Tutto finisce da dove era cominciato – ultima puntata

L’auto varca l’entrata principale del cimitero di Columbus e imbocca l’ampio e lungo viale alberato posto innanzi al cancello d’entrata. A destra e sinistra del viale si ergono due maestose collinette dal manto erboso pettinato con cura, sulle quali spiccano tante piccole lapidi color bianco cangiante: a vederle da lontano sembrano due enormi mammelle avvolte in un reggiseno verde a pois bianchi.

Una sensazione avvolgente di tranquillità prende possesso di Khamisi seduto davanti, sul posto del passeggero.

“Fermati qui Christian, ti prego!”

Claretta, seduta dietro, si sporge in avanti infilando la testa tra i due sedili anteriori per scrutare gli occhi di Khamisi e cercare di interpretare i suoi pensieri.

Dopo l’incontro avvenuto sul traguardo a Helsinki di qualche settimana prima, la vita dei 3, di Khamisi, Christian e Claretta aveva assunto dei connotati dai contorni incerti.

Ricostruire qualcosa, ammesso e non concesso che il termine ‘ricostruzione’ fosse quello giusto, non era per nulla facile: le loro tre vite avevano preso strade molto differenti negli ultimi anni, i cui ritmi non combaciavano in nulla.

Inoltre, dopo la confessione di Christian in merito all’omicidio del cugino Michele di tanti anni prima, Khamisi si era chiuso in un silenzio che preoccupava entrambi. Claretta non voleva invadere i suoi spazi e quindi si accontentava di quei silenzi a cui cercava di dare un senso fissandolo negli occhi per minuti, quando poteva, alla ricerca di una risposta che probabilmente nemmeno Khamisi conosceva.

Christian accosta l’auto in una rientranza del viale del cimitero: Khamisi scende dalla vettura e come se fosse appena rientrato in casa dopo una giornata di lavoro stancante, si appoggia all’auto con la mano sinistra e si toglie le scarpe, lanciandole noncurante sul manto erboso poco distante.

Claretta lo osserva allontanarsi di qualche metro dal bordo della macchina mentre è intento a guardarsi i piedi che affondano fino quasi a scomparire avvolti da un soffice manto erboso. Muove le dita all’insù e intanto respira a pieni polmoni: è come se avesse bisogno di un contatto fisico con la natura che lo circonda per ricaricare le batterie e dopo un eterno minuto di riflessione si volta verso l’ex compagna e il figlio e accenna loro un sorriso che profuma di felicità.

Claretta scende dall’auto e così fa anche Christian e entrambi si dirigono verso quell’uomo che a guardarlo lì in mezzo all’erba a piedi scalzi avvolto nella solennità del luogo, ai due sembra la statua di un grande e valoroso eroe del passato.

Gli si buttano entrambi al collo, cingendolo forte con le braccia e, come se Khamisi dovesse una spiegazione a quei due membri della sua famiglia avvinghiati al suo tronco, comincia a parlare:

“Non c’è bisogno di dire nulla, non ce n’è mai stato bisogno: ognuno di noi ha fatto quello che pensava fosse giusto fare in quel momento. Al di là delle colpe e dei torti subiti, quello che importa è che ci siamo ritrovati, dentro e fuori e oggi siamo qua ad abbracciarci con la serenità d’animo che contraddistingue coloro che hanno avuto il coraggio di raccontarsi la verità. Il concetto di colpa non ha alcun significato se ‘amore e perdono’ sono le parole che sostengono e danno forza alla relazione tra le persone.” Si ferma, non sente bisogno di dire altro; di più sarebbe troppo e Claretta e Christian comprendono che il silenzio in quel caso è il miglior modo di concordare con quanto appena detto da Khamisi.

Dopo essere stati abbracciati per un po’, l’uomo si scosta dai due e voltandosi comincia a correre nella direzione che il custode all’entrata del cimitero gli aveva detto di seguire per giungere fino al blocco ‘D’, lapide 23.

C’è una leggera e costante brezza quella mattina, che lo sorregge dandogli forza come è sempre stato durante tutta la sua vita. Khamisi pensa che è meraviglioso correre spinto dalle forze della natura: il manto erboso sotto i piedi a infondergli stabilità, come fosse una quercia secolare con le radici ben salde al terreno; e l’aria tra i capelli, a donargli la consapevolezza che oltre alla stabilità, la sua vita è stata portata avanti all’insegna dell’energia e del movimento, sempre e comunque, senza mai fermarsi.

Con quella meravigliosa consapevolezza tra le viscere, giunge nei pressi della tomba dove è sepolto Oscar Fever, allenatore e padre putativo che lo ha reso uomo. Avvicinandosi alla lapide strizza gli occhi di quel tanto che gli serve per leggere da lontano l’iscrizione affissa a caratteri cubitali sotto le date di nascita e di morte e in quell’istante il sorriso tipico di chi è consapevole di avere chiuso un cerchio importante nella propria vita, gli illumina il viso invadendogli l’anima. Sulla lapide una scritta, che proviene dal suo passato lontano ma che contiene tutto ciò che gli serve per vivere alla grande il presente e il futuro, finché ce ne sarà:

“Qualunque cosa succeda, non fermarti mai”

***FINE***

Qualunque cosa succeda..non fermarti mai

Certe vite a volte sono vissute per riscattare un torto subito; così è per Khamisi, maratoneta Keniano, che dovrà percorrere a piedi un’intera esistenza per trovare un senso al vivere.

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