro con le parole, che aveva abbandonato una carriera folgorante per stare con lei e aveva ricordato il pestaggio causato dai due fratelli e tutto quello che c’era stato dopo di bello e di brutto tra di loro. 

I ricordi avevano trasformato il pianto dignitoso e dimesso di poco prima in una dirompente disperazione; lacrime copiose avevano irrigato le sue guance fermando la propria corsa sul piano della scrivania in vetro.

“Jennifer, I’m coming!” ‘Sto arrivando’ era l’unica cosa che era riuscita a dire a quella donna, senza chiederle nulla di più. 

Di colpo, la morte di Fever l’aveva portata in un’altra dimensione della propria esistenza, fatta di punti di vista completamente nuovi, sostenuti da schemi mentali a cui non era più abituata. Per un attimo Claretta aveva di nuovo sentito la presenza di Khamisi in fondo all’anima. Era stato solo per un istante, ma quell’istante aveva dato di nuovo forza e vigore a un sentimento a cui lei non sapeva e soprattutto non voleva attribuire un nome e tantomeno un significato. L’unica cosa che si era permessa di ricordare a se stessa era stata che un tempo, vicino a Khamisi aveva portato avanti la propria esistenza senza bisogno di graffiare la vita e le persone che la circondavano come invece era successo in seguito; era un modo di esprimersi costellato di migliaia di tonalità piacevoli da percepire dentro le viscere e da condividere col mondo. Khamisi era un uomo di animo morbido e quella morbidezza le aveva permesso di costruire vicino a lui una vita fatta di migliaia di sfumature, senza paura di essere in un modo piuttosto che in un altro.

Era uscita di corsa dall’ospedale, diretta all’aeroporto senza nemmeno pensare che avrebbe potuto prendersi tutto il tempo che voleva tanto oramai Oscar ‘was dead’, ma quella corsa folle verso l’aeroporto non era certo per andare incontro a Oscar Fever, bensì per cercare di recuperare i pezzi perduti del proprio passato. Le era sembrato che velocizzare i ritmi avesse potuto invertire il corso degli eventi in una sorta di macchina spazio/temporale attivata con la  sola forza delle gambe. 

Fortunatamente, giunta alla biglietteria dell’aeroporto era riuscita a trovare le coincidenze giuste per permetterle di arrivare a New York e prendere il primo volo della mattina successiva per Columbus in Ohio.

Ora è lì, a Columbus, ai piedi di quella piccola collinetta sgonfia alla cui estremità è situata la casa di Oscar e Jennifer, senza alcuna valigia, tanta confusione in testa e numerose perplessità. 

Pensa a quanto è strano il cervello che gioca a carte coperte con l’anima delle persone per un terzo della vita e poi un pomeriggio qualunque si diverte a scoprirle di colpo, lasciandole in balia di sentimenti di difficile interpretazione e gestione, forti e contrastanti. ‘Perché,’ si domanda intanto che osserva la cura con cui hanno rasato il prato che contorna la villetta, ‘appena ha saputo della morte di uno dei pochi pezzi di passato che lei e Khamisi avevano in comune, si è precipitata in tutta fretta e in modo irrazionale a Columbus, quasi fosse un quartiere della città in cui vive e non una metropoli dall’altra parte del mondo?’ 

È consapevole che Oscar per Khamisi era stato come e forse più di un padre e per questo ha sentito il dovere, alla notizia della sua morte, di recarsi in quel posto. 

Ma c’è di più: lei sente il bisogno di annusare ciò che stava alla base del rapporto fra i due uomini, prima che il profumo di Oscar svanisca dalle cose  dentro quella casa e di lui rimanga solo un dolce ricordo lontano; è come se, immergendosi nei ricordi della vita di Fever, Claretta sperasse di recuperare gli anni persi vicino a Khamisi.

È persa nei suoi pensieri al punto da non rendersi conto che Jennifer è sulla porta di casa che le fa segno di accomodarsi. L’ultima volta che si erano viste era stato 22 anni prima e il cambiamento fisico che Claretta nota sulla donna a cinquanta metri di distanza, fa emergere in lei la consapevolezza di quanto tempo sia passato e soprattutto di quanta vita sia rimasta appesa a quella sera che Khamisi aveva deciso di uscire di casa per sempre. 

La vista di Jennifer trasferisce a Claretta un po’ di consapevolezza: quella casa e Jennifer sono l’unica chance che ha di concedersi il lusso per un po’ di parlare del passato di Khamisi e indirettamente del suo, traslando i ricordi sul presente. Ha bisogno di far finta per un attimo che nulla si sia interrotto, come se gli ultimi 20 anni lei e Khamisi li avessero passati insieme e fossero invecchiati l’uno a fianco dell’altra senza soluzione di continuità.

Le due donne si prendono in un lungo abbraccio, senza proferire alcuna parola. Dopo un interminabile minuto durante il quale i loro corpi sembrano diventati una cosa sola e le rispettive lacrime hanno inumidito gli indumenti all’altezza delle spalle, Jennifer fa accomodare Claretta all’interno della casa. 

Ciò che stupisce Claretta entrando in quella casa, è il silenzio che le invade le orecchie  in modo brutale, quasi fosse il più assordante dei rumori. Non che si aspettasse di trovare una rock band che suona a tutto volume all’interno. Quell’assenza totale di rumore assomiglia tantissimo ai silenzi dell’anima nella quale lei ha vissuto negli ultimi 20 anni e sa di morte. Di colpo le lacrime si impossessano del suo volto e in quell’istante si rende conto che lei e Jennifer, dopo essersi abbracciate sulla porta di casa poco prima, non si sono scambiate alcuna parola, quasi fossero mute. 

La parete della sala di fronte all’entrata è tappezzata di foto di Jennifer e Oscar ritratti durante la loro lunga vita insieme: 55 anni senza soluzione di continuità sono lì appesi, quasi fosse la mostra fotografica di due star di Hollywood ritratte in numerosi istanti della loro vita vissuta insieme. A Claretta quella parete ricorda un fiume il cui flusso continuo porta l’esistenza a valle: è sempre stata convinta che non avere buchi di continuità sia l’unico modo per stare insieme a una persona per tutta una vita, e quella parete piena di foto ne è la conferma. Il segreto, pensa Claretta, è sacrificarsi perseverando e combattendo quotidianamente senza mai mollare: muoversi come un ballerino di salsa in mezzo agli alti e bassi dell’esistenza di coppia per trovare un senso alle follie dell’altro, sempre e comunque. Perdere continuità per una coppia, è come per un auto perdere aderenza sull’asfalto: le conseguenze di una singola sbandata potrebbero essere deleterie e appena due persone decidono di dividersi anche solo per un po’, pensa Claretta, le follie dell’altro, viste da lontano, diventano insopportabili. 

Così è accaduto a lei nei confronti di Khamisi: non ha più voluto ascoltare ciò che quell’uomo a cui aveva dedicato 20 anni della sua vita avrebbe avuto da raccontarle, ammesso e non concesso che lui avesse qualcosa da dirle. E quel suo rifiuto a prescindere, ha creato un vuoto incolmabile la cui conseguenza è stata una serie di silenzi micidiali dentro la sua anima che lei ha cercato di riempire alla meno peggio. 

Intanto che riflette si muove a ridosso della parete per osservare le foto con cura: Jennifer le sta a fianco, in silenzio. 

Verso il centro di quella parete, Claretta viene attratta da una foto in bianco e nero: in essa è ritratto un meraviglioso paesaggio marino. Sulla parte destra della foto, leggermente defilato rispetto al paesaggio marino, nota un piccolo dettaglio sfocato: si avvicina col viso al muro di quel tanto che basta per capire che quel dettaglio sfocato in realtà è un ragazzo di colore che corre.

“It is the only picture of Khamisi that he wanted to keep hanging on the wall; the only one! That picture shows the first meeting between Oscar and Khamisi in Kenya 55 years ago; they did not know each other yet.” 

Era la foto che Oscar aveva scattato quel pomeriggio di 55 anni prima quando si era avventurato per le spiagge di Watamu con la macchina fotografica, con l’intento di fotografare le meraviglie del paesaggio incontaminato e d’un tratto era rimasto folgorato ‘dall’Eterno’ come aveva dichiarato a quel giornale anni dopo: quell’eterno che correva era Khamisi.

“I remember that at the beginning when Oscar had returned home with Khamisi, I was a little jealous of the relationship that ran between the two.” 

Lo sguardo di Jennifer si perde per un istante nel vuoto al ricordo di quegli anni; sono ricordi ancora carichi di emozioni al punto da sembrare che tutto si sia svolto il giorno prima e non 50 anni indietro nel tempo.

“But then after a few months, I realized that what bound Oscar and Khamisi went beyond the race: they were two kindred souls who had found themselves in that glimpse of life and the marathon was simply the common thread. Oscar had met the son I could not give him; and so after a while it had been for me!”

Oscar e Jennifer avevano trovato in Khamisi il figlio che non avevano potuto avere. 

Ora è Jennifer a piangere, con dignità e rispetto per quel marito morto da qualche giorno e per quella meravigliosa avventura che è stata la loro vita e di cui Khamisi per un decennio ne è stato parte fondamentale.

“Claretta, we left him; we left him alone to his destiny, and this is something that I will never forgive myself!”

Quelle parole di Jennifer suonano come un’accusa pesante che Claretta si sente caricata come un macigno da due tonnellate sulla propria coscienza e che in un primo momento rifiuta totalmente:

“Maybe you’re right Claretta but don’t forget that Khamisi killed my nephew in a barbaric and premeditated way, a 16 years old helpless and innocent boy!”

“Yes, but each of us has an extraordinary characteristic as human beings: the ability to forgive!” 

Quella frase lanciata lì da Jennifer in modo schietto e diretto è come un getto d’acqua ghiacciata sulla schiena di Claretta che in quel frangente comincia a percepire dal profondo una maleodorante verità che sale su fino alla superficie della sua coscienza: elaborare la complessa architettura del perdono nei confronti di Khamisi, per lei avrebbe significato intraprendere un viaggio dentro la sua anima alla ricerca del perdono di sé stessa in primis e quel viaggio lei non aveva mai avuto la forza di cominciarlo.

La cosa più difficile da accettare per Claretta non è stata che Khamisi avesse ucciso il figlio di suo fratello per vendetta, bensì che a scatenare tutto quell’odio in lui fosse stato il segreto che lei aveva tenuto a covare sotto la cenere per 20 anni. 

‘Claretta we left him alone..’ la voce di Jennifer di poco prima, ora rimbomba nella testa della donna con significati dalle tonalità del tutto nuove.

‘Perdonare equivale a perdonarsi!’, questo è il pensiero con cui Claretta comprende che deve rientrare in Italia al più presto.

 

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Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1


Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2


Uganda mia amata – Parte 3


Stai a casa tua – Parte 4


Un segreto per proteggere una vita – Parte 5


Quel colore non mi dona – Parte 6

Un segreto per proteggere una vita – Parte 5

“Dottoressa può venire con urgenza giù in pronto soccorso, abbiamo un’emergenza!” L’infermiera Rizzardi, pochi secondi prima aveva bussato alla porta del primario del pronto soccorso dell’ospedale Maggiore di Bologna, Claretta Sartor, per un’emergenza in reparto che usciva dai soliti standard.

“Che succede Rizzardi?” La voce di Claretta è calma e professionale sebbene ad un orecchio attento si percepisca una vena di preoccupazione trasferitale dal tono e dai comportamenti concitati della persona che si trova di fronte.

“Una decina di minuti fa si è presentata una donna in pronto soccorso che teneva in braccio un ragazzo con il volto sfigurato a causa delle percosse!” 

“E io che ci posso fare Rizzardi? Ci sono 4 medici in servizio operativo di turno al momento e 8 infermiere; non vedo che valore aggiunto possa dare io!”

“Mi creda dottoressa è bene che lei mi segua!” L’insistenza dell’infermiera è tale che Claretta, seppur con fare scocciato e insofferente, si alza dalla sua sedia e si accoda alla donna.

Le due stanno camminando fianco a fianco: l’infermiera ansima, un po’ per il passo veloce che stanno tenendo e un po’ perché è in forte stato di ansia per ciò a cui ha assistito pochi minuti prima. 

“Mi spiega concisamente cosa sta succedendo?” 

Claretta si rivolge all’infermiera con tono perentorio: qualcosa non le quadra in quella vicenda di cui sa poco e niente e quando non ha il controllo sulle situazioni o non le conosce nei dettagli, si altera. L’unica certezza che ha al momento è che giù in pronto soccorso stanno trattando un caso di un paziente in condizioni critiche che, per quanto delicato possa essere, rientra nelle normali routine operative e quotidiane di un pronto soccorso: niente che richieda l’intervento del dirigente a capo della struttura.

“Mentre i due medici stavano intervenendo sul ragazzo per stabilizzarlo, noi abbiamo accompagnato la donna nella stanza a fianco per cercare di calmarla: era in evidente stato di choc. L’abbiamo fatta accomodare su una sedia e la collega la stava informando che se il ragazzo era stato picchiato, la donna avrebbe dovuto sporgere denuncia alle forze dell’ordine. Io nel frattempo ero uscita dalla stanza per prendere un bicchiere di acqua per la donna e quando sono tornata dopo un paio di minuti, la porta era chiusa dall’interno e in quel frangente ho sentito la collega dentro che urlava!” 

“Avete chiamato i carabinieri?” Ora Claretta comincia ad avere una visione più precisa del perché serva la sua presenza giù in pronto soccorso e insieme al passo, velocizza anche il modo di parlare: quello che in apparenza sembrava fino a qualche minuto prima un caso da trattare con le normali procedure standard, ora si sta trasformando in una vicenda che potrebbe avere delle ripercussioni sulla valutazione che i suoi superiori regolarmente fanno in merito alla gestione del reparto. Se qualcuno dei suoi collaboratori dovesse farsi male dentro l’ospedale o ancora peggio morire, ad andarci di mezzo sarebbe lei in qualità di dirigente responsabile.

Le due donne arrivano al reparto pronto soccorso: Claretta intravede in lontananza un po’ di persone assiepate attorno alla porta dell’ambulatorio dove, presume, la donna di cui le parlava prima la Rizzardi, sta tenendo in ostaggio l’altra infermiera. Tra quelle persone scorge anche due carabinieri in divisa. Uno dei due sta cercando di forzare la porta:

“Apra questa porta signora! È un pubblico ufficiale che glielo ordina!” Sta alzando la voce e Claretta rileva che quel tono, certo non aiuta a rilassare gli animi.

“Se entrate di forza qui dentro la ammazzo, sono stata chiara?”  Urla la donna da dentro. 

Claretta, che nel frattempo ha raggiunto la porta dietro la quale sta andando in scena quella sorta di sequestro di persona, percepisce che la donna è in evidente stato confusionale e ha l’emotività alle stelle e questo elemento rende la situazione potenzialmente molto pericolosa.

Il Carabiniere non vuole sentire ragioni e continua a fare leva sulla maniglia in modo forzoso e più lui tenta lo scasso, più la donna dentro si agita e alza i toni.

“Ha un bisturi tra le mani..” sentono gridare disperata l’infermiera da dietro la porta in evidente stato di panico.

“Agente si fermi un secondo, la prego!” Claretta decide di intervenire con quella sua modalità molto decisa, sebbene si trovi davanti a un membro delle forze dell’ordine che sta svolgendo il proprio lavoro.

“Lei chi è mi scusi?” 

“Claretta Sartor, sono il dirigente a capo di questa unità di pronto soccorso!” La voce di Claretta sta assumendo delle lievi note di aggressività un po’ a causa della concitazione del momento e un po’ perché è così di carattere: ogni volta che qualcuno si pone su un piano di sfida, fuoriesce quel suo comportamento aggressivo con il quale vuole dimostrare che a essere la più forte è lei. Non lo fa per cattiveria; è semplicemente una atavica forma di difesa che si porta dietro dall’infanzia, generata da una necessità di sopravvivenza causata dall’aver passato l’età infantile in un ambiente ostile quale quello della sua famiglia nella quale i 3 maschi, il padre più i due fratelli, pensavano di risolvere tutte le questioni a suon di violenza e botte.

“Non facciamo nessun gesto eroico qui dentro intesi? Se per qualche motivo ci scappa il morto, ad esserne responsabile sono io, le è chiaro agente?” Quella reazione della donna, innervosisce il carabiniere cogliendolo di sorpresa.

“E cosa consiglia di fare sentiamo?” 

In questa domanda lanciata nell’aria come fosse un guanto di sfida, si percepisce il desiderio da parte di quel pubblico ufficiale di ristabilire un equilibrio che sente sfuggirgli di mano.

“Innanzitutto direi di riflettere, che fa sempre bene in certi casi!” Claretta è una donna molto decisa: non ha peli sulla lingua, quello che deve dire lo dice, poco importa chi si trova di fronte.

“Spostiamoci nella sala adibita a cucina qui attigua vi prego!” Ora i toni si sono leggermente abbassati.

“Lei Rizzardi piantoni la porta e mi venga a riferire qualora sentisse rumori strani ok?” Sembra un generale che impartisce gli ordini sul campo da tanto è diretta e schietta. Gira i tacchi e si chiude nella stanza cucina lì poco distante con i due Carabinieri.

“Sentite” si rivolge loro come se fossero due suoi sottoposti, anche perché, pensa, vista l’età dei due potrebbe essere quasi la loro madre, considerando i 60 anni appena compiuti. 

“Io non so quali siano le vostre procedure in questi casi ma questo è il mio reparto e qui desidero che si faccia a modo mio, perché ripeto, se succede qualcosa, la prima a rimetterci il culo sono io!” 

Si ferma per lasciare sedimentare bene nella testa dei due in divisa chi ha il bastone del comando in quel luogo e poi riprende, con la stessa modalità di prima: “ora, io esco da questa stanza e mi metto dietro la porta e provo a convincere la donna che sta chiusa là dentro ad aprirmi. Voi state pronti a intervenire in caso di necessità! È chiaro?” 

I due sono praticamente basiti da tanta sicurezza e determinazione; non hanno nemmeno il tempo di replicare che la donna è già uscita dalla porta diretta nella stanza a fianco.

“Signora mi sente?”

“Andate via, non voglio parlare con nessuno, tantomeno con agenti delle forze dell’ordine!”

“Non fatela innervosire vi prego, mi tiene un bisturi piantato alla gola, vi prego!” L’infermiera urla, sta piangendo.

Claretta si scosta di un mezzo metro dalla porta e domanda alla Rizzardi:

“Come si chiama l’infermiera là dentro?”

“Bindi..” La Rizzardi risponde in modo sfuggevole; sta pensando ad altro.

“Infermiera Bindi si calmi! Vedrà che risolveremo tutto nel migliore dei modi” e poi a ruota cambia tono rivolgendosi alla donna che ha creato tutto quel bailamme.

“Mi chiamo Claretta Sartor signora e sono il primario dell’unità di pronto soccorso; sono qua con tutte le migliori intenzioni per risolvere questa vicenda al meglio, senza troppe complicazioni né per noi né tantomeno per lei. Ho appena parlato con i due carabinieri che sono al mio fianco e abbiamo insieme convenuto che quanto successo si possa risolvere nel migliore dei modi: è sufficiente che lei collabori e apra questa porta!” 

Attimi di silenzio carichi di tensione inchiodano ognuno dei presenti sulle loro posizioni:

“Signora mi dica cosa la turba al punto da aver fatto un gesto così!”

Silenzio, non si sente volare una mosca dall’interno; uno dei due carabinieri si spazientisce e con gesto stizzito cerca di spostare Claretta di lato per intervenire con la forza e in quel mentre la donna comincia a parlare: 

“Quello è un bastardo figlio di puttana: lo ha massacrato di botte! Come può un padre comportarsi così con un figlio! Se denuncio quanto accaduto oggi, quello ci ammazza a tutti due o ci fa ammazzare da uno dei suoi!” La donna piange e si dispera: “io non posso denunciare mio marito avete capito? Non posso…”

Claretta capisce molto bene le ragioni che hanno spinto quella donna a fare un gesto folle come quello: per quanto strano possa sembrare quel gesto, nella testa di quella persona è l’unica soluzione che al momento pensa possa servire per proteggere il figlio in fin di vita perché massacrato di botte da un padre bastardo e codardo.  

Il carabiniere di prima è in fibrillazione, vorrebbe intervenire e Claretta lo percepisce da come pesta i piedi per terra, quasi stesse pigiando l’uva per fare il vino. È consapevole che non le lasceranno ancora molto tempo per poter sbloccare la situazione a modo suo; già si è presa dei rischi a trattarli come ha fatto prima dentro il locale cucina, se poi ora il suo piano mostra segni di cedimento è palese che le chiederanno di mettersi da parte per intervenire direttamente. Deve trovare un modo per uscire da quell’impasse e in quell’istante le torna in mente quella scelta che fece tanti anni prima  le cui conseguenze ebbero ripercussioni devastanti nella sua vita. Quando le persone sono in stato di forte stress emotivo, pensa, solo di una cosa hanno bisogno: di essere capite, col cuore. Pensa che se lei all’epoca avesse avuto qualcuno con cui sfogarsi, la sua vita avrebbe preso tutta un’altra piega.

Claretta si avvicina alla porta e senza provare alcun imbarazzo per ciò che sta per dire davanti ai suoi collaboratori e ai due uomini in divisa, comincia a parlare quasi fosse in stato di trance.

“Avevo 20 anni e stavo passando un periodo della mia vita molto bello: il mio fidanzato che avevo conosciuto qualche mese prima, aveva deciso di venire ad abitare nella città in cui studiavo. Gli esami all’università stavano andando alla grande e io mi sentivo felice e padrona della mia vita.” Si ferma per un secondo; appoggia entrambi i palmi  delle mani alla porta chiusa dell’ambulatorio e con il viso si avvicina a non più di 10 centimetri dalla stessa quasi per creare uno spazio intimo tutto loro, suo e di quella donna e per proteggersi dalle orecchie indiscrete degli altri presenti in quel contesto. Ha bisogno di riavvolgere il filo dei propri pensieri: ora si rende conto che parlare a voce alta di quei ricordi le crea un po’ di fastidio che deve tenere a bada per evitare che le emozioni prendano il sopravvento. Non sa bene dove la porterà quello che sta facendo e a ben riflettere non le è nemmeno del tutto chiaro se lo sta facendo per risolvere quella situazione o per togliersi un peso che aleggia nell’aria putrefatta della propria coscienza da anni.

“Una sera avevo deciso di fare una sorpresa al mio ragazzo e senza dirgli nulla mi ero recata presso il centro sportivo dove lui si allenava: avevo appena parcheggiato la macchina nei dintorni dell’entrata e mi ero incamminata per andargli incontro, quando  d’improvviso avevo visto scendere da un auto poco distante due uomini con in mano una mazza da baseball ciascuno. I due si erano avventati su un ragazzo lì poco lontano, sbattendolo a terra e pestandolo a sangue. Era buio nella zona nella quale mi trovavo e loro non potevamo vedermi: ma io li vedevo benissimo e potevo osservare anche molto bene i loro volti.” 

Si ferma ancora Claretta, evocare a voce alta quei ricordi la fa tremare; un nodo alla gola le impedisce il respiro. Intorno a lei tutti sono immobili, sospesi nel tempo da quella confessione in apparenza senza senso. A fatica Claretta riprende a parlare, ma deve farlo: ora non avrebbe più senso fermarsi. 

“Io però potevo scorgere benissimo quei due delinquenti e con mio grande dolore avevo visto i loro due volti e soprattutto avevo potuto notare che quello che stavano massacrando di botte era il mio ragazzo. 

Non ho mai detto a nessuno, tantomeno al mio ragazzo, che ero presente la sera del pestaggio e all’epoca lo feci perché pensavo con quel gesto di proteggere il figlio che tenevo in grembo…”

Si ferma, non ha più voglia di andare avanti con quel monologo; anche perché le pare non stia portando alcun beneficio. 

Ora vive quel suo tentativo maldestro di entrare in empatia con quella donna dentro l’ambulatorio come un atto ridicolo che non ha avuto proprio senso: ‘cosa credeva di fare, ‘pensa, ‘come quei negoziatori dei film polizieschi americani, che risolvono il caso di rapimento degli ostaggi semplicemente raccontando spezzoni della loro vita che assomigliano alle vite problematiche del delinquente di turno semplicemente per fargli capire che lo capiscono e gli sono vicini? La vita è un’altra cosa Claretta!’ si rimprovera fra sé e in quel mentre si sposta per far intervenire i due carabinieri.

In quel momento si sente il rumore metallico della serratura e la porta si scosta leggermente dal montante: qualche secondo dopo l’infermiera tenuta in ostaggio esce dalla stanza di corsa e in lacrime, gettandosi d’istinto al collo di una collega poco distante. I due carabinieri entrano repentini nell’ambulatorio e si avventano sulla donna sbattendola faccia a terra e ammanettandola.

“Laciatemi vi pregoooo! Devo proteggerlo da quel pazzo, devo proteggere mio figlio da quel folle del padre; vi prego lasciatemi andare!” 

Claretta si appoggia al muro con la schiena, testa leggermente rivolta all’indietro: si sente molto vicina a quella donna e questo la commuove. Anche lei anni prima aveva fatto un gesto  in apparenza scriteriato nascondendo al mondo intero, Khamisi compreso, che intanto che lui veniva massacrato di botte era nascosta nell’ombra e aveva visto tutto e non aveva fatto nulla per intervenire.

Pensa che per quella forma di omertà dovrebbe essere ammanettata anche lei e portata in galera per tutto il male che ha fatto a Khamisi proteggendo la propria incolumità e per aver scatenato, con quell’atto per certi versi comprensibile ma comunque codardo, una serie di eventi che hanno distrutto la famiglia che lei e Khamisi avevano costruito con tanto impegno pur tra mille difficoltà.

“Dottoressa sta bene?” La voce dell’infermiera Rizzardi la riporta alla realtà.

“No grazie non sto per niente bene, mi scusi..” Su quella frase lasciata a metà fugge via, ha bisogno di ripararsi, di proteggersi dal mondo; si sente sporca, vigliacca, meschina.

Se desideri leggere i capitoli precedenti della storia li trovi qui di seguito:

Lui ha una missione, tutti gli uomini ce l’hanno – Parte 1

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Uganda mia amata – Parte 3

Stai a casa tua – Parte 4

Una imperitura erezione dell’anima!

Ho sentito le tue mani…leggere sulle mie… le ho sentite nelle viscere…là, dove le mie più perverse follie si infiammano…

…eravamo ubriachi…ubriachi di vita!

Che sbronza ci siamo presi…ricordi?…pensavamo entrambi di vivere in eterno…

…da quelle parti…sull’orizzonte sfumato delle nostre incoscienti coscienze scosciate…certe emozioni le chiamano amore…

…una imperitura erezione dell’anima, che dopo una notte di sesso cosmico sotto un cielo stellato, si è accasciata ebbra e sfinita accanto a un Sole imberbe…

…ed è così che è nato un nuovo giorno….

Le Olimpiadi di Montreal del 1976 – Parte 2

Accende l’abat-jour e si stropiccia gli occhi: deve calmarsi, il senso di colpa lo sta attanagliando pesantemente, come ricorda gli era successo anche quattro anni prima a Monaco e pure il novembre prima a New York. Guarda la sua immagine riflessa dentro lo specchio posto sulla parete di fronte: per un momento, ancora preso dal sonno di qualche minuto prima, gli sembra di vedere l’immagine del cugino riflessa e non la sua.
Appesa a un angolo di quella specchiera la medaglia d’oro vinta due pomeriggi prima a ricordargli, con ancora in testa le emozioni provate durante il sogno, che sarebbe più giusto ci fosse il cugino al posto suo lì nella stessa stanza dove si trova ora, se solo lui 15 anni prima non si fosse fatto prendere da uno scatto d’ira improvviso.
Si alza, non riesce a smettere di pensare a quello che è successo quel giorno sulla scogliera a picco sul mare: quello era stato un litigio stupido, per un motivo ancora più stupido. È vero, il cugino andava forte nella corsa, e più crescevano più aveva quasi sempre la meglio in quelle loro corse folli a sfidarsi a chi arrivava primo sulla sabbia delle spiagge di Watamu. La mano destra si stringe a pugno a quel pensiero, segno che ancora lo infastidisce pensare che tra i due il più veloce fosse Babatunde; lo stesso fastidio, moltiplicato centinaia di volte, lo aveva provato quel pomeriggio quando aveva spinto il cugino facendogli sbattere la testa e provocandone la morte per annegamento.
Pensa di meritarsi comunque di essere lì; merita le due medaglie d’oro vinte alle Olimpiadi; merita gli onori che ha ricevuto nella sua seconda patria, gli Stati Uniti. Non ha vinto quello che ha vinto grazie ai favoritismi di qualcuno pensa, ma ha sudato e sputato sangue per aggiudicarsi quei due ori e altre medaglie in altrettante competizioni in giro per il mondo con il doppio passaporto statunitense e keniano.
Se ripensa solo agli allenamenti a cui lo sottopone Oscar Fever, solo quelli sono la giusta espiazione per la colpa che si sente pesare sulle spalle come avesse attaccato alla schiena un orango che penzola e si dimena. Per non parlare poi delle difficoltà e del dispiacere di lasciare la sua terra, la sua gente, suo padre in particolare.
“jaribu kustahili kwa sababu si kipande cha dhahabu ambacho kinajenga jiwe lisilofaa, lakini ni sehemu yangu na dunia hii!”, che in swahili suona pressappoco come: “cerca di meritartelo, perché non è un pezzo d’oro con cui costruire un inutile gioiello, ma è una parte di me e di questa terra.”
Questo aveva detto il padre di Khamisi tramite il traduttore a Oscar Fever guardandolo fisso negli occhi, il giorno in cui quest’ultimo era andato al villaggio per portarlo via per sempre al padre e alla sua gente, dopo settimane di tira e molla con il genitore che non voleva sentire ragioni di lasciare nelle mani di uno sconosciuto bianco l’unico figlio maschio.
Se ci riflette, per lui Oscar è stato negli ultimi dieci anni come e più di un padre, oltreché essere un rigido ma sincero e onesto allenatore e mentore. Khamisi si è trovato bene fin da subito con quell’uomo che, pur essendo anni luce lontano dalla cultura del padre, ha comunque lo stesso modo di condurre la propria esistenza: anch’egli vive tra un aneddoto e l’altro che adatta agli eventi della sua vita e di quella dei suoi cari, Khamisi compreso.
Si alza e si avvicina talmente tanto alla specchiera da lasciare il segno dell’alito sul vetro: è come se volesse scrutarsi in fondo all’anima attraverso gli occhi per trovare il modo di sentirsi finalmente in pace con se stesso.
Gli unici momenti in cui riesce a estraniarsi da tutto e liberare completamente la mente da quel senso di colpa che lo attanaglia, è quando corre: lì, concentrato com’è a tendere la falcata al massimo per spingere in modo poderoso e efficace sulle caviglie, i suoi pensieri negativi si dissolvono e rimane solo la sensazione positiva di avere al suo fianco Babatunde, con la stessa spensieratezza che avevano un tempo e percepisce che quella presenza del cugino lo sprona a fare sempre meglio: in gara sembra un bracco che rincorre una lepre immaginaria.
Alla fine, pensa, si può trovare un senso a tutta questa triste storia: ed è che la vita da due che erano ne ha voluto lasciare solo uno e ha trasferito a quello dei due che è rimasto, un talento che è più della somma dei singoli talenti che contraddistinguevano entrambi e le vittorie che lui riporta da anni, in realtà sono le vittorie di tutti due, di lui e di Babatunde. In entrambi i casi, a Monaco e quest’anno a Montreal, durante le conferenze stampa post gara, ha dedicato le due medaglie d’oro al cugino, com’era giusto che fosse.
Tutto questo ragionamento lo fa sentire un po’ meno frastornato e agitato di prima.
Sono le 6 di mattina: il volo di rientro per Columbus è fissato per le 16 di quel giorno e Khamisi ha bisogno di prendere una boccata d’aria. Si infila tuta e scarpe da ginnastica e esce da quella stanza che lo soffoca.

Si incammina di passo spedito giù per il lungo viale che fa da spina dorsale al dedalo di strade di cui è composto il villaggio olimpico. Quella camminata veloce lo aiuta a sciogliere le tensioni di una notte non proprio facile da gestire, piena di incubi e insidie mentali. Eppure, pensa, se riesce a tenere a bada una parte dei suoi pensieri negativi, la sua vita al momento sta andando alla grande.
La sera prima ha partecipato alla festa organizzata in onore di tutti gli atleti a chiusura dei giochi olimpici e lui è stato portato in trionfo dai suoi compagni e dal suo allenatore come fosse una star del cinema. Non avrebbe mai pensato che da quel piccolo villaggio sperduto in Kenya, un giorno sarebbe arrivato lì; e questo fatto, sebbene lui non lo voglia riconoscere a sé stesso, lo inorgoglisce. Sarebbe felice se suo padre potesse vedere cosa è stato in grado di realizzare, anche se non è molto convinto che capirebbe; sente oramai di non appartenere più a quel tipo di vita e di cultura da cui proviene e che gli ha dato i natali. Non l’ha rinnegata, ci mancherebbe: tuttavia sente dentro di essere venuto a questo mondo per contornarsi di altro.
“Tu sei il ragazzo che ha vinto la medaglia d’oro alla maratona, giusto?” Si ferma di colpo: non sa per quale motivo gli ritorni alla mente la conversazione avuta la sera prima alla festa di chiusura con quella ragazza italiana.

“Sì sono io, mi chiamo Khamisi!” Stranamente aveva risposto senza esitare, lui che di solito con gli estranei, soprattutto di sesso femminile, era sempre così schivo e riservato; ma quella ragazza italiana lo aveva messo a proprio agio con una avvolgente morbidezza di toni verbali.
“Io sono Claretta: piacere di conoscerti!” Si era introdotta senza pass nella zona riservata agli atleti che avevano vinto le medaglie, adducendo una scusa banale con gli uomini della sicurezza.
“E tu per cosa hai vinto la medaglia?” Khamisi aveva dato per scontato che trovandosi lì dovesse per forza essere un’atleta.
“No, no, io sono solo un’accompagnatrice qui; sono con mio fratello che gareggia con la maglia italiana, ma non ha vinto alcuna medaglia.”
Era rimasto a fissarla per alcuni secondi: non sapeva cosa dirle, ma soprattutto gli piaceva, tanto.
“Ti ho visto gareggiare ieri pomeriggio: ero sul percorso di gara, al 35° chilometro e mi sei passato davanti come un fulmine! Come fai a correre per 35 chilometri e ancora ad avere in corpo tutta quella energia?” Era una domanda che nessuno gli aveva mai posto, almeno non con quella schiettezza.

“Non lo so; corro d’istinto, da quando sono piccolo e francamente non ti so dire cosa o chi mi dia la forza per avere ancora così tante energie in corpo dopo tanti chilometri.”


“Come mai ti sei spinta in questa zona della festa?” Sentiva dentro il desiderio di conoscerla meglio e nonostante la timidezza non voleva lasciarsi sfuggire quella occasione e qualunque domanda, anche la più stupida e banale, gli sembrava una buona domanda; tutto pur di tenere alto l’interesse della conversazione.

“Così, perché quando mi si dice che non posso fare una cosa, d’istinto mi si scatena dentro il desiderio di evadere quella regola: volevo entrare in questa zona riservata per annusare l’aria dei campioni!” Aveva sorriso leggermente intanto che buttava lì quella frase quasi per caso.

In lui cresceva il desiderio di conoscerla e di approfondire quei discorsi che sembravano portati avanti tra due amici di vecchia data e non da due persone che si erano conosciute da poco.
“Dopo questa sera che fai?”

“Non ho impegni; l’università è chiusa per ferie e quindi ancora per un mese abbondante sono libera cittadina del mondo.”
“Io vorrei prendermi qualche giorno di riposo: se ci penso sono esattamente dieci anni che quando non mi alleno studio e quando non faccio ne l’una né l’altra cosa dormo e credimi che io sono uno che dorme poco!”
“Mi sembra di capire che grandi distrazioni negli ultimi tempi non ne hai avute tu!” Claretta a quella frase aveva accennato un leggero sorriso e l’anima di Khamisi si era praticamente liquefatta.
Ma era troppo per il suo modo di essere, chiederle di seguirlo a Columbus in Ohio per poi proseguire a girare gli Stati Uniti insieme senza meta. Eppure ne avrebbe avuto una voglia tremenda.

Ancora adesso, fermo immobile in piedi su quel viale deserto del villaggio olimpico di Montreal alle 6 di mattina, pensa che se ce l’avesse davanti, ora sì che avrebbe il coraggio di chiederle di fargli compagnia per una vacanza all’insegna della spensieratezza. La sera prima era stato tutto un vero disastro: quando lei aveva capito che lui non aveva grande interesse a proseguire e approfondire l’argomento, di colpo si era raffreddata e guardando l’orologio con fare distratto si era dileguata in mezzo alla gente.

Non si è reso conto di essere ancora fermo nello stesso punto di prima, in piedi, immobile; sente che è giunta l’ora di rientrare e si incammina ripercorrendo a ritroso la strada da cui è venuto. Sente una vena di tristezza che gli vela i sensi: il suo mondo è la corsa e per quanto si stia integrando bene in Ohio, comunque la sua vita continua a ruotare sempre e solo attorno ad essa.

Assorto com’è nei suoi pensieri, non si rende conto di essere quasi giunto al blocco C del suo dormitorio: ha lo sguardo rivolto verso terra e per un brevissimo istante solleva gli occhi e davanti la porta d’entrata c’è lei, Claretta.
“Che ci fai tu qui?” È stupito, quasi sconvolto di trovarsela lì e si rende conto che quella domanda gli è uscita di bocca con il peggiore dei toni; sembra quasi scocciato.
“Anche io sono contenta di rivederti Khamisi!” Lo canzona lei; un impercettibile sorriso le illumina il viso.
Sentire pronunciare il suo nome dalle labbra di lei, con quel tono gentile e morbido, lo fa rabbrividire e lo lascia lì fermo immobile quasi fosse stato fulminato.
“Mi hai stupito Claretta con questo tuo gesto; scusa non volevo risultare scortese.”
“Ti va se ricominciamo da dove abbiamo lasciato ieri sera?” Quella domanda suona alle orecchie di lui come una melodia: è contento che sia stata lei a cogliere l’occasione, altrimenti pensa che sarebbe finita sicuramente come la sera precedente.
“Sì, molto: anche perché ci sono tante cose che non ci siamo detti!” Ora sì che si è piaciuto; questa è una risposta degna di un ragazzo che si trova davanti una ragazza che lo intriga, e pure tanto.
Si siedono su una panchina antistante il dormitorio.
“Mi piace questa tua timidezza Khamisi!”
“Io non la amo un granché…”

Sente di potersi fidare di lei e di aprirsi liberamente; vedere negli occhi di lei le reazioni a ciò che dice quando parla di sé, gli restituisce un’immagine della sua persona totalmente diversa da come lui si percepisce di solito.
“Devi preservare questa tua natura invece, perché è rara e lo diventerà sempre di più. Mi sembri un ragazzo proveniente da un’altra epoca e questo lo trovo di una forza dirompente.”
“Lo è se vivi su un’isola deserta e le uniche forme di comunicazione che hai, sono con le palme e le scimmie; oggi invece anche uno come me che l’unica cosa che sa fare nella vita è correre, se non sa comunicare è tagliato fuori, quasi emarginato.”
“Però quella, la corsa intendo, ti viene meravigliosamente bene Khamisi!”
“Conoscevo uno un tempo a cui riusciva ancora meglio la corsa, credimi…” Interrompe quella frase di colpo; lo sguardo si sposta leggermente in alto a sinistra: è commosso e lei lo percepisce: “…ma questa è un’altra storia.” Conclude frettolosamente.
Gli occhi di lei lo fissano e in quello sguardo Khamisi non percepisce curiosità becera e morbosa, ma voglia di capire per proteggere quanto contenuto in quella frase lasciata a metà che ha del misterioso e in quel momento sente la necessità e il desiderio di aprirsi a quella ragazza che conosce appena:
“Si chiamava Babatunde, era mio cugino, di un anno più piccolo di me. C’erano due aspetti nella sua vita per cui si poteva considerare un campione: sapeva ascoltare le persone in silenzio e andava forte come il vento con le sue gambe; era imbattibile!”
Deve fermarsi, il dolore del ricordo è ancora troppo vivo dentro di se da provocargli una fitta lacerante al petto: gli manca il respiro. Lei, con naturalezza gli prende la mano e gliela massaggia: quella carezza inaspettata è il carburante che gli serve per andare avanti.
“Un giorno stavamo correndo sulla spiaggia: ci sfidavamo costantemente a chi arrivava prima alla parte opposta della baia a piedi scalzi sul bagnasciuga. Come capitava quasi sempre, era arrivato prima lui agli scogli che si affacciavano su quel mare dai colori turchesi. Quel giorno, non so perché, ero irritato dal fatto che lui fosse più forte di me e mi battesse sempre e quando lui, come aveva fatto altre volte, aveva cominciato a deridermi scherzando, io l’avevo spinto con forza giù dalla scogliera e in quel frangente aveva sbattuto la testa morendo annegato subito dopo.”
Khamisi si ferma: è sudato più di quanto non lo fosse stato due giorni prima alla fine della gara, il volto distrutto dal dolore; tutto gli è uscito senza che lui se ne rendesse conto, come se ci fosse stato qualcuno che a sua insaputa gli avesse iniettato un siero della verità.
“É stato un incidente Khamisi, un orribile incidente, niente più.”
“Non lo è stato invece: io nei secondi prima di spingerlo, ho provato rabbia e odio nei suoi confronti e quelle emozioni distruttive lo hanno ucciso. Io volevo spingerlo Claretta!”
“Si ma non volevi ucciderlo, ne sono più che sicura! Gli occhi che mi trovo di fronte non racchiudono la volontà di uccidere qualcuno, credimi!”
“E tu che ne sai degli occhi e di cosa essi racchiudano o meno?”
A quella domanda gettata da Khamisi quasi per sfida, lo sguardo della ragazza si perde nel vuoto.
“Mio padre e mio fratello maggiore hanno ucciso con le loro mani una persona pestandola a sangue e poi si sono coperti a vicenda in merito a quanto accaduto. Il loro è da catalogare tra gli omicidi violenti ed efferati; il tuo è stato un incidente, credi a me, un banalissimo incidente!”
A quella frase è Khamisi che sente il desiderio di prendere le mani di Claretta: i due si guardano e comprendono che non c’è bisogno di dire molto altro, non tanto perché non sappiano di cosa parlare, quanto perché ciò che percepiscono in quella stretta di mano va al di là di ogni parola esprimibile.

Una bellissima signora di mezza età…Bologna

Si alza dal piano, bicchiere di whisky nella mano destra tremolante; si dirige verso il balcone. La sua testa è un vortice di pensieri, ricordi, rimpianti, rammarico, rabbia, tanta rabbia. Guarda giù: Bologna a quell’ora tarda di una sera d’autunno, gli sembra una bellissima signora di mezza età che non ha paura di mostrare al mondo qualche ruga di troppo. Il segreto, pensa, sta tutto lì: non farsi problemi a mostrarsi per ciò che si è, a dire no quando abbiamo voglia di dire no, a cacciare fuori il bello e il brutto di noi e se qualcuno è là pronto ad accoglierlo ben venga, altrimenti che si fottano. Sandro si concede un lungo respiro; l’aria fresca di autunno entra nelle sue narici e gli rinfresca piacevolmente la gola. Per tutta la vita, riflette, ha cercato in ogni modo possibile e immaginabile di assecondare tutto e tutti e questo lo ha completamente prosciugato. E quell’aridità che sente dentro da sempre lui l’ha innaffiata con ettolitri di alcol che gli hanno rovinato l’esistenza. Fin da piccolo gli avevano affibbiato l’etichetta del buono e con quella aveva dovuto combattere giorno dopo giorno. Per un po’ ha recitato la parte di quello che doveva capire tutto e tutti. Poi c’è stato il periodo che doveva comprendere che era già troppo adulto per chiedere ancora certe cose e così è stato fino al presente. Si mette a piangere e poi a ridere, di gusto. Appoggia il bicchiere di whisky sul davanzale, si volta e rientra con passo deciso dentro casa. La sua testa rimugina ancora sul pensiero di poco prima: fottersene di ciò che pensa la gente. E su quelle note verbali che gli rimbombano come un refrain che è andato in loop dentro le pareti del suo cuore spezzato, prende la bottiglia di whisky appoggiata sul pianoforte, si volta verso la parete tappezzata di premi e ricordi, alza il braccio come se fosse un giocatore di baseball professionista e con forza scaglia la bottiglia mandandola a frantumarsi contro il muro, distruggendo tutto ciò che si trova a pochi centimetri dall’impatto. Poi si gira e sorridendo esce di casa con un solo pensiero nella testa: per ricominciare davvero bisogna avere il coraggio di frantumare la bottiglia di whisky che da troppi anni si è scambiata per amica.